Il suo nemico era la solitudine. Lo era sempre stata, ma ora, che non aveva nessuno contro cui boxare, nessun motivo nemmeno per allenarsi, con gli avvocati a occuparsi della sua battaglia contro il governo e senza una folla a reclamarlo, Ali era sempre più annoiato.
Il 18 maggio del 1967 venne fermato dalla polizia di Miami e arrestato per guida senza patente e per non essersi presentato davanti al tribunale per una precedente infrazione del codice della strada.724 Passò dieci minuti dietro le sbarre prima di uscire su cauzione.
Ritornò ben presto a Chicago, e si recò al ristorante Shabazz sulla Settima Strada, dove si servivano la zuppa di fagioli e la torta di fagiolini verdi cucinate seguendo la ricetta di Clara Muhammad, la moglie di Elijah. Dietro al bancone il pugile notò un viso familiare, una diciassettenne di nome Belinda Boyd che aveva già incontrato almeno una volta, durante una visita alla Muhammad University of Islam, e che aveva visto lavorare anche in una panetteria della Nation of Islam. La ragazza indossava un foulard intorno al volto e un lungo vestito che le avvolgeva il corpo. Era stato Herbert Muhammad a consigliargli di andare a trovare la giovane al ristorante, suggerendo che potesse essere una buona moglie.725
Muhammad Ali era l’avvenente principe della Nation of Islam. Nella scuola di Belinda, tutte le ragazze erano innamorate di lui. E lei più di tutte. Il suo amore era «esponenziale», ricordava Safiyya Mohammed-Rahmah, sua compagna di classe e figlia di Herbert Muhammad.726 Proclamava il suo amore da anni. «Sapeva che un giorno lo avrebbe sposato» raccontava Safiyya.
Eppure, le sue ginocchia non tremarono quando il principe entrò nel locale.
«Sai chi sono?» chiese Ali.727
Lei non sorrise né sbatté le palpebre. Era alta e slanciata, ma non gracile. Faceva karate. Mostrò un atteggiamento coraggioso e sicuro di sé. Con la coda dell’occhio aveva visto Ali farsi strada sorridente tra i clienti in attesa e ordinare una zuppa. E quando era arrivato al bancone, lei gli si era rivolta con tono brusco: «E tu la coda non la fai?».
Ali si era gelato, prima di tornare indietro e attendere il suo turno.
Belinda era la figlia di Raymond e Aminah Boyd, di Blue Island, Illinois, un quartiere operaio del South Side di Chicago. Dopo aver completato i suoi studi alla scuola mista di Elijah Muhammad, in quel momento si divideva tra due impieghi, alla panetteria e al ristorante.728 Le piaceva lavorare, avere a che fare con i clienti e mettere da parte soldi per il college. Era vero che aveva una cotta di lunga data per Muhammad Ali, ma era anche vero che si era ingelosita quando era venuta a sapere del matrimonio tra il pugile e Sonji. Quest’ultima era la donna più bella che lei avesse mai visto – una Elizabeth Taylor nera, e Ali era il suo Richard Burton.
Sosteneva che se i due fossero rimasti assieme, si sarebbe accontentata di lavorare duro, aiutare i genitori con la casa e vivere una vita tranquilla e pia, seguendo le vicende del suo principe sulle pagine di «Muhammad Speaks» e in televisione. «Non ero interessata ad avere un ragazzo» avrebbe confidato anni dopo. «E non ero per nulla interessata al matrimonio». Ma in seguito al divorzio di Ali, e dopo aver compiuto diciassette anni nella primavera del 1967, i pensieri di Belinda tornarono all’uomo dei suoi sogni. Diceva che ad attrarla non erano né la sua fama né il suo aspetto avvenente, ma il suo potenziale come musulmano. Per settimane il pugile andò a trovarla sul luogo di lavoro e la tempestò di telefonate. Una sera, mentre lei stava aspettando sotto la pioggia l’autobus per tornare a casa, Ali le offrì un passaggio con la sua affusolata Eldorado color argento.729 Lei rifiutò, dicendo che per una ragazza nubile non era appropriato salire da sola in macchina con un uomo.730 E così Ali seguì in auto l’autobus fino alla Centocinquantesima Strada di Blue Island. Quando Belinda scese, Ali le propose di nuovo un passaggio. Lei rifiutò di nuovo, spiegando che preferiva camminare. A quel punto il pugile accese le quattro frecce e la scortò a passo d’uomo, la testa fuori dal finestrino, chiacchierando con lei per gli ultimi cinque chilometri del suo tragitto.731
Più tardi, quando Ali si palesò alla casa di Blue Island dove Belinda viveva con i genitori, fu come se Sydney Poitier si fosse fermato nel vialetto. I vicini uscirono in strada per ammirarlo. Improvvisamente, una ragazzina di diciassette anni, che non aveva mai viaggiato, con poca istruzione a parte quella offerta dalla Nation of Islam, veniva corteggiata da uno degli uomini più attraenti e famosi del pianeta, un eroe nella vita reale, un uomo più grande che aveva già girato il mondo, che era già stato sposato, e che aveva già incontrato persone importanti. E in più era così alto e bello. In sua presenza, lei si sentiva frastornata, anche se faceva di tutto per non darlo a vedere. Aveva la sensazione che Ali, dietro alle smargiassate, fosse un bambino insicuro che aveva bisogno di essere condotto per mano. E lei sentiva di dovergli mostrare di essere una donna forte.
Belinda era vergine. Durante il corteggiamento, il pugile non le fece mai pressioni riguardo al sesso, nemmeno quando cominciarono a parlare di matrimonio. Un giorno, però, mentre si trovavano a casa di lei, Ali le chiese di poterle vedere le gambe. «Voglio vedere cosa mi sto prendendo» disse.732 Una richiesta che non aveva nulla di minaccioso, e che era poco più che una battuta, ma che non fece ridere la ragazza.
«Non vedrai proprio un bel nulla» replicò. «E non toccherai nulla. Non assaggerai nulla. Non odorerai nulla».
Iniziare una relazione con un uomo come Ali, dalla sessualità intonata al suo ego debordante, non era facile, specie per una ragazza così giovane, ma Belinda non era un tipo che si lasciava convincere facilmente. Ai suoi occhi, il pugile aveva soltanto cominciato ad apprezzare la forza e la bellezza dell’islam. Aveva soltanto cominciato a comportarsi come doveva fare un buon musulmano. «Dovevo plasmarlo» disse la giovane «in modo che potesse essere come mio padre».
La sua amica Safiyya la pensava diversamente. A suo parere, anche Belinda voleva essere plasmata. Sapeva tutto di Ali. Lo citava. Lo imitava. Non praticava la boxe, ma il karate, per lei forse una maniera per assomigliare al campione. Secondo Safiyya «amava così tanto Ali che voleva essere lui».733
Furono sposati il 18 agosto 1967 da un pastore battista, il reverendo Morris H. Tynes, nel corso di una cerimonia celebrata a casa di Ali, all’8500 di South Jeffery Boulevard, Chicago.734 I genitori del boxeur presero l’aereo ma arrivarono in ritardo, in tempo solo per il ricevimento.735 Herbert Muhammad gli fece da testimone.736 Come rimarcato dal «Chicago Defender», curiosamente si trattò di un matrimonio cristiano perché «i musulmani non hanno una cerimonia propria», anche se il reverendo fece più di un riferimento all’islam.
La coppia passò la luna di miele a New York. Il viaggio era un regalo di nozze del ministro Louis X della Nation of Islam, che aveva da poco cambiato il suo nome in Louis Farrakhan.737
Belinda era pazza di gioia, ma stava anche iniziando a comprendere che lei e il suo nuovo marito non avrebbero vissuto come una coppia reale.
Una cosa di cui si rese conto per gradi: «Avevo sposato un uomo senza un lavoro».738
Mentre Ali attendeva il suo processo per renitenza alla leva, le autorità pugilistiche iniziarono a programmare un torneo di incontri trasmessi in televisione per eleggere il nuovo campione dei pesi massimi. Perfino i giornalisti sportivi che avevano sempre denigrato Ali dovettero ammettere che nessuno dei contendenti – Oscar Bonavena, Jimmy Ellis, Leotis Martin, Karl Mildenberger, Floyd Patterson, Jerry Quarry, Thad Spencer e Ernie Terrell – fosse superiore o al livello di Ali. Il vincitore del torneo avrebbe con ogni probabilità affrontato Sonny Liston, la stella in declino, o Joe Frazier, quella in ascesa.
La mediocrità di quella rosa di aspiranti campioni spinse alcuni dirigenti della boxe a chiedersi se non fosse proprio possibile convincere Ali ad assumere un ruolo simbolico nell’esercito degli Stati Uniti. Se avesse accettato di esibirsi in qualche match per i soldati come aveva fatto Joe Louis durante la Seconda guerra mondiale, avrebbe evitato la galera e avrebbe potuto ricominciare a boxare dopo un anno o due. Al contrario, se avesse insistito a opporsi alla leva, con ogni probabilità non sarebbe più salito su un ring.
Il Louisville Sponsoring Group aveva già provato a fargli cambiare idea spiegandogli la montagna di soldi che avrebbe perso. E ora, nella primavera del 1967, Bob Arum, il legale che dirigeva la Main Bout, aveva intenzione di riprovarci. All’epoca, la Main Bout non era che un progetto marginale per Arum, che continuava a esercitare la sua professione a New York. Uno dei soci principali del suo studio, Arthur Krim, era un potente avvocato del mondo dello spettacolo e uno dei consiglieri più influenti del presidente Johnson. «Krim andò a trovare Lyndon Johnson» disse Arum «e fu allora che il presidente propose un accordo… [Ali] non sarebbe dovuto finire in carcere, non avrebbe dovuto indossare una divisa, ma si sarebbe limitato a qualche esibizione nelle basi militari».739 Secondo Arum, se il pugile avesse accettato, sarebbe forse stato autorizzato a continuare a combattere a livello professionistico mentre serviva il proprio paese.
L’avvocato domandò al giocatore di football Jim Brown, uno dei suoi partner nella Main Bout, di aiutarlo a convincere il suo amico Ali.740 Brown organizzò un incontro a cui parteciparono alcuni dei più importanti atleti neri della nazione, tra cui Bill Russell, Lew Alcindor (che in seguito avrebbe cambiato il suo nome in Kareem Abdul-Jabbar), Curtis McClinton (dei Kansas City Chiefs), Bobby Mitchell (Washington Redskins), Sid Williams (Cleveland Browns), Jim Shorter (Redskins), Walter Beach (Browns), Willie Davis (Green Bay Packers), oltre a Carl Stokes, un illustre legale di Cleveland che sarebbe diventato il primo sindaco di colore di una grande città americana. La riunione si svolse a Cleveland, negli uffici della Negro Industrial Economic Union. Anni dopo, quell’evento sarebbe stato descritto da Brown e dalla stampa come un test sulla sincerità di Ali, un’occasione per i suoi colleghi neri di manifestare il loro sostegno alla sua presa di posizione. Dopo aver ascoltato il suo appassionato discorso e averlo messo alla prova con alcune domande scomode, quell’impressionante carrellata di uomini acconsentì di rivolgersi ai media e dare il proprio sostegno. O almeno quella sarebbe stata la versione raccontata anni dopo.
In realtà, più che sui princìpi l’incontro verté soprattutto sui soldi.
Arum, Brown, Herbert Muhammad e gli altri soci della Main Bout Inc. avrebbero perso un’enorme fonte di profitti se Ali non fosse più salito sul ring. La salute economica della società dipendeva dai ricavi della televisione a circuito chiuso, e sembrava improbabile che la gente facesse la fila davanti ai cinema per assistere al match tra Jerry Quarry e Thad Spencer. E comunque, non era scontato che gli altri atleti avrebbero firmato contratti con la Main Bout. Ali era legato al sodalizio per via della sua lealtà a Herbert Muhammad, ed era la sua risorsa più importante, ma non valeva nulla se non combatteva. Arum si augurava che Brown e le altre stelle nere dello sport lo avrebbero convinto a raggiungere un’intesa con le autorità militari e a continuare a boxare, ed era pronto a ricompensarli offrendo loro una quota della società. Promise una sorta di programma di discriminazione costruttiva: gli atleti di colore avrebbero avuto in franchising la gestione della televisione a circuito chiuso di alcuni dei principali mercati del paese. Se Ali fosse stato convinto a tornare sui suoi passi, molti degli uomini presenti all’incontro di Cleveland avrebbero avuto la loro parte.
A detta di Arum era quello il principale obiettivo del raduno: «Convincere Ali ad accettare la proposta perché avrebbe offerto delle opportunità straordinarie agli sportivi neri». Nel 1967, lo stipendio medio di un giocatore professionistico di football era di circa 25.000 dollari, mentre un cestista ne guadagnava in media 20.000. Con gli accordi sulla diffusione a circuito chiuso, alcuni di loro avrebbero raddoppiato e in alcuni casi triplicato i loro introiti annuali, e avrebbero continuato a fare soldi con il franchising anche a fine carriera.
«Ma non potevo essere certo che si sarebbero stretti intorno ad Ali» ammetteva Arum riguardo alla riunione. «All’epoca se ne sbattevano tutti».741
Quando la sera della vigilia dell’incontro Brown si vide con Ali, quest’ultimo lasciò chiaramente intendere che non si sarebbe fatto manipolare.742 Tuttavia, non si sarebbe trovato davanti a un pubblico semplice. Gli uomini ritrovatisi a Cleveland erano risoluti, e diversi di loro anche veterani dell’esercito. Alcuni ritenevano che l’ideologia di Elijah Muhammad fosse razzista e rischiasse di portare a un’apartheid americana. E arrivarono decisi a fare la ramanzina ad Ali, nel caso in cui non fossero stati in grado di fargli cambiare idea.
«La mia prima reazione fu che il suo era un atteggiamento antipatriottico» ricordava Willie Davis, defensive end dei Packers. Dichiarò che aveva intenzione di dire ad Ali che doveva servire nell’esercito perché lo doveva al suo paese.743
Ma quando il pugile entrò nella sala, cambiò tutto. Di solito, quando faceva la sua comparsa poteva contare sulla stazza e la grazia fisica per fare colpo, usandole come faceva col jab, per preparare il potente destro, che in quel caso era la sua personalità debordante. Ma quella volta, quasi tutti i convitati erano alti, forti e sicuri di sé. Tuttavia riuscì a spiccare anche in quell’occasione, soverchiando i presenti con la sua energia e il flusso del suo discorso pronunciato alla velocità della luce. Non riusciva a stare fermo. Interrompeva gli altri per fare battute, e quando toccò a lui parlare, si mise a camminare con passo rapido e aria decisa, come un predicatore lungo le navate della sua chiesa, stabilendo un contatto visivo con gli interlocutori che chiamava per nome e trasmettendo a ognuno l’impressione che si stesse rivolgendo personalmente a lui. Di fronte a domande difficili, non si mise mai sulla difensiva. Argomentò in maniera appassionata, esibendo padronanza e umorismo, chiaramente a suo agio nel dibattito.
«Beh, so cosa devo fare» dichiarò. «Il mio destino è nelle mani di Allah, e Allah si prenderà cura di me. Se oggi esco da questa stanza e vengo ucciso, sarà stata la volontà di Allah e la accetterò. Non sono preoccupato. Nei primi insegnamenti che ho ricevuto, mi è stato detto che saremo tutti messi alla prova da Allah. E questa potrebbe essere la mia, di prova».744
John Wooten confermava che quella era una riunione in cui si sarebbe dovuto parlare di affari, e non di etica.745 Ma, a detta sua, allo stesso tempo tutti volevano conoscere i motivi per cui il pugile stesse rifiutando la leva.
Curtis McClinton, halfback dei Kansas City Chiefs, all’epoca era un riservista dell’esercito americano. Disse ad Ali che per quanto rispettasse la sua religione, doveva anche ricordarsi della sua nazionalità. «Ehi, amico, non dovrai fare altro che indossare una divisa e andartene in giro a combattere dei match per le basi del paese… La tua presenza motiverà i soldati… mostrandogli il nostro riconoscimento e il nostro rispetto». Ali parve riflettere, come se potesse percepire il valore del suo arruolamento. «In lui c’era un enorme conflitto» spiegava McClinton, che paragonava il pugile a un bambino sul punto di diventare adulto, che realizza di trovarsi di fronte a una decisione che può cambiargli la vita e che non tutto è bianco o nero. «L’intera questione della sua transizione all’islam, tutto quello doveva essere steso e cucinato come una buona torta. Conosceva gli ingredienti. Ma cos’era realmente?».746 A detta di McClinton, le frequenti risate del pugile durante la riunione erano un sintomo della sua incertezza. «Se lo conoscevi, sapevi che era un modo per gestire la situazione e andare avanti».
Bill Russell era affascinato dalla presa di posizione di Ali.747 Secondo il cestista dei Celtics, per lui sarebbe stato facile arrivare a un compromesso. Avrebbe potuto conservare la sua fede limitandosi a minimizzarla in pubblico. Avrebbe potuto persuadere sé stesso e gli altri che non sarebbe stato di alcuna utilità alla Nation of Islam o al movimento per il Black Power se fosse finito dietro le sbarre. Per Russell, tutti i presenti a Cleveland sarebbero stati disposti ad aiutarlo se avesse cambiato idea e cercato un compromesso. Erano pronti a dichiarare di aver convinto il pugile a trovare un accordo con il governo che gli permettesse di continuare a combattere – sul ring e per la sua gente. Erano pronti ad accettare la loro dose di critiche dalla comunità nera se Ali fosse stato attaccato per il cambio di rotta. Ma Russell aggiunse anche che nel corso di tutto l’incontro fu chiaro che il boxeur non avrebbe cercato alcun compromesso.
«Tre, quattro, cinque ore. Non so quanto tempo restammo rinchiusi in quella stanza» ricordava Jim Brown. «Ognuno ebbe la possibilità di rivolgergli le più svariate domande. Alla fine, tutti compresero che la sua presa di posizione era davvero fondata sulla fede, e per questo lo avrebbero appoggiato».748
Brown guidò il gruppo verso una conferenza stampa. Ali, Brown, Russell e Lew Alcindor si sedettero a un lungo tavolo, gli altri in piedi alle loro spalle.
«Non c’è nulla di nuovo da dire» annunciò il pugile, forse rendendosi conto che i giornalisti si aspettavano un suo passo indietro.749
«Abbiamo ascoltato le sue opinioni e adesso siamo certi della sua assoluta sincerità» dichiarò Brown.750
In un articolo scritto per «Sports Illustrated» poco dopo la riunione, Russell disse di invidiare Ali: «Ha qualcosa che non sono mai riuscito a raggiungere, qualcosa che ben poche persone possiedono. Ha una fede assoluta e genuina… Non sono preoccupato per Muhammad Ali. È attrezzato meglio di chiunque di mia conoscenza per affrontare le prove che lo aspettano. Sono gli altri tra noi a preoccuparmi».751
Due settimane più tardi, a una giuria composta da soli bianchi bastarono appena venti minuti per dichiararlo colpevole di renitenza alla leva.752 Il giudice Joe Ingraham si pronunciò per la pena massima: cinque anni di carcere e una multa di diecimila dollari. Ali sarebbe rimasto libero mentre i suoi avvocati ricorrevano in appello contro la sentenza, ma il suo passaporto venne confiscato come condizione del suo rilascio su cauzione. La severa condanna mirava senza dubbio a inviare un messaggio a tutti quelli, sempre più numerosi, che stavano considerando di rifiutare l’arruolamento. Il giorno della condanna, il Congresso votò con una maggioranza schiacciante la decisione di prolungare di quattro anni la mobilitazione. Un altro voto, ispirato dalle dimostrazioni pacifiste, rese la profanazione della bandiera a stelle strisce un reato federale.
Le autorità pugilistiche avevano già spogliato Ali del titolo. E ora che doveva affrontare una punizione ancora più grave, i giornalisti bianchi lo attaccarono di nuovo, definendolo un codardo e un traditore e chiedendosi perché non fosse più grato per tutto ciò che l’America aveva fatto per lui, consentendogli (come se avesse avuto bisogno di un permesso) di elevarsi dal suo ambiente modesto e trasformarsi in uno degli uomini più celebri del suo tempo, con la possibilità di essere un eroe per la sua gente e un esempio per i giovani.
Talvolta i giornalisti neri diedero maggior prova di imparzialità. Mentre alcuni di loro lo accusavano di deludere il suo paese, altri affermavano che fosse vittima di discriminazione, che il governo lo avesse preso di mira a causa della sua religione e della sua razza. «Clay dovrebbe prestare servizio nell’esercito come qualunque altro giovane» scrisse James Hicks sul «Louisville Courier-Journal». «Cosa c’è di meglio dell’esercito degli Stati Uniti per rimettere al proprio posto un giovane negro arrogante?».753 Fino ad allora Ali era stato visto come un grande atleta e un ribelle con strani gusti in materia di religione; adesso, almeno agli occhi di alcuni, era un martire, una vittima del razzismo che lottava contro l’eccessivo potere americano, un combattente per qualcosa di più grande dei soldi o delle cinture iridate.
Tre giorni dopo la sua condanna, Ali salì su un bidone della spazzatura e si rivolse a un gruppo di dimostranti pacifisti di Los Angeles. «Sono con voi. Sono al cento per cento con qualunque cosa possa servire per la pace e per fermare i morti. Non sono un leader. Non sono qui per darvi consigli. Ma vi esorto a esprimervi e a fermare questa guerra».754 Poco dopo che se ne fu andato, la polizia assaltò i manifestanti. La sera, quando il pugile vide in televisione gli scontri seguiti alla sua partenza, giurò che non avrebbe più partecipato a nessun raduno.
La frequenza sempre più elevata di raduni pacifisti mandava su tutte le furie il direttore dell’Fbi, J. Edgar Hoover, che utilizzò il Counter Intelligence Program (Cointelpro) nel tentativo di neutralizzare il crescente numero di attivisti neri che, come Ali e Martin Luther King, sembravano allargare la portata delle loro proteste. Secondo Charlotte Waddell, una cugina del pugile che per un breve periodo visse nel suo seminterrato, gli agenti federali spiavano Ali e a un certo punto la avvicinarono chiedendole di aiutarli a raccogliere informazioni su di lui e la Nation of Islam. Lei affermava di essersi rifiutata.755
Hoover poteva anche essere paranoico, razzista e avere comportamenti autoritari, ma probabilmente aveva anche le sue ragioni per preoccuparsi: da quando personaggi del calibro di Ali e King avevano messo in dubbio i motivi della guerra in Vietnam, sempre più americani si interrogavano sulla necessità di quella campagna militare, chiedendosi perché dovessero mandare i propri figli a combattere e morire in un conflitto che non capivano appieno. Secondo l’attivista per i diritti civili Julian Bond, il gesto del pugile di rifiutare l’arruolamento ebbe una grande eco. «La gente ne parlava all’angolo delle strade» disse Bond allo scrittore Dave Zirin. «Era sulla bocca di tutti. Persone – bianche e nere – che non avevano mai pensato alla guerra iniziarono a farlo grazie a lui. Le ripercussioni furono enormi».756 Certo, non fu solo a causa della presa di posizione del pugile che la gente cominciò a prendere le distanze dal conflitto. I giornalisti della carta stampata e della televisione di stanza nel paese del Sud-Est asiatico raccontavano gli orrori e l’inutilità degli scontri. Nel contempo, un numero crescente di giovani veniva chiamato a prestare servizio nell’esercito. Le domande a quel punto erano inevitabili: perché l’America era disposta a sacrificare così tante vite per il Vietnam? Perché il numero di vittime afroamericane era così sproporzionato? Perché così tanti giovani bianchi benestanti evitavano la leva iscrivendosi all’università o assumendo degli avvocati che scovassero dei cavilli che permettessero loro di sfuggire all’arruolamento mentre i più poveri non avevano vie di fuga? E, come domandava un volantino distribuito dalla Students Democratic Society, «che America è quella che risponde alla povertà e all’oppressione in Vietnam con napalm e defoliazione? Che America è quella che risponde alla povertà e all’oppressione in Mississippi con il silenzio?».757
A Newark, i delegati riuniti per il primo congresso nazionale sul Black Power esortarono gli sportivi neri a boicottare le Olimpiadi e ogni evento sportivo fino a quando Muhammad Ali non si fosse visto restituire la cintura di campione.758 «Dobbiamo boicottare tutti gli incontri di boxe, tutti gli sponsor, su scala nazionale» dichiarò Dick Gregory all’assemblea. «Ovunque si svolgano i combattimenti. Solo questo li costringerà a restituirgli il titolo». I delegati, molti dei quali con indosso abiti africani, votarono anche per il boicottaggio delle pubblicazioni nere che accettavano di pubblicizzare piastre per capelli e creme sbiancanti.
«Freedomways», destinato a lettori afroamericani, fu uno dei pochi periodici a riconoscere subito il senso della nuova battaglia di Ali, scrivendo in un editoriale: «Il caso del signor Ali solleva questioni di cruciale importanza per tutto il paese, e in particolare per i ventidue milioni di americani con discendenze africane. A prescindere da qualsiasi considerazione sulla lampante immoralità della guerra in Vietnam contro cui Ali sta protestando insieme a milioni di altri americani. Tralasciando anche qualunque considerazione sul suo diritto, garantito dalla costituzione, di seguire la sua fede religiosa secondo la propria coscienza. Non pretendiamo nessun privilegio speciale per i neri americani, ciò che contestiamo è il diritto morale di questa nazione, in base alla sua storia, di esigere che un nero debba indossare una divisa militare, da un momento all’altro, per andare a rischiare la propria pelle a migliaia di chilometri da casa per una società che lo opprime da sempre».759
Prima di morire, in una delle sue ultime poesie, Langston Hughes rifletteva sulla reazione razzista bianca al movimento per i diritti civili e alle crescenti critiche dei neri alla guerra in Vietnam. Il testo di Backlash Blues, scritto da Hughes, diceva che l’America dava ai neri case e scuole di seconda classe. E chiedeva:
Pensate che la gente di colore
sia fatta da imbecilli di seconda classe?760
724. Memorandum dell’Fbi, 14 giugno 1967, Fbi Vault.
725. Khalilah Camacho-Ali, memoir non pubblicato, s.d., per gentile concessione di Khalilah Camacho-Ali.
726. Intervista dell’autore a Safiyya Mohammed-Rahmah, 6 agosto 2015.
727. Ibid.
728. Intervista dell’autore a Khalilah Camacho-Ali, 28 marzo 2016.
729. Khalilah Camacho-Ali, memoir non pubblicato, cit.
730. Intervista dell’autore a Khalilah Camacho-Ali, 21 novembre 2014.
731. Khalilah Camacho-Ali, memoir non pubblicato, cit.
732. Intervista dell’autore a Khalilah Camacho-Ali, primo marzo 2016.
733. Intervista dell’autore a Safiyya Mohammed-Rahmah, 6 agosto 2015.
734. Muhammad and Belinda’s Wedding Cloaked in Secret Maneuvering, «The Chicago Defender», 23 agosto 1967.
735. Cassius Takes Bride in Chicago Ceremony, «The Atlanta Journal-Constitution», 19 agosto 1967.
736. Nuptials for Muhammad Ali, «The Chicago Defender», 21 agosto 1967.
737. Intervista dell’autore a Khalilah Camacho-Ali, 27 marzo 2016.
738. Ibid.
739. Intervista dell’autore a Bob Arum, 22 giugno 2016.
740. Intervista dell’autore a Bob Arum, 17 novembre 2015.
741. Ibid.
742. Intervista dell’autore a Jim Brown, 25 giugno 2014.
743. Intervista dell’autore a Willie Davis, 19 novembre 2015.
744. I’m Not Worried about Ali, «Sports Illustrated», 19 giugno 1967.
745. Intervista dell’autore a John Wooten, 19 novembre 2015.
746. Intervista dell’autore a Curtis McClinton, 19 novembre 2015.
747. I’m Not Worried about Ali, art. cit.
748. Intervista dell’autore con Jim Brown, 25 giugno 2014.
749. Clay Won’t Reconsider, «The Kokomo (IN) Morning Times», 5 giugno 1967.
750. Ibid.
751. I’m Not Worried about Ali, art. cit.
752. Clay Guilty in Draft Case; Gets Five Years in Prison, «The New York Times», 21 giugno 1967.
753. Bingham e Wallace, op. cit., p. 162.
754. Ibid., p. 179
755. Intervista dell’autore a Charlotte Waddell, 2 ottobre 2015.
756. Dave Zirin, What’s My Name, Fool? Sports and Resistance in the United States, Haymarket Books, Chicago, 2005, p. 67.
757. Mike Marqusee, Redemption Song: Muhammad Ali and the Spirit of the Sixties, Verso Books, London, 1999, p. 165.
758. Boycott of Sports by Negroes Asked, «The New York Times», 24 luglio 1967.
759. Muhammad Ali — The Measure of a Man, «Freedomways», primavera 1967.
760. Backlash Blues, interpretata da Nina Simone, www.youtube.com.