25

Vera è seduta in camerino, abulica e solitaria, sente la mancanza del padre. Quando c’era Gricey, tutto diventava in un modo o nell’altro importante. Un vero, autentico evento teatrale. Vera ricordava di essere venuta in questo stesso teatro da bambina a vederlo recitare nella “tragedia scozzese” ed essere andata dietro le quinte con la madre alla fine dello spettacolo, e di aver ricevuto il permesso di bere un piccolo calice di champagne, il primo della sua vita. E Gricey davanti allo specchio che si struccava, il camerino pieno degli amici dei suoi genitori, bottiglie e bigliettini ovunque, risate—

Il suo sogno a occhi aperti è infranto dal chiassoso arrivo della camerinista. Vera si gira verso di lei e si prepara a iniziare la trafila. Indossa la vestaglia ed ecco che salta fuori la cassetta degli attrezzi, bastoncini di cerone, ciprie, kajal, e qualsiasi pensiero rivolto al padre si dissolve perché le cose da fare sono tante. Ben presto passeranno di qui gli altri attori, per lasciare bigliettini, regali, auguri, e il teatro, come un organismo vivente, raccoglierà le sue variegate energie e si avvierà verso il momento in cui il pubblico fa silenzio e le luci finalmente si abbassano.

Le porte sono già state aperte e i primi spettatori di questo debutto si sono spogliati di cappotto e cappello per dirigersi verso uno dei bar del teatro, dove davanti a un cocktail o a un calice di champagne discorrono a bassa voce di ciò che ricordano dell’opera o dell’ultima volta che hanno visto Vera Grice sul palcoscenico. Quale che sia l’argomento di conversazione, però, sono tutti consapevoli dell’attesa spasmodica che circonda sempre una prima in un grande teatro del West End. I bar cominciano a riempirsi e, dapprima lentamente, poi a ritmo più veloce, il volume delle chiacchiere cresce e con esso quello del fumo, mentre dietro le quinte Jasper Speke si aggira intorno al tavolo degli attrezzi scenici, una camerinista sgambetta lungo il corridoio con una parrucca in mano e un attore si rende conto di non ricordare nemmeno una delle sue battute, non una, e un falegname sostituisce un parapetto rotto nella tribuna dei gentiluomini di corte, che altrimenti rischiava di cedere nell’ultima scena della tragedia.

Joan viene accompagnata a teatro da Julius e Gustl. Sono passati a prenderla con la Wolseley e da Archibald Street sono arrivati al West End passando per Aldgate e lo Strand. Julius è ovviamente in smoking e indossa la sciarpa bianca di seta. Gustl ha messo l’abito migliore, quello di velluto verde con il pappagallo, e poi una vecchia pelliccia argentata con le spalline, alla quale si è dedicata un’ora armata di spazzola, e il cappello di feltro scuro con le due piume che le ricorda il Tirolo. Joan è in nero.

Il pensiero di scegliere un altro colore per l’occasione non l’ha nemmeno sfiorata. È del tutto ignara di possibili rimandi al lutto, e se qualcuno glielo avesse chiesto avrebbe potuto rispondere che stava andando a vedere una tragedia a teatro, ma nessuno glielo ha chiesto. La macchina si avvicina lentamente al New Apollo, Julius guida la grossa Wolseley con aplomb, un sigaro tra i denti e Gustl al suo fianco che si gira a parlare con Joan, tutta in nero sul sedile posteriore come un’orfana o una vecchia zitella – oh, una figura di grande intensità drammatica, non c’è dubbio, ed eravamo tutte commosse, alcune di noi avevano addirittura un presentimento, sì, un pizzico di terrore. Scendendo dall’auto tra la folla curiosa che aspetta davanti al teatro, Joan vede il nome della figlia illuminato sopra la pensilina. Pensa a Gricey che si sarebbe piazzato lì nella strada con lo sguardo alzato verso il nome, attirando su di esso le attenzioni altrui, e per un secondo o due si emoziona. Si sarebbe asciugato una lacrimuccia dall’occhio, pensa, poi l’avrebbe presa sottobraccio e sarebbero entrati nel foyer, lui come sempre perfettamente calato nel personaggio: il vecchio Gricey.

Stasera invece non aveva il braccio di Gricey ma quello di Julius e sotto l’altro la cara Gustl, e meno male, altrimenti come avrebbe superato i prossimi minuti? Era tutto un turbinio di facce, di baci, di saluti, brandelli di conversazione, luci, fumo e risate. Mille volte era entrata in un foyer come questo in una serata non diversa da questa. E tuttavia era inquieta, e un po’ spaventata, distratta e incapace di concentrarsi, incapace di tenere a bada un effluvio di ricordi angoscianti.

Gustl capì che la sua amica era in difficoltà. La guidò attraverso la calca come una cieca, fino a una piccola panca in fondo al foyer dove avrebbero potuto sedersi in disparte da tutto il resto.

“Stai bene?” sussurrò.

“Ho bisogno di un drink, cara,” disse Joan.

Gustl vide un cameriere e presero entrambe un cocktail.

“Non so che cosa mi è successo. Adesso va meglio.”

“Una folla simile,” disse Gustl sventolando la mano davanti alla faccia. “Es ist sehr heiß, wir hätten unsere Fächer mitbringen sollen.”

“In inglese, cara.”

“Molto caldo. Ci vorrebbe un ventaglio. Dentro farà più fresco.”

“Ne dubito,” disse Joan.

Non le ci volle molto a scolare il cocktail. Posò la mano sul braccio di Gustl.

“Cara, un altro per favore e mi sarà passato tutto.”

Così Gustl gliene prese un altro.

Poi furono raggiunte da Julius che suggerì di prendere posto. Alzandosi dalla panca Joan ebbe uno sbandamento. Julius e Gustl capivano la tensione alla quale era sottoposta, così pensavano. La prima volta senza Gricey.

Julius aveva prenotato posti non in prima fila ma verso la metà della platea, al centro. Li trovarono senza contrattempi e si sedettero, Joan stretta fra i suoi due amici. Ebbe modo allora di guardarsi intorno, vedere chi c’era e che cosa indossava. In effetti era un pubblico che dimostrava una certa eleganza. I cappelli delle donne stavano senza dubbio migliorando. Anche altre stavano dando un’occhiata alla platea e Joan, essendo la madre della protagonista e nota a molti dei presenti, riscuoteva più di qualche interesse. Poche di loro l’avevano vista dopo il funerale di Gricey in gennaio e qualcuna rimase scioccata dal suo aspetto. La magrezza della faccia, e oh, portare ancora il lutto stretto, proprio stasera, una sera che chiaramente apparteneva a Vera. E non in poche si chiesero: se nemmeno per la figlia era capace di mettere da parte il proprio dolore, anche solo per stasera, che era venuta a fare, perché non è così che ci si comporta. Il volto coraggioso, il sorriso allegro, il mento sollevato, è in questo modo che la gente di spettacolo affronta le sventure e le tragedie, non facevano tutte esattamente così ormai da anni? Lo spettacolo deve continuare. Joan Grice invece, ancora bellissima ma smunta, il viso di pietra, più pallida che mai e vestita come per il cimitero, no, non era questo lo spirito giusto, non lo era proprio per niente.

Le porte della sala sono state chiuse. Il teatro si fa lievissimamente più buio. Tutto a un tratto il pubblico ammutolisce. Poi arriva quel lungo momento in cui le luci si spengono – il sipario sta per alzarsi – la tensione è palpabile, tanto in sala quanto nel retropalco. Si sente un ultimo colpo di tosse. Jasper Speke getta un’occhiata ai suoi. Gli attori sono sull’attenti dietro le quinte.

Joan è stata rapita da un ricordo. Si trova in un rifugio antiaereo ricavato nella cripta di una chiesa, è il dicembre del 1940, una di quelle notti di frastuono, fuoco, pericolo, e di una diffusa sensazione di vulnerabilità fisica. In momenti come quello, durante notti come quelle, le persone si sentono molto vicine alla morte, hanno paura di morire e hanno paura di far vedere che hanno paura. All’improvviso c’è una tremenda esplosione, le si tappano le orecchie, e quando la polvere si è depositata Joan scopre una bambina distesa davanti a lei sul pavimento di pietra della cripta. È immobile, questa bambina, col cappottino abbottonato, e ha gli occhi aperti. È indenne a parte un lieve gonfiore rossastro sulle guance.

Invece è morta. L’esplosione le ha squarciato i piccoli polmoni. Da qualche parte sua madre sta urlando.

Nel rialzare la testa, sbattendo le palpebre al ricordo della bambina morta e delle urla della madre, è allora che Joan lo vede – lui è qui! È furibonda. Si alza in piedi nella sala buia, e con il braccio tremante e proteso, punta il dito verso una figura all’estremità della prima fila proprio mentre una maschera si dilegua nel buio che avvolge la vicina uscita.

“Gricey!” grida.

C’è un mormorio tutto intorno a lei.

“Oh che cosa vuoi, Gricey? Perché ora?”

La sua voce risuona nel teatro silenzioso e a nessuno sfugge il tremolio isterico che la attraversa. Un altro secondo di silenzio. Jasper Speke ringhia un ordine a bassa voce – Trattenete lo straccio! – e il sipario non si alza. In sala si riaccendono le luci. Nel brusio crescente, dalle prime file si girano a vedere chi è che sta gridando – farà parte dello spettacolo? – e dal fondo si sporgono in avanti e Joan è lì impalata al centro della fila a fissare qualcuno che vede solo lei, adesso con entrambe le braccia protese, i palmi aperti, implorandolo come un’amante afflitta—

Dietro le quinte gli attori si guardano perplessi l’un l’altro mentre prontamente sopraggiungono alcune maschere lungo la corsia. Poi c’è Gustl che sta aiutando Joan, confusa, ma via via più consapevole di aver gridato in un teatro buio, e incerta del motivo, ansiosa nel suo imbarazzo di uscire immediatamente. A testa china, tremante, barcolla verso l’uscita, Gustl al fianco che la tiene per il braccio, le maschere pronte a intervenire. Di nuovo le luci si abbassano e ora, finalmente, il sipario si alza. Il cortigiano Delio pronuncia la prima battuta della tragedia, così come più tardi nella serata pronuncerà l’ultima.

Benvenuto nel tuo paese, mio caro Antonio—

Proprio mentre queste parole risuonano forti e chiare, Gustl sta accompagnando Joan fuori dalla sala. Il direttore della compagnia si palesa accanto a loro ma Gustl lo allontana con un cenno della mano. Mormora qualcosa rivolta a Joan, in tedesco però.

“Come?”

“Credo che tu abbia visto un fantasma, Liebste.”

Tornano al bar e si siedono sulla stessa panca di prima.

“È questo che è successo?” bisbiglia Joan.

“Sei in lutto per lui e non hai ancora finito.”

“Non ho nemmeno iniziato.”

Gustl comprende quanto siano vere quelle parole.

“Non posso tornare dentro.”

“Che dobbiamo fare, tesoro?”

Di nuovo Joan si volta verso l’amica e, prendendo le mani di Gustl tra le sue, le dice che lei, Gustl, deve vedere lo spettacolo anche se lei, Joan, non lo vedrà. Gustl non ne vuole sapere. Le propone di andare a casa di Julius ma oh no, Joan vuole tornare a casa propria. Gustl insiste per accompagnarla.

Fuori sta piovendo, su Charing Cross Road. Non hanno l’ombrello. Trascorrono alcuni minuti prima che avvistino un taxi. Joan sale e prima che Gustl possa fermarla richiude con forza lo sportello. Gustl sta picchiettando sul vetro ma Joan ha lo sguardo fisso davanti a sé, sta dicendo al tassista di partire, non lasciando a Gustl, con la sua pelliccia bagnata, altra scelta che tornare in teatro.

*

Lo spettacolo è, tutto sommato e nonostante il curioso incidente iniziale, un successo. Un’opera cupa, ma cupi del resto sono questi tempi. E sebbene sia crollato un mondo c’è una promessa di rinnovamento, di speranza politica, di una vita collettiva che va avanti, ed Elizabeth Morton-Stanley ha fatto in modo che questo messaggio arrivasse forte e chiaro. Con l’apparizione in scena del figlio di Antonio negli ultimi momenti una fiamma di speranza viene accesa nella corte di Amalfi, e condivisa da tutti coloro che in quel teatro sono sopravvissuti agli anni della guerra e ne sono venuti fuori tutti interi. Ma c’è anche da dire che è uno spettacolo esaltante, e su questo il giudizio è unanime, perché la compagnia è eccellente, in special modo Vera Grice.

Già, la nostra Vera. Vera domina il dramma quando è in scena, la sua assenza dal palco non fa che acuire negli spettatori la voglia di rivederla. È di volta in volta giocosa, seducente, sprezzante e tenera, nonché impavida di fronte alla morte: il terrore c’è, come Vera si era resa conto, ma altrettanto la serenità. È un’amante, una madre, la tragica sorella di un gemello votato ad annientarla. È ritrosa all’autorità, in particolare all’autorità di coloro che vogliono imporle chi amare. È un’eroina di guerra per un pubblico stanco della guerra.

Quando le speranze sono perdute, vedono in lei un genere di coraggio con la cui idea hanno convissuto fin dal settembre del ’39 senza tuttavia essere disposti a chiamarlo tale, perché non è da inglesi. Qui però, adesso, su un palcoscenico di Londra, in una tragedia scritta più di trecento anni prima da un inglese, lo vedono esibito, e nelle indistinte profondità delle loro anime esauste esultano. Quale altro paese in Europa si è opposto con fermezza ai nazisti? Quale altro non è arretrato di un centimetro, non ha collaborato affatto, non è mai stato occupato, ha combattuto fino allo stremo e dalle rovine è emerso vittorioso? La Duchessa di Amalfi è la sprezzante antagonista di un pazzo megalomane investito del potere assoluto di vita e di morte. In lei vedono se stessi.

Al termine dello spettacolo si alzano in piedi tutti insieme e richiamano sul palco gli attori, non una, non due ma più e più volte, e avrebbero potuto continuare se non fossero stati ansiosi di scambiarsi i rispettivi pareri con un bicchiere tra le mani. Nessuno di coloro che era presente quella sera dimenticherà Vera Grice, madida, sfinita, esaltata, i capelli neri sciolti sul diafano abito bianco nel quale è stata assassinata nell’Atto IV, che tiene per mano Harry Catermole alla sua destra e Ed Colefax alla sinistra, e ognuno di loro che tiene la mano del vicino, una fila di attori da parte a parte del palcoscenico e una seconda alle loro spalle. Guardano Vera per l’inchino e quando la sua testa si abbassa, si abbassa anche la loro.

Più tardi, nel camerino di Vera, l’atmosfera è vertiginosa. La stanza è gremita. Elizabeth Morton-Stanley distribuisce calici di champagne e ha sul viso un’espressione di rado vista prima anche da Sidney Temple, il quale ha pianto. In un angolo del camerino, Julius e Gustl si godono Vera nel suo splendore, decisi a non farle sapere niente del selvaggio lamento di sua madre. Quanto a Frank Stone, anche lui ha fatto voto di silenzio sull’episodio. Il senso di colpa che prova nei confronti di Joan è soltanto l’ombra di una macchia su quella che, per il resto, è stata una serata trionfale, a giudicare dal calore con il quale è stato accolto il suo Malatesta, il Quale catastrofe! in particolare.

Nell’ulteriore prosieguo di questa magnifica serata, al Congreve’s Grill di Covent Garden, Vera chiede a Julius dov’è la madre e lui le dice che è stanca e le manda i suoi saluti, le parlerà l’indomani mattina. È una grande tavolata felice e all’ingresso della compagnia tutto il ristorante si è alzato in piedi. Vera è stranamente calma e Julius, osservandola, vede in sua moglie qualcosa che non ha mai visto, un umore, un atteggiamento, espresso nel misurato contegno in mezzo alla festosa baldoria degli attori tutto intorno, ed è convinto che per la prima volta Vera si stia assumendo la responsabilità del proprio genio. Frank Stone se ne rende conto e non lo dimenticherà mai. A suo tempo conoscerà anche lui questa sensazione.

Quando il mattino seguente Gustl suona il campanello di Archibald Street, Joan scende ad aprirle. La domanda cui vuole subito risposta è se Vera lo sa o no.

“No,” dice Gustl, “non sa.”

“Dio ti ringrazio.”

Conduce l’amica di sopra e poi in cucina. Adesso vuole sapere come è andata, poiché non è ancora uscita a prendere i giornali. Gustl le racconta quante volte gli attori sono stati richiamati sul palco e le mani di Joan volano verso la bocca.

“Non può essere—”

Sieben,” dice lei, mostrando sette dita.

Joan affonda sulla sedia.

“Allora andrà tutto bene.”

“Adesso però devi dirmi di te, cara, che cosa è successo ieri sera.”

Joan armeggia con il bollitore. Gustl, che ha visto il fantasma dietro i suoi occhi, adesso si chiede come mai scoprire il coinvolgimento di Gricey con i fascisti non abbia distrutto le sue illusioni, perché non glielo faccia vedere come un uomo diverso da quello che ha amato per tutti questi anni, non l’uomo il cui spirito, nel tempestoso inganno del lutto, lei aveva cercato a tutti i costi di mantenere al mondo. Perché tutta la traballante struttura non è crollata? Perché l’ossessione?

Ah, ma alla fine, pensò poi Gustl osservando l’amica che preparava il tè e fiutando il dolore del lutto, oh, un dolore così disperato – lo sentivamo, vero, signore? – Gustl pensò: che importa, alla fine? Non può amare un fascista? Molte donne hanno amato un fascista. Lei stessa aveva amato un fascista una volta, per un breve periodo, nel ’37. Chi può dirci chi possiamo amare? Che poi era il senso della Duchessa, alla fin fine.

Lasciò Joan un’ora dopo, preoccupata dal fatto che il principale assillo della sua amica fosse quello di nascondere a Vera quanto era successo in platea, ciò che aveva fatto.

“Mi prenderebbe per pazza.”

Für einige Zeit macht der Tod Wahnsinnige aus uns allen.”

“In inglese! Santo cielo, zietta!”

“La morte ci rende tutti pazzi per un po’,” disse Gustl.

Erano state sedute in cucina una di fronte all’altra e poi Joan aveva preso le mani dell’amica e le aveva detto che non cambiava niente, che sarebbe venuta al comizio, che avrebbe preso la parola dal palco; che dovevano andare avanti. Gustl era rimasta sorpresa. Non se lo aspettava. Non capiva come mai il loro colloquio avesse prodotto quell’improvvisa ostinazione a mantenere la promessa fatta a Julius di parlare al comizio, ma a ogni modo ne era contenta.

Vera in effetti un sussurro lo sentì, a proposito di un contrattempo che c’era stato in teatro la sera del debutto. Non gli diede peso. Tre giorni dopo, però, la sua camerinista si lasciò sfuggire la verità, quando disse che sperava che sua madre stesse meglio.

“Eh?”

Vera era mezza nuda di fronte allo specchio. Aveva già il trucco di scena, una cuffietta stretta intorno alla testa in previsione della parrucca. La camerinista, che le stava allacciando il corsetto, si rese immediatamente conto che Vera non sapeva niente.

“Che vuoi dire, sentirsi meglio, Janet?”

A quel punto non poté che saltare fuori.

Frank Stone aveva cercato di rappacificarsi con Willy Ogilvie ma Willy aveva ancora il dente avvelenato. Non gli era sfuggito il fatto che Frank ricevesse menzioni lusinghiere nelle splendide recensioni che lo spettacolo stava mietendo. Willy sapeva di essere in grado anche lui di fare quello che Frank stava facendo con il personaggio di Malatesta, e ne era risentito. A volte crucci del genere arrivano a mordere in profondità nel molle tessuto del cuore di un attore. Frank, invece, di assilli adesso non ne aveva. Poiché ricordavano il suo Malvolio, coloro il cui compito era di badare a certe cose, e adesso lo vedevano dare un taglio nuovo al Conte Malatesta. Un attore da tenere d’occhio, dicevano. E anche dietro le quinte c’era una stima nuova, e soprattutto gratificante era il calore che sentiva provenire da Vera. Fino al venerdì.

Venerdì, nel suo camerino, Vera venne a sapere che la madre aveva quasi rovinato il primo sipario. Concluso lo spettacolo mandò a chiamare Frank e dopo che i visitatori se ne furono andati gli disse di fermarsi. Gli chiese cosa sapeva a proposito di sua madre la sera della prima e Frank finse di non saperne nulla. Vera montò su tutte le furie. Gli disse di non trattarla come una stupida e di rispondere per favore alla domanda.

Frank era seduto come al solito in punta alla poltrona con le mani giunte fra le ginocchia. I piedi erano larghi e la testa china. Vera si stava struccando e lo guardava dallo specchio. Poi si girò sullo sgabello in modo che fossero faccia a faccia. Aveva indossato un maglioncino sopra l’abito nel quale veniva strangolata. Faceva molto freddo in teatro dopo lo spettacolo.

“La domanda, Frank, è: perché mia madre si è messa a gridare prima del debutto?”

“Non lo so.”

“Provaci.”

“Credo che sia arrabbiata con tuo padre.

“Perché? Mio padre è morto.”

“Credo sia proprio quello il motivo.”

Frank brancolava nel buio, come del resto anche Vera. La quale dovette ammettere che Frank aveva probabilmente ragione. Ma non aveva ancora finito con lui.

“E tu non hai contribuito a migliorare la situazione, giusto?”

Frank questa se la meritava, lo sapeva.

“Lo avevano appena calato nella tomba!”

“È stato cremato.”

“Potrebbe essere tua madre.”

“Lo so.”

“E allora perché l’hai fatto?”

“È successo e basta. Queste cose succedono, Vera. Un uomo, una donna—”

Vera si alzò e passò dietro il paravento in fondo al camerino per cambiarsi. La sua voce, quando arrivò, era incorporea, anche se dopo che si fu tolta il costume Frank riusciva a vedere nello specchio parti del suo corpo in carne e ossa.

“Cosa pensi di fare adesso?”

“Niente! Mi dispiace che sia successo.”

“Non basta, Frank.”

Vera sbucò da dietro il paravento abbottonandosi la camicetta sul reggiseno e Frank non si girò dall’altra parte.

“Voglio che tu la conforti,” gli disse.

Frank non sapeva cosa rispondere.

“Ne ha bisogno, chi altri può farlo?”

“Perché non tu?”

“Non dire cretinate, ha bisogno di un uomo. E comunque io in questo momento sono impegnata, nel caso non te ne fossi accorto.”

Frank non volle ribattere che era impegnato anche lui. Accettò di andare a trovare Joan e darle conforto.

“Dovrai dirmi quello che succede. Ogni cosa.”

“Sì, Vera.”

“D’accordo. Sarà ancora aperto, il pub?”

“Potrebbe scapparcene una al volo.”

“Andiamo allora.”