22. Qual è il mio nome?

Proprio quando avrebbe dovuto essere il re della boxe e il campione indiscusso del business sportivo, Ali era così impopolare che in tutti gli Stati Uniti non riusciva a organizzare un incontro. Uno dopo l’altro, i politici dimostrarono il loro patriottismo bandendolo dai propri Stati. Perfino Louisville non ne voleva più sapere di lui.

Il match contro Chuvalo, per quanto piacevole, non era stato certo una manna finanziaria. Il palazzetto era tutto esaurito, ma le vendite dei biglietti per la trasmissione a circuito chiuso erano state deludenti, in parte perché l’evento era stato organizzato in brevissimo tempo ma anche perché gli appassionati non nutrivano grandi aspettative nello sfidante. Ali sapeva che la sua carriera avrebbe potuto interrompersi da un momento all’altro se l’esercito lo avesse costretto ad arruolarsi. Nel frattempo, si ritrovava senza un soldo. Aveva cinquantamila dollari depositati in un fondo fiduciario praticamente impostogli dal Louisville Sponsoring Group, e basta.

E così, fece ciò che gli riusciva meglio. Combatté. Nel corso dei dodici mesi successivi, difese la cintura dei massimi per sei volte. Era dal 1941, quando Joe Louis era all’apice della sua carriera, che un campione non combatteva così spesso.

«Sono un pugile, e gli anni a disposizione di un pugile non sono tanti» disse. «E così resto in movimento, sul pezzo, rimango concentrato. E visto che posso salire sul ring e venirne fuori senza farmi male, penso di poter continuare, di lavorare il doppio rispetto ai pugili che mi hanno preceduto, perché mi richiede meno sforzi». Oppure, per dirla con le parole di Herbert Muhammad: «La Standard Oil non si accontenta di vendere una piccola quantità di petrolio all’anno».676

In quei sei incontri, anche se non sempre si trovò davanti avversari di grande caratura, Ali fu all’altezza delle sue vanterie. Ovviamente, nessuno sapeva che stava vedendo il pugile nel suo periodo d’oro per l’ultima volta.

Il 21 maggio del 1966, davanti ai quarantaseimila spettatori dell’Arsenal Stadium, a Londra, Ali affrontò nuovamente Henry Cooper. Il campione iniziò l’incontro in maniera lenta, danzando per il ring, lasciando partire pugni insignificanti qua e là, come qualcuno infastidito dalla presenza di una mosca in una stanza. Nel quarto round partì finalmente alla carica, e da quel momento in poi colpì l’avversario a suo piacimento. Nel sesto, un suo destro provocò un taglio sopra l’occhio sinistro di Cooper – una ferita che avrebbe richiesto sedici punti di sutura – e a quel punto l’arbitro si intromise per interrompere una sfida senza storia.

Meno di tre mesi più tardi, sempre in Inghilterra, gli ci vollero tre soli round per mettere ko Brian London. In quel match dimostrò di poter salire sul ring e uscirne intatto. Il suo avversario, infatti, riuscì a mandare a bersaglio solo sette colpi.

Per l’incontro successivo, a Francoforte, in Germania, con Karl Mildenberger, Ali viaggiò senza il fratello, che si era appena sposato. Ad accompagnarlo furono invece i suoi genitori. Tre ore dopo il decollo da Chicago, Odessa, l’unica donna della comitiva, svegliò il figlio baciandolo sulla fronte.

«Il mio bambino sta bene?» sussurrò.

«Sì, mamma, sto bene» rispose lui a bassa voce. «Immagino che tu sia nervosa, eh, mamma… a diecimila metri da terra?».

«No, piccolino. Finché è con te, la mamma sta bene».677

Mildenberger era un pugile tenace ed esperto, con un record di quarantanove vittorie, due sconfitte e tre pari. Inoltre era un mancino, un tipo di avversario che aveva creato problemi ad Ali fin da quando era dilettante.

E come previsto, il campione incontrò qualche difficoltà. Non poté ricorrere al jab così spesso come avrebbe desiderato, e quando sferrava i suoi ganci, l’avversario li incassava senza fatica. Solo un quarto dei suoi pugni andava a segno. Di solito, la percentuale era di uno su tre.678 Col passare dei round, la folla degli oltre cinquantamila spettatori del Waldstadion acclamava sempre più lo sfidante, dato come sfavorito a dieci contro uno. Si trattava del primo match in Germania con in palio la corona mondiale dei massimi. Ciononostante, Mildenberger era più una seccatura che una reale minaccia, come un paese in via di sviluppo che tenta di fare la voce grossa con una superpotenza. All’ottava ripresa, Ali sembrò decidere di averne abbastanza e prese il controllo della situazione. Un suo destro fece vacillare le ginocchia del tedesco. A quel punto Ali si limitò a spingerlo al tappeto. Mildenberger si rialzò, ma il campione lo mandò giù di nuovo alla decima. Lo sfidante ormai era una massa di sangue. Infine, alla dodicesima, un altro diretto destro di Ali disorientò il tedesco, ormai indifeso, costringendo l’arbitro a intervenire e a interrompere il match.

Quello a Francoforte fu l’ultimo combattimento di Ali con il Louisville Sponsoring Group. Il 22 ottobre, quando il loro rapporto professionale giunse alla fine, i membri del comitato ricevettero un riepilogo sul loro investimento. Le entrate complessive erano state di 2,37 milioni di dollari, di cui 1,36 milioni finiti nelle tasche di Ali, vale a dire circa il cinquantotto per cento. Tolte le spese, l’utile netto del gruppo ammontava a duecentomila dollari, da dividere per tredici. Dopo aver restituito i prestiti ottenuti e pagato le tasse, al pugile rimanevano più o meno settantacinquemila dollari sul fondo fiduciario.679 Sebbene Ali non avesse risparmiato granché, e nonostante per loro il ritorno economico fosse irrisorio, gli uomini d’affari di Louisville si consideravano soddisfatti. Avevano contribuito a guidare la carriera del giovane atleta fino alla conquista della corona mondiale e a fargli accumulare una bella fortuna. Tra il 1964 e il 1966, Ali aveva incassato oltre 1,2 milioni di dollari. Per dire, il giocatore di baseball più ricco dell’epoca, Willie Mays, prendeva centomila dollari l’anno. Anche tenendo conto dell’inflazione, Ali era per distacco lo sportivo più pagato della storia americana. Purtroppo, aveva bruciato quei soldi rapidamente, e gli restava solo il denaro nel fondo. Nel corso del 1966, a un certo punto si ritrovò addirittura con soli centonove dollari sul conto.680

Secondo Gordon Davidson, il principale obiettivo del Louisville Sponsoring Group era stato quello di aiutare Ali a conquistare la corona mondiale. Non solo avevano gestito la sua carriera e i suoi soldi nel migliore dei modi, ma erano anche rimasti al suo fianco quando aveva aderito alla Nation of Islam. E il pugile aveva apprezzato. Durante un match di esibizione, verso la fine del suo contratto, chiese ai membri del comitato di salire sul ring affinché potesse ringraziarli pubblicamente. A conti fatti, diceva Davidson, quegli uomini avrebbero ripensato con orgoglio al periodo con Ali. Affermò che avevano contribuito a lanciare una delle carriere più importanti della storia sportiva americana, aggiungendo che «abbiamo mostrato ai giovani che possono raggiungere i vertici della boxe senza dover vendere l’anima».681

Prima del match seguente, a soli ventiquattro anni, Ali evocò la possibilità di appendere i guantoni al chiodo. La schiena lo faceva tribolare. Le mani gli facevano male. Dichiarò che il suo imminente avversario, Cleveland «Big Cat» Williams, sarebbe stato anche uno degli ultimi. Questa volta Ali trovò una città degli Stati Uniti disposta a farlo combattere. L’incontro si sarebbe tenuto nel più recente tempio per lo sport d’America, l’Astrodome di Houston, primo stadio al coperto del paese, all’epoca definito l’«ottava meraviglia del mondo». I soldi sarebbero arrivati copiosamente non solo dalla vendita dei biglietti ma, ancora una volta, dalla diffusione televisiva a circuito chiuso in una cinquantina di paesi. In Messico e in Canada sarebbe stato trasmesso in diretta.682 Ali affermò di voler affrontare prima Williams e poi Ernie Terrell, per poi ritirarsi «con un bel gruzzoletto in banca».683

Definì Williams il suo «avversario più pericoloso», e forse un tempo avrebbe anche potuto essere così. Ma due anni prima, Williams era stato ferito allo stomaco da un poliziotto con un proiettile magnum .357, ed era sopravvissuto solo grazie a quattro operazioni. Da allora, non era più stato lo stesso.

Più di 35.000 spettatori riempirono l’Astrodome per l’incontro, il cui svolgimento fu a senso unico. Nel primo round, Ali conquistò punti a piacimento, muovendosi rapidamente sul ring, sferrando jab, ganci e combinazioni di quattro pugni. Nel secondo, il corpulento e pesante avversario si rivelò un bersaglio ancora più semplice. Le mani del campione giravano e fendevano l’aria, descrivendo traiettorie sempre nuove, che finivano repentinamente sul mento di Williams. Uno spettatore che non aveva mai boxato nella sua vita avrebbe potuto pensare che Ali si sentisse a suo agio sul quadrato, come un artista nel momento in cui esprime sé stesso, ma purtroppo per un atleta non funziona così. Il pugilato è una tortura per i nervi. Esige un’attenzione assoluta, un impegno assoluto. Ali lo ripeteva in continuazione: la boxe era un lavoro, non un mezzo per esprimersi. Se si fosse preso del tempo per riflettere su ciò che provava, se avesse lasciato che la sua concentrazione si allentasse, anche solo per una frazione di secondo, avrebbe rischiato di ritrovarsi a terra, a contemplare le luci del soffitto, abbattuto da un singolo pugno. Ali si gustava la propria brillantezza a posteriori, guardando i filmati dei suoi match, ma mai sul ring. Lì era tutto energia, improvvisazione e furia, un guerriero, non un artista.

Con una combinazione sinistro-destro spedì lo sfidante al tappeto. Poi si ripeté. Quando Williams si tirò in piedi per la seconda volta, il sangue gli zampillava da bocca e naso. Ali avanzò, impietoso, e lo spedì giù per la terza volta. Questa volta Williams fu salvato dal gong. Nella maggior parte degli incontri, quando un pugile viene messo giù tre volte nella stessa ripresa un arbitro sancisce il ko, ma quello era un match per il titolo e la regola non valeva. Quando Williams si alzò barcollante dallo sgabello per un nuovo round, il campione crivellò il suo volto con altri colpi. Altro sangue piovigginò sul tappeto e Williams crollò a terra. Il pugile ferito riuscì a rimettersi in piedi a fatica ancora una volta, «coraggiosamente e vanamente» come scrisse «Sports Illustrated», ma Ali infierì con altri fendenti finché l’arbitro fu costretto a fermare la sfida.684

I giornalisti sportivi e gli ex pugili continuavano a criticare il campione per il suo stile poco ortodosso e a mettere in dubbio la sua potenza. «Il problema di Clay è che pensa di sapere tutto» scrisse Joe Louis sulla rivista «Ring». «Non ascolta… Quando ha spazio per muoversi, Clay è un campione, è davvero insidioso. Ma non è capace di battersi alle corde, dove si ritroverebbe se dovesse affrontare me».685 Tuttavia, Ali vinceva, e anche in maniera impressionante. Perfino alcuni attempati veterani della boxe dovettero ammettere che la sua prestazione contro Williams era stata straordinaria. Raramente un pugile aveva inflitto così tanti danni all’avversario subendone così pochi. Nessuno sapeva se era serio quando parlava di ritiro, ma se aveva davvero intenzione di lasciare la boxe, quello era il momento ideale. Era uno degli uomini più belli e meglio pagati del pianeta. Era integro, nonostante praticasse uno sport che distruggeva e inebetiva perfino i suoi atleti migliori. E aveva appena offerto una prova brillante davanti a uno dei pubblici più numerosi per un avvenimento sportivo. Se si fosse fermato allora, sarebbe stato sufficiente per passare alla storia come uno dei migliori pugili di tutti i tempi.

Ma tre mesi dopo combatté di nuovo, ancora una volta nel maestoso Astrodome, contro Ernie Terrell. Prima del match non c’era stata alcuna animosità tra i due avversari. In realtà Ali sembrava apprezzare il rivale, cresciuto in Mississippi. Come lui, quest’ultimo sognava una carriera da cantante e aveva registrato qualche pezzo con un gruppo chiamato Ernie Terrell and the Heavyweights. Entrambi avevano partecipato ai Golden Gloves nella categoria dei mediomassimi e vivevano nel South Side di Chicago, sebbene di recente il campione avesse passato così tanto tempo a Houston che aveva iniziato a definire il Texas casa sua.

Il 28 dicembre del 1966 si ritrovarono a New York per un evento promozionale. Lo sfidante, un uomo alto e snello dalla voce soave, stava spiegando ai reporter che aspettava di affrontare da anni Ali, che continuava a chiamare Cassius Clay. Disse che avevano affrontato e sconfitto quasi gli stessi avversari, tra cui Cleveland Williams, George Chuvalo e Doug Jones. Mentre parecchie commissioni statali della boxe continuavano a considerare Ali il campione dei massimi, al pari della maggior parte degli appassionati, la Wba lo aveva sospeso a causa delle sue opinioni politiche. Per la federazione la cintura apparteneva già a Terrell. Ma quest’ultimo sapeva di dover sconfiggere Ali per poterla rivendicare a pieno titolo.

I pugili erano in una saletta e parlavano con Howard Cosell di Wabc-Tv, lanciandosi delle frecciate come fanno sempre i contendenti per pubblicizzare un incontro, gonfiando il petto e il proprio ego, quando Ali si lamentò: «Perché continui a chiamarmi Cassius Clay, quando Howard Cosell e tutti gli altri mi chiamano Muhammad Ali? Il mio nome è Muhammad Ali, e lo annuncerai lì, in mezzo al ring, alla fine del match, se non lo fai adesso… Ti stai comportando come un vecchio Zio Tom, come un altro Floyd Patterson. Ti punirò!».686

Alle parole «vecchio Zio Tom» Terrell si voltò, si piegò verso l’altro e disse: «Non chiamarmi Zio Tom».

«È ciò che sei. Sta’ lontano da me, Zio Tom!».

I due si urlarono contro, e Ali schiaffeggiò in volto il rivale.

«Continua a girare» sussurrò Cosell al cameraman.

Era evidente che Ali stesse cercando di innervosire l’avversario e promuovere il match, ma stava anche esprimendo una sincera e comprensibile rimostranza. Le persone cambiavano nome di frequente, a volte per nascondere la propria religione e altre per evidenziarla. Era raro che la gente continuasse a chiamare Tony Curtis Bernard Schwartz, Marilyn Monroe Norma Jean Baker o Madre Teresa Anjezë Gonxhe Bojaxhiu. Eppure, tutti i più importanti giornali americani continuavano a chiamare Muhammad Ali Cassius Clay. E anche Sonny Liston e Floyd Patterson lo facevano, così come la gran parte dei tifosi che lo avvicinava per un autografo. Sull’articolo del «New York Times» che riportava il battibecco tra i due pugili, il titolo menzionava Muhammad Ali mentre nel testo si continuava a far riferimento a Cassius Clay. Nel dicembre del 1966, Cosell era uno dei pochi cronisti a chiamarlo con regolarità Ali.

Terrell non aveva nulla dello Zio Tom, e non aveva espresso nessuna obiezione sulla fede del rivale. A differenza di Patterson, non aveva mai dichiarato che la sua religione fosse inferiore a quella cristiana. Anzi, a un altro reporter aveva perfino confessato: «Non ho nulla contro di lui e la sua religione».687 Proseguiva affermando di sapere che Ali stava solo tentando di irritarlo, e forse anche lui stava cercando di fare lo stesso. «Vuole che mi preoccupi di ciò che le persone pensano di me, vuole creare confusione sull’argomento» aveva aggiunto. «Ma farsi distrarre è pericoloso. E dovrò essere ancor più concentrato».

Prima della sfida, Ali promise di castigarlo per aver mancato di rispetto alla sua fede e al suo nuovo nome. «Voglio torturarlo, voglio infliggergli la stessa punizione riservata a Patterson e maltrattarlo. Un semplice ko per lui non è abbastanza».688

E in effetti lo punì, ma non subito. Nei due round iniziali i due pugili si scambiarono colpi in maniera equa, prima che i jab di Ali cominciassero a partire in maniera efficace. Così come era accaduto dopo l’incontro con Patterson, i reporter avrebbero accusato Ali di averla tirata per le lunghe, di aver fatto soffrire Terrell, di avergli prolungato l’agonia quando invece avrebbe potuto finirlo molto prima. A dire il vero, non c’è nulla che avvalori queste teorie. Al settimo round, una sventola del campione fece girare su sé stesso il rivale, che finì alle corde e venne tempestato da una serie rabbiosa di colpi che lo sollevarono da terra con entrambi i piedi, colpi nei quali Ali aveva messo tutta la forza che aveva in corpo, alla chiara ricerca del ko. Seppur malfermo sulle gambe e con entrambi gli occhi sanguinanti, Terrell riuscì comunque a resistere e a replicare, martellando la testa del rivale nell’ultimo minuto del round. Una scena che si ripeté più volte: non appena Ali assumeva il controllo del match, l’altro ribatteva, anche con l’occhio sinistro gonfio e ormai chiuso.

«Qual è il mio nome?» lo irrise Ali durante l’ottava ripresa, prima di una fulminea combinazione sinistro-destro che rendeva retorica la domanda. «Qual è il mio nome?» sputò di nuovo attraverso il paradenti. Terrell chiuse gli occhi vedendo arrivare la combinazione successiva.

Quando la campanella sancì la fine della ripresa, Ali non si diresse verso il suo angolo. Fece invece un passo verso l’avversario, spalancò gli occhi, tese i tendini del collo, abbassò le mani sui fianchi e si piegò verso di lui. Poi abbaiò così tante volte che la sua non sembrava nemmeno più una domanda: «Qual è il mio nome!».

Il match proseguì per altri sette round, ma non per volontà di Ali, che anzi cercò invano di chiuderlo prima. Nella dodicesima ripresa, piantò i piedi a terra e lasciò partire i suoi colpi più pesanti. Ma anche in quel caso Terrell incassò e ribatté. Nel corso dell’incontro, il detentore della cintura sferrò 737 pugni, quasi tutti al volto dell’avversario. Ma il jab di Terrell riuscì a tenerlo a distanza per gran parte del tempo, e lui, con l’aria sfinita, non fu in grado di tirar fuori il colpo che gli permettesse di chiudere la contesa. Aveva anche smesso di schernirlo.

Alla fine del match, dopo che i giudici assegnarono ad Ali la vittoria con decisione unanime, Howard Cosell salì sul ring e gli chiese se, volendolo, avrebbe potuto mettere ko Terrell.

«No, credo di no. Dall’ottavo round in poi mi sono avventato su di lui, ma mi sono accorto che mi stavo stancando».689

Ma ai giornalisti bianchi che coprivano il match, ormai alla perenne ricerca di un motivo qualunque per criticarlo, importava poco. Dissero che Ali non aveva dignità e qualificarono il combattimento come «una disgustosa esibizione di crudeltà calcolata», come se peraltro la boxe dovesse essere altro. Milton Gross dichiarò di anelare quasi il ritorno ai tempi in cui era la mafia a controllare gli incontri. Arthur Daley definì Ali un «uomo malvagio e meschino» e Jimmy Cannon descrisse il trattamento riservato a Terrell «una sorta di linciaggio».690

Ali aveva boxato in maniera splendida, cambiando velocità e direzione come un aquilone, facendo schioccare jab, affondandoli nelle costole del rivale, sfilando via per esaminare i danni inferti, e poi facendo schioccare altri jab, entrando e uscendo senza un ritmo regolare, senza seguire uno schema specifico. Era stato rivoluzionario, come Charlie Parker, con uno stile innato e un virtuosismo che nessun altro sarebbe mai stato in grado di riprodurre. Aveva trasformato la violenza in arte, come nessun massimo prima e dopo di lui.

Il che non significa che fosse in grado di evitare i colpi violenti di un incontro di boxe. Anche in una vittoria relativamente agevole, incassò ottanta pugni al volto e sessanta al corpo da un uomo che misurava un metro e novantotto e pesava novantasei chili, e che non cedette di un millimetro. Torturatore o delinquente, di sicuro uno tosto.

676. Champ in the Jug?, «Sports Illustrated», 10 aprile 1967.

677. Intimate Look at the Champ, «Ebony», novembre 1966.

678. Pugni contati per l’autore da CompuBox Inc.

679. Rendicontazione sull’investimento, Worth Bingham Papers, Louisville Sponsoring Group, 20 ottobre 1966, Filson Historical Society.

680. Estratto conto, Citizens Fidelity Bank and Trust Company, Worth Bingham Papers, 15 maggio 1966, Filson Historical Society.

681. Cassius and His Angels Are Parting Friends, «The Louisville Courier-Journal», 16 ottobre 1966.

683. The Massacre, «Sports Illustrated», 21 novembre 1966.

684. Ibid.

685. Joe Louis, How I Would Have Clobbered Cassius Clay, «The Ring», febbraio 1967.

686. Intervista di Howard Cosell a Muhammad Ali e Ernie Terrell, 28 dicembre 1966, Espn Classic, www.youtube.com.

687. The Left That Was, «Sports Illustrated», 6 febbraio 1967.

688. Cruel Ali with All the Skills, «Sports Illustrated», 13 febbraio 1967.

689. Filmato integrale dell’incontro, www.youtube.com.