Ada gridò forte il nome di Ennio, mentre Elena e Maria la tiravano indietro. Il ragazzo era a terra, intontito, e arretrava trascinandosi. Nella mano destra impugnava ancora la torcia.
Il demone fece per avventarsi su di lui, ma all'ultimo momento si bloccò per un istante eterno, come congelato.
La creatura girò il cranio bulboso verso sinistra, in direzione del lago sottostante, la cui superficie riluceva di una debole luminescenza iridescente. Emise dei versi sibilanti dalle appendici sulla testa. Le bocche che si aprivano in fondo ai tentacoli soffiarono come pantere infuriate. Fece per ritrarre l'ala sinistra, ma qualcosa aderiva ad essa, e tirava nella direzione opposta.
Il demone arretrò, allontanandosi dal bordo del camminamento, ma la cosa che l'aveva assalito lo seguì. Il lago sembrò prendere vita quando numerose propaggini scure e oleose si sollevarono dalla sua superficie, mulinarono nell'aria come fruste, e si proiettarono sul corpo della creatura alata. Questa provò a levarsi in volo, i suoi artigli fecero per strappare quella specie di tentacoli che la stavano rapidamente avviluppando, ma per una propaggine che veniva strappata altre si sollevavano verso di lui. Il demone emise un verso agghiacciante, cadde a terra. L'influenza ipnotica che esercitava sui ragazzi diminuì d'intensità.
«Presto, dobbiamo andarcene da qui!», gridò Ada.
Ennio sentì numerose mani tirarlo su. Non vedeva niente se non forme indistinte, nelle sue orecchie risuonavano le grida di Ada, Elena, Luigi e Maria, accompagnate dai versi terrificanti di un demone che da cacciatore trionfante si era ritrovato improvvisamente ad essere la preda che lottava per la propria vita.
«Mio Dio, è quella cosa!», urlò Elena quando riconobbe la sinistra luminescenza iridata. «La cosa che ci inseguiva nella casa!»
«Correte!», ringhiò Ada.
Il gruppo si mosse, lasciandosi alle spalle la scena raccapricciante in cui il demone che li aveva assaliti combatteva inutilmente per sopravvivere all'attacco di un essere senza forma, ben più infido e letale, che ormai lo aveva avviluppato e lo stava fagocitando.
«Merda, dove sono le molotov?», ringhiò Luigi mentre si spostavano portandosi dietro Ennio che doveva sorreggersi ad Ada. La sua torcia l'aveva raccolta Maria.
«Erano nella mia borsa», rispose quest'ultima. «Una di quelle cose, nell'acqua, me l'ha strappata di dosso!»
«Non c'è tempo, andiamocene!», li incitò Ada.
Corsero sul camminamento, tenendosi a ridosso della parete per quanto possibile. Alle loro spalle riecheggiavano i suoni della battaglia in corso, mentre sotto di loro si agitava qualcosa di buio, torbido e denso, la cui natura era tradita dal baluginio multicolore che emanava. Delle escrescenze si sollevarono e frustarono l'aria, cercando di ghermirli, l'intero lago sembrò brillare più forte.
«Quella cosa è enorme!», esclamò Luigi. «Non ce la faremo mai!»
«Sta' zitto e corri!», lo rintuzzò Ada.
Percorsero un altro lunghissimo tratto, correndo per come potevano, all'interno di un incubo che volgeva al peggio ad ogni istante.
«Io sto per crollare!», farfugliò Maria. Era stanca, col fiato corto, lo erano tutti. Le forze e le energie erano ormai al lumicino, e i fiotti di adrenalina che scorrevano nelle loro vene non riuscivano più a portare nuova vitalità nei corpi stremati.
D'un tratto Ada, che guidava la fila tenendo Ennio per un braccio, si fermò. Ennio quasi inciampò perché si era arrestata di colpo. La ragazza sentì il sangue defluire dal corpo quando si accorse che il camminamento poco più avanti stava rilucendo con la sinistra policromia che tradiva la presenza del predatore senza forma.
Siamo circondati...
Nessuno disse nulla.
Erano consci della fine imminente. Si compattarono, come agnelli consapevoli di essere giunti al macello.
La cosa iridata scivolò in alto, formò dei tentacoli che si flessero verso di loro, risalì la roccia dilagando sul lastricato come una marea mortale.
Attesero l'inevitabile, trattenendo il fiato.
In quegli istanti terribili, Ada sentì qualcosa risalire dagli abissi più remoti della sua anima. Il suo spirito tornò a percepire le stesse sensazioni provate quand'era bambina, ed era rimasta chiusa nella cantina della casa dei nonni. Come allora, vedeva il buio avanzare, portando con sé un orrore indistinto, senza forma e senza nome. Respirò a fondo. Chiuse gli occhi per non vedere quello che stava per succedere, e per lunghissimi momenti tornò ad essere la creaturina impaurita che piangeva, gridava e colpiva forte la porta di metallo che si era chiusa intrappolandola nel buio.
Trascorsero secondi interminabili, senza tuttavia che nulla accadesse.
Ada aprì piano gli occhi, timorosa di quello che avrebbe potuto vedere.
Quella cosa strisciante esitava. Si muoveva lenta intorno a loro, inoltrava nella loro direzione quelle escrescenze, come fontane di acqua putrida e senziente, ma si teneva comunque ad una certa distanza.
«Siamo morti... siamo tutti morti...», biascicò Elena, ma Ada ignorò quelle inutili lagne. Si girò piano, come per frapporsi tra quelle fruste tentacolari ed i suoi amici.
La creatura reagì fulminea, arretrando quando lei mosse il braccio in cui impugnava la torcia.
Ada comprese.
Teme il fuoco...
Mosse ancora il braccio. I tentacoli arretravano nervosamente, portandosi a distanza di sicurezza.
«Teme il fuoco...», disse piano agli altri.
«È vero», mormorò Maria. Dopo aver agitato la sua torcia verso il liquame che era scivolato fino a circa un metro da lei lo vide ritirarsi.
«Dovete andare», disse piano Ennio. «Quelle torce non dureranno ancora a lungo. Lasciatemi qui, in qualche modo la rallenterò...»
«Piantala di dire stupidaggini», lo rimproverò Ada.
«Amico, questa robaccia ha appena fatto fuori un cazzo di demone come se nulla fosse», aggiunse Luigi bisbigliando. «Altro che rallentarla...»
«Avanti», tagliò corto Ada, «muoviamoci. Stiamo vicini il più possibile e attenti a dove mettete i piedi. Maria tu fa' attenzione dietro.»
Si sentiva diversa, qualcosa era riemerso dalla profondità dei suoi ricordi dimenticati. Non riusciva ancora a mettere bene a fuoco, ma in lei c'era una strana consapevolezza. Per quanto assurdo potesse sembrare, aveva la netta sensazione che una luce si fosse accesa alle sue spalle.
Si spostarono piano, misurando ogni passo. Vedevano la cosa senza forma dileguarsi dinanzi alle fiamme, aprirsi come un banco di sardine impaurite al passaggio della verdesca. Rivoletti oleosi rimasti isolati scivolavano per nascondersi negli anfratti tra le rocce, per poi uscire e cercare di ricongiungersi con la massa della creatura.
La tensione era altissima, erano consapevoli di essere circondati e che era soltanto una questione di tempo, forse pochi minuti. Il silenzio, il tanfo nauseabondo del vapore che si levava dalla marea vivente ed il buio, davano loro la sensazione di muoversi all'interno del corpo di una creatura gigantesca.
Andarono avanti per un altro tratto. Il camminamento proseguiva con una pendenza che lo portava nuovamente in basso, verso la superficie.
Ada strinse i denti, respirò a fondo e andò oltre: non c'era una seconda opzione.
Camminarono stando attenti a tenersi lontani dall'acqua. La creatura che li minacciava, galleggiava su di essa come una distesa di petrolio, ma sapevano che era viva, e attendeva pazientemente che le torce si spegnessero. Ben presto il percorso iniziò ad affondare sotto la superficie. La pressione che avvertivano dentro di loro era fortissima, si sentivano chiusi in trappola in una stanza con una bomba ad orologeria il cui timer si approssimava allo zero.
«Non fate spegnere quelle torce perdio!», bisbigliò Luigi.
Si avventurarono oltre, mentre la creatura si ritirava fluendo sulla superficie. L'acqua gelida lambì i loro piedi, poi le caviglie, arrivò ai polpacci, alle ginocchia.
Poi, all'improvviso furono costretti nuovamente a fermarsi. La pendenza verso il basso aumentava improvvisamente, il lastricato su cui camminavano sprofondava nell'acqua scura. Qualche metro più avanti si intravedeva la compagine contorta di una sorta di diga naturale, formatasi nel corso dei secoli da tutti i rami, i detriti ed il fango che la corrente del fiume sotterraneo aveva portato con sé.
Era alta, troppo alta per essere scalata.
Non ce l'avrebbero mai fatta, non nelle loro condizioni.
La consapevolezza di essere giunti alla fine li annientò. Videro la cosa muoversi e scivolare silenziosa tra i rami che formavano la diga.
«No, no, no, no!» Elena che dalla scomparsa di Giovanni si era chiusa in se stessa, si lasciò andare ad un pianto isterico, nascondendo il volto tra le mani.
Maria taceva. Il suo Dio, quel Dio misterioso che sembrava volerla mettere costantemente alla prova, le appariva ora più che mai lontano. Non aveva più neanche la forza per pregare. Tutto il suo essere si concentrava nel solo compito di tenersi stretta la torcia ed evitare assolutamente che si spegnesse cadendole in acqua.
Luigi si sentì vacillare. Provò un senso di nausea nel percepire l'odore metallico del sangue, che colava dalla ferita della mano destra senza che riuscisse in qualche modo ad arrestarlo. Si piegò su se stesso e vomitò un fiotto di bile che si stese sull'acqua.
«Perché ci siamo fermati?», domandò Ennio sussurrando.
«C'è una barriera, una diga naturale», rispose stancamente Ada. «Non c'è modo di andare avanti.»
Gli si strinse, cingendolo alla meglio, con un braccio. La priorità era sempre tenere a bada la creatura. La mano le doleva nello sforzo di stringere la torcia e tenerla sollevata.
Ennio vide una versione sfuocata del volto di lei avvicinarsi al suo, percepì il calore che emanava, la cercò, si avvicinò, la baciò sulla fronte, come faceva spesso. Di tutte le loro manifestazioni di affetto era quella che aveva sempre avuto il potere di rassicurarla, e farla sentire protetta.
«Ce la faremo, vedrai», le bisbigliò, fronte contro fronte, anche se solo per un secondo o due. «C'è sempre un modo per andare avanti...»
Quelle parole innescarono un qualche meccanismo nella mente di lei. La luce che percepiva alle spalle della sua anima sembrò farsi improvvisamente più intensa, al punto da scaldarla come il sole d'estate.
In una sorta di percezione alterata, precipitò nuovamente nei ricordi, come rapita da un vortice.
Tornò sulla scala della cantina della sua infanzia. Piangente e infreddolita. Memorie dimenticate tornarono in vita in lei.
Nel momento più buio, quando la piccola Ada si era sentita ormai perduta, aveva scelto di affrontare le sue paure.
Si era voltata a fronteggiare il buio, i ragni dalle lunghissime zampe, i millepiedi giganteschi che brulicavano in fondo ai gradini.
E aveva gridato, con tutta la forza di cui era capace.
«Io non ho paura!»
Pochi istanti dopo una lama di luce si era stagliata alle sue spalle, proiettandosi in avanti per illuminare le tenebre.
«Io non ho paura!», aveva gridato Ada, ancora e ancora, mentre sua nonna apriva la porta della cantina ed il buio veniva ricacciato indietro. I ragni giganteschi erano tornati ad essere nient'altro che piccole palline con zampe rachitiche. I terribili millepiedi si erano ristretti, rannicchiandosi in un angolo del soffitto per continuare a dormire.
I mostri erano stati sconfitti.
Nonostante fuori il cielo fosse grigio e avesse iniziato a piovere, Ada aveva sentito la luce scaldarle il collo, e diventare intensa, sempre più forte, fino a cancellare la cantina, i gradini, i mostri e le sue paure in qualcosa di bianco e splendente che non aveva confini.
Ora quella luce brillava forte alle spalle della sua anima, quasi come se sua nonna fosse lì, dietro di lei, ad aprire la porta della salvezza e rassicurarla come soltanto i nonni sanno fare.
«La torcia sta per spegnersi, Ada!»
Il grido agitato di Maria la riscosse dal suo breve viaggio in quei ricordi perduti.
Ada osservò la propria torcia, non avrebbe arso ancora a lungo, ma forse sarebbe durata abbastanza.
«Ti amo, Ennio», disse al suo ragazzo. Baciandolo sulle labbra.
Poi si scostò, lo prese per mano, e si voltò per fronteggiare l'orrore.
La sua voce di bambina continuava a risuonare forte in lei.
Io non ho paura!
Si fece avanti, verso la cosa senza forma che, percependo in qualche modo che l'intensità della luce delle fiaccole si stava indebolendo, era tornata a farsi più audace e si ammassava per ergersi dinanzi a loro come un'onda congelata nel momento in cui si infrange.
Io non ho paura!
Vada come vada, io ho già vinto...
«Io non ho paura!», gridò.
Ada scagliò la torcia verso la cosa senza forma.
La fiaccola volò come una stella cadente scagliata contro la muraglia nera e mefitica che incombeva sul gruppo di ragazzi.
Per qualche istante nulla sembrò dovesse accadere.
«Ma sei impazzita?», gridò Luigi quando vide la torcia scomparire tra le increspature che la creatura aveva generato.
«Abbi fede...», sibilò Ada. Tutto il suo essere focalizzato nell'intento di vincere contro il buio, contro la paura e l'orrore.
Abbi fede...
Le parole pronunciate dalla sorella attecchirono da qualche parte, nel vuoto che si era aperto nello spirito di Maria.
Abbi fede...
Quella fede totale, pura, una fiamma eterna che smuove le montagne, avvicina gli uomini a Dio e li rende capaci delle gesta più incredibili.
Maria guardò il corpo di Ada, sua sorella minore. Era lì, distrutta e tremante, eppure si stagliava minuta a fronteggiare il male che stava per spazzarli via. Percepì forte il calore che aveva provato quando lei le era stata vicina, in un momento di crisi. Era quella la luce che inseguiva in fondo al tunnel, qualcosa capace di scaldare anche nel gelo più tenace, nelle tenebre più fitte, attraverso distanze infinite.
Forse per uno strano gioco di luci, tra il baluginio della fiaccola che aveva in mano, e l'aliena luminescenza del muro vivente che stava per spazzarli via, le sembrò che il corpo di Ada emanasse una sorta di chiarore ambrato.
Maria ne fu attratta, come una falena verso un lampione durante la notte. Qualsiasi cosa stava per succedere, lei le sarebbe stata accanto. Si portò accanto alla sorella, che era mano nella mano con Ennio, le prese la mano sinistra, e scagliò la sua torcia verso il male.
«Io non ho paura!», gridò.
La fiaccola sembrò roteare nell'aria al rallentatore, descrivendo una parabola e spargendo intorno una pioggia di scintille che brillarono come piccole meteore.
Pochi istanti dopo si destò l'inferno.
Le fiamme aggredirono il corpo della creatura, la cui costituzione la rendeva ricca in idrocarburi. L'essere si contrasse, si avvoltolò su se stesso, nel tentativo di sottrarsi, ma aveva trovato un nemico più affamato di lui, un predatore che non si sarebbe fermato fin quando non avesse consumato tutto quello che avesse incontrato sul suo cammino.
Sotto gli occhi esterrefatti dei superstiti, la superficie del lago si incendiò rapidamente. Vivide fiamme illuminarono l'immensa caverna, risalirono lungo il corso d'acqua, aggredirono la massa della creatura che cercava rifugio tra gli anfratti nella diga.
«È la fine!», gridò Maria, che si segnava ripetutamente mentre i suoi occhi contemplavano l'inferno come lo aveva sempre immaginato.
«Cazzo, cazzo!», gridava Luigi, che si teneva stretto ad Elena. Quest'ultima era ammutolita, il suo sguardo contemplava orizzonti lontani mentre le fiamme si riflettevano sulla superficie dei suoi occhi chiari.
La temperatura crebbe rapidamente. Il freddo e buio ventre della caverna si trasformò in breve in un girone infernale. Sulla volta scorsero immense stalattiti, tra le quali si agitavano piccole creature volanti. Un grosso blocco di roccia si staccò e cadde con un boato al centro del lago. L'onda che ne seguì andò ad intaccare l'equilibrio della diga naturale, già compromesso dalle fiamme che divampavano come fuoco greco sulla superficie, e dal fatto che la creatura, nella sua continua ricerca di cibo, aveva assimilato quegli stani tuberi grandi quanto una botte che proliferavano anche nell'intrico di rami, contribuendo a destabilizzare l'intera struttura.
La diga cedette con un fragore che risuonò assordante come una valanga all'interno dell'enorme cavità sotterranea. L'acqua del lago, si animò all'improvviso come uno tsunami.
Ada strinse forte la mano di Ennio e della sorella, un attimo prima che la corrente li trascinasse via, in una giostra impazzita.
Il buio calò nuovamente su di loro, si ritrovarono proiettati in un universo primordiale in cui le leggi della fisica erano stravolte.
L'alto e il basso si confondevano avvicendandosi di continuo, correnti d'acqua bollente riscaldata dall'incendio nella caverna si alternavano al freddo glaciale delle acque sotterranee. I superstiti boccheggiavano alla disperata ricerca di aria e, quando per pochi brevissimi attimi, riuscivano ad emergere, era come se demoni invisibili e crudeli gli proiettassero in faccia fiotti d'acqua che penetravano in bocca, nelle narici, nei polmoni. Rami, pietre, detriti, li bombardavano come fossero presi in un vortice che stesse devastando un'intera città.
Ada perse la presa sulla mano della sorella, che sparì risucchiata dal caos. Cercò disperatamente di tenersi stretta ad Ennio, e lui fece altrettanto con lei. I loro corpi, uniti in un terribile abbraccio, mulinavano nella corrente impazzita. Il loro amore, il loro cercarsi, esserci, sostenersi, era tutto ciò che restava di loro in quell'universo di elementi scatenati. Ci si avvinghiarono, entrambi, come naufraghi che condividono lo stesso pezzo di legno per tenersi a galla durante una tempesta e, in quegli istanti frenetici lunghi come un'eternità, le loro anime furono una cosa sola. Ada sentì la luce emanare forte da quell'unione, espandersi da quel punto in cui i loro cuori quasi si toccavano, diventare grande, avvolgerli, com'era stato quella volta, sulla scala della cantina.
Si strinse ad Ennio con tutte le forze di cui era capace, e si abbandonò ancora una volta a quella sensazione, mentre i confini del suo corpo si facevano indistinti ed ovattati, ed il mondo sfumava ancora una volta nel bianco.