Giovanni fece immediatamente dietro front quando fu raggiunto dal grido di Elena.
«Elena!»
La porta in cui era entrata la ragazza era chiusa. Lui si fece avanti provò ad aprirla ma sembrava bloccata.
«Elena!», gridò ancora.
Diede una spallata. La porta era solida e rispose appena con un brontolio che sapeva di legno.
Cristo...
«Elena, resisti!»
Provò ancora a sfondare la porta, senza risultato. La scura superficie non ne voleva sapere di cedere.
Il ragazzo respirò a fondo un paio di volte, si preparò a dare una terza spallata, più forte.
In quel momento udì il rumore di una serratura che si sblocca.
La porta si aprì da sé, solo uno spiraglio oltre il quale era buio pesto. Un leggero fruscio, unito a quello che sembrava uno scalpiccio attutito filtrò dall'interno.
«Elena?!?»
Giovanni si fece avanti guardingo, aprì piano, entrò, preoccupato di quanto avrebbe potuto trovare.
Sollevò il cellulare, per illuminare l'ambiente con la torcia. Sentì la porta richiudersi lentamente alle sue spalle, con un cigolio prolungato.
Intravide dei mobili, cassapanche addossate alla parete.
Il silenzio ora era pressoché totale, rotto appena dal suo respiro affannato.
«Elena?!?», disse piano.
La luce della torcia illuminava il pavimento per un paio di metri dinanzi a lui. Oltre si estendeva un'oscurità pesante, densa come catrame. Ragnatele pesanti e dimenticate pendevano dal soffitto e dai numerosi lampadari come teli stracciati.
Udì un fruscio, verso sinistra.
Si voltò di scatto sollevando il telefono per illuminare.
Qualcosa di verdastro, a mezz'aria, riflesse la luce per una frazione di secondo.
Poi si abbatté sulla sua faccia.