Dopo l’inglorioso arrivo a Ginura, Niclays Roos fu trattato come un ospite d’onore in casa Moyaka. Fino alla convocazione del Signore della Guerra, era libero di fare ciò che voleva a patto che al suo fianco ci fosse sempre un accompagnatore seiikinese. Fortunatamente Eizaru e Purumé si mostrarono più che lieti di rivestire quel ruolo.
Gli amici si unirono alla folla che riempiva le strade per le celebrazioni di Finestate: di lì a poco si sarebbe dato il benvenuto all’autunno. Erano molti i Seiikinesi che si recavano a Ginura per assistere alla più spettacolare delle quattro feste degli alberi. Ambulanti grigliavano tranci di pescespada, bollivano zucca dolce nel brodo e dispensavano bicchieri di tè e vino caldo per tenere a bada il freddo. Si mangiava all’aperto, sotto la volta dorata delle foglie che oscillavano come semi d’acero sui rami; quando anche l’ultima fosse caduta, il miracoloso sbocciare dei nuovi germogli, rossi come un’alba, avrebbe illuminato la notte.
Niclays viveva ogni giorno come un dono divino. I suoi amici lo portavano a passeggiare sulla spiaggia, da dove gli indicavano l’Orfano Afflitto, il più grande vulcano attivo d’Oriente, che si stagliava solitario come un unico dente nella bocca della baia. Con il cannocchiale osservavano le focene tuffarsi tra le onde.
E lentamente, pericolosamente, Niclays si concesse di vagheggiare un futuro in quella città. Forse le autorità seiikinesi si sarebbero dimenticate della sua esistenza. Forse, riconoscendo la rettitudine del suo comportamento, gli avrebbero permesso di scontare fuori da Orisima ciò che restava dell’esilio. Un baluginio di speranza a cui attaccarsi come un naufrago alla zattera.
Panaya gli spedì i suoi libri insieme a un biglietto di Muste, su cui c’era scritto che gli amici all’avamposto gli mandavano gli omaggi più calorosi e attendevano con ansia il suo ritorno. Niclays si sarebbe anche intenerito se li avesse considerati amici, o se gli fosse importato qualcosa dei loro omaggi, calorosi o meno. Ora che aveva assaggiato la libertà il pensiero di tornare a Orisima, a quelle venti facce, a quel misero reticolo di strade, era intollerabile.
La nave mentese Gadeltha attraccò portando posta e notizie dal Libero Stato. Niclays ricevette due lettere.
La prima era chiusa con il sigillo della Casata di Lievelyn. Si affrettò ad aprirla e leggere il messaggio vergato in bella calligrafia.
Brygstad, Libero Stato di Mentendon
Per concessione delle Autorità Portuali di Ostendeur
Tarda primavera, 1005 EC
Signore,
apprendo dalle ultime cronache del mio prozio che state ancora scontando il vostro esilio nell’avamposto di Orisima, e che avete richiesto la grazia della Casata di Lievelyn. Dopo aver studiato il vostro caso, tuttavia, mi duole informarvi che non posso concedervi di tornare a Mentendon. Con la vostra condotta avete recato grande offesa alla regina Sabran di Inys, e nella presente circostanza invitarvi a rientrare a corte rischierebbe di alimentare i suoi rancori.
Se concepirete un modo per riappacificarvi con la regina, sarò più che lieto di riconsiderare questa infelice decisione.
Servo vostro,
Aubrecht Secondo, Illustre Principe del Libero Stato di Mentendon, arciduca di Brygstad, Difensore delle Virtù, Protettore della Corona di Mentendon, ecc.
Niclays appallottolò la lettera con rabbia. Dietro alla smania dell’Illustre Principe di non inimicarsi Sabran dovevano celarsi nuovi sviluppi politici. Almeno era stato cortese, dichiarandosi disposto a ritrattare nel caso in cui Niclays fosse riuscito a ingraziarsi Sua Acrimonia. O, perché no, lo stesso Lievelyn; anche per lui l’elisir di lunga vita poteva essere una bella tentazione.
Col cuore che batteva all’impazzata, Niclays aprì la seconda lettera. Risaliva a più di un anno prima.
Ascalon, Reginato di Inys
Per concessione dell’Ufficio Doganale di Zeedeur
Inizio estate, 1004 EC
Carissimo zio Niclays,
perdonami questo lungo silenzio. Le giornate nell’Alta Servitù sono faticose e spesso non ho occasione di muovermi senza accompagnatori. Alla corte di Inys la condotta privata delle signorine è affar serio! Spero che questa mia raggiunga Ostendeur in tempo per la prossima nave diretta a Oriente.
Ti invito a scrivermi della tua vita a Orisima.
Ultimamente mi sono dedicata ai volumi che hai lasciato qui, ora custoditi nella Stanza della Seta. Credo di avere una teoria e sono ormai certa che ci sia sfuggita l’importanza di un certo oggetto. Scrivimi, ti prego, tutto ciò che sai sulla Tavola di Rumelabar. Hai risolto l’indovinello?
Con tutto il mio affetto, Truyde
(Per l’Ufficio Doganale di Zeedeur: vi sarei grata se questa lettera giungesse alle Autorità Portuali di Ostendeur con la massima priorità. Cordialmente, la vostra marchesa.)
Niclays rilesse le ultime frasi sorridendo, con gli occhi un po’ lucidi.
Avrebbe dovuto ricevere quella lettera ben prima di incontrare Sulyard. Truyde avrebbe potuto avvertirlo del suo arrivo se Lord Seyton Combe, Maestro delle Spie di Inys, non fosse stato in grado di decifrare qualunque codice.
Aveva risposto alle missive precedenti, ma qualcosa gli diceva che le sue lettere erano andate distrutte. Agli esuli non era consentito dialogare con la patria. In ogni caso, anche se fosse riuscito a mettersi in contatto con lei, non avrebbe avuto buone notizie da darle.
Quella sera, Purumé ed Eizaru lo condussero al fiume per assistere al volo notturno degli aironi. Il giorno seguente, invece, Niclays preferì starsene in camera sua con la borsa del ghiaccio sulla caviglia. Crogiolandosi in un lieve mal di testa da eccitazione, si ritrovò a pensare a Sulyard.
Avrebbe dovuto vergognarsi a fare la bella vita mentre il ragazzo marciva in cella, soprattutto dopo avergli promesso di portare a termine la sua missione. Una missione basata su un indovinello impossibile e sul pericoloso interesse che Truyde aveva ereditato da Jannart.
L’interesse per la verità. E un indovinello che non cessava di tormentare Niclays. Intorno a mezzogiorno si fece portare lo scrittoio e decise che mettere le parole nero su bianco forse l’avrebbe aiutato.
Nell’equilibrio tra il sopra e il sotto,
risiede la precisione dell’universo.
Dalla terra ascende il fuoco, la luce discende dal cielo.
Troppo del primo infiamma il secondo,
e in questo risiede l’estinzione dell’universo.
Niclays ripensò a quanto aveva imparato all’università sulle frasi incise sulla Tavola di Rumelabar, ritrovata secoli prima tra le Montagne Sarras.
Tra quei monti, un gruppo di minatori ersyri aveva scoperto per caso un tempio sotterraneo, con la volta ornata di stelle e alberi fiammeggianti dipinti sul pavimento. Al centro della costruzione era stato rinvenuto un blocco di pietra di cielo con sopra intagliate, nella scrittura della prima civiltà meridionale, frasi degne dell’attenzione delle più illustri menti accademiche mondiali.
Niclays sottolineò qualche parola per cercare di comprenderne il significato.
Dalla terra ascende il fuoco.
Wyrm, forse. Si diceva che il Senza Nome e i suoi servitori provenissero dall’Utero di Fuoco, posto al centro della terra.
Tracciò un’altra riga.
La luce discende dal cielo.
La pioggia di meteore che aveva messo fine all’Era Dolente, indebolito i wyrm e dato nuovo vigore ai draghi dell’Est.
Troppo del primo infiamma il secondo, e in questo risiede l’estinzione dell’universo.
Un avvertimento contro l’instabilità, secondo l’ipotesi per cui l’universo era retto dall’armonia tra fuoco e luce celeste, misurate su una serie di bilance cosmiche. Troppo dell’uno o dell’altra avrebbe infranto l’equilibrio.
L’estinzione dell’universo.
Il momento in cui ci si era andati più vicini coincideva con l’arrivo del Senza Nome e della sua armata. Quale scompenso del cosmo poteva aver generato quelle creature di fiamma?
Col sole che gli picchiava sulla nuca si appisolò senza rendersene conto. Quando Eizaru venne a chiamarlo, si ritrovò con la pergamena appiccicata alla guancia e goffo e fiacco come un sacco di miglio.
«Buon pomeriggio, amico mio.» Eizaru ridacchiò. «Interrompo il tuo lavoro?»
«Eizaru.» Niclays si staccò il foglio dalla faccia schiarendosi la gola. «No, no, è solo una sciocchezza.»
«Capisco. Bene allora,» disse Eizaru «se hai finito potresti venire con me in città. I pescatori hanno portato un carico di granchi grigi dall’Oceano Sconfinato, e quelli vanno a ruba. Devi assaggiarli prima di tornare a Orisima.»
«Mi auguro vivamente che quel giorno non arrivi mai.»
L’altro esitò.
«Cosa c’è, amico mio?» chiese allarmato Niclays.
Eizaru si frugò in tasca con aria tesa ed estrasse una pergamena arrotolata. Anche se era rotto, Niclays riconobbe il sigillo della vicaria di Orisima.
«È arrivata oggi» spiegò Eizaru. «Subito dopo l’udienza con lo stimabile Signore della Guerra dovrai tornare a Orisima. Manderanno un palanchino.»
All’improvviso quel semplice foglio pesava quanto un macigno. Poteva benissimo trattarsi di una condanna a morte.
«Non disperare, Niclays» lo consolò l’amico poggiandogli una mano sulla spalla. «L’onorevole regina Sabran prima o poi cederà, e fino ad allora Purumé e io chiederemo il permesso di venire a trovarti a Orisima.»
Niclays dovette chiamare a raccolta tutte le sue forze per mandare giù la delusione. Gli parve di ingoiare un boccone di spine.
«Sarebbe magnifico» rispose con un sorriso. «Andiamo, dunque. Meglio che mi goda la città finché posso.»
Dal momento che Purumé era impegnata a sistemare un osso rotto, una volta vestito Niclays uscì da solo con Eizaru per andare al mercato del pesce. Il mare sferzava la città con un vento pungente che gli annebbiava le lenti, un dettaglio che, sommato al pessimo umore, attirò a Niclays occhiate più sospettose che mai da diversi passanti. Quando passarono davanti a un negozio di tessuti, la proprietaria gli inveì dietro: «Untore!».
Niclays era troppo amareggiato per risponderle. Eizaru la fulminò da sopra gli occhiali e lei voltò loro le spalle.
Distratto dalla scena, Niclays calpestò inavvertitamente lo stivale di una sconosciuta.
Qualcuno trasalì. Eizaru acchiappò l’amico in tempo per evitargli la caduta, mentre la giovane seiikinese cui aveva appena pestato il piede non fu altrettanto fortunata: sbatté col gomito contro un vaso, che andò a finire in mille pezzi sul pavimento di pietra.
Accidenti, peggio di un mastodonte in una cristalleria.
«Perdonatemi, onorevole signora» si scusò Niclays con un profondo inchino. «Ero distratto.»
Mentre il venditore di vasi osservava i cocci con aria torva, la donna si voltò lentamente.
Portava i capelli neri raccolti in un’acconciatura severa, pantaloni a pieghe, e una tunica di seta blu con sopra una sopravveste di velluto. Dal fianco le pendeva una spada di ottima fattura. Vedendo la lucentezza della veste, Niclays non poté trattenere un’espressione incredula: poteva sbagliarsi, ma quella aveva tutta l’aria di essere seta di mare. A differenza di quanto suggeriva il nome, il tessuto in questione non aveva nulla a che fare con la seta: era fatto di peli, per essere precisi peli di criniera di drago. Impermeabili come olio.
La donna fece un passo verso di lui. Aveva il volto squadrato, la pelle scura, le labbra screpolate. Al collo, una collana di perle danzanti.
Tuttavia, nei pochi attimi in cui i loro sguardi si incrociarono, il dettaglio che si impresse più a fondo nella memoria di Niclays fu la cicatrice. Le solcava la guancia sinistra per poi piegarsi a uncino di fianco all’occhio.
La forma di un amo da pesca.
«Straniero» mormorò la ragazza.
Solo in quel momento Niclays si rese conto del silenzio calato sulla folla. Un brivido gli corse lungo la schiena. Aveva il sospetto di essersi appena macchiato di un reato più grave della mera goffaggine.
«Onorevole cittadino, cosa ci fa quest’uomo a Ginura?» domandò bruscamente la donna rivolta a Eizaru. «Dovrebbe essere a Orisima, insieme agli altri coloni mentesi.»
«Onorevole Miduchi.» Eizaru si inchinò. «Ci scusiamo umilmente di aver interferito con la vostra giornata. Il mio amico è il sapiente dottor Roos, celebre anatomista del Libero Stato di Mentendon. È qui per vedere lo stimabile Signore della Guerra.»
La donna indirizzò a entrambi un’occhiata tagliente. La crudezza del suo sguardo parlava di lunghe notti insonni.
«Come vi chiamate?» chiese a Eizaru.
«Moyaka Eizaru, onorevole Miduchi.»
«Non perdetelo mai di vista, onorevole Moyaka. Deve sempre essere accompagnato.»
«Ma certo.»
Prima di andarsene rivolse un ultimo sguardo arcigno a Niclays, che in quel momento scorse il drago d’oro ricamato sulla sua schiena.
Aveva i capelli scuri e lunghi e una cicatrice sulla guancia sinistra. Una specie di amo da pesca.
Per il Santo, doveva essere lei.
Eizaru pagò al commerciante i danni per il vaso e spinse Niclays in un vicolo ciottoloso. «Chi era quella?» chiese Niclays in mentese.
«L’onorevole Lady Tané. Una Miduchi. Cavalca la potente Nayimathun di Nevi Profonde.» Eizaru si asciugò il sudore che gli colava sul collo. «Mi sarei dovuto inchinare di più.»
«Ti risarcirò per il vaso. Ehm, prima o poi.»
«Sono solo soldi, Niclays. Nulla di paragonabile al valore dell’istruzione che mi hai dato a Orisima.»
Eizaru, decretò in quel frangente Niclays, era la persona dotata del più elevato senso di moralità che avesse mai conosciuto.
Raggiunsero il mercato del pesce giusto in tempo. Le grandi ceste di paglia traboccavano di granchi grigi scintillanti come cavalieri in armatura d’acciaio sotto il sole. Per poco Niclays non perse di vista l’amico nella mischia, ma alla fine Eizaru emerse trionfante con gli occhiali storti sul naso.
Tornarono a casa che era quasi sera. Niclays finse un altro attacco di emicrania per ritirarsi in camera, dove sedette alla scrivania massaggiandosi le tempie.
Era sempre andato fiero della propria intelligenza, anche se ultimamente non l’aveva esercitata più di tanto. Era davvero ora di rimetterla al lavoro.
Tané Miduchi era, senza ombra di dubbio, la donna che Sulyard aveva visto sulla spiaggia. La cicatrice la tradiva. Quella fatidica notte aveva infiltrato uno straniero a Capo Hisan e poi l’aveva condotto dalla musicista che ora marciva in prigione. O sottoterra.
Il gatto senza coda gli balzò in grembo facendo le fusa. Niclays lo accarezzò distrattamente in mezzo alle orecchie.
Il Grand’Editto imponeva agli isolani di denunciare immediatamente eventuali clandestini alle autorità. Ecco cosa avrebbe dovuto fare Miduchi. Perché, invece, aveva chiesto a un’amica di nasconderlo nell’avamposto?
Quando capì, Niclays si lasciò sfuggire un “Ah!” così sonoro che il gatto fuggì via terrorizzato.
Le campane.
Le campane che avevano suonato il giorno dopo l’arrivo di Sulyard annunciavano la cerimonia d’inizio della carriera da cavaliere della Miduchi. Se a Capo Hisan fosse stato scoperto uno straniero la notte prima del rito, il porto sarebbe stato messo in quarantena per evitare il rischio di un’epidemia di morbo rosso. La Miduchi aveva nascosto Sulyard a Orisima, isolandolo dal resto della città, per consentire alla cerimonia di avere luogo. Aveva anteposto l’ambizione alla legge.
Niclays valutò varie opzioni.
Sulyard aveva acconsentito a rivelare agli inquirenti l’esistenza della donna con la cicatrice ad amo. Forse ne aveva parlato, ma nessuno aveva capito di chi si trattasse. Sempre ammesso che avessero preso sul serio la parola di uno straniero. In ogni caso, Niclays era protetto dall’alleanza tra Mentendon e Seiiki: se gli aveva fatto scampare il castigo una volta, poteva farlo di nuovo.
Salvare Sulyard era ancora possibile. Se solo avesse trovato il coraggio di denunciare Miduchi durante l’udienza con il Signore della Guerra, di fronte a dei testimoni, la Casata di Nadama avrebbe dovuto agire di conseguenza; il rischio, altrimenti, era dare l’idea di volersi inimicare gli alleati commerciali.
Niclays era certo che ci fosse un modo di volgere la situazione a proprio vantaggio. Doveva solo capire quale.
Purumé si ripresentò a casa dopo il tramonto, gli occhi stanchi e arrossati; i domestici servirono i granchi grigi con contorno di verdure tagliate fini e riso al vapore con castagne. La polpa fragrante era deliziosa, ma Niclays era troppo immerso nelle sue elucubrazioni per apprezzarla appieno. Purumé si ritirò subito dopo cena, mentre Niclays ed Eizaru si trattennero a chiacchierare seduti a tavola.
«Amico mio,» esordì Niclays «perdona la domanda sciocca.»
«È sciocco solo colui che non pone domande.»
Niclays si schiarì la gola. «Riguarda il nostro incontro di oggi, Lady Tané» disse. «Da quanto ho capito, il cavaliere è stimato tanto quanto il drago che cavalca. Dico bene?»
Eizaru rifletté qualche secondo prima di rispondere.
«Non sono divinità» spiegò. «Non esistono santuari in loro onore… ma sono comunque venerati. Come saprai, lo stimato Signore della Guerra discende da un combattente del Grande Cordoglio. I draghi stessi considerano i cavalieri come loro pari tra gli esseri umani, un onore immenso.»
«Detto questo,» buttò lì Niclays, in un tono che sperava suonasse casuale, «cosa faresti se venissi a sapere che tra loro c’è un criminale?»
«Se ne fossi assolutamente certo, lo farei presente al loro comandante, alla Fortezza dei Fiori di Sale, l’onorevole Generale dei Mari.» Eizaru scosse il capo. «Ma che domanda è mai questa, amico mio? Credi forse che tra loro ci sia un criminale?»
Niclays sorrise tra sé.
«Nient’affatto, Eizaru» rispose. «Era pura speculazione.» Quindi cambiò discorso: «Dicono che il fossato del Castello di Ginura sia pieno di pesci col corpo che sembra fatto di vetro. E che di notte, quando splendono al buio, si riescano a vedere le lische. Dimmi un po’, è vero?».
Oh, quanto amava il sapore delizioso di una buona idea lì lì per spuntare.
Tané trovò un appoggio e spinse con tutta la forza che aveva nel tentativo di raggiungere l’appiglio più in alto. A strapiombo sotto di lei, le onde si infrangevano contro un conglomerato di scogli.
Era a metà del faraglione vulcanico che sorgeva dal mare all’imbocco della Baia di Ginura. Lo chiamavano Orfano Afflitto, perché se ne stava lì da solo, come un bimbo che avesse perso i genitori in un naufragio. Nell’istante in cui una mano trovò la presa, le dita dell’altra scivolarono su un ciuffo di alghe.
Sentì un vuoto allo stomaco. Per un attimo si convinse che sarebbe caduta fracassandosi tutte le ossa, ma poi si diede lo slancio, trovò una sporgenza rocciosa e ci rimase aggrappata come un cirripede. Con un ultimo, tremendo sforzo riuscì a issarsi sulla cengia, dove rimase sdraiata ad ansimare. Era stata una follia tentare l’arrampicata senza guanti, ma aveva voluto dimostrare a se stessa di potercela fare.
Non riusciva a togliersi dalla testa il Mentese incontrato per strada, l’espressione con cui l’aveva fissata. Come se l’avesse riconosciuta. Naturalmente era impossibile, lei non l’aveva mai visto in vita sua. Ma allora perché guardarla a quel modo?
Era un uomo robusto, spalle larghe, petto ampio, ventre gonfio. Due occhi allungati, socchiusi dal peso degli anni, piantati in mezzo a un volto grasso e itterico. Tra i capelli grigi resisteva qualche bagliore ramato. Incisa intorno alla bocca la storia di una vita intera di risate. Occhialetti rotondi.
Roos.
Ci era arrivata, finalmente.
Roos. Il nome che Susa le aveva bisbigliato all’orecchio così di sfuggita che per poco il vento non se l’era portato via.
L’uomo che aveva nascosto lo straniero.
Non c’era ragione per cui dovesse trovarsi a Ginura, a parte testimoniare su quanto accaduto quella notte. Il solo pensiero le mozzò il respiro. Il ricordo dello sguardo penetrante dell’uomo le provocò un brivido.
Con le mascelle serrate per lo sforzo, si allungò verso l’appiglio successivo. Qualunque cosa Roos sostenesse di sapere su di lei o Susa, non aveva prove. Senza contare che a quell’ora probabilmente lo straniero era già morto.
Quando finalmente raggiunse la cima, rimase immobile a guardarsi i palmi sanguinanti. La seta di mare funzionava come le piume degli uccelli: una rapida scrollata e tornava asciutta.
Da lassù si vedeva tutta Ginura, con la Fortezza dei Fiori di Sale scintillante sotto gli ultimi raggi di sole.
Il drago la attendeva acciambellato dentro una grotta. Nessun essere umano sarebbe stato in grado di pronunciare il suo vero nome, quindi ci si rivolgeva a lei come Nayimathun. Nata secoli prima nel Lago di Nevi Profonde, sul corpo recava innumerevoli cicatrici del Grande Cordoglio. Ogni sera Tané la raggiungeva nel suo rifugio e le sedeva accanto fino al sorgere del sole. Era tutto ciò che aveva sempre sognato.
Comunicare, all’inizio, era stato difficile. Nayimathun non voleva saperne del linguaggio ampolloso riservato di solito alle divinità: dovevano essere come parenti, aveva detto. Come sorelle. Altrimenti non sarebbero mai riuscite a volare insieme. Drago e cavaliere dovevano condividere un solo cuore.
Ma Tané non aveva idea di come gestire quel precetto. Fin da piccola era stata abituata a rivolgersi agli adulti con riguardo, e ora una dea la invitava a chiacchierare con lei come con un’amica. Poco per volta, non senza difficoltà, aveva raccontato al drago della propria infanzia ad Ampiki, dell’incendio in cui erano morti i suoi genitori, degli anni di addestramento nella Casa di Mezzogiorno. Nayimathun ascoltava sempre con attenzione.
Ora, mentre l’oceano ingoiava l’ultimo spicchio di sole, Tané avanzò a piedi nudi verso il drago, che riposava col muso appoggiato al collo. Una posizione che le ricordava quella delle anatre addormentate.
Si inginocchiò davanti a Nayimathun e le appoggiò una mano sulle scaglie. L’udito dei draghi non funzionava come quello degli uomini. Il tatto li aiutava a percepire le vibrazioni dei suoni.
«Buonasera, Nayimathun.»
«Tané.» Nayimathun aprì uno spiraglio d’occhio. «Siediti accanto a me.»
La sua voce era un richiamo di guerra, il canto delle balene, un rombo di tuono in lontananza; il tutto amalgamato in forma di parole simili a vetri levigati dalle onde. Ascoltarla parlare colmava Tané di un senso di tranquillità prossimo alla pace del sonno.
Sedette con la schiena appoggiata al corpo umido e piacevolmente fresco del suo drago.
Nayimathun sbuffò. «Sei ferita.»
Il palmo le sanguinava ancora. Tané chiuse la mano. «Non è niente» disse. «Ero di corsa e ho dimenticato i guanti.»
«Non c’è motivo di correre, piccolina. La notte è ancora giovane.» Il corpo del drago venne percorso da un lungo rantolo. «Pensavo che potremmo parlare delle stelle.»
Tané puntò lo sguardo in cielo, dove iniziavano a spuntare minuscoli occhi d’argento. «Delle stelle, Nayimathun?»
«Sì. Nelle Case dell’Apprendimento si insegna l’astronomia?»
«Un poco. Nella Casa di Mezzogiorno abbiamo imparato i nomi delle costellazioni e come sfruttarle per orientarci.» Tané esitò. «Nel villaggio in cui sono nata dicevano che le stelle sono le anime di chi è sfuggito al Senza Nome. Spiriti saliti a nascondersi nel cielo in attesa del giorno in cui anche l’ultimo sputafuoco giacerà morto sotto il mare.»
«A volte i popolani sono più saggi degli eruditi.» Nayimathun la guardò dall’alto. «Ora sei il mio cavaliere. Devo condividere con te la sapienza della mia specie.»
Nessun maestro l’aveva mai preparata a quel momento.
Tutto ciò che riuscì a dire fu: «Sarà un onore».
Il drago tornò a guardare la volta stellata. Le pupille le si dilatarono, come per consentire alla luna di specchiarcisi dentro.
«La luce delle stelle» iniziò. «È da lì che veniamo. Tutti i draghi orientali provengono dal cielo.»
Seduta accanto alla creatura, Tané si perse a contemplarne le corna luminose, la frangia di spine sotto la mandibola, la corona blu come un livido fresco. Quell’organo le consentiva di volare.
Nayimathun si accorse del suo sguardo. «È un ricordo del momento in cui i miei antenati caddero dal cielo andando a sbattere la testa contro il fondo del mare» spiegò.
«Io pensavo…» Tané si inumidì le labbra. «Perdonami, Nayimathun, ma ero convinta che i draghi nascessero dalle uova.»
Ne era più che certa. Uova come vetro nebuloso, umide e lisce, accese di un bagliore iridescente. Potevano giacere immerse nell’acqua anche per secoli prima di schiudersi dando vita a un drago ancora fragile e minuscolo. Ma mettere in discussione la parola di una dea le fece comunque tremare la voce.
«Oggi sì» rispose Nayimathun. «Ma non è sempre stato così.» Sollevò nuovamente il muso verso il cielo. «I nostri avi furono generati dalla cometa che voi chiamate Lanterna di Kwiriki, ben prima della comparsa dei figli della carne. Gocce di luce piovvero in mare, e da quell’incontro nacque la stirpe dei draghi.»
Tané la fissò. «Ma Nayimathun,» osò chiedere «come si genera un drago da una stella?»
«Nella scia delle comete c’è una sostanza particolare, luce fusa che cade nei laghi e nel mare. Se poi vuoi sapere come faccia questa sostanza a plasmarsi in un drago, questo va oltre la mia conoscenza. Le comete provengono dal piano celeste, che io devo ancora raggiungere.»
«Nel momento in cui transita la cometa» continuò Nayimathun «siamo nel pieno della nostra forza. Deponiamo le uova, le uova si schiudono e noi riacquisiamo tutti i nostri antichi poteri. Ma poi, lentamente, l’energia ci abbandona e dobbiamo attendere fino al successivo ritorno della cometa.»
«Non esiste un altro modo?»
Nayimathun fissò gli occhi antichissimi in quelli della ragazza, che all’improvviso si sentì molto piccola.
«Non tutti i draghi rivelano questo segreto ai loro cavalieri, Miduchi Tané,» rimbombò la sua voce «ma io desidero che tu lo conosca.»
«Ti ringrazio.»
Aveva i brividi. Nessun comune mortale meritava di apprendere tanta saggezza divina, ne era certa.
«La cometa che pose fine al Grande Cordoglio in precedenza aveva solcato il nostro cielo già diverse volte» disse Nayimathun. «Una in particolare, moltissime lune fa, si era lasciata dietro due gemme celesti, entrambe infuse di potere. Frammenti solidi di stella, che concessero ai nostri avi il controllo delle maree. La loro presenza ci consentiva di mantenerci in forze più a lungo del solito. Ma è da più di mille anni che sono andate perdute.»
Percependo il dolore del drago, Tané le accarezzò le scaglie. Scintillavano ancora come quelle di un pesce, ma erano percorse da cicatrici, segni di morsi e incornate.
«Com’è stato possibile perdere oggetti tanto preziosi?» domandò.
Nayimathun si lasciò sfuggire un breve rantolo. «Circa un millennio fa, un essere umano se ne servì per rinchiudere il mare sopra il Senza Nome» spiegò. «È così che fu sconfitto. Da quel momento le gemme scomparvero dalle cronache, come se non fossero mai esistite.»
Tané scosse il capo. «Un essere umano» ripeté. Ricordava l’antica leggenda occidentale. «Un uomo di nome Berethnet?»
«No. Una donna dell’Est.»
Calò un silenzio disturbato unicamente dallo sgocciolio dell’acqua dalle rocce sopra di loro.
«Un tempo avevamo molti poteri ancestrali, Tané» disse alla fine Nayimathun. «Facevamo la muta come i serpenti, cambiavamo forma. Ti hanno mai raccontato la storia di Kwiriki e della Fanciulla che Camminava nella Neve?»
«Sì.» Tané l’aveva sentita molte volte nella Casa di Mezzogiorno. Era tra le più antiche leggende di Seiiki.
Tanto tempo fa, appena emersi dal Mare Lucente, i draghi decisero di diventare alleati dei figli della carne, di cui avevano notato i fuochi su una spiaggia vicina. Offrirono loro pesci dorati in segno di pace, ma gli isolani, in preda al sospetto e alla paura, li affrontarono con le lance; i draghi si inabissarono tristemente e per lunghi anni non si fecero più vedere.
Tuttavia, una giovane donna che aveva assistito alla loro venuta ora ne piangeva la scomparsa. Si aggirava ogni giorno per la foresta, cantando il proprio dolore per le splendide creature che avevano abitato l’isola per così breve tempo. Come troppo spesso accade nelle antiche leggende, il nome della ragazza è stato dimenticato. Ella è nota solo come la Fanciulla che Camminava nella Neve.
Un gelido mattino d’inverno, la Fanciulla trovò dentro un ruscello un uccellino ferito. Gli medicò l’ala rotta e lo nutrì con gocce di latte. Dopo un anno di cure amorevoli, l’uccellino era tornato in forze, così la Fanciulla lo portò sulla scogliera e lo liberò.
In quel momento l’uccello riassunse le sembianze di Kwiriki, il Primo tra gli Anziani, il quale, feritosi in un duello marino, si era trasformato in un animale per fuggire. Il cuore della Fanciulla si colmò di gioia, e lo stesso quello del drago, che ora sapeva che anche nei figli della carne c’era del buono.
Per ringraziarla delle sue cure, il grande Kwiriki regalò alla Fanciulla un trono ricavato dal suo stesso corno, passato alla storia come Trono Arcobaleno. Dalla spuma d’onda le generò poi un magnifico consorte, il Principe che Danzava nella Notte. La Fanciulla divenne la prima imperatrice di Seiiki, volò sopra l’isola in groppa al grande Kwiriki e insegnò al proprio popolo ad amare i draghi e a non combatterli più. La sua stirpe ha regnato fino all’estinzione durante il Grande Cordoglio, quando il Primo Signore della Guerra prese le armi per vendicarla.
«La leggenda dice il vero. Kwiriki assunse le sembianze di un uccello. All’epoca potevamo cambiare forma a nostro piacimento» spiegò Nayimathun. «Potevamo diventare più grandi o più piccoli, intessere illusioni, infondere sogni… di questo eravamo capaci.»
Ma ora non più.
Tané si perse ad ascoltare le onde. Immaginò di essere una conchiglia, e di custodire quel rombo nel petto. Attraverso le palpebre sempre più pesanti, colse lo sguardo di Nayimathun che la osservava.
«Qualcosa ti turba.»
Si irrigidì.
«No» rispose. «Pensavo solo a quanto sono felice. Ho realizzato tutti i miei sogni.»
Nayimathun emise un gorgoglio profondo, sbuffando vapore dalle narici. «Non c’è nulla che tu non possa dirmi.»
Tané evitava disperatamente il suo sguardo. Sapeva con tutta se stessa quanto fosse sbagliato mentire a una dea, e d’altra parte semplicemente non poteva rivelarle dello straniero. Per quel crimine, Nayimathun si sarebbe sbarazzata di lei.
Avrebbe preferito la morte.
«Lo so» si limitò a rispondere.
Le pupille della creatura divennero pozzanghere d’ombra in cui Tané riusciva a scorgere il proprio riflesso. «Vorrei accompagnarti alla fortezza,» disse Nayimathun «ma stanotte devo riposare.»
«Capisco.»
Il corpo del drago fu scosso da un basso ringhio. Parlò ancora, più che altro rivolta a se stessa: «Si agita. L’ombra incombe cupa sull’Occidente».
«Chi si agita?»
Il drago chiuse gli occhi e tornò ad appoggiare il muso contro il collo. «Resta con me fino all’alba, Tané.»
«Ma certo.»
Tané si sdraiò al suo fianco. Nayimathun si fece ancora più vicina, avvolgendola con l’immenso corpo.
«Dormi» disse. «Le stelle vegliano su di noi.»
Il ventre della creatura la riparava dal vento. Mentre prendeva sonno lì dove aveva sempre sognato di essere, cullata dal battito cardiaco di un drago, Tané ebbe la strana sensazione di essere ritornata nel ventre materno.
Aveva anche la sensazione che qualcosa le si stesse chiudendo addosso. Come una rete attorno a un pesce guizzante.