Un libro dedicato a una regione, in cui non si voglia offrirne né la guida né la storia, può facilmente cadere in un colloquio privato, al quale sia indiscreto convitare il lettore. E non nego che tale possa essere il pericolo di questo libro, se non ambisse a proporsi come il modo stesso di rivelarsi della Puglia a chi la ricerchi nella sua antica umanità, nel suo antichissimo aspetto, nelle sue sorprendenti e inattese fioriture artistiche. Chi scrive ha dunque inteso o preteso di costituire il filtro di queste candidature varie che di se stessa pone la Puglia a chiunque la percorra né con occhio distratto né col cuore altrove.
Per questo, proprio sulla soglia del libro mi piace di presentare un repertorio, per quanto veloce e niente affatto completo, dei viaggi, quali si sono susseguiti in Puglia da epoca ormai lontana, non potendosi certo dar conto di quelli che indubbiamente vi furono, e non furono viaggi, ma invasioni: così quello di Annibale.
Le lacune, allora, che il libro presenta, sono assai meno che omissioni, in quanto che proprio si riferiscono a dei lati o storici o naturali che non si accesero alla fantasia arrivando a resuscitare in immagine. Mi cuoce così di non avere parlato di Canne e delle grotte, soprattutto di quelle di Castellana: ma che farci? Non ne sono stato capace. Invece il pezzo su Canne è stato d’obbligo, direi il pezzo forte, di tutti i miei predecessori. Dei quali mi sia lecito dunque indicare qui di seguito i più illustri o singolari.
Di tutti i viaggi in Puglia, il più antico, e infinitamente il più famoso resterà sempre quello di Orazio. Lucano, perché di Venosa, ma della Lucania più vicina alla Puglia, Orazio non smaniava affatto per ritornare nella terra d’infanzia; questa però gli era rimasta impressa in immagini tenere, quasi patetiche. E di là, presso Banzi, la famosa Fons Bandusiae, che, fra le fonti poetiche, ha il suo altissimo rango, vicino alla Castalia, all’Aretusa, alla Sorga. Io non l’ho vista, ma chi l’ha visitata, in vena di pellegrinaggio oraziano, l’ha trovata limpidissima e freschissima, proprio come l’immortalò Orazio. Ora anche la gente colta legge meno Orazio: ma ha torto. I più grandi prosatori – assai più dei poeti – si sono formati su di lui.
Comunque, Orazio, intraprendendo con Mecenate e Virgilio quello straordinario viaggio, era già di casa: e del resto, la medesima strada doveva averla rifatta, non fosse che per andare e tornare dal seguito di Bruto, in Grecia.
È certo che quel viaggio non si riassume, si fa solo – e passo passo – con Orazio: ma come non ricordare l’arrosto di tordi, a Benevento, che dà fuoco alla cucina? E l’apparire dei monti brulli della Puglia arsi dallo scirocco? “Montes Apulia notos ostentare mihi, quos torret Atabulus”: a proposito di chi sostiene che una volta dovettero essere selvosi. Se ci fossero stati i boschi, non c’era ragione che il vento caldo arrostisse più lì che altrove. Ed è alla soglia della Puglia, a Trevico, che succede a Orazio quel tale impudico evento notturno. A Canosa il pane era duro come pietra, e l’acqua costava cara. Ma della Puglia se ne sbriga alla lesta: a Ruvo arriva stanco, Bari è detta pescosa, Brindisi non vale che come fine del viaggio e del racconto.
Dopo Orazio – non avendo la pretesa di dare un resoconto di tutti i viaggiatori di Puglia – faremo un bel salto fino al Rinascimento.
Se non proprio un viaggio, come s’intende ora, una descrizione viaggiante di notevole sapore è l’opuscolo De situ Japigiae dell’umanista, medico e cosmografo Antonio De Ferrariis detto il Galateo. Nacque costui, che fu intimo dei più grandi umanisti, del Valla, del Pontano, del Summonte, nella città di Galàtone, e da una schiatta di preti greci, cosa di cui tutta la vita si vantò, non meno per iscritto che a voce. Ma da questo orgoglio di una grecità, a dir vero un po’ diluita, trasse, oltre che dallo studio delle lettere, un fiero e sdegnoso carattere, il Galateo: un carattere che egli deve avere amato di modellarsi su Plutarco e sulla storia della Roma repubblicana. A un certo punto, ad esempio, del suo De situ Japigiae, si vergogna d’essere italiano, e non già perché disprezzi l’Italia per la Grecia, ma all’incirca per le stesse ragioni che inducono Dante alle sue invettive. Anima generosa, il Galateo, e attaccatissimo alla sua regione come alle sue origini greche, non poteva vedere di buon occhio, ancorché religiosissimo, la Curia romana, e i preti in genere, quando non fossero preti di rito greco, troppo più coltivati, anzi depositari della cultura greca e latina nei suoi luoghi. Nell’opuscoletto sulla Japigia ogni tanto ci sono certe frecciate, all’indirizzo dei preti, che pur senza sibilar troppo, arrivano precise al segno: per lo più in occasione di luoghi che, una volta monasteri basiliani e ricchi di libri e di memorie, passati al clero romano, andarono in rovina, e i libri dispersi. Come per il grande Monastero di Casole, presso Otranto, dove c’era una splendida biblioteca, i cui libri “magna pars negligentia Latinorum et contempu literarum Graecarum periit”. A dir vero fu il cardinale Bessarione a farne largo bottino, e i Turchi compirono il resto. Ma il Galateo doveva in primo luogo sottolineare la colpa dei Latini. E così quando arriva a parlare del Monastero di Santa Maria di Cerate (presso Lecce), fondato da Tancredi il Normanno, conte di Lecce, dotato di grandi possedimenti, non si può trattenere dal notare che ora il Monastero è pressoché deserto “ut coetera omnia, quae in potestatem principum Sacerdotum deveniunt” (come tutto ciò che cade in balia dei prìncipi dei Sacerdoti). Lo sdegno verso l’ignavia degli Italiani, oppressi dagli stranieri, e contro i preti, sono dunque i due motivi sotterranei di tutta l’opera del Galateo. Ma, a quelle acque tumultuose, seppure nascoste, fa riscontro, nel libretto sulla Japigia, un virgiliano senso delle erbe, dei vini, della terra. In un latino leggiadro, dove risuona l’eco delle Familiari di Cicerone e spira qualche auretta delle Georgiche, il raro opuscolo dà conto del Salento secondo un itinerario geografico che cerca di non trascurare nulla di interessante: seppure non possa rispecchiare che ciò che era interessante per il Galateo. Memorie storiche, citazioni rare di autori poco noti e che hanno riferimento al Salento, notizie sullo stato attuale delle città, dei paesi, delle campagne: ma assai poco di quel che si vorrebbe ora, dei monumenti cioè, delle opere d’arte. Invece ci sono le notizie che non si aspetterebbero: rarità linguistiche, come quando riesuma, a proposito del nome di Brindisi, l’origine messapica del nome – e del messapio, a tutt’oggi, si sa ben poco – in quanto il sito dove si trova Brindisi fa pensare alla testa del cervo, e brentes, in messapico, significava appunto testa di cervo. Altrove puntualizza delle nozioni fonetiche a proposito della pronunzia di Rudiae, divenuta Rusce, nel dialetto leccese: tramanda il nome di macerie che, a quel tempo, come oggi in Sicilia, si dava ai muri a secco fatti nelle campagne, coi sassi tolti dalla terra. E ora invece si chiamano, in tutta la Puglia, pariéti, e parietài chi le accozza laboriosamente. Infine conserva la memoria d’un fenomeno di Fata morgana, di cui io non son riuscito a rintracciare più ricordo alcuno. Si producevano questi “fantasmi”, che il volgo chiamava mutazioni o mutate, nelle paludi del Neritino, nei campi di Manduria, di Galeso e di Copertino, nonché sul lido fra il Gargano e Otranto: così come ancora avviene in Sicilia, fra Messina e Reggio Calabria, e a Mazara del Vallo.
La sua maggiore tenerezza è tuttavia per la patria Galàtone, per Nardò, per Gallipoli. Di Galàtone dice, col suo bel latino: “Hic coelum salubre, ac tepidum, aurae salutares, et suaves, ager apricus semper vernans floribus…” che può sembrare esagerato ed è vero. Si dà a raccontare tutto quel che ci nasce, di erbe odorose: e qui il medico fa capolino. Poi parla del croco, o zafferano, che vincerebbe quello di Sulmona; e non saprei dire se si coltiva ancora. Sette cose, Galàtone, si vantava d’avere del colore del croco: il croco stesso, il miele, il cacio, il vino, l’olio, i fichi secchi e le uve passe. Quando racconta queste cose, il Galateo, ci restituisce fino i sapori delle Georgiche.
Di Nardò insiste con amore sulla tradizione degli studi, e di Gallipoli, riprendendo la dubbia etimologia che la fa Gallipoli, ossia città bella, invece che città dei Galli (Senoni), fa una descrizione, in apposito opuscolo, fantasiosa e fedele al tempo stesso. Così spiega l’andamento tortuoso dei vicoletti come se fosse stato studiato apposta per rompere i venti: naturalmente appellandosi al passo di Vitruvio che cita questo accorgimento urbanistico. Ma poi la città reale svanisce nello speciale ethos che il Galateo vuole ricavarne, con l’ordine della sua giornata e le sue occupazioni. Poiché casta e religiosa è la sua vita, gli abitanti di Gallipoli divengono degni dell’età dell’oro, o della Repubblica di Platone. L’intento di edificazione diviene così esplicito che l’interesse cade di colpo. “Hic, optime Summonti, feliciter viverem si sine labore possem, si Accium, site hic haberem…”: che sembra di cogliervi un’eco del dantesco: “Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io…”. Ma certo spira dalle pagine su Gallipoli, se non la vera città di Gallipoli, l’animo, nobile del Galateo, che ebbe l’accortezza di esprimersi nel suo bel latino piuttosto che nell’italiano che conosceva in una lezione quanto mai bastarda e dialettale. Basta leggere la sua Esposizione del Pater noster, scritta in volgare, per trovare fiori del genere: “Noi Latini avemo la lengua povera…” oppure “se li incederimo luminari de olio e de cera…”.
Il suo pensiero nasceva chiuso nella concettosità classica come il tórlo dentro l’uovo. La epigrafe ch’egli dettò a se stesso per la sua tomba in San Giovanni dei Domenicani a Lecce sembra tradotta dall’Antologia palatina: “Quel Galateo che conobbe le arti mediche e le stelle del Cielo giace sepolto in questo luogo: ei che concepì nella mente il mare, la terra e gli astri, vedete, o mortali, quanto piccola tomba lo racchiude”.
Dopo il Galateo faremo un altro bel salto fino al Swinburne, che dal 1777 al 1780 fece diversi viaggi nel Regno delle Due Sicilie, dopo essere stato in Spagna.* Nella prefazione spiega che vuole solo raccontare delle cose vere e non imbastire un viaggio sentimentale a imitazione dello Sterne. Partiva con un bel corredo classico e storico, con un vivo interesse per le antichità, gli usi, i costumi: ma senza possedere alcuna originalità di visione. La rinfrescata del gusto che già in Inghilterra rimetteva in onore l’architettura gotica e il Medioevo, non era arrivata fino a lui, che qualifica sprezzatamente come gotica tutta l’architettura normanna che incontra. Più sensibile al paesaggio, s’interessa ai grandi uliveti che attraversava in questa sua lunga cavalcata attraverso la Puglia, ci descrive ruscelli, vallette amene, e si diffonde soprattutto sui molluschi di Taranto. Il viaggio, all’andata, mosse da Napoli fino a Foggia, Montesantangelo, Bari, e poi, attraverso Ostuni e Villafranca, a Taranto: di lì proseguì fino a Reggio. Da Reggio, per mare, ritornò a Gallipoli, visitò Lecce, Brindisi, Bari, Castel del Monte, Andria, e per Benevento riprese il cammino di Napoli. Ogni tanto dà delle notizie curiose, come quella degli ossi attaccati a un albero dai pellegrini di Montesantangelo, presso il Santuario, o come la testimonianza delle danze sfrenate che le donne facevano a Brindisi, in prosecuzione delle danze bacchiche: e si dicevano punte dalla tarantola. Ma se fosse riuscito a vedere, per quanta storia accumula nelle sue pagine, sarebbe davvero prezioso. Invece, si accorge dei muri fatti di pietre a secco, ma al solito non parla dei trulli, e riserva delle vere escandescenze contro l’architettura di Lecce, le cui decorazioni abbondanti gli danno maledettamente sui nervi, fino a fargli preferire l’architettura gotica.
È interessante la notizia che già si facessero in Puglia dei falsi vasi greci e apuli, ma non a Grottaglie dove è disgustato dalle volgarità di quella ceramica. Naturalmente con lo spirito di un inglese liberaleggiante è scandalizzatissimo dell’arretratezza in cui è lasciata la Puglia e dell’invadenza clericale. Ma una volta sola ci dà una relazione inattesa, l’ospitalità offertagli in Francavilla nel palazzo dei Principi Imperiali, che, per altro assenti, avevano dato ordine di ricevere con tutti gli onori il Swinburne e l’amico che viaggiava con lui. Il fatto che l’amico, caduto ammalato e spaventato delle difficoltà del viaggio, se ne fosse tornato a Napoli, provocò un comico disguido nelle accoglienze che erano state preparate al Castello. Val la pena di riferire il passo: “Quando ebbi spiegato la ragione che aveva impedito al mio amico di arrivare a Francavilla, [don Domenico, l’indipendente] si estese in complimenti di condoglianza molto patetici, e mi promise che il Cappellano farebbe delle preghiere per la sua salute. Contemporaneamente il Rettore del Collegio, il Padre guardiano dei Cappuccini e il corpo dei Magistrati arrivarono in gran pompa. Il primo mi rivolse un discorsetto, breve ma assai gentile, pur tuttavia non senza imbarazzo. Il mio mentore allora mi sussurrò all’orecchio che il Rettore aveva composto un discorso molto eloquente per due illustri viaggiatori, ma avendo saputo che s’erano ridotti a uno, non aveva potuto servirsene, non avendo il tempo di modificare tutte le figure di rettorica che erano state composte per due. La perdita che feci con questo discorso fu ripagata da quello del frate, che, parlando col naso, e fatte molte riverenze, mi attribuì tutte le virtù possibili, e s’espresse in metafore così bizzarre, che incantò i suoi uditori e pensò di farmi dimenticare il mio ruolo. Apprese infatti alla compagnia che io viaggiavo nei paesi stranieri per fare provvista d’olio per le lampade della scienza del mio paese, che il mio spirito serviva da lucerna e che la mia eloquenza n’era la fiamma. Dopo questo fuoco d’artificio da fare impallidire l’Achillini, ci fu la messa e poi il giro nella città col codazzo di popolo: infine il pranzo dove il cuoco, disavvezzo da vent’anni per l’assenza dei padroni, volle farsi onore, ma tutti i piatti erano immangiabili. Intanto, in piedi all’intorno, aveva una corte intera, l’intendente, il medico, il cappellano e i musicisti. Finì la giornata una rappresentazione nel teatrino del Castello con una tragedia di Giuditta e Oloferne, in cui il corpo di Oloferne, agitato da convulsioni, strappò applausi e lacrime”.
Quando riprendono i viaggiatori, una volta fatta l’unità d’Italia, quel che colpisce dei loro resoconti, è il tono epico che sentono di dover assumere: ognuno, anche se non lo dice, si presume che abbia fatto testamento, e si accinge alla scoperta di una terra quasi sconosciuta che si configura splendida quanto arretrata, ospitale singolarmente quanto inospite nel complesso. Che sia il Gregorovius, il Lenormant, o lo Schubring, quest’accenno alla difficoltà degli alloggi, all’impossibilità di trovare, in borghi pur popolosissimi, una stanza e un vitto decoroso, punteggia inevitabilmente il viaggio. E tuttavia, senza risentimento, se, quella penuria di locande come si deve, ha poi messo in luce un’ospitalità patriarcale, d’una qualità che ora fa rimpiangere descrizioni più vive e minute. Quando il Gregorovius va a Castel del Monte, ci introduce a un’accoglienza, a una famiglia, e a un pranzo che dovrebbe essere ordinario – mangiavano una volta al giorno – ma che fa pensare al Padre di famiglia del Tasso, o addirittura alle imbandigioni, ma allora descritte fin negli ingredienti delle salse, che si trovano in Gogol’ o in Goncarov. Le stesse notazioni o pressappoco, e in luoghi diversi, riporta dieci anni dopo, il Lenormant. L’uno e l’altro s’erano mossi come Telemaco, nobilmente accompagnati se non da un dio, da un nativo o quasi: sennonché, per loro, le parti s’invertono, il mentore è Telemaco, e viceversa risultano dei compagni fedelissimi e ardenti. Il primo nella serie (era il Mariano), che accompagnò il Gregorovius, sapeva anche il tedesco, e siccome era di Capua, fa sciogliere subito un inno mistilingue allo storico famoso, per inneggiare a Capua, all’Italia rinnovata, alla Germania, alla cultura tedesca che rinnovava l’Italia, e poi a Pier delle Vigne e al suo Manfredi, che egli andava cercando ovunque, “biondo e di gentil aspetto”, anche più di Federigo II.
Perché l’idea del Gregorovius, nel suo pellegrinaggio in Puglia, non era di compiere un viaggio in Puglia, ma di inseguire le ombre, alticce e rossicce, dei suoi Hohenstaufen: e ci voleva comporre un bell’album, con tutti i monumenti e le chiese. Se non ce la fece, fu per viltà di editori. Tuttavia la ricerca, l’inseguimento delle ombre infittisce la pagina di ricordi storici e saputi: quando, a un certo punto, il paese straordinario, che il grandioso vecchione si trova a visitare, inconsapevolmente gli piglia la mano. Nascono allora le notazioni più vive – fresche non lo sono mai – per esempio sui costumi che portavano gli uomini a Manfredonia e al Gargano, un giubbotto foderato di pelo, col cappuccio come i frati, una fusciacca rossa e il berretto celeste. Oppure risorge l’ingrato ricordo del vino da banditi che gli fecero bere, a lui polacco-prussiano, nero come l’inchiostro nell’osteria di Manfredonia. Ma dove l’accanito ghibellino finisce per scatenarsi è quando può prendersela allegramente coi preti: allora l’invettiva diviene gagliarda. Si vede che, dal Galateo in poi, è una costante o quasi, dei viaggiatori di Puglia. Il Gregorovius si sente in dovere di vendicare Federigo II e Manfredi. Spande lacrime, lacrime senza fine, su quello che fra i tanti crimini di Carlo d’Angiò forse fu il massimo, d’averli fatti languire in carcere, quei figli innocenti di Manfredi – biondi e di gentile aspetto – incatenati come malfattori. Certo ci vorrebbe poco, troppo poco, dall’altra parte, a enumerare di rimando le infamie, e sono innumerevoli, commesse da Federigo II: quelle non esistono, quelle il Gregorovius ignora. Viceversa è sempre un punto gradevole, del suo viaggio doppiamente storico, quando si reca, a Benevento come a Lecce, dallo studioso locale, che in genere è un vecchio prete mimetizzato fra pochi libri racimolati a stento. Allora il barbuto imperialista – che bel testone da Carducci tedesco – si infervora, scorda la tonaca e si lascia prendere dal suo inesausto, illibato amore per la cultura e la storia.
Ma dove si scopre, quasi infantilmente, nel suo illimitato idoleggiamento tedesco, è nel modo di comportarsi verso i nuovi nomi delle strade. Perché quando queste strade o piazze s’intitolano a Vittorio Emanuele o a Garibaldi o a Mazzini, il fiero ghibellino fa smorfie, osserva che è un arbitrio e un modo di disperdere tanti ricordi storici legati alla vecchia toponomastica: ma se invece i nuovi nomi sono quelli di Federigo o di Manfredi, allora piovono lodi. Che bravi, quei cittadini di Manfredonia, che non vollero cambiare nome alla città, e che, proprio da poco, avevano ribattezzato il loro Corso, intitolandolo a re Manfredi. E così a Lucera, e così a Benevento. Sennonché arriva a Lecce, e qui i coltivatori leccesi non si contentavano di villan rifatti, svevi o normanni che fossero: andavano a ripescare, per le loro strade, Idomeneo e Malennio e Dauno, mitici fondatori di Lecce, eponimi vaghi del Regno di Puglia. Il Gregorovius gravemente vorrebbe approvare questo culto delle memorie, ma, non trattandosi di memorie sveve, ci fa sapere che è “nulla più che un ghiribizzo di antiquari eruditi”. Talché io mi domando se la denominazione di “cittadino romano”, quale volle iscritta nella sua lapide, non fosse dovuta assai più al Sacro Romano Impero che alla Roma come s’intende da noi. In fondo, a parte l’interesse di testimonianza storica che reca il suo viaggio composto in due tempi fra il 1874 e il 1875, vi è un’unica scoperta, quella di Lecce. La cosa è risaputa, per quanto abbastanza imperfettamente, perché si crede che abbia chiamato Lecce la Firenze delle Puglie, mentre la denominò la Firenze del barocco: che non è la stessa cosa. Ma certo, a quell’epoca, non disprezzare il fiorito barocchetto pugliese, per uno svevo come il Gregorovius, ingessato nel romanico o nel gotico romantico, fu una bella apertura d’ingegno o di gusto. Me ne sono sempre sorpreso.
Pochi anni dopo, nel 1882, François Lenormant, membro dell’Istituto archeologico e storico, intraprendeva pressappoco lo stesso viaggio, pieno d’incognite, attraverso la Puglia e la Lucania. A lui non stavano tanto a cuore gli Svevi, quanto l’antichità classica e le iscrizioni: ma ciò non toglie che si leggano, nei suoi due volumi, ampi squarci anche di storia medioevale. Il Lenormant, di certo, possiede una maggiore scioltezza, e non minore entusiasmo per i luoghi, ma non lo incendia di tanto in tanto quel fiammeggiante anticlericalismo che fa lo spasso del viaggio del Gregorovius, e ci dona la sua anima civile.
Il dotto francese fa buone ricognizioni di lapidi e di anticaglie, compra di tanto in tanto per il Louvre qualche statuetta, e, da raffinato buongustaio, si lamenta per la cucina: ancor più che in Puglia, però, nella Lucania o Basilicata, dove gli tocca di mangiare un intingolo con la cioccolata. E invece io lo penso buonissimo, e tutto fa credere che fosse sul genere del dolce e forte che si cucina a Siena.
La cosa che tuttavia sorprende di più, in questi viaggi di studiosi che soprattutto erano eruditi e archeologi, è il fatto che non si imbattessero mai nei grandiosi avanzi megalitici della Puglia. E tira via per il Gregorovius, ma il Lenormant, che era francese e archeologo, sembra impossibile che non si accorgesse di menhir e di dolmen, se i menhir si chiamano, ancora oggi, pietrefitte in Puglia. Non più dei monumenti megalitici, neppure dei trulli vi è parola. E non dovevano essere meno curiosi ed eccezionali allora di ora: niente a che fare con capanne o chaumières. Ma tant’è, si vede solo quel che si vuol vedere, come si trova solo quel che si cerca. Di qui la riconoscenza per gli scopritori che trovano quel che non cercano, come quello che ha scoperto la penicillina, o come Colombo che scoprì l’America.
L’ultimo, di questi viaggiatori-storici d’arte, è Paul Schubring che, nella “Frankfurter Zeitung” del 1900, scrisse una modesta serie di articoli sulla Puglia, tradotti in italiano e pubblicati a Trani (Vecchi, 1901). Lo Schubring è ben noto come critico d’arte, soprattutto per una grande e ancora valida pubblicazione sui Cassoni dipinti del Rinascimento. Nel suo viaggio in Puglia, segue un po’le piste dei predecessori. È strano che neppure lui si accorga dei trulli e di Alberobello: né le sue annotazioni critiche sono di particolare acume. Ma c’è amore per il paese, e la scoperta, più che delle opere d’arte, del paesaggio.È il primo appassionato inno sciolto alla bellezza del paese: “Si crede generalmente che la Puglia sia un deserto monotono, un paese privo di attrattive speciali e proprie della regione italiana. Ma: chi crede a questo cartello, non mangia vitello”. “L’immenso piano della campagna, leggermente ondulata, il mare così maestoso, il cielo così infinito e sereno costituiscono una trinità grandiosa e singolare.” Oltre alla scoperta del paesaggio pugliese, lo Schubring stila note assai sensate sull’abbandono in cui veniva lasciata la Puglia, sul carattere mite degli abitanti, e sulla povertà in cui si dibattevano. L’ arrivo a Troia, dove la visita alla Cattedrale dell’Incoronazione lo riempie di stupore e di pulci, non gli lascia rancore. “Manca un albergo, un caffè. Potemmo avere esclusivamente de’ maccheroni in un portone, dove cavalli, asini, un cane, quattro polli, e undici bambini banchettarono con noi. La cara gioventù ci attorniò poi così fitta, durante la nostra visita alla Cattedrale, che ce ne rammentammo per due giorni e due notti. Ma la Cattedrale è così singolare che si perdona alle stesse pulci!” Si era nel Novecento, ma per certe cose ahimè, come il mangiare, è arduo ancora ora, in taluni centri. Mi ricorderò sempre delle difficoltà che qualche anno fa ebbi a Bitonto, che pure è una città folta, ed era giorno di mercato.
Una sola volta s’indigna, lo Schubring, quando assistette allo spettacolo barbarico dei pellegrini a Montesantangelo. “Non si può descrivere il modo che oggi tengono i pellegrini sul Gargano e a Bari, per dimostrare la loro devozione al Santo: è più una prurigine dei sensi che un elevarsi della mente e del cuore. Cupi suoni animaleschi vengono emessi: le lingue, che leccano il suolo, diventano sanguinanti; il mercanteggiare la manna [a Bari], è tutto un quadro oltremodo indegno. E, sulla moltitudine piagnucolante e in ginocchio, sta il coro de’ preti in abito violaceo, che girano gli occhi e sorridono dolcemente, guardando intorno.”
Con lo Schubring si arriva alle soglie del grande lavoro storico-artistico sull’Italia meridionale, che riprende, riassume, supera quelli dello Huillard-Breholles, del Serradifalco, del duca di Luynes, dello Schulz, del Salazaro, dell’Enlart: L’Art dans l’Italie méridionale di Emile Bertaux. Siamo al 1904, e un esame dell’opera, ancora indispensabile, esula da queste pagine. Ma vale ricordare che il Bertaux si accorge dei trulli, ne ricollega subito il nome alla parola che in epoca bizantina designava la cupola, ne indaga le rare ripercussioni architettoniche nelle costruzioni auliche. Il poderoso studio del Bertaux contiene tuttavia dei tratti che appartengono ancora al viaggiatore: descrizioni di luoghi, accenni storici. C’è insomma, la tentazione, subito repressa, di rilegare tutti i monumenti nei lacci di un viaggio. Sempre lo studio dei monumenti della Puglia assumerà l’itinerario di un viaggio: e sia di venia a questo, che arriva buon ultimo, di non aver saputo comprimere, nell’autore, la tentazione che neppure riuscirono a frenare i sapienti di cui si è detto.
* Henry Swinburne (1743-1803), autore di libri di viaggio a suo tempo piuttosto popolari. Della sua visita nel sud dell’Italia lasciò scritto Travels in the Two Sicilies, 1777-1780. (NdC)
Questo viaggio in Puglia non è un viaggio, ma tanti viaggi. Eppure è un solo viaggio, per l’amore che io porto a una terra, che non mi ha visto nascere, che non mi ha visto fanciullo e neppure fu teatro di un primo amore. Come la scorsi dall’aereo, non mi entusiasmò. Abitavo allora in Egeo e facevo spesso il volo fra Roma e Atene. Dall’alto, la Puglia è ancora più geografica della solita mappa a cui si riducono i vantati e insipidi panorami dall’aereo. Così piatta com’è, con quelle strade diritte e i grossi borghi bianchi, fitti quanto un gregge di pecore nello stazzo, non fa venire il desiderio di percorrerne le strade, di entrare in quei borghi, di trovarsi a raso terra in tanta pianura, e così uguale. C’erano i monumenti, e quelli bisognava conoscerli, ma, oltre ai monumenti, non vedevo, non sentivo altra ragione di andare in Puglia. Poi dovetti recarmi in Albania, e, tornando di là, apersi gli occhi una mattina a Bari dove infieriva un’afa africana, e non pensai che a ripartirne. Avvenne dopo molto tempo che dovessi visitare Otranto: la Puglia bisognava infilarla tutta, per arrivare sin là. E allora cominciò la scoperta. Né si arrestò a questo primo viaggio, né al secondo, né al terzo: la scoperta non finirà mai, perché è un paese, la Puglia, come il mattino, un mattino limpido, un mattino di sole liquido: e, il mattino, sarà sempre lo stesso, ma non viene mai a noia. E ha sempre qualcosa di nuovo, nel suo spettacolo sempiterno. Così la Puglia, paese arcaico: che a pochi passi da Bari, proprio sulla strada asfaltata, issa un menhir, e, accanto, un cartellone pubblicitario. Ciò che è più che un simbolo di quello che la Puglia è; e di quello che Bari vuole essere.
La Puglia è un meraviglioso, austero, paese arcaico. L’unico dove si assiste ancora allo spettacolo incontaminato, e per interminabili distese, di una flora anteriore alla calata degli indoeuropei: solo ulivi e viti, viti e ulivi, le piante che nel nome, tenacemente conservato e trasmesso, rivelano ancora di essere state trovate sul posto dagli invasori ariani.
Certo, vi è anche il mandorlo, il fico, e il fico d’India, le agavi: ma non così diffusi e promiscui come in Sicilia e in Calabria. In realtà il severo paesaggio della Puglia è in queste distese di mastodontici ulivi, in questi tappeti a non finire di viti basse, che si tengono ritte da sé. E non c’è minor fascino, per chi lo sa sentire, in tale elementarità di paesaggio, che nei menhir, nei dolmen, nei trulli. Se si pensa che i trulli più antichi non rimontano oltre il ’600, sembrerà non so più se fatidico o fatale che la Puglia seguiti a esprimersi nei termini di una civiltà neolitica, fino a ritrovare spontaneamente tecniche preistoriche come quella della copertura a tolos per i trulli. Ritrovare o conservare, non si sa bene: la tradizione, in un luogo così tenacemente arcaico, può riscoppiare anche dopo secoli e secoli di letargo.
Di contro alla Puglia sta Bari. Bari non è l’espressione della Puglia, anche se Bari assomma l’orgoglio della Puglia: Bari è l’avamposto della nuova invasione ariana, quella della civiltà delle macchine. Così, come ultima ondata. Ma la terra vera di Puglia è quella arcaica, non arretrata ma immemoriale, che riesce a sopravvivere anche ai grattacieli di Bari, a insinuarsi nelle sue strade lucenti e nel lungomare grandioso.
È così, infatti, che mi piace presentarvi Bari, alla soglia di un libro, in cui non si ama parlare delle città, se non in quanto custodiscono le vere antiche fattezze di un’antichissima terra. Non la Bari, è chiaro, della Fiera del Levante – cosa utilissima e commendevole, senza dubbio – ma quella della festa di San Nicola, il Santo più festeggiato e il meno pregato, fra i grandi taumaturghi. Sicché si spendono milioni per i fuochi, ma, se non ci fosse lo Stato, l’insigne Basilica cadrebbe a pezzi.
C’erano, per i fastosi viali di Bari, archi di lampadine a non finire, che rientravano l’uno nell’altro, come cerchi concentrici di un tiro a segno. La strada, fitta di popolo a contatto di gomito – e del resto – sembrava ridotta a un palcoscenico in lieve pendenza. Allora scopersi che queste arcate altro non erano che l’estrema irrealizzazione della prospettiva del Brunelleschi. Nonché creare lo spazio, l’annullavano; nonché suggerirlo, lo negavano; nonché illuderlo, lo sottraevano, come fa dell’aria una pompa aspirante. Solo che, il vuoto delle arcate lucenti, è vuoto luminoso, riduzione della luce a una luce ubiquitaria: da tante sorgenti, non ha più sorgenti. Fissa attonita, dai mille globi, come imbalsamata.
Però a Catania, per la festa di Sant’Agata, ebbi a vedere, anni addietro, degli archi moderni, al neon, fatti a graffa, sgradevoli come la firma di un ragioniere. Non erano più nulla: né lo scheletro di un’architettura defunta, né l’architettura luminosa di uno scheletro, appunto perché i tubi fluorescenti danno una sinistra luce senza spazio, e da lontano è come da vicino. Finché la sostituzione del lumino a olio originario è avvenuta con le lampadine, la scenografia è restata, sia pure come resta la parola di un rito, senza più significato. I tubi fluorescenti, invece, sono l’espressione lumescente e non illuministica di una civiltà che ha abolito lo spazio prospettico: perciò una successione di tubi al neon non è una successione, sta sul piano come i segni di gesso sulla lavagna.
Davvero gli archi di Bari erano l’estinto vitalizio del Brunelleschi: la prospettiva che si richiude nell’astuccio, con un ultimo lampo, come col colpo secco che riappitta le stecche del ventaglio.
Ma naturalmente gli archi luminosi non erano le sole luci, sotto le stelle compiacenti, della vigilia della festa: non potevano mancare i fuochi, quest’altro costoso lusso del Meridione, dei poveri che si danno allo scialo. E in quanto allo scialo, per San Nicola, i Baresi si sprecano.
Si comincia, appunto, dalla sera della vigilia, quando una tremolante caravella a ruote, fra nubi di fumo e modeste crepitanti torce di fuoco greco, con un’immagine di San Nicola a bordo e alcuni vecchietti in costume da Cena delle beffe, passa tra la folla della città fino a trascorrere sotto gli archi luminosi. Questa rievocazione del famigerato furto perpetrato dai Baresi a Mira, in gara nobilissima coi Veneziani, è dunque una specie di Sacra Rappresentazione, senza preti e senza canti, dove la voce è messa solo dai botti dei fuochi d’artificio, non appena l’immagine è riportata sul trono in fondo agli archi luminosi e senza spazio, come dentro uno specchio. In quel momento, nel porto, comincia la tempesta dei razzi, che, seppure non sono più come quelli di una volta, in forma di fontane, di palazzi, di Santi, danno la trascrizione luminosa dell’attimo affidato a forme elementari, stelle, palmizi, getti di fuoco. Con una batteria finale di petardi e girandole, in cui è spettacolo d’incubo la corsa di certi omini che pare facciano ad acchiapparsi fra mezzo agli scoppi di un campo minato: e ci potrebbero rimettere la pelle, per un simile giocarello. Poi due o tre botti senza luci, duri, torbidi, intestini al cielo e cupamente al petto, come tre colossali mea culpa, o come i colpi all’uscio di un mastodontico Commendatore di pietra. Ed è finito.
Ma se s’ha a dire, dei tre spettacoli pirotecnici, quello inatteso fu di giorno. E a chi ha sempre sentito dar la disturna a Cuneo, perché, fra le altre prodezze, avrebbe a suo carico anche i fuochi a mezzogiorno, parve piccante che a Bari, quando il Santo va in mare, sotto un sole, che, se anche è maggio, è già di piena estate, in un cielo che è chiaro come in Africa, salissero come saette centinaia di bengala, e quanto complicati. Perché il Santo va in mare, vestito, sulla statua d’argento, di paramenti d’oro e circondato, invece che da torce e flabelli, da mazzi di fiori nuziali – garofani bianchi e calle – montati su lunghe aste d’argento, come quelle che reggono i baldacchini. Il Vescovo in persona, che comanda la processione, getta allora in mare un’ampolla con la manna di San Nicola. Non dunque l’anello simbolico di Venezia, ma addirittura lo strano umidore che cola ab antiquo dai resti mortali del Santo, la cosiddetta manna che ancora si raccoglie goccia a goccia dalla fenestella sotto l’altare della cripta, come nella remota antichità cristiana. E il Vescovo prende codesta manna e la getta in mare: insemina, feconda il mare per gli industriosi Baresi. Il mare, allora, questo eterno ricetto materno, la Teti antica e dell’inconscio, alla fecondazione nuziale risponde con l’urlo subitaneo e lacerante, discorde fino a raggiungere il più implacabile salasso elettronico, di non so più quante sirene, dalle navicelle, dai trabaccoli, dai motopescherecci, raccolti intorno al motopeschereccio del Santo, come le api intorno all’Ape regina. E, quello, gonfio e rutilante, bardato di gran pavesi e di lampadine come un’alcova di veli, come un’alcova l’aspetta. Il Santo, prima lo traghetta un rimorchiatore, che si avvia, fra gli inciampi imprevedibili di tutte le barchette, lancie, gozzi, affluiti nel bacino, verso la nave addobbata. Le sirene continuano a urlare finché il Santo sale sulla nave, per tutta la durata interminabile di questo brevissimo percorso: e intanto equipaggi aitanti di giovani quasi nudi, in jole, in otto con timoniere, falcano in lungo e in largo il sereno specchio, splendente corteo nuziale, quasi volo di gabbiani pronubi, mentre il vecchio Santo s’appresta ad ascendere il talamo. E qui, che la ierogamia finisce, le sirene s’arrestano, ma in vece loro, dal molo, come un applauso fragoroso scoppia l’inatteso sfolgorante lancio di bengala. Fino ad allora il mare era stato il solo partecipe della ierogamia: l’urlo delle sirene stendeva come un muro di suono, impenetrabile a qualsiasi altro suono, fra la terra e il mare dove il mistero si celebrava. Al recesso oscuro, all’antro invalicabile, veniva sostituito il fragore invincibile. Ma ora la fecondazione è avvenuta, il Santo si riposa, la gente dalla terra esulta, perché il patto col mare, la parentela indissolubile, è per il bene della terra. Ci si esprime dunque come si può e con quel che si ha a portata di mano; siamo nel Meridione, ci si esprime con i fuochi. E se è giorno, tanto peggio per il giorno. Ecco i fuochi improvvisare nel cielo un’eruzione di colori così vicini a quelli del Veronese e di Turner da sembrare naturali. È colore allo stato puro, mesticato col fuoco, da cui cade un polverio sfolgorante di stelle o piuttosto degli sciami di farfalle, come quando s’incontrano sul mare, e sono rosa, celesti, gialle, e a loro volta sembrano petali sfogliati dalle rose. Quando poi il tenero scintillio è finito, resta nel cielo un soffice pennacchio di fumo; quasi quello di un aereo tracciante, che si disfà a poco a poco, come sfioccato dalle dita degli Angeli.
L’infantilismo dei fuochi è tale che ci si ritrova dentro come una cosa che non si sapeva più di avere, un sapore dimenticato che riconduce all’infanzia e al meraviglioso che si attendeva, e si temeva al tempo stesso, che sbocciasse dovunque.
Il pubblico straboccante, meravigliosamente nero e rosso, brulicava sul lungomare, fitto come i puntini di un quadro di Seurat. Finché il Santo rimane in mare, il brulichio non cesserà, come all’ingresso del formicaio o dell’alveare, fra chi arriva e chi riparte: si staccano e approdano nuvoli di battelli, colmi di gente, di bambini piccolissimi e negretti. Ma non è questo il pellegrinaggio più colorito. Dal favoloso Gargano, dove già San Michele apparve sotto forma di toro, scendono a frotte i giovani pellegrini, ma non a piedi né in pullman, come i comodi romei d’oggi. Anche per il favoloso Gargano il tempo è trascorso, i tempi moderni sono arrivati. Scendono dunque in bicicletta, ma come addobbate, si stenta a crederlo. Una resta di penne di gallina colorate, tinte nei verdi più crudeli, nei gialli più elettrici, nei rossi più sanguinosi: e tutto ciò disposto intorno a una immagine a colori dell’Arcangelo o della Madonna. Questo trofeo è accomodato sul manubrio stesso della bicicletta, come un parabrezza che mette al buio il ciclista penitente e l’obbliga, per tutto il percorso, a pendere tutto da una parte se non vuole andare a cozzare su veicoli, case, persone.
Così arrivano i gentilissimi ciclisti, come gallettini di primo canto: e sciolgono il voto.
Ma a Bari non è solo la festa di San Nicola, o il lungomare, o i grattacieli: Bari ha la sua città vecchia, e quasi a picco sul mare, rimasta fortunatamente in disparte, assiepata intorno ai due monumenti solenni che sono il San Nicola e il Duomo. Alla sua soglia il Castello. E qui si noterà subito il contrasto con le città, pure altrettanto antiche, ma nate nell’entroterra e orgogliose di offrire gli spazi, i più vasti possibile, davanti alla Cattedrale o al Palazzo Comunale. Bari medioevale, come Molfetta, Giovinazzo, Bisceglie nasce sul mare e alla costa si abbarbica. Dal mare viene la sua vita e la sua morte, i commerci e le flotte piratesche dei Saraceni. Da questa apertura che deve essere al tempo stesso una chiusura nasce il carattere asserragliato della città vecchia, le strade come cunicoli e le ampie oscure volte che le scavalcano. Strade strette, ve ne sono anche a Siena o a Perugia, e pure le volte, ma qui il carattere è diverso. Sembra che, prima delle strade, sia stata fatta una costruzione tutta di massello, e poi forata da strani, industri litofagi. Ora, quando vidi per la prima volta Bari, io non sapevo capacitarmi di questa dissomiglianza radicale con le città che in teoria dovrebbero più assomigliarle: e l’ho capito più tardi, dopo aver visitato Gerusalemme. D’un colpo nella Gerusalemme vecchia, mi sentii a Bari: e come capii, allora, il senso esatto di corte che è stato dato alla piazzetta-sagrato antistante al San Nicola. Non è la piazza italiana, è una corte di moschea e, sia pure in piccolo, l’Haram, lo spiazzo sacro dove fu il Tempio a Gerusalemme, in cui si entra dalle porte e a una certa ora si chiudono i cancelli. Altro che palazzo del Catapano, quale si favoleggia ora dovrebbe essere rappresentato dal nucleo di San Nicola. Nulla c’è di bizantino, ma tutto è di discendenza araba e lombarda, incrocio fertile, come sempre, fra due sangui poco amici. La città bizantina, per poco che se ne sappia di quel tempo oscuro, rimaneva di tradizione classica: Napoli conserva ancora il reticolato ippodameo, sopravvissuto all’impianto romano e alla città bizantina. Ma Bari vecchia è l’aggregato arabo, e quando non è Gerusalemme, è Damasco: le volte hanno il senso del mercato coperto, che sia Bazar o Suk. E sono anche le volte di un paese che vuole deviare e rompere i venti gelidi che vengono dal Settentrione, e ripararsi dal sole che, d’estate, ossia per otto mesi, calcina gli occhi e le pietre. Certo, il San Nicola doveva pur vedersi dal mare, incutere rispetto, nostalgia, orgoglio, così erto sulle onde, al navigante: ma forse proprio da questa necessità di porsi come un muro impervio alla scalata, e dunque fare fortificazione, si introdusse la caratteristica, che è solo pugliese nell’architettura romanica, di quell’alto muro che unifica e chiude abside e transetto. L’idea, possa essere stata copta o siriaca, certo ebbe in Puglia un’applicazione in scala incomparabile, e d’un’intelligenza architettonica che oltrepassa i modelli.
Purtroppo, del San Nicola, non è senza dispiacere che si vedono gli inutili abbellimenti e i restauri recenti: l’indebito traliccio prospettico, a settore circolare, inserito di forza nella pavimentazione della piazza-sagrato, il restauro tutto di fantasia dell’antico Convento, sulla destra. E mentre fino a pochi anni fa, per l’iniziativa coraggiosa e tenace di un Soprintendente, erano sparite dalle chiese pugliesi e i Santi vestiti, e il ciarpame delle sedie e delle panche, queste si vedono pullulare, fatte nuove e grevi come bare allineate, mentre almeno per una chiesa sempre vuota, com’è San Nicola, rappresentano un inutile ingombro assai più che un utensile per il culto. L’unica sedia che è congeniale a San Nicola, è la Cattedra, nel Coro, dell’Abate Elia, la meravigliosa sedia faraonica – indubbiamente di discendenza copta – sostenuta dai telamoni, lombardi o francesi che siano per razza, comunque pugliesi. E in Puglia avranno larga e fortunata progenie: per ultimo con Nicola pisano, sempre più chiaramente, inevitabilmente, pugliese.
Ma la città vecchia di Bari, non è la sola città o terra murata in Puglia: altre ve ne sono e bellissime, magari in via di scomparire, per rovina, incuria, sorda indifferenza. Volevo dire Molfetta e Giovinazzo, soprattutto. Trani sempre sul litorale, è anche di più: e Barletta, a parte la Disfida insopportabile, vive di una statua. E quasi nessuno lo sa. Ma una statua, che è fra le più grandi cose che esistano al mondo.
Succede che, risalendo da Bari verso il Settentrione, a lasciarsi sedurre dalle strade diritte e quasi sgombre, rischia, chi lo fa, senza arresto, di perdere l’infilata più inattesa di piccole cittadine, che, ciascuna a suo modo, presentano ognuna qualcosa di incomparabile. Nessuno le ha mai celebrate, e, per i monumenti, vanno cercate nei manuali saputi dagli specialisti. Ma cos’è Molfetta, ad esempio.
Sorge la Cattedrale di Molfetta… impossibile evitare il tono solenne per questo solennissimo monumento tagliato nella pietra a spigoli vivi come una pietra preziosa, estratto dall’Armenia, si direbbe, e posato sulla sponda di un porticciuolo vero e attivo, pieno di barche e bragozzi, che si carica e si scarica di pesce alle sue ore.
La Cattedrale sorge a filo delle vecchie mura che ancora cingono, ammansite e utilizzate a case, sopra a cui scorre una strada anulare, la città vecchia, minuscola e complicatissima città. Ancor più che a un labirinto o a un meandro, fa pensare d’essere entrati in una serratura: né solo per quella porta che può simulare il foro della chiave. Le straducole strettissime e alte seguono un itinerario proprio, e non hanno mai un punto d’arrivo preciso, una piazza, una chiesa. Si direbbe, se quelle ci sono, che le costeggiano, vi arrivano per la tangente: cunicoli scavati nella pietra tenera e chiara su cui arrivano i riflessi del mare. Questi riflessi, danzanti e capricciosi, rappresentano il fascino saltuario ma indimenticabile della Cattedrale, a cui le varie fasi costruttive non riescono a incrinare una monumentalità così imponente e diretta da sembrare raggiunta tutta in una volta. E non lo è, perché le fasi restano indubbie, e i successivi colpi di timone: ma quale intelligenza, quale prescienza nel ricucire le parti diverse. Le tre cupole non sono meno splendide all’interno, quando il rivestimento prismatico, con angoli così aguzzi, le fa parere tende tartariche issate sul tetto della Cattedrale. Dopo San Marco a Venezia, è forse la chiesa dagli spazi più misteriosi: quel senso aspirante o da incubatrice che hanno le tre cupole, la cui presenza è davvero inscindibile e talmente preparata dalle volte delle navate laterali, a mezza botte, rampanti, che sembrano spalle curve a sostenere il peso superiore o ben piuttosto il volo aereo di un volteggio. Così le cupole si issano scavalcando la chiesa.
E quando se n’esce, e si vien presi nelle volute, nei giri viziosi delle viuzze, che sembrano come i fili, ma sempre lo stesso, di un gomitolo, ci si sente consegnati a uno spazio volubile, a un percorso interno alle cose, che mai ci consentirà una libera uscita, o, pur così tangente al mare, una veduta sul mare con borghese panchina. Il percorso diviene allora una segreta dimensione di spazio che non è più nostro: ed è in questo, che lo sviluppo delle vie diviene come un brancolare a mosca cieca. Ma un brancolare luminoso che la pietra tenera e bianca, d’un bianco leggermente livido e rosato, come la pelle di chi sta sempre vestito, restituisce con quel saltellio di luci marine, screziate dalle onde robuste e rovinose che stanno per inghiottirsi, un morso alla volta, questa meravigliosa città vecchia di Molfetta.
Perché tale è la sua sorte, e ve l’accertano gli infiniti puntelli da casa a casa: né per le bombe. Dove non è il singolo monumento da rimpiangere – neppure si potrebbe citare una successione di palazzi rinascimentali da stare a confronto con quelli di Bisceglie – ma l’insieme è tale da non ammettere d’essere né confuso né dimenticato. Una città minuscola, come quelle che tengono su un vassoio certi Santi Avvocati, e tutta di pietra incorruttibile: mentre è cadente.
A poche miglia di là, Giovinazzo, anch’essa candida e come moresca, ha una sua piccolissima città vecchia, tutta a cavalcavia, come soprossi sulle strade strette e simili ai cunicoli degli anfiteatri romani. Tanti sono i cavalcavia, che proprio si ha l’impressione che, una volta, tutta la città vecchia fosse un succedersi ininterrotto di camminamenti oscuri, di passaggi in caverna. E luminosa tuttavia.
Ma il sortilegio è del mare che l’avvolge da ogni lato e la saetta di raggi, di luci, tenere e vaganti sotto le volte ogivali dei cavalcavia. Una città asserragliata contro i Saraceni, dove ogni arco è una possibile caditoia, e ogni volta un agguato. Questo senso di castello, di fortificazione continuata e sospetta, è ciò che stacca la città vecchia di Giovinazzo da quelle di Bari, Trani, Molfetta: ne fa un conglomerato monumentale, un esempio singolarissimo di un’architettura d’esterni che si avvia a divenire d’interno, col congegno complicato e le rispondenze d’un edificio a pianta centrale.
Là dentro la Cattedrale, che appena si può fare quattro passi indietro per guardarla, spietatamente manomessa, reca alcune vestigia di archi intrecciati arabi e una formella a rombo pisana, spersa dalla Capitanata sin qua. Ha perduto quasi tutto, ma rimane annidata sul suo antico covo, come una gallina che s’è acchiocciata senza uova, indifferente e apatica verso i pulcini che non sono suoi.
Là dove l’Adriatico già promette lo Jonio e perde il verde acidulo sotto le squame d’un azzurro tiepido e denso, questa città che nessuno celebra, Trani, eleva un duomo che è alto come una acropoli e una torre che ne misura la distanza dal cielo.
Qui non l’attrito delle macchine e dei carri, su un orlo di terra come un lembo ultimo del mondo antico, superstite presso al mare o lentamente emerso dal fondo. I gabbiani volano, non i piccioni da cortile, lungo le murate alte dell’Arca, e corvi lucidissimi neri, che impegnano il cielo a farsi azzurro e compatto, quasi uno smalto limosino.
Essa, la facciata rupestre, liscia e appiombo come una mannaja, appena segnata in alto da una cornice meno sporgente di un ciglio, indica il senso di una forma più sorprendente che inattesa, enunciata e non confessa. Poteva apparire quasi un semplice muro, qualcosa come un enorme stendardo che penda senza vento: tolta di là, imprigionata fra le case. Ma essa, col filo a piombo dei suoi profili, scandaglia il mare: con gli incastri esatti degli spioventi, s’addentella al cielo. Il miracolo è avvenuto. Come attratti, mare e cielo coagulano: acquistano fermezza di colore e solidità di materia immobile, e, di contro, la pietra che scopre in ruggine e oro, trova spessore aereo e il percorso di lunghi riflessi, lenti e glauchi come l’onda morta. L’ignoto, sublime, architetto aveva compreso come condurre cielo e mare a cattivarsi l’architettura, come distruggere la naturalità informe nella perenne innaturalità della forma. Lo spazio cubico del San Nicola di Bari si ridistende nella luce come un broccato d’oro. Di sotto al campanile, l’alto arco normanno raccoglie ancora l’azzurro quasi nell’alveo d’uno smalto: sembra impossibile attraversarlo a piede libero, quell’arco, senza divenire di colpo una contorta, rigata protome, un telamone raggrinzito.
Il prodigio di questa architettura è tale che rende inutili i particolari, la maggiore o minore finitezza dei rilievi. Presa da vicino, la facciata non più esiste, come guardare con la lente la pelle di un bel volto, i disgustosi pori. Ma simili prodigi non sono casuali; si reggono in bilico, sempre. Guai, a spostare un elemento di contorno. Proprio perché, nel dominio dello spazio di contorno, la sublime facciata si afferma. Aprire un varco sulla destra, arretrare – come ahimè si vorrebbe – le quinte di case modeste ma decorose che assicurano dalla terra il punto d’arrivo sul mare, e non prima; basterebbe un simile imperdonabile errore per sconvolgere un equilibrio che soprattutto non esige la simmetria. Soprattutto non deve, la facciata, divenire come un campanile a vela, un diaframma: non deve vedersi riportata nel naturalistico avvolgimento dell’aria, e del mare, essa che costringe mare e cielo a irrigidirsi, a contrarsi, a tenere lungo i suoi taglienti profili, come paste vitree che controfondino l’oro.
Né il fianco guadagnerebbe; in cui l’allungamento che i contrafforti subiscono dal fianco del San Nicola è in funzione di una imminenza simile a quella della facciata, esige una prospettiva ripida e verticale, non già il succedersi delle arcate sul filo dell’orizzonte come per un acquedotto romano. Un arretramento del punto obbligato di vista – le costruzioni che delimitano son meno antiche, ma su basi antiche – distruggerebbe una condizione, non estrinseca, istrinseca alla spazialità della chiesa, se lo spazio di un monumento non è solo quello che occupa in pianta, in alzato, ma conta su un viluppo non meno fisso e costruito – e cioè immaginato – di quello che le fondamenta designano e ne sono il nocciolo, non il contorno.
Neppure giova da lungi scoprire il fianco e l’abside della chiesa, se non nella incontenibile elevazione: il monumento non va aperto, ma scoperto, che è inatteso per essenza, inesigibile se non al punto dovuto, alla posta premeditata.
E quella posta, se appena si ha cuore di voltare le spalle alla facciata, è guardata a vista dal Castello svevo che sta lì, pronto, quasi costruito di blocchi di ghiaccio galleggianti sul mare, compresso nel silenzio delle prigioni: e una punta lontana, come certe lingue di terre appena emerse nella laguna, l’ormeggia. Potreste credere allora, veduto questo, che null’altro riserbi simile città senza fama. Così scendete al porto – vi hanno già detto che è quasi inutile ormai – come si va su un arenile deserto nell’inverno, che, senza i corpi nudi, è come un letto disfatto, quasi impudico. Troverete un meraviglioso occhio azzurro, senza una barca, senza neppure una boa, contenuto come l’acqua nel bicchiere. Ha banchine uguali, larghe banchine, e chiese di quella stessa pietra d’oro, che vi rivolgono le splendide absidi, archi tarchiati e solidi dove comincia una città quasi araba, indi palazzi bassi e magnifici, palmizi, campanili e un giardino folto come la testa di un moro, una fortezza, anche essa d’oro e, come giungerete là, di nuovo, di prospetto, il supremo blocco della Cattedrale, che affonda nell’acqua del porto almeno tant’oro quanto in cielo. E qui torna il silenzio fatale come nell’ambito di un quadro, il colore che si fa plastica, e il brivido segreto dei riflessi.
Il piccolo maracchio delle isole greche, i porticcioli della riviera, la rassegnata attesa lagunare: tali il porto di Trani contempla, opposte situazioni e diversi destini.
E certo vorreste sottrarre e possedere per voi un tal geloso gioiello: almeno decretargli l’avvenire di consorelle città dedicate solo alle musiche meravigliose che accolgono, espungerlo dalla grossolanità dei nuovi ricchi e del cemento armato, requisirlo per pubblica inutilità né mai restituirlo all’uso; poi nettarlo, curarlo, lustrarlo, porgli alate sentinelle alle porte, darvi l’ingresso solo con lasciapassare di intelligenza, di gusto, di senno; assumerlo infine e durevolmente nello stato bizzarro e incorruttibile dove, a dispetto di meridiani e paralleli, Cordoba sta a un tiro di schioppo da Lecce, Toledo da Siena o da Perugia e, da Oxford, Viterbo. Dove, scendendo dall’Acropoli, invece del sozzo Pireo, s’incontra Pesto o Agrigento, e sulla Cuba si sporge la Giralda. In questa geografia privilegiata e imbattibile, Trani, umile perla delle Puglie, è lo scalo della Magna Grecia, costruita con l’oro dei Nibelunghi in una magica selva di mandorli e di ulivi, nei cui nubili tronchi ancora si leggono incisi, teneri, fatali nomi, Angelica e Medoro.
Nota prosaica
Trani è salva, per una sola ragione, che, caduta in gran dispitto del fascismo, dové servire alla gloria di Bari. Possedeva, la piccola Trani, la Corte d’appello di tutte le Puglie: Bari ne fece un sol boccone. Gli avvocati celebri disertarono la città: che guaio, per una città meridionale che ama l’eloquenza! Tanto l’amano, in questa città, la forense eloquenza, che ho visto passare le persone, durante l’interminabile logorrea di recenti elezioni, da un comizio al suo opposto, per il solo gusto delle parole roboanti. Con ciò Trani, che forniva avvocati, magistrati, professionisti a tutte le Puglie, s’è vista anche rubare l’arsenale da Barletta, la pesca da Bisceglie, il porto da Molfetta.
Nostalgicamente, a Venezia o a Milano, qualcuno dei suoi trentamila esuli intitola uno spaccio di vino “Alla città di Trani”. Ma in realtà è Barletta che tiene il monopolio anche del vino: di quel famoso vino, nero come l’inchiostro, denso come la pece, che forse si mangia ma certo non si beve. Trani perciò, fra le sue sorelle maggiori, è ridotta a vivere come il cacanidio della covata: e vuoi fare del turismo. Siamo d’accordo, ma che per carità non si cominci a fare largo intorno alla Cattedrale. Invece si voleva cominciare proprio di lì. Piuttosto il Comune farebbe bene a costringere quei proprietari spregiudicati che hanno accecato gli archi sul porto, a riaprirli subito e di corsa, pena l’esproprio. Sono gli archi degli Statuti marittimi – scherziamo? – gli archi che accompagnano tenacemente la fortuna e la sfortuna della città dal Medioevo in poi. Faccia questo editto e presto il Comune, e la smetta coi lavori inutili, come quel rondò in piazza della Cattedrale. Una cosa da stringere il cuore: in un mezzo ci sta un alberello tondo come i vespasiani parigini. E per fortuna l’erba si rifiuta di crescervi, nel clima pugliese, che è favorevole solo a farla vegetare indisturbata sui muri; di lì nessuno la toglie. È stato a Otranto che, nella basiliana chiesa di San Pietro, si vide una certa erba vetriola che dal tetto, con le barbe, scendeva fino al pavimento, diramandosi a tasto sul muro. E quella chiesa è dell’XI secolo, se così vi piace. Ma, dopo i recenti restauri, abbiamo rimpianto l’erba vetriola.
Così accade, purtroppo, e non sarò io a stare zitto. Chi pensava tuttavia che un caso del genere dovesse proprio capitare al Campanile di Trani?
Non capita spesso di vedere un campanile smontato, ridotto a tanti cubetti di pietra, come un gioco da ragazzi. Il cantiere aveva invaso tutta la piazza del Duomo, e, a prima vista, si poteva anche credere che quelle pile di blocchi fossero ormai indifferenziate, o commutabili a vista. E invece un rigore meticoloso aveva presieduto allo smontaggio, sicché ogni pietra aveva il suo numero di matricola, come un coscritto o un detenuto. Dopo più di sette secoli di cementazione faceva male al cuore che così poca, anzi nessuna resistenza avessero opposto, quelle venerande pietre, che ora passivamente attendevano, ricomposte nei loro filari ma a capo all’ingiù; perché certo, il primo elemento a essere smontato sarà anche l’ultimo a venire rimesso a posto.
Intanto, sulla piattaforma dove prima sorgeva il Campanile bellissimo, spuntavano ora dal blocco cementizio i soliti tondelli di ferro a uncino: il prosaico scheletro del nuovo campanile, come per un grattacielo. Tutto, mi si assicurò, sarà ricostruito con cura estrema, e il resultato si prospetta ancora più inatteso, perché la demolizione di antichi contrafforti e riempimenti ha messo in luce tutta una serie di doppie nicchie di fuori e dentro il sottopassaggio, che non si vedevano più, seppure si arguivano. È una sequenza solenne, che fa pensare all’Arco di Giano a Roma, e che senza dubbio restituirà un aspetto venusto del campanile. Ciò non toglie che io ci avrei rinunciato volentieri, se si fosse potuto tenere in piedi il monumento così com’era. Si provava oscuramente il senso come di un sopruso o una prevaricazione, guardando quel campo di pietre morte, quei filari capovolti con gli archi sottosopra, l’opera d’arte ridotta ai suoi elementi materiali, allineati come le razioni per un reggimento o i pezzi prefabbricati di una casa in serie. Quanto sia sottile la linea che divide l’arte dalla materia, quanto sia facile e incommensurabile il trapasso dall’una all’altra. Certo, Trani, mi dicevo, riavrà il suo campanile: e la nuova filettatura di calce, fra concio e concio, col tempo sparirà. Forse nessuno penserà più o si accorgerà, senza preavviso, che il vecchio campanile normanno venne atterrato e rialzato, otre vecchio con il vino nuovo. Non sarà falso come il Campanile di San Marco a Venezia, eppure non sarà più lo stesso. La scomposizione non è un allo che possa abolirsi con la ricomposizione: né la storia è reversibile, né un atto può cancellare un altro, se non per amore o per finzione giuridica. La storia non è amore, né finzione giuridica. Il Campanile di Trani sarà ormai la ricostruzione autentica del Campanile di Trani. Mi si dirà che non è una differenza tragica, e lo voglio anche ammettere – se fosse crollato da sé, sarebbe stato peggio – ma non potrò mai concedere che si intenda o si creda abolire nel tempo extratemporale dell’opera d’arte la successione irreversibile della storia, l’intervento non marginale anzi centrale dell’attività umana, datata – irremovibile evento come questa della scomposizione e ricomposizione. E che la vita nel tempo dell’opera d’arte incida sull’opera d’arte, ne attenti la trasmissione lentamente o drasticamente la modifichi, non si può negare. Onde la responsabilità e l’impegno che esige questa sia pur involontaria collaborazione che siamo coartati a dare all’opera d’arte, nel modo stesso con cui ci giunge e con cui la consegniamo al futuro. Ma la ripetizione dell’atto creativo, che sta alla base del mito e del rito religioso, non è creazione, e non trova, per l’arte, le giustificazioni simboliche del rito, per cui l’atto che si ripete, ogni volta è l’atto stesso da cui trae origine. Per l’arte, quell’atto primo, è irripetibile, perché sarà sempre diverso storicamente e formalmente: o creazione nuova, o inutile, superflua ripetizione, e insomma un falso. Falso il Ponte vecchio di Verona, ricostruito dopo l’ultima guerra, e un falso, ahimè anche il Ponte Santa Trinita, per cui, a suo tempo, non fu ripescato tutto il materiale antico recuperabile.
Al buon senso questa condanna sembra assurda, ma l’opera d’arte non ha un ciclo come “Zeffiro torna e il buon tempo rimena”. L’opera d’arte non è l’eterno ritorno: è l’eterna presenza. Se fa tanto di partirsene una volta, non ritorna più.
Così mi intrattenevo con me stesso, girovagando fra gli stretti camminamenti creati dai piani ribaltati del Campanile: e vedevo come già, pur essendo stati smontati da poco, vigorosissimi cespi di violacciocche, indisturbati, crescessero fra gli interstizi delle pietre accostate, con la violenza, la rivincita in atto, si direbbe, delle piante che, finalmente senza piedi distruttivi di monelli, possono usufruire del terreno quasi vergine di una piazza a sterro. E mi sovvenni di quelle rovine dei bombardamenti dell’ultima guerra, sulle quali cresceva tanta erba, e subito: arbusti, e poi alberelli, come se, per il fatto d’aver perso l’ordine acquisito nella muratura, terra cotta dei mattoni, calce e pozzolana, invertissero il cammino, tornando pronto, offerto terriccio ai semi alati delle piante. “In pulvere reverteris”: non è solo degli uomini. Ma qui l’ordine infranto ne ristabiliva automaticamente un altro.
Il cielo, intanto, spengeva le nuvole di un tramonto tenerissimo, così discreto da potersi quasi dire un tramonto privato. Passando dal porto, senza una barca, senza una crespa, senza un sussurro, e dopo aver visto il campanile smontato, sembrava di trovarsi in una città accantonata, come quando si leva il campo, o come se si costruisca una città fittizia per il cinematografo.
E tuttavia ricercai nello specchio d’acqua il riflesso, ch’ero usato coglierci, del campanile smontato. Ci fosse rimasto, per una provvida dimenticanza, per un ordine non revocato a tempo…
Si arrivò a Molfetta che era già notte, e io mi volli fermare un momento sul porto. Era vuoto anch’esso, da colmo di pescherecci come l’avevo visto di giorno, perché tutti, nella notte tranquilla, erano andati a pescare. C’erano pochi lumi, e scompariva nell’ombra la mole superbissima della Cattedrale. Entrato, vi trovai una funzione: il catafalco, e un altarino pretenzioso, sgargiante, carico di ceri e di statuine vestite. Sotto l’augusto padiglione della cupola ovale. E mai come in quel momento sentii la giustificazione della iconoclastia. Nulla è così difficile a isolare nel cuore dell’uomo, come quell’attimo di sospensione, quasi timoroso affaccio su un aldilà ignoto, che è l’attimo stesso del dubbio, dell’angoscia, della sacralità imminente e invisibile. Il primo impeto è di scacciare l’attimo, soffocarlo in sé, dimenticarlo, o quanto meno diluirlo nella pacata, piacevole sorridente contemplazione delle immagini. Mentre uno spazio nudo, meravigliosamente accavallato e chiuso in sé, come quello ancora bizantino della Cattedrale di Molfetta, riesce a mantenere sé in cospetto di se stesso, e a non far richiudere l’attimo della rivelazione interna d’una sacralità imminente e invisibile. In questo tragico e muto dialogo Dio è irrappresentabile, come era irrappresentabile quello della Bibbia. Ed ecco, invece, quelle povere pretenziose statue. Via, via! Andate via, profanatori, screanzati mercanti del tempio.
Tornando a Bari, una volpe attraversò la strada: e il mio amico sopra, con l’automobile. Era stato un guizzo, davanti ai fari, lo spazzolone della coda, appena giallina e sferzante, come un colpo di frusta. Un piccolo sobbalzo sulla sinistra ed era andata. Ma la ruota, attraversandola, non l’aveva freddata sul colpo: si raccolse che era ancora viva. Agguantata per la collottola e per le orecchie, pendeva inerte, neppure come se fosse impagliata, anzi ridotta solo al pelo, quasi tolta dal collo d’una signora. Però la bocca era aperta, e d’un rosa vivo come quella di un bambino, e i piccoli denti aguzzi, di gatto più che di cane. Poteva ancora mordere. L’amico cercò uno spago dentro la macchina. Lo mise intorno al collo dell’animale, come se accomodasse un collarino. Strinse delicatamente e annodo: sembrava legasse un pacchetto. Vicino a me, la siepe di ramerino, odorava così forte, come se al buio, in silenzio, segretamente piangesse.
Epicedio
Ancora una volta sono tornato a Trani, e il Campanile era di nuovo in piedi. Sembra di zucchero. Sembra costruito di blocchetti di zucchero: e bisogna vedere le filettature di calce come son fatte bene! Ma veramente sono un inveterato cretino e un illuso: come potevo credere, due pagine più in là, che sarebbero state fatte bene? Ora il Campanile di Trani è falso dalla punta ai fondamenti: stringe il cuore a vederlo. Ma che tempo, ci vorrà altro che tempo. Né a me né ai miei nipoti toccherà di vedere di nuovo quella pietra del colore dell’oro-chiaro, o se volete qualcosa di più prosaico, come l’avorio dei bocchini dei sigari. Che paese è questo, questa Italia, dove ci si disfà con le proprie mani, peggio che coi bombardamenti e la guerra?
Dopo ho saputo che naturalmente è stata una impuntatura d’un ufficio: che il parere dei veri competenti non poneva affatto come indispensabile di smontare il campanile, spendere quasi mezzo miliardo, per fare un simulacro del campanile antico con le sue stesse ossa, un campanile contro-figura di se stesso. C’erano altri modi per consolidarlo.
Il Ministero dell’Istruzione si opponeva. Si ricorse al fatto compiuto. Ora a farlo resuscitare, il povero pellegrino Nicola, a cui è dedicato il Duomo, lui che arrivò a Trani da Livadia, cantando solo e sempre Kirie eleison, e morì stremato, ci sarebbe da farlo morire sul colpo un’altra volta. Oppure si metterebbe a cantare qualcos’altro, per sturare gli orecchi a chi non vuol sentire, e prosegue in questo falso zelo, in questa fallace sollecitudine. E la Puglia, un paese restato quasi intatto, fuori di qualche oasi fascista, ne esce malconcia. Pellegrino di Puglia sono anch’io, e anch’io canterei volentieri Kirie eleison: ma, di questo passo, imparerò a bestemmiare.
Il Campanile di Trani mi aveva messo di un tale umore che volli ritornare a Castel del Monte, per vedere se il deprecabile zelo che fa rialzare la punta del campanile del Duomo di Bari, smontare e rimontare quello di Trani, per caso si fosse spinto a sopraelevare anche la cima delle torri di Castel del Monte, che, si sa, erano più alte, anche se non si sa né quanto fossero alte né come esattamente finissero. Ma un po’ di fantasia non manca qua dove, per il restauro, paurosamente si torna al peggiore Viollet-le-Duc.
Dunque volevo vedere se, per caso, anche le torri di Castel del Monte fossero cresciute così alla chetichella.
Le torri, per il momento almeno, non sono cresciute. L’edificio, trasandato e mal tenuto all’interno come all’esterno, ha tuttavia una sua prepotenza a cui è difficile resistere. E sì che, di tutta la Puglia, non è questo il monumento a cui vadano le mie preferenze, anche se il più insigne, dopo il San Nicola. Ma davvero, come nella sua pianta d’una regolarità geometrica che fa pensare più ai cristalli di neve che all’opera dell’uomo, c’è un segreto incontro di civiltà diverse, in cui ognuna canta nella sua lingua, eppure la polifonia è perfetta. Si volle francese, e non che la civiltà architettonica francese in qualche parte non vi sia, ma la strada era lunga, dalla Francia alla Puglia: molte cose cambiavano per via, e già tante ne erano cambiate coi Normanni, che erano assai più francesi di Federigo II. Alla corte di Federigo tutto si mischiava e anche a Castel del Monte tutto si mischia. A dire il vero neanche i castelli Omayadi arrivano pari pari a congiungersi a Castel del Monte. I castelli Omayadi erano ancora la fattoria romana del deserto, esaltata a palazzo dai nuovi ricchi, e con lo spreco dell’acqua proprio dove acqua non ce n’era. Qui a Castel del Monte, non è che non ci fosse più acqua che nel deserto, ma i bravi architetti di discendenza araba che curarono gli impianti idrici fecero un capolavoro. Il tetto a due spioventi mandava da un lato l’acqua nella cisterna nel Cortile ottagono, dall’altro nelle quattro cisterne pensili delle torri, dalle quali l’acqua scendeva nei gabinetti. Questi gabinetti, alla metà del Duecento, hanno sempre suscitato l’ammirazione di tutti gli storici e i visitatori, e per molti secoli, non hanno rivali. Sicuramente, ci dovettero già essere anche nel palazzo di Palermo, e ci sono, a quel che pare, a Castello Ursino e a Castel Maniace: è un peccato che né a Lago Pesole né a Castel fiorentino sia rimasto in piedi qualcosa di così coerente come a Castel del Monte. In fondo l’edilizia di Federigo è stata disgraziata: né i vari castelli in Puglia, né quello, splendido, di Prato, all’interno restituiscono qualcosa di più che qualche grande vano e i cortili. In quanto a Capua, non si rimpiangerà mai abbastanza la perdita di quel capolavoro, che era la Porta-Castello. Basta vedere, ora, quel leggero festone rimasto all’imposto delle torri, per rendersi conto della leggiadria, quasi al confine con la leziosaggine, che l’arte incubata da Federigo II poteva sostenere. Giurerei che Federigo II non dovette amare affatto l’architettura gotica: quel che c’è di gotico, a Castel del Monte, sono appena le volte e le costolature; ma non le finestre, che sono ancora quelle arabe che ingioiellano le costruzioni normanne della Sicilia. E poi, basterebbero le mura sode, il gusto delle ampie superfici, ancora bizantine o romaniche, se proprio non vogliamo dire arabe: e invece lo dobbiamo dire, perché se c’è qualcosa a cui fa pensare Castel del Monte, è alla porta fatimita del Cairo, è agli alti muri senza finestre, che avvolgono la Moschea di Ibn Touloun. E anche i merli, sarebbe da ridere non fossero stati, “li mergoli” di cui appunto parla Matteo da Giovinazzo, né guelfi né ghibellini, ma come quelli fiammeggianti o seghettati delle fortificazioni arabe. Infine il correttivo dell’antichità classica: quel portale sormontato dal timpano, dove, naturalmente, le proporzioni classiche svaporano, ma acquistano un accento squisitamente romanzo, e, in quell’accento conservano l’étimo classico. Donde negli augustali d’oro, Federigo, con la clamide e redimito di alloro, se la fa da imperatore romano.
Se vi furono mosaici non vi dovettero essere pitture, a Castel del Monte. Non dovette amare la pittura per quanto amò la scultura, il grande Federigo. Le sale di Castel del Monte ebbero una zoccolatura alta di marmo, come gli Arabi usarono continuando i Bizantini: come alla Cappella Palatina o alla Zisa. E dovette essere un castello scomodissimo, con quelle stanze l’una dentro l’altra. È anche vero che c’era un ballatoio di legno all’interno del cortile, che liberava le stanze dal passaggio obbligato. Mi ha sempre sorpreso, l’abbondanza di ballatoi lignei, nell’architettura medioevale: non n’è rimasto neanche uno, ma le mensole di pietra, le porte che danno sul vuoto, le pitture infine di Ambrogio e di Simone, parlano chiaro. Più che un avanzo romano, codesti ballatoi, erano arabi, al solito. Tanto più dove, come nel Regno di Sicilia, le fila della civiltà, del gusto, erano arabe.
Ma Castel del Monte è una visita melanconica. Forse, quando c’era tutta una foresta verde, questa massa dorata che si levava dal mezzo e sulla cima della moderata altura, doveva essere altra cosa. Ora è tutto fuorché un castello per le partite di piacere, per le meravigliose cacciate che Federigo II vi dovette fare o pensò di farvi: perché se lo godé per poco, e se il Castello era pronto nel 1246, Federigo morì nel 1250.
Codesta passione per la caccia era quello che veramente ora si direbbe il suo hobby. Scritto o ispirato da lui, il famoso trattato sull’uccellagione, rivela come, nella duplice calamitazione del necessario e del superfluo, spesso Federigo prendesse il superfluo per necessario. Sembra impossibile che l’uomo il quale non si saziava di porre domande, che sembrano persino ingenue tanto mirano alle cime del pensiero, poi provasse un tale divertimento a discettare sui falconi e sui falconieri. Ai dottori di Arabia, di Siria, d’Egitto aveva fatto quelle domande, e troppo erano restate senza risposta. Ma Federigo non si sdette. Chiese al califfo Almohade Raschid che le sottoponesse anche a Ibn Sabin e così sono arrivate sino a noi.
Che cosa chiede, fra l’altro, Federigo? “Qual è la natura dell’anima? Qual è l’indice della sua immortalità? E l’anima, è proprio immortale?”
O Federigo che cuore semplice ti era ancora rimasto! Forse per questo potevi divertirti anche a circondarti di belve addomesticate e di falconi. Sicché, mentre i Mongoli invadevano l’Ungheria, e dalla parte del Gran Khan ti si offriva un alto posto alla sua corte, se tu avessi accettato di metterti dalla sua parte, rispondesti che eri abbastanza pratico di uccellagione per potere aspirare a divenire primo falconiere di Sua Maestà, il Gran Khan! Ora, questa tua delizia per la caccia, come la avrebbe chiamata un principe padano del Quattrocento, non è più delizia, ma è tornata chiaramente prigione. E più che delle melopee arabe, che tu amavi fino a divertirti ad andare ad ascoltarle nelle moschee – lo scandalo era grande –, sembra ancora risuonare segretamente dei gemiti e dei lamenti che, divenuto durissimo carcere, strappò ai figli di Manfredi, ai figli di quel tuo figlio dell’amore, che lo spietato Carlo d’Angiò fece morire qua dentro. Né di loro come del fratellastro di Manfredi, di re Enzo è avanzato un canto quale l’accorato e delicatissimo congedo:
e vanne in Puglia piana
la grande Catapana
dove sta lo mio core notte e dia.
Ma la prigione di re Enzo, era altra cosa. Era una prigione bolognese, e a re Enzo fu data pure una ragazzotta per i suoi sfoghi, donde due figlie. Ben altra città, Bologna.
Con questi pensieri lascio Castel del Monte.