Capitolo 16

 

 

Maria si era allontanata dalla casa, percorrendo uno dei sentieri lastricati che l'aveva condotta in una zona dove cresceva un agrumeto. Il sole era tramontato, non restava molta luce, e lei aveva lasciato il suo cellulare nella borsa su un divanetto all'interno della casa. Non che le sarebbe servito a molto, visto che non era uno smartphone con torcia led, ma uno di quei telefoni flip-down di vecchia generazione. Gli alberi non erano stati curati né potati per chissà quanto tempo. I primi due a cui si avvicinò, facendosi strada nell'erba incolta, non avevano frutti, e se anche c'erano non le riuscì di trovarli. Erano malati di fumaggine, una piaga che ricopriva le foglie di una patina nera e appiccicosa. Lo capì al tatto, e ritirò la mano perché sapeva che quella schifezza attirava quantità industriali di mosche e vespe.

Borbottò com'era suo solito, e si portò verso un altro albero. Questo era cresciuto in modo strano. Forse per una bizzarria della natura, forse chi l'aveva potato in passato aveva voluto dargli quella forma, ma di fatto sembrava una croce, e Maria ne fu attratta come una mosca è attirata dal miele. Si fermò davanti ad esso, e la sua mente e il suo cuore si portarono in modo del tutto naturale nel suo tempio interiore, un luogo speciale dentro di sé, in cui percepiva la presenza di Dio e l'amore del Cristo e della Vergine. A volte chiudeva gli occhi e le sembrava di essere trasportata lì, quasi fisicamente. Vedeva dei bianchi muri, come di una chiesetta di campagna, piccole finestre attraverso le quali scorgeva campi di grano maturi e il mare in lontananza, ed una panca di legno su cui sedeva a riflettere durante le sue meditazioni. Arrivava a percepire l'odore di incenso profumato e quel sentore di puro, di superiore, di eterno. 

Recitò in silenzio un Padre Nostro, grata a Dio perché anche in quella giornata scomoda le ricordava che in fondo non era sola. E lo faceva per tramite di quell'umile albero cresciuto nella forma di una croce in una campagna incolta e senza nome. Stese la mano per accarezzarne il tronco, e in quel momento intravide dei grossi frutti che erano cresciuti a formare un pesante grappolo. Erano limoni, li riconobbe dalla forma allungata. Spezzò il rametto, ringraziando in cuor suo la generosità del Creatore, si segnò, e fece dietro front per tornare verso la casa, ancora una volta piena di quella specie di entusiasmo e di stato di grazia che solo nella fede riusciva a evocare.

Compì appena pochi passi quando ebbe la sensazione di una mano gelida e gigantesca, che spazzò via d'un colpo tutto quanto aveva percepito qualche istante prima.

Poco più avanti, al centro del sentiero, si ergeva la sagoma silenziosa di un grosso cane.

Era fermo, immobile, quasi una specie di ombra solida.

Per lunghissimi istanti Maria non osò nemmeno respirare, il tempo era scandito dai battiti del suo cuore che suonavano un triste tamtam nelle sue tempie. 

Deglutì, avvertendo improvvisamente freddo. Le venne la pelle d'oca quando brividi freddi le corsero giù per la schiena, scuotendola come una scossa elettrica.

Che faccio ora?

Non avere paura, Lui ti aiuterà...

Lo fa sempre...

Cercò di farsi coraggio. Provò a chiamare l'animale, si diede della stupida quando si rese conto di aver fatto il verso che normalmente si usa con i gatti. 

Riprovò.

«Buono, bello...», provò a fischiare piano, ma aveva la bocca completamente secca, e non le venne più di un sibilo moscio.

Il cane restò immobile.

Non funziona...

Alzò lo sguardo verso la casa, ora le appariva immensamente lontana.

Forse, se lancio uno dei limoni nell'erba correrà a raccoglierlo...

Stando attenta a non fare movimenti bruschi che avrebbero potuto scatenare l'animale, staccò uno dei frutti dal mucchio che reggeva in grembo, con un movimento nervoso lo lanciò nell'erba. Lo sentì atterrare con un tonfo. Sperò che potesse funzionare, ma restò delusa.

Il cane drizzò le orecchie ma non si mosse.