Capitolo 70

 

 

Giovanni, che si era appoggiato alla parete della galleria per riprendere le forze, scattò come una molla quando udì il grido allarmato del fratello.

«Aspetta!», urlò preoccupata Elena. Non le era sfuggito lo sguardo di follia che aveva sconvolto gli occhi di lui, mentre si incamminava  rapidamente per accorrere in soccorso di Luigi, tenendosi l'addome con la sinistra. 

Era uno dei lati oscuri di Giovanni che soltanto lei e pochi altri conoscevano, ed era qualcosa che l'attirava e l'atterriva nello stesso tempo. 

Il tutto risaliva ai primissimi anni della vita dei due fratelli. Giovanni aveva poco più di cinque anni, e Luigi ne avrebbe compiuti due di lì a un mese. Erano in cucina, nella casa in cui vivevano con i genitori, che in quel momento erano affaccendati in altre stanze. Sedevano a terra, gli occhi incollati sullo schermo di una grossa TV a tubo catodico, che occupava un angolo della credenza. Sotto lo sguardo annoiato dei due bambini si avvicendavano le disavventure di Willy il Coyote nella sua eterna caccia allo sfuggente Beep Beep. D'un tratto qualcosa era accaduto. Il piccolo Giovanni aveva udito un rantolo sforzato, alla sua destra, ma preso dal cartone non ci aveva fatto caso. Una sensazione di disagio però si era fatta strada in lui. C'era qualcosa che non era come avrebbe dovuto essere. Il suono si era ripetuto, più marcato. Era strozzato, con un sibilo, come se... 

Giovanni si era voltato verso il fratello, e quello che aveva visto non lo avrebbe mai dimenticato. Il volto di Luigi era diventato viola, gli occhi reclinati a mostrare il bianco, la bocca aperta nel disperato tentativo di respirare. Da lì in poi tutto si era fatto confuso. Grida, per richiamare i genitori, una corsa pazza in auto verso l'ospedale più vicino, l'immagine del fratello in pericolo di vita impressa a fuoco nella sua mente di bambino, e quella parola misteriosa e terribile, sindrome , che rimbalzava tra le bocche di genitori, nonni e zii. Nessuno si era preoccupato di Giovanni, nessuna attenzione aveva provato a lenire quel trauma. All'età di neanche cinque anni, aveva dovuto imparare che la morte può sederti accanto e, senza che tu te ne accorga, può portarsi via qualcuno a cui vuoi bene. 

Da quel giorno, la sola vista di Willy il Coyote aveva il potere di capovolgere all'istante il suo umore, che era di norma allegro e scherzoso. Era diventato iperprotettivo nei confronti del fratello e, a distanza di oltre due decenni, si sentiva ancora colpevole per quella disattenzione. 

Luigi non ricordava nulla di quell'esperienza. Era cresciuto sapendo di avere un angelo custode personale, che arrivava sempre a difenderlo a spada tratta, e questo l'aveva reso spavaldo e arrogante. Come un anno prima, una sera d'estate. Erano nei pressi di una piazzetta di Torre dell'Orso frequentata dalla maggior parte dei giovani che villeggiava da quelle parti, ed era la prima volta che Elena e Giovanni uscivano in quattro, con Ennio e Ada, i quali stavano insieme già da un pezzo. Era stata una serata piacevole, si erano divertiti, avevano scherzato e riso per tutto il tempo, e gli occhi di Giovanni ed Elena avevano già iniziato un balletto che diceva tante cose al di là delle parole. Anche Luigi dal canto suo, aveva iniziato un gioco di sguardi con una ragazza che non conosceva, si era spinto un po' oltre con qualche complimento particolarmente audace, e poco importava il fatto che lei fosse già impegnata. Qualcuno si era risentito per quel comportamento, ne era nata una discussione e, dopo un breve alterco e qualche spinta, il ragazzo si era ritrovato circondato da tre tipacci, i quali avevano iniziato a picchiarlo senza troppi complimenti. 

Elena ricordava ogni istante di ciò che era accaduto quella sera. Aveva visto avvicinarsi rapidamente un ragazzo cicciotto, dall'aspetto goffo ed il fare trafelato, l'alito che puzzava di troppe birre e capelli e abiti che odoravano di fumo. Lei non conosceva ancora Enzo. Gli aveva sentito gridare forte il nome di Giovanni, mentre si avvicinava, e poi una frase, pochissime parole che avevano avuto il potere di trasformare radicalmente quel ragazzo che iniziava a piacerle: «Luigi! Lo stanno riempiendo di botte!» 

Lo sguardo di Giovanni era cambiato come il giorno e la notte. Per una frazione di secondo i suoi occhi si erano fatti grandi ed erano arretrati, tornando ad essere quelli di un bambino terrorizzato e smarrito, poi si erano fatti avanti, induriti e con un'aura minacciosa che li affilava. Le sue labbra si erano serrate, facendo risaltare i muscoli sulle tempie. Era passato dallo stare fermo al correre, aveva percorso rapidamente la distanza che lo separava dal punto in cui si svolgeva il pestaggio, laddove una piccola folla si era già radunata. 

Inutili erano stati gli inviti alla calma da parte di Ennio, che si era lanciato all'inseguimento dell'amico. 

Giovanni si era fatto largo tra la gente come una nave rompighiaccio che frantuma il pack e, quando aveva visto Luigi a terra, preso a calci da tre balordi più grandi di lui, si era scagliato su di essi gridando, come una furia. Il primo a pararglisi davanti ne aveva avuto il naso frantumato. L'uomo era arretrato mugugnando qualcosa che per metà era un lamento di dolore e sorpresa, mentre il sangue scorreva sul volto come un rubinetto aperto. Il secondo aveva reagito in fretta, calciando Giovanni sul fianco, tra l'addome l'anca, ma lui non aveva neppure vacillato, si era avventato sull'avversario, e dopo pochi istanti erano due i nasi rotti e i balordi che piagnucolavano in ginocchio. Il terzo della banda era poco più che un ragazzo. La vista del sangue e dei suoi amici a terra l'aveva raggelato. Aveva sollevato le mani con aria spaventata e confusa, in un vago segno di resa, aveva farfugliato qualcosa, e non sarebbe tornato a casa intero se Ennio ed Enzo non avessero bloccato Giovanni da dietro. C'era voluta forza per tenerlo a bada, e soltanto dopo che i tre se l'erano data a gambe e Luigi gli si era parato davanti per dirgli che stava bene ed era tutto a posto, soltanto allora il lampo assassino negli occhi di Giovanni si era spento. Si era guardato le mani e il vestito sporchi di sangue non suo, poi aveva sollevato gli occhi sulla folla che lo guardava, chi in silenzio, chi applaudendo, chi levava una birra in alto come per complimentarsi. Una donna con due prosciutti che spuntavano da una minigonna troppo stretta, e che rasentava la volgarità gli aveva strizzato l'occhio. Ma lui non aveva visto altro che un mare di facce anonime, tra le quali brillava soltanto il volto pallido di Elena che, con Ada accanto, lo guardava spaventata. In quell'attimo, in cui i loro occhi si erano cercati, laddove tutti avevano visto un bel ragazzo farsi avanti per difendere un amico, un surfer biondo che sapeva menare le mani, uno che se la sa vedere, Elena aveva scorto nuovamente una muta richiesta d'aiuto, da quel bambino caduto in fondo a un pozzo quando non aveva compiuto neanche cinque anni, e che nessuno aveva mai tirato fuori. 

Giovanni si era liberato dalla presa di Ennio ed Enzo, ed era corso via. 

E lì, in quel momento, Elena aveva fatto qualcosa che aveva sorpreso lei stessa in prima persona: l'aveva seguito, l'aveva rincorso, chiamando il suo nome fin quando non era riuscita a raggiungerlo, vicino una fontanella, dove si era fermato per lavarsi e sciacquarsi di dosso il sangue, la rabbia, quella sensazione di smarrimento cosmico che ti porta via la vita, ti fa piangere senza lacrime e ti fa passare per quello che non sei. 

Era così che era cominciata la loro storia, meno di un anno prima.

«Gianni!»

Elena aveva riconosciuto quello sguardo, sapeva che Giovanni non avrebbe esitato a correre in soccorso del fratello. A qualsiasi costo, nonostante fosse ferito e avesse perso molto sangue. Si affrettò ad andargli dietro, subito affiancata da Ennio.

Ada e Maria si mossero per seguirli dappresso.

«Gigi! Gigi, dove sei?», gridò Giovanni mentre procedeva. Il ragazzo non fece caso al fatto che la patina di umidità che ricopriva il lastricato si era inspessita fino a diventare un vero e proprio centimetro d'acqua. E aumentava ad ogni metro.

Non c'era traccia del fratello, la sua torcia non brillava da nessuna parte. 

«Gigi!», gridò ancora più allarmato.

«Sono qui! Maledizione! Gianni! Non riesco a liberarmi!»

Giovanni seguì la voce, con Ennio accanto. Ada ed Elena si mantenevano un paio di metri indietro, insieme a Maria.

L'acqua che ricopriva il lastricato arrivò loro oltre le caviglie. Era gelida. Si accorsero che in quel punto la galleria si allargava, ebbero la sensazione che la pendenza verso il basso si stesse accentuando.

La sagoma confusa di Luigi emerse dalle tenebre, ad una ventina di metri più all'interno della caverna, sulla sinistra, laddove il corso d'acqua era confluito in un lago sotterraneo. Era piegato in avanti, nel buio risuonavano dei colpi, come uno straccio bagnato che viene sbattuto a terra.

«Non vi avvicinate!», gridò Luigi quando sentì il rumore del loro incedere nell'acqua, che ora arrivava loro alla vita. «Merda, questa roba brucia!»

Il ragazzo si agitava, menava fendenti con il machete colpendo l'acqua dinanzi a sé. Dal punto in cui si trovavano Giovanni ed Ennio si riusciva a intravedere qualcosa che sembrava un ramo contorto, di colore bianco sporgere a tratti dalla superficie.

«Come sarebbe a dire...», accennò Giovanni.

Poi accadde.

Udirono un rumore liquido alla loro sinistra, come uno spruzzo. Qualcosa serpeggiò sotto la superficie, diramandosi come un fulmine. Una massa dalla consistenza gommosa si spostò nell'acqua, emergendo a tratti per disegnare una specie di albero caduto senza foglie. Giovanni fu colpito al fianco, al braccio e alla gamba sul lato sinistro. La cosa aderì come una ventosa alla pelle nuda ed alle bende che Ada gli aveva applicato. Minuscoli tentacoli non più lunghi di due o tre centimetri spuntarono fuori cercarono di farsi strada sotto la pelle.

Maria urlò quando il rumore si ripeté poco distante da lei. Un'altra massa, bianca e morbida come la carne di una seppia, si proiettò nella sua direzione, biforcandosi diverse volte. Una delle appendici incontrò il suo ginocchio, e vi si incollò. In quel punto la pelle iniziò a formicolare. Un'altra propaggine fece presa sulla bisaccia che aveva appesa alla schiena. La ragazza la sentì agitarsi dietro la nuca e attorcigliarsi ai capelli.

«Che cazzo succede?», ringhiò Ennio. Sollevò la torcia mentre indietreggiava dinanzi ad una di quelle cose che era saettata a pochi centimetri dalle sue gambe.

In risposta a quel grido rauco, come in una reazione a catena, il rumore riecheggiò nella vasta caverna in cui la galleria era confluita. Tutto intorno a loro si udì lo stesso suono, come uno spruzzo. E, come per mano di un'oscura magia, dalla superficie del lago spuntarono le propaggini bianche e contorte di decine e decine di quelle appendici, perdendosi nel buio in lontananza.

«Cosa sono queste cose?», esclamò Elena terrorizzata. «Mio Dio! Gianni!»

Il suo ragazzo fece per spostarsi in avanti, portandosi appresso quella massa bianchiccia. In quel momento, pur essendo ferito, esausto e prigioniero dell'abbraccio mortale di una creatura sconosciuta, il suo pensiero era per il fratello, doveva raggiungerlo a qualunque costo. 

Ma Giovanni non arrivò mai.

La creatura si contrasse, e lui fu strattonato con estrema violenza. Il suo corpo scivolò nell'acqua, annaspò e scomparve prima che Ennio potesse tentare di fare alcunché. 

Anche Luigi venne tirato e trascinato per qualche metro dalla cosa che aderiva alla sua gamba, tuttavia la creatura si era indebolita per via dei fendenti di machete che il ragazzo continuava a vibrare, mentre gridava forte il nome del fratello. Quando quell'appendice molliccia fu tranciata, si ritirò scomparendo nell'acqua. Staccare la parte che era rimasta aderente alla pelle fu doloroso, ma Luigi si affrettò a farlo, usando la lama del machete come fosse un rasoio. La zona dove quella cosa aveva aderito era dolorante come se decine di spilli fossero penetrati nella carne.

Ennio intanto era accorso in aiuto delle ragazze. Elena e Ada trattenevano Maria per le mani, mentre una di quelle cose bianche tentava di trascinarla sott'acqua contraendosi ritmicamente come un verme. La ragazza riuscì disperatamente a sfilarsi la bisaccia che aveva appesa dietro la schiena. Gridò quando una delle cose le strappò i capelli e scomparve sotto la superficie buia portandosi dietro il suo fardello.

«La gamba!», gridò Maria terrorizzata. «Mi ha preso una gamba!»

Agendo d'istinto Ennio porse la torcia alla sua compagna, quindi si chinò verso l'acqua. Quando le sue braccia riemersero, reggevano una massa bianchiccia: un lungo tentacolo che era attaccato alla gamba di Maria, in corrispondenza del ginocchio. 

«Che cosa aspetti?», gridò rivolto ad Ada. «Brucia questa maledetta cosa!»

La ragazza agì in fretta. Appoggiò la torcia sulla carne bianca, si udì uno sfrigolio e la cosa si contrasse, dimenandosi tra le mani di Ennio, che perse la presa. Lo stratagemma sembrò funzionare, dopo pochi istanti il ginocchio di Maria fu libero, e la ragazza indietreggiò stringendosi forte alla sorella. 

«Gianni! Gianniii!», gridò forte Elena. «Dov'è finito Gianni? Gianniii! Gianniii!»

Nessuno rispose ai suoi richiami. Per un istante udirono uno sciabordio in lontananza, un verso indefinibile, poi più nulla.

Giovanni se n'era andato.

Si guardarono intorno, in silenzio. 

Lentamente, sotto i loro occhi, quelle specie di alberi contorti si ritiravano, i rami più sottili venivano riassorbiti da quelli più grossi da cui si erano dipartiti, questi rimpicciolivano a loro volta e si inspessivano per poi scomparire sotto le acque.

«Gianni! Maledizione, Gianni!» Il grido di Luigi era incrinato dalla rabbia e dal pianto. «Gianniii!»

«Basta così, Luigi», lo interruppe severo Ennio. 

L'altro lo guardò smarrito, incredulo, spaventato. Fece per chiamare nuovamente il fratello, si fermò.

«Dobbiamo cercarlo...», esclamò con una nota di disperazione nella voce. «Elena, diglielo... noi non possiamo...»

«È inutile, è andato», lo interruppe Ennio. «Mi dispiace, Gigi.»

«Andato? Andato?!?», rispose Luigi. «Ma che cazzo stai dicendo? Brutto stronzo, è di Giovanni, mio fratello che si sta parlando. Non di un coglione qualunque. Lui non... non...» Si chinò, afferrò la sua torcia, spenta dall'acqua quando era stato attaccato, e la scagliò lontano con un grido.

L'acqua prese a ribollire nel punto in cui l'oggetto andò a cadere. Quasi all'istante, una moltitudine di appendici biancastre emerse nuovamente dalle acque, imprigionando la torcia. Altre seguirono rapidamente a raggiera, come un macabro frattale in un percorso a ritroso, che si dirigeva rapidamente verso il gruppetto di ragazzi.

«Correte!», gridò Ennio.

Si voltarono per fuggire alla minaccia che li incalzava. L'acqua rallentava i loro movimenti, mentre i sinistri suoni delle creature esplodevano intorno a loro. Una delle appendici bianche saettò dinanzi a Luigi, che era più indietro rispetto agli altri. Il ragazzo la recise di netto ringhiando, con un colpo di machete in cui aveva vibrato tutta la sua rabbia per quella situazione e per la sorte del fratello. Scavalcò il troncone che si contorceva a galla e corse appresso al resto del gruppo.

Finalmente la profondità dell'acqua diminuì, e dopo pochi metri raggiunsero l'imboccatura della galleria da cui erano arrivati.

«Merda merda merda!», gridò Luigi. Avevano perso le torce di Luigi e di Maria, nonché la bisaccia che reggeva quest'ultima, con le rozze bombe molotov che avevano approntato. Nella luce diffusa da quella impugnata di Ennio le facce erano sconvolte.

Elena piangeva, continuava a guardare il lago sotterraneo e a chiamare sommessamente il nome di Giovanni. Non riusciva a credere che quel ragazzo così forte, pieno di vita, nel fiore degli anni fosse stato divorato da creature da incubo senza nome.

«È tutta colpa mia!», singhiozzò Luigi, cadendo in ginocchio. «Tutta colpa mia. Stronzo! Stronzo! Stronzo che non sono altro!» si colpì più volte sulla testa con un pugno mentre lo diceva.

Nessuno disse niente: aveva ragione.

Ennio cercò in sé qualcosa da dirgli, Giovanni avrebbe voluto che lo facesse, ma non trovò nulla che non fosse una banalità.

«Dobbiamo muoverci», esclamò infine.

«E per andare dove?», gli rispose Ada, più acida di quanto avrebbe voluto. «Mia sorella è ferita, tu sei a pezzi, Giovanni è...», non riuscì a dire quella parola. Abbassò il tono della voce a un sussurro. «Come faremo a...»

«Lo so...», la interruppe lui, facendo appello a tutta la sua forza di volontà per controllarsi, perché in quel momento avrebbe voluto avere per le mani qualcosa da sfasciare e poter gridare fuori tutta la sua rabbia, spossatezza, frustrazione e dolore fisico e psicologico. «Ma non abbiamo scelta, se non quella di muoverci e tentare di salvarci la vita. Nessuno verrà, nessuno sa che siamo qui, nessuno conosce anche solo l'esistenza di questi luoghi...», attese che quelle parole facessero effetto.

Ada lo guardò a lungo, incerta. Poi parve riscuotersi. Si tolse il fardello che aveva legato alla schiena, e recuperò l'occorrente per medicare alla meglio le ferite di Maria e Luigi. Quando ebbe terminato, il liquore che aveva portato con sé per essere usato come disinfettante era finito. Decisero di usare le strisce di tessuto residue e l'olio combustibile per rianimare la torcia che impugnava Ennio. Si rendevano conto però che non sarebbe durata ancora a lungo.

In quel momento, da qualche parte nella galleria che avevano percorso, risuonò un verso agghiacciante ed un rumore come di una grossa frana.