Capitolo 6

 

 

Il tocco di Ennio sulle braccia nude la fece trasalire, strappandola alle memorie di quella brutta avventura vissuta da bambina. Non era mai riuscita a ricordare come avesse fatto ad uscire da quella cantina. Il buio aveva cancellato tutto fino all'indomani, quando si era svegliata nel suo letto portandosi dietro la sua fobia per gli insetti ed i luoghi bui e stretti. 

«Hei...», le fece, sentendola rabbrividire mentre si avvicinava da dietro per cingerla in un abbraccio. «Va tutto bene? Dov'eri coi pensieri?»

Lei respirò, scoprendosi agitata e col battito accelerato. Fu grata al sole di quel pomeriggio d'estate che le scaldava la pelle e ricacciava indietro nel tempo il freddo e il buio di quel novembre di sedici anni prima. 

«Sì», mormorò. «Va tutto bene. Qui le libellule sono grandi come elicotteri...», disse distrattamente.

«Bellissime, quasi poetiche da adulte, ma da giovani sono dei predatori temibili», si lasciò sfuggire Ennio. Si morse la lingua quando Ada si voltò per guardarlo con una smorfia. 

Va bene il mare, il sole, lo sport e la vita all'aria aperta... gli aveva detto una volta. Ma gli insetti non voglio neanche sentirli nominare.

«Scusami, non volevo», mormorò lui, baciandole la punta del naso. Poi la prese per una mano, portandola verso la riva, dove un albero di salice piangente si agitava pigramente cullato dalla brezza leggera. «Volevo che vedessi questo posto, non è bello?»

«Sì», fece lei rigida dopo qualche istante. Poi parve rilassarsi, si avvicinò a lui e l'abbracciò. «Scusami», disse. «Sono solo un po' stanca.»

«Hei, voi due!», gridò Giovanni. «Venite a fare una foto di gruppo, ora la luce è perfetta!»