Capitolo 38

 

 

Elena si impose di restare immobile, mentre i suoni le restituivano un'immagine confusa di quanto le accadeva intorno. Sapeva di non essere sola, sentiva qualcosa che si agitava nel buio. Il rumore si spostava verso l'alto, sembrava allontanarsi, rimbalzare sul soffitto come le cimici verdi quando entrano in casa attirate dalla luce dei lampadari. Poi tornava giù, pesantemente, senza grazia, la sentiva urtare gli oggetti ammassati nella stanza. C'era un ché di sbagliato e innaturale nel suo modo di fare, sembrava fuori controllo.

La ragazza tremò quando la sentì farsi più vicina, avrebbe voluto arretrare, spostarsi, ma non avrebbe saputo come muoversi, in quell'oscurità totale.

Represse un urlo quando il battito d'ali della cosa le sfiorò i capelli, proseguì oltre per cadere pesantemente a terra. La sentì agitarsi, le sue ali fremevano convulsamente.

Pian piano i suoni si smorzarono, i movimenti della creatura si fecero più lenti. Infine fu il silenzio. Totale, immenso, e di gran lunga più angosciante dei suoni emessi da quell'essere uscito da un incubo.

Elena tese le orecchie, i secondi trascorrevano lentissimi, e null'altro sembrava dovesse accadere.

Si chiese se fosse ancora lì, acquattata nel buio, in attesa di una mossa falsa da parte sua.

L'incertezza la logorava. Cercò rifugio nel pensiero di Giovanni, nel modo in cui l'aveva guardata quando si era mostrata a lui senza veli. 

Quel ricordo parve infonderle un po' di calore nel corpo. Si impose di muovere la mano con cui reggeva il cellulare verso la cassapanca, a ridosso della quale si era accucciata, così che lo schermo fosse a contatto con la superficie lignea. 

In questo modo la luce sarà attutita...

E se quella cosa dovesse esserne attirata, potrei fare in tempo a mollare il telefono e tirarmi indietro, così da non richiamarla su di me...

Rabbrividì al pensiero.

Si fece coraggio, premette il pulsante a lato. Un esile bagliore filtrò dai bordi dello schermo. 

Non successe niente.

Elena lo ruotò piano, la luce disegnò un cono che rimbalzò sulla parete della cassapanca, si spostò oltre.

Per un attimo la ragazza scorse qualcosa di contorto e articolato che giaceva a non più di un metro dalla sua mano.

Poi la luce si spense.

Elena respirò a fondo, lentamente per non fare rumore. La cosa era lì, davanti a lei, a terra.

Tese le orecchie per captare eventuali suoni da parte della creatura. Non udì nulla, a parte il battito del proprio cuore.

Coraggio...

Forse è morta...

Fece per accendere nuovamente il telefono, ma in quel momento fu raggiunta da una forte folata di vento, che quasi la sospinse indietro. 

Nei minuti che seguirono Elena fu catapultata in una dimensione da incubo.

Il mondo sembrò accartocciarsi su se stesso, come se la ragazza si trovasse all'interno di un gigantesco sacchetto di carta che veniva appallottolato. Lo spazio, il tempo, il suo senso dell'equilibrio, il fluire stesso dei suoi pensieri, furono scomposti come in un caleidoscopio malsano, del quale non aveva alcun controllo.

Percepì il tonfo di qualcosa di pesante, poco più avanti. Udì degli schianti, un tramestio, come se un macigno fosse piombato dal soffitto per fracassare quanto giacesse sul pavimento. Il tutto moltiplicato più e più volte, come un'eco che rimbalzasse di continuo nella sua testa. Elena si raggomitolò su se stessa, tentando inutilmente di tenere fuori il caos premendo le mani sulle orecchie. L'intensità dei suoni si attenuò in qualche modo, in breve i boati e gli schianti sembrarono interrompersi, e al loro posto presero vita altri suoni: fruscii, una serie di rumori come di rametti che si spezzano, dei gorgoglii accompagnati da fischi modulati.

Elena lottò per mantenere il controllo. Si sentiva presa in un vortice, preda di un'influenza malefica che destabilizzava la sua mente disorientandola. Sollevò piano il capo, i suoi occhi sondarono l'oscurità che la circondava. Per un istante credette di vedere due deboli luci violacee brillare nel buio.

Attese, col cuore in gola, mentre percepiva il suono grottesco di qualcosa di croccante che viene macinato, seguito a tratti da strani rigurgiti. I rumori sembravano giungere da direzioni differenti, ad ogni respiro.

Dopo un tempo indefinito i suoni mutarono ancora, divennero simili ad un frenetico annusare, come se da qualche parte nella sala ci fosse un segugio che fiutasse una traccia.

Si trattenne dal gridare quando un forte schianto risuonò nel buio. Seguì il rumore di una massa di grosse dimensioni che si spostava, Elena percepì ancora il vento sulla faccia e sul corpo, trattenne il respiro. Pian piano i suoni calarono d'intensità, come se la cosa che li provocava si stesse allontanando. Al contempo l'universo parve ricomporsi, come se pezzi di uno specchio rotto che rifletteva la sua immagine stessero tornando al loro posto per ricomporre un mosaico con lei accucciata a terra e l'espressione stravolta. Gli echi risuonarono distanti, come provenienti dal piano superiore.

Non accadde null'altro.

Elena attese a lungo, i secondi trascorrevano interminabili, mentre gocce di sudore scivolavano silenziose sulla sua schiena percorsa da brividi.

Si fece nuovamente coraggio, una parte di lei sapeva che quella minaccia si era allontanata.

Accese lo schermo, come aveva fatto prima, illuminò il pavimento dinanzi a lei. Inorridì alla vista di una pozza gelatinosa dal colore giallo-verdastro che riluceva poco più avanti. In essa intravide dei resti. Represse dei conati di vomito, respirò ancora. Sbloccò il cellulare, mise in funzione la torcia.

Cercò di non guardare ciò che giaceva a terra e di ignorare l'odore di acido che emanava, e si sforzò di ricacciare indietro la consapevolezza che qualcosa di grosso era stato lì, e si era nutrito della mostruosità volante.

Sondò la stanza con la torcia, le ombre fuggivano da essa, nascondendosi dietro gli oggetti come demoni pronti a spuntare dall'altro lato e tornare in forze non appena fosse passata oltre.

Pensò ancora a Giovanni. 

Era ferito, bloccato con Maria e Luigi, e lei era l'unica che potesse aiutarli. 

Si incamminò, aggirando la pozza di plasma maleodorante, e seguì le orme che il gruppo aveva lasciato un'eternità prima.