Capitolo 27

 

 

Ennio e Giovanni si spostarono istintivamente indietro, e si trovarono ad osservare un essere ripugnante, una forma mostruosa che avrebbe popolato i loro incubi per molto, molto tempo. Era aggrappato all'inferriata, e nessuno dei due avrebbe saputo dire a quale regno della natura appartenesse, poiché l'impressione che se ne aveva, a parte una immediata repulsione, era come se un pazzo avesse mescolato i geni di diversi animali senza un criterio razionale. Il corpo era coperto da una corta peluria, come quello di un pipistrello, ma suddiviso in segmenti, al pari di una scolopendra. Da ciascuna sezione, sul dorso spuntavano delle lunghe strutture flessibili, simili ad antenne, e due ali membranose in cui risaltavano frattali di vasi sanguigni e capillari di un colore violaceo. Ai lati di ciascun segmento invece, si dipartivano un paio di corte zampe uncinate, di colore chiaro e articolate come la coda di uno scorpione, mentre al centro, sul lato rivolto verso la finestra, una fessura orizzontale si apriva e chiudeva ritmicamente, e lasciava intravedere al suo interno una triplice corona di denti simili a spine. Ognuna di quelle bocche era circondata da piccoli bottoni tondeggianti, scuri e dai riflessi vitrei, che sembravano occhi composti. Ce n'erano otto per ciascuno della dozzina di elementi che componevano il corpo. I due segmenti agli estremi superiore ed inferiore erano differenti. Non avevano zampe né ali, ma due lunghi e robusti uncini pluriarticolati che si muovevano animati da una sinistra frenesia, passavano attraverso l'inferriata e cercavano di raggiungere la finestra al di là di essa. Dalle loro estremità colava un liquido denso e giallastro.

«Che cazzo è quella cosa?», sussurrò Giovanni.

L'essere si contorceva sotto i loro occhi, cercava invano un varco abbastanza largo per superare l'inferriata di metallo.

Un grido esplose improvviso alle loro spalle, facendoli voltare.

Era Ada. Gli occhi sbarrati, le mani davanti alla bocca.

La ragazza si era avvicinata per vedere cos'è che aveva ipnotizzato Ennio e Giovanni, ma la vista di quell'orrore che serpeggiava ad appena mezzo metro di distanza l'aveva terrorizzata.

Ennio fece per dire qualcosa, ma un rumore più forte, proveniente dall'esterno portò nuovamente l'attenzione di tutti verso la finestra. Erano tonfi ritmici, pesanti al punto da far tremare i vetri, e si stavano avvicinando.

I ragazzi indietreggiarono.

L'essere aggrappato all'inferriata ebbe un movimento convulso, quasi fosse spaventato, e si staccò, le sue ali battevano veloci, e gli consentivano di librarsi in un volo stazionario, come un colibrì. Fece per allontanarsi, ma fu afferrato dopo neanche un metro da qualcosa di molto più grosso, celato dalla nebbia, e del quale i tre ragazzi vicino la finestra ebbero solo una fugace visione. Un arto grottesco, scuro e lucido di plasma, bulboso come la lingua di un camaleonte. Quell'abominio dal corpo segmentato ne fu intrappolato e si contorse mentre veniva inglobato e trascinato via. Il rumore di qualcosa che veniva masticato oltrepassò il vetro per imprimersi bene a fondo nelle menti di tutti.

Fu Giovanni ad agire per primo. Si spostò a lato e sciolse i lacci che bloccavano i pesanti tendaggi. Questi scivolarono con un rumore vellutato per tagliare fuori l'orrore.

«Forse è la luce che li attira», disse senza troppa convinzione.

Per un po' nessuno disse niente. Erano attoniti, si guardavano inebetiti, con la testa vuota, incapaci di formulare un pensiero coerente.

Un ringhio agghiacciante, proveniente dal mondo di nebbia fuori dalla casa, scosse l'intera dimora, e parve riscuoterli.

Il gruppo si compattò vicino ai divanetti su cui avevano trovato posto Elena e Maria. Le ragazze erano pallide.

«Dove cazzo ci hai portato?», esclamò Elena rivolta ad Ennio.

Il ragazzo la fissò in silenzio, non sapeva cosa risponderle.

«Elena, calmati per favore...», intervenne Giovanni.

«Calmarmi?», la voce di lei assunse un tono isterico. «No che non mi calmo. Che accidenti era quella cosa là fuori?»

«Io non...», iniziò a dire Ennio ponendo le mani avanti, poi si interruppe, come se soltanto allora si fosse ricordato di qualcosa di importante. «Dobbiamo trovare Enzo e Luigi. Poi decideremo cosa fare.»

«Chiamo la polizia», esclamò decisa Maria, e fece per prendere il cellulare che teneva in una borsa.

«No!», proruppe Ennio. «Non la polizia.»

Tutti lo osservarono con lo stesso sguardo, che esprimeva sgomento, smarrimento, sospetto.

«Perché non dovremmo?», chiese ancora Maria. 

Ada si fece avanti, pallida in viso.

«Ennio... c'è qualcosa che non ci stai dicendo?»

«No», si schermì lui. «È solo che non sappiamo cosa stia succedendo, Enzo e Luigi saranno di sotto, da qualche parte, a fumare erba. Io non lo so se sia il caso...»

Ada continuò a fissarlo. Aveva intuito che c'era qualcosa che lui stava nascondendo, ma forse non era il caso di parlarne davanti a tutti. Avrebbe atteso il momento in cui fossero stati soli.

«Non è possibile!», esclamò Maria.

«Cosa?», domandò Elena allarmata.

«Non c'è campo», continuò l'altra sollevando il telefono.

«Forse è il tuo operatore...», le rispose Giovanni, mentre si affrettava a controllare il proprio cellulare, imitato dagli altri.

«No... zero anche per me», disse.

«Uguale, accidenti», aggiunse Elena.

Ada si limitò a scuotere il capo e rimettere il telefono in tasca.

«Siamo tagliati fuori, cazzo», continuò ancora Elena. «Che facciamo ora?»

Per tutta risposta, Giovanni fu il primo a muoversi verso le scale che conducevano al piano interrato.

«Dove vai ora?», gli chiese Elena.

«Vado a cercare mio fratello.»

«Vengo con te», disse Ennio.

«Ma come... ci lasciate qua, ora?», fece Elena impaurita.

«In casa siete al sicuro», continuò Ennio. «È solida, e quelle cose non entreranno. Ada...», rivolse uno sguardo verso la sua ragazza, cercando un cenno d'intesa che non vide.

«Non credo sia saggio separarci», fece lei osservandolo fisso negli occhi. «Io verrò con voi», concluse risoluta.

«Idem», le fece eco Elena.

«Va bene, ma restate qualche passo indietro. Se dovessimo avere sorprese sarà più facile muoverci se non stiamo tutti incollati.»

Le due donne si incamminarono al seguito di Ennio e Giovanni. Solo Ada si fermò dopo un passo, si volse verso la sorella, che aveva appena terminato di pulire gli occhiali dagli schizzi di sangue rappreso. 

Maria sospirò a fondo, con le labbra serrate dal disappunto per tutta la situazione. Si alzò senza dire niente e si accodò al gruppo.