Elena e Giovanni stavano percorrendo una scalinata marmorea che portava al primo piano della dimora. Lui cercò il contatto, prendendola per mano, ma lei si liberò, per poi stringersi nelle braccia.
A differenza di Ennio e Ada, che erano una coppia collaudata, per loro due era la prima estate insieme. Il loro rapporto forse era fondato più che altro sulla reciproca attrazione sessuale, e molte sfumature dei relativi caratteri erano ancora un mistero per entrambi. Giovanni tuttavia capì che lei era turbata. Aveva imparato qualcosa riguardo i segnali del corpo, guardando qualche puntata di una serie tv in cui un tizio sembrava in grado di leggere nella mente altrui semplicemente osservandone il comportamento. Giovanni non era sicuramente un esperto in questo, ma ricordava che le braccia conserte sono un segnale di chiusura. Elena non è che avesse proprio le braccia incrociate, ma comunque si era fatta improvvisamente pensierosa, distante.
«Va tutto bene?», le chiese.
Lei salì un altro paio di gradini, come sovrappensiero.
«Elena?!?», esclamò lui, alzando un po' la voce, come per destarla dai suoi pensieri.
Lei si voltò.
«Stai bene?», domandò Giovanni. «Mi sembri... pensierosa.»
Lei fece ancora quella smorfia con la bocca, che le disegnava una fossetta adorabile ai lati. «Non lo so, questo posto sembra si sia fatto tutto a un tratto più freddo. E poi...»
«Poi?», la incitò lui.
«E poi niente. Questa casa è strana. Mi sembra cupa, opprimente, so che potrà sembrarti stupido ma mi sento come... osservata. Ecco, l'ho detto.»
Lui soffocò un accesso di ilarità nel sentire quelle parole. Era consapevole del fatto che, ridere quando qualcuno ti esterna una debolezza o una paura, il più delle volte non è una scelta azzeccata. Men che meno con Elena, che sembrava avere un umore altalenante, ed era quel tipo di persona con la quale una parola è poca, e due sono molte , come usava spesso ricordargli suo nonno.
Scelse un approccio diplomatico.
«È vero», disse. «Anch'io mi sento un po' a disagio qui. Nell'arco di poche ore siamo passati da un mondo pieno di gente che si divertiva, a questa specie di cimitero dimenticato da Dio. Dovremmo fare qualcosa per ravvivare questo posto.»
Elena sorrise. «Non farti sentire da Maria a nominare Dio per niente, altrimenti attacca con la solita solfa.»
«Accidenti, hai ragione. Hai fatto bene a ricordarmelo. È una strana tipa quella...»
Lui appoggiò un braccio sulla spalla di lei, tirandola a sé con gentilezza. Le accarezzò le braccia per riscaldarle mentre percorrevano gli ultimi due gradini. Elena aveva la pelle d'oca.
Al piano superiore si ritrovarono in un piccolo corridoio su cui si affacciavano due porte chiuse. Più avanti il percorso svoltava ad angolo retto verso sinistra.
«Coraggio, vediamo se troviamo qualcosa di interessante che non sia un vampiro», scherzò Giovanni.
«Hai paura che ti morda sul collo?»
«Soltanto se è un vampiro maschio», replicò lui. Elena lo pungolo con un gomito nelle costole.
Si avvicinarono alla prima porta, che si apriva alla loro sinistra. Giovanni tese la mano verso la maniglia.
«Chiusa a chiave. Iniziamo bene...», esclamò lui dopo aver provato inutilmente ad aprirla.
Scoprirono che la seconda porta dava accesso ad un bugigattolo di appena due metri per tre, nel quale si trovavano un paio di scaffalature in legno su cui giacevano delle vecchie confezioni di detersivo con le etichette arricciate, un barattolo di pasta lava-mani chiuso male, bottiglie vuote turate con un tappo di carta appallottolata, pezzuole contorte ammonticchiate alla rinfusa. A dei ganci erano appese un paio di vecchie racchette ammazza-mosche, erano di plastica, con l'impugnatura fatta di fil di ferro. In uno degli angoli liberi tra le scaffalature erano addossate due o tre scope, di cui una col manico spezzato ed un tira acqua. Nell'angolo opposto c'era una scala di alluminio ripiegata su se stessa. Per terra un paio di secchi il cui azzurro originale era sbiadito al punto da divenire quasi bianco sui bordi.
«Mmm... ti interessa metter su un'impresa di pulizie?», chiese lui, illuminando l'interno della stanzetta col telefono.
«Con questa robaccia? Ma anche no!», rispose lei secca.
Richiusero la porta e si spostarono più avanti.
Oltre l'angolo ad elle, il corridoio continuava. Altre stanze si affacciavano ad intervalli regolari.
«Non mi piace questa casa, sembra un albergo abbandonato», si lagnò Elena.
«Così ci metteremo una vita a controllarle tutte...», constatò lui. «Facciamo così, tu sbircia in quella a sinistra, io controllo sull'altro lato.»
«Okay, ma non allontanarti.»
Elena si mosse verso la porta, che si trovava qualche metro più avanti. L'aprì piano, come attenta a non fare rumore. Sentì Giovanni armeggiare con la maniglia della porta alle sue spalle.
Lei mosse un passo oltre la soglia, entrò. L'interno era buio e l'aria era appesantita da un sentore di umido molto forte.
Che puzza...
Elena sollevò il telefono per illuminare meglio la stanza.
Mio Dio cos'è questo orrore?
Giovanni aveva impiegato un po' ad aprire la porta toccata a lui, qualcosa sembrava bloccarla da dietro, e aveva ceduto con un cigolio irritante quando lui aveva spinto con maggior forza. C'era terra sul pavimento, e forse qualche pietruzza era capitata sotto la porta, ostacolandone l'apertura.
Aveva appena messo un piede oltre la soglia e sollevato il telefono per illuminare l'interno, quando sentì Elena urlare.