Capitolo 21

 

 

Avvenne tutto troppo in fretta per pensare.

Un rumore brusco.  

Qualcosa che soffiava minacciosamente, fintò a destra, poi si precipitò verso di lui passando tra le sue gambe.

Ennio ebbe appena il tempo di voltarsi per vedere la sagoma confusa di un grosso gatto dalla coda gonfia che guadagnava l'uscita.

«Ah!», sentì gridare Ada. «Ma che cavolo... Ennio!»

Accennò un sorriso quando la vide affacciarsi sulla soglia. Lo spavento aveva avuto la meglio sulla sua proverbiale paura degli insetti e dei luoghi bui. Le fece un cenno con la luce del cellulare.

Lei entrò misurando i passi, come se stesse camminando su un campo minato. L'ultimo metro lo percorse accelerando.

«Che combini?», gli chiese. «È uscito un gattone, come un indemoniato...»

Lui la baciò sulla fronte. L'odore della pelle di lei sapeva di focolare, di vivo.

«Quel gatto ha preso alla sprovvista anche me, questa dev'essere la sua tana.»

Ennio si girò per illuminare uno dei macchinari. Aveva una forma a colonna, con due piccoli portelli sul lato anteriore.

«È questo il generatore?», chiese lei.

«No, fece lui. Questo è un bruciatore. Lo stavo osservando, sai... mia nonna ne aveva uno uguale. C'era questo enorme silo di alluminio, sotto una tettoia di eternit, in cui mettevano il gasolio, e in cantina aveva il bruciatore, proprio come questo.»

«Pensi di riuscire a farlo funzionare?»

«Altroché, ho ancora davanti agli occhi l'immagine di mia nonna che mi mostra come si fa. Sai, è incredibile come certi ricordi rimangano impressi per sempre... Devi prima controllare che ci sia nafta , diceva, e mi indicava questa lancetta, vedi? Poi premi questo bottone... E io lo premevo, o almeno ci provavo. Ricordo che era di gomma rossa, ma era durissimo, e il mio pollice si piegava. Mentre il suo, con quelle unghie lunghe, scheggiate e sporche, da vera massaia di una volta, non faceva una piega. Quando vedi che la lancetta della pressione è arrivata a uno punto due apri lo sportellino giri questa valvola e accendi quel fornello, così, guarda ma non avvicinarti troppo... »

Ennio tacque per qualche istante, come rapito dai ricordi.

«Hei...», fece lei abbracciandolo.  

«Ci fu una volta...», Ennio accennò un sorriso, «...lei accese il fuoco... Un attimo prima c'era soltanto un portello aperto e l'attimo dopo quella finestrella mi sembrò affacciarsi sull'inferno. Le fiamme erano violente e facevano un rumore che mi terrorizzò al punto che gridai e corsi via. Passarono anni prima che tornassi laggiù, in quella cantina. Magari potessi farlo ora.»

«Vuoi che l'accenda io?»

«No, va tutto bene. Non sono più un bambino, e comunque questo non è quello che cerchiamo: serve per il riscaldamento, ma siamo in agosto e fa fin troppo caldo. No, no...»

Ennio si spostò poco oltre, verso l'altro macchinario.

«È questo», disse, mentre si chinava a controllare lo stato del generatore. Grattò via una patina di sporco che copriva un piccolo oblò con una lancetta che mostrava il livello di nafta nel serbatoio. «Non è molta, sembra pieno appena per un terzo, sempre che lo strumento funzioni ancora...»

Girò una grossa leva e azionò un paio di interruttori, quindi afferrò una manopola.

«Spostati per favore», disse ad Ada.  

«Pensi che possa esplodere?», domandò la ragazza.

«Mi auguro proprio di no, il rischio più probabile è di prendersi una gomitata nei denti per errore...»

Lei si tirò indietro, poi comprese.

Ennio tirò indietro la manopola, collegata ad un cavo per l'avvio manuale.

Il generatore emise un borbottio, tossì, ma non si accese.

«Figurati», commentò lui mentre riprovava. «Quando sono spenti da chissà quanto tempo è difficile che si accendano... Speriamo non si spezzi la cordicella.»

Provò ancora e ancora, senza risultato. La macchina non sembrava intenzionata a voler rimanere accesa a lungo.

«Vuoi che provi io?», chiese Ada.

«Non cambia nulla, un braccio è un braccio», rispose lui. Gocce di sudore gli imperlavano la fronte e riflettevano la luce della torcia nelle mani della ragazza.

Dopo altri tentativi, Ennio si lasciò andare ad un'imprecazione.

«Senti... non voglio fare la saputella ma...»

«Ma?»

«Mia madre aveva una vecchia Panda una volta, e non partiva mai se non si chiudeva l'aria. Non è che anche qui...»

Lui non le diede il tempo di finire la frase.

«Sei un genio», le disse mentre si chinava nuovamente verso il generatore. «Ecco, fai luce qui...»

Ennio mosse con cautela una levetta. L'ultima cosa che avrebbe voluto era spezzare un pezzo di plastica deteriorato dal tempo. Fece per riprovare, ma Ada lo bloccò.

«Eh no, tocca a me adesso», fece, con la sua voce allegra che sapeva di primavera e a cui Ennio non sapeva resistere.

«È tutto tuo, passami la torcia», rispose lui facendosi da parte. Per un istante si chiese dove fosse finita la proverbiale paura di lei per i posti bui e sporchi. Decise che era meglio non ricordarglielo.

Ada afferrò la manopola, si puntellò sulle gambe, quasi fosse un battitore di baseball in attesa del lancio. Tirò indietro la manopola.

Il generatore tossì, andò per qualche secondo, rallentò, fu sul punto di spegnersi.

«Forza, dai!», lo incitò lei.

E quasi come sedotto anche lui dalla voce di Ada, il generatore riprese ritmo, sempre più deciso, fin quando il suo borbottio non divenne un ronzio regolare. Una lampadina si accese poco dietro di loro, illuminando l'interno del capanno con una luce che sembrava malaticcia.

«Visto?», rivolse ad Ennio un'espressione di trionfo.

«D'accordo, ti nomino manutentrice ufficiale degli impianti», disse lui dandole una pacca sul sedere.

In quel momento la lampadina esplose, lasciandoli nuovamente al buio.

Uscirono all'esterno spostandosi a grandi passi dal capanno e dal suo soffitto di eternit.  

Respirarono a fondo quando si furono allontanati di una dozzina di metri. Poi iniziarono a guardarsi intorno, in silenzio.

Il perimetro della casa era illuminato da lampade poste ad intervalli regolari, altre luci delimitavano i sentieri che si snodavano all'esterno. Non era questo, tuttavia, ciò che instillò in loro un senso di inquietudine.  

L'aria all'esterno era diversa: sembrava essersi addensata, quasi fosse divenuta liquida. E il mondo si mostrava a loro tremolante come l'asfalto surriscaldato dal calore del sole.  

«Cosa sta succedendo, Ennio?», chiese Ada allarmata.

«Non... non lo so», rispose lui dopo qualche secondo. «Forse lì dentro abbiamo respirato qualcosa. Quel tanfo di nafta, polvere   e muffa, non credo fosse salutare...» Non era convinto nemmeno lui di quella spiegazione, e sentì lei farglisi più vicina e stringere la sua mano. Alzarono gli occhi verso il cielo. Le stelle erano scomparse dietro uno spesso strato di foschia. Sembrava come se un manto di nebbia color indaco stesse calando dall'alto per conquistare la Terra.

«Credo sia meglio tornare in casa ora», esclamò piano Ennio.

«Sì, infatti», concordò lei.

Si spostarono lungo il sentiero.

«Aspetta», fece Ada quando furono accanto ad uno dei lampioni che illuminavano la stretta scia di pietre.

Lui si fermò, guardandola interrogativo. Ada gli stava indicando qualcosa.

«Hai visto?», gli disse.

«Cosa?» Ennio si avvicinò. C'era qualcosa sul palo. Una forma oblunga, lucida di condensa.

«Giurerei che non c'era quando siamo passati prima», disse la ragazza.

«Ne sei certa? La luce era spenta.»

«Fidati, non c'era.»

Lui tese la mano, raccolse l'oggetto per illuminarlo con la torcia del cellulare. Sembrava il guscio di una lumaca, di colore nero e percorso da venature rossastre sulla superficie. A parte il colore, anche   forma e dimensione erano insolite. Era allungato, quasi come se la sua geometria fosse basata su un'ellisse particolarmente schiacciata piuttosto che sul cerchio, ed era lungo come una mano aperta.

«Non ho mai visto niente del genere mormorò lui, girando il guscio sottosopra.»

Qualcosa riflesse la luce all'interno. Una superficie umida, spugnosa. L'animale, disturbato dal trovarsi sottosopra iniziava ad uscire. Ennio e Ada videro due lunghi tentacoli oculari spuntare e sondare il mondo esterno seguiti da altri due, ed altri ancora. Subito dopo emerse il corpo, e Ada ed Ennio furono presi da un moto di disgusto nel vedere come tentacoli grandi e piccoli crescessero su tutta la superficie del corpo, quasi come se l'animale avesse la capacità di produrne di nuovi ed assorbire quelli già esistenti.

«Ennio...», sussurrò Ada.

Prima che il ragazzo si riscuotesse dalla visione, e si decidesse a liberarsi di quella forma di vita che aveva qualcosa di mostruoso nella sua anatomia, l'animale ebbe un guizzo. Si proiettò in massa fuori dal guscio, e aderì al braccio di Ennio, fin quasi al gomito.

Lui emise una specie di ringhio di spavento, poi gridò quando il contatto iniziò a bruciare come un ferro rovente.

«Ennio!»

«Cazzo, brucia!»

Fece per staccarla tirandola per il guscio con l'altra mano, ma la creatura venne via solo in parte, portandosi dietro uno strato di epidermide semi-liquefatta.

Preso dal panico Ennio ricorse ad una misura estrema. Sbatté forte il braccio contro il palo, frantumando il guscio dell'animale. Questo sembrò avere un qualche effetto. L'essere si contrasse, richiamando all'interno del corpo le numerose appendici. Ennio si chinò e usò un piede per schiacciare quella cosa e staccarla dall'arto, dopodiché indietreggiò guardandosi il braccio ferito con un'espressione stravolta. L'arto era rosso, come ustionato, e in tutta la zona si stavano formando delle grosse vesciche.

Scambiò uno sguardo smarrito con Ada. Poi la sua bocca si aprì in un sorriso che non gli venne un granché bene.  

«Amò... la prossima volta che vedi una di queste... cose,   forse è meglio se non me la mostri...»

«Ennio, mi dispiace, io...», fece per dire lei. Ennio rideva sempre quando provava dolore, era una sua forma di difesa, ma gli occhi tradivano tutta la sua agitazione.

Fu allora che un verso inquietante riecheggiò da qualche parte nella sterpaglia dietro di loro. Percepirono una sorta di vibrazione nel terreno, come un brontolio lontano che si faceva via via più forte. Quasi come se una mandria di bisonti stesse caricando avvicinandosi da grandi distanze.  

Si allontanarono verso la casa, e accelerarono il passo, ma non fu sufficiente a scacciare quel senso di terrore primordiale che si stava impossessando di entrambi.  

«Ce la fai?», chiese Ada.

Ennio procedeva tenendosi il braccio destro con l'altra mano.

Iniziarono a correre entrambi, portandosi verso la dimora che li attendeva silenziosa, con le sue luci e il miraggio di un porto sicuro.