L’intensa e drammatica storia di Giulio Cesare ha affascinato intere generazioni e suscitato l’interesse di moltissimi scrittori, tra cui Shakespeare e George Bernard Shaw. Cesare fu uno dei più abili generali della Storia e scrisse dei resoconti delle sue campagne la cui qualità letteraria resta forse tuttora ineguagliata. Allo stesso tempo fu un politico e un uomo di stato che si impadronì del potere assoluto nella repubblica romana, trasformandosi, di fatto, in un monarca, anche se non si proclamò mai «re». Non fu un sovrano crudele e si mostrò clemente con i nemici sconfitti. Nonostante ciò, cadde vittima di una cospirazione ordita da due uomini che aveva perdonato, nella quale furono coinvolti anche alcuni dei suoi sostenitori. In seguito, il suo figlio adottivo, Ottaviano – per esteso, Gaio Giulio Cesare Ottaviano – divenne il primo imperatore di Roma. La linea dinastica si estinse con Nerone nel 68 d.C., ma tutti i successivi imperatori continuarono a utilizzare l’appellativo di «Cesare», pur non avendo alcun legame di sangue o adottivo con la sua stirpe. Quello che era stato semplicemente il nome di una famiglia aristocratica – prima di allora poco conosciuta – divenne il simbolo del potere legittimo e assoluto. Questa associazione durò così a lungo che all’inizio del Ventesimo secolo due delle più grandi potenze mondiali erano ancora governate da un «Kaiser» e da uno «zar», termini le cui etimologie derivano entrambe da «Cesare». Anche se oggi i classici hanno perduto la loro centralità nell’educazione culturale dell’Occidente, Giulio Cesare resta senza dubbio una delle poche figure del mondo antico universalmente note. Molti, pur non conoscendo il latino, ricorderanno la versione di Shakespeare delle sue ultime parole: «Et tu, Brute» (anche se è più probabile che abbia detto qualcos’altro, vedi p. 594). Nerone e, forse, Marco Antonio sono gli unici Romani che godono ancora di una fama simile, mentre, nel resto del mondo antico, solo Alessandro Magno, i filosofi greci, Annibale e soprattutto Cleopatra sono altrettanto popolari nell’immaginario collettivo. Cleopatra fu l’amante di Cesare e Antonio uno dei suoi legati. Entrambi quindi fanno parte della sua storia.
Cesare fu un uomo di eccezionale valore. Napoleone fu uno dei tanti famosi generali che ammisero di aver imparato molto dallo studio delle sue campagne. Dal punto di vista politico, ebbe un’enorme influenza sulla storia romana e giocò un ruolo chiave nel porre fine al sistema di governo repubblicano che durava da quattro secoli e mezzo. Era estremamente colto e intelligente, ma anche un uomo d’azione ed è anzitutto per questo che viene ricordato. Possedeva molte straordinarie qualità. Al talento come oratore, scrittore, legislatore e uomo politico univa quello di soldato e generale. Ma fu soprattutto il suo fascino che conquistò il popolo romano, i legionari e le molte donne che sedusse. Commise diversi errori, dal punto di vista sia politico che militare, ma quale uomo non ne ha mai fatti? La sua più grande qualità fu proprio quella di imparare dalle sconfitte e saper ammettere, almeno a se stesso, di aver sbagliato. Ciò gli permise di adattarsi rapidamente alle situazioni nuove e di riuscire a vincere.
Pochi metterebbero in dubbio la sua grandezza. Più difficile è dire se fu un uomo giusto, o se le conseguenze delle sue azioni furono positive. Certamente non fu un Hitler o uno Stalin, e neanche un Gengis Khan. Tuttavia una delle fonti sostiene che durante le sue campagne furono uccisi più di un milione di nemici. La mentalità degli antichi era molto diversa dalla nostra. I Romani si facevano ben pochi scrupoli per le guerre di Cesare contro nemici stranieri come le tribù della Gallia. Durante otto anni di campagne, le sue legioni uccisero centinaia di migliaia di persone nella regione e ne ridussero in schiavitù un numero anche maggiore. A volte fu estremamente spietato. Ordinò esecuzioni e massacri. In un’occasione, persino una mutilazione di massa dei prigionieri, cui vennero amputate le mani prima di essere liberati. Più spesso, per ragioni di natura pratica, si mostrò clemente. Desiderava che i nemici sconfitti accettassero il dominio di Roma, diventando le pacifiche popolazioni di una nuova provincia da tassare. Il suo atteggiamento era razionale e pragmatico. La scelta tra la clemenza o la ferocia dipendeva da quale delle due offrisse maggiori vantaggi. Cesare fu un inarrestabile conquistatore, ma non creò l’imperialismo romano: fu soltanto uno dei suoi tanti artefici. Le sue campagne non furono più brutali delle altre guerre romane. Molto più controverse, all’epoca, furono le sue attività a Roma e la decisione di scatenare una guerra civile quando capì che gli avversari politici avevano intenzione di stroncare la sua ascesa. I suoi sospetti erano fondati, ma quando, nel gennaio del 49 a.C., lasciò la sua provincia ed entrò con l’esercito in Italia, si trasformò in un ribelle. Le guerre civili che si scatenarono dopo il suo assassinio determinarono la fine della repubblica, la cui solidità, comunque, era già stata incrinata in modo irreversibile dalle sue stesse azioni. Quando la repubblica cadde, il suo erede divenne il primo imperatore. Durante la dittatura, godette di un potere assoluto e governò bene, da buon statista, approvando leggi sensate e volte a garantire la prosperità di Roma. In precedenza, la repubblica era stata dominata da una ristretta élite senatoria, i cui membri avevano abusato spesso della loro posizione per arricchirsi, a discapito dei Romani più poveri e degli abitanti delle province. Cesare adottò subito dei provvedimenti finalizzati a contrastare problemi seri, che esistevano da tempo, ma che non erano stati affrontati per timore che qualcuno si arrogasse il merito di averli risolti. Il sistema repubblicano era profondamente corrotto: era stato scosso da violenti disordini ancor prima della nascita di Cesare e da una guerra civile quando egli era ancora giovane. Cesare conquistò il potere con l’esercito e in alcune fasi della sua carriera fece ricorso alla violenza e alla corruzione. I metodi di cui si servivano i suoi oppositori non erano però diversi dai suoi. La loro determinazione a scatenare una guerra civile per distruggere la carriera di Cesare fu pari alla sua volontà di difenderla. Ciò significa semplicemente che Cesare non era né migliore né peggiore dei suoi avversari. Dopo la vittoria, governò in modo responsabile. Diversamente dall’aristocrazia senatoria, adottò misure che andarono a beneficio di una fascia considerevolmente più ampia della popolazione. Non instaurò un regime repressivo. Perdonò e promosse ad alte cariche molti dei suoi vecchi nemici. Durante il suo governo, Roma, l’Italia e le province attraversarono un periodo florido come non accadeva da tempo. Tuttavia, anche se esercitò il potere in modo responsabile, la sua dittatura significò la fine delle libere elezioni e diede avvio a una monarchia che avrebbe portato, più tardi, a imperatori come Caligola e Nerone. A Roma era l’élite aristocratica a scrivere la Storia. L’ascesa di Cesare ridusse notevolmente il potere di questa classe, e ciò spiega perché molte fonti furono estremamente critiche nei suoi riguardi.
Cesare non fu uomo dai saldi principi: sotto molti aspetti, anzi, appare del tutto privo di scrupoli. Sembra che avesse davvero un carattere gentile, generoso, incline a dimenticare i torti e perdonare i nemici. Ma sapeva anche essere implacabile e crudele. Fu un incorreggibile dongiovanni, infedele alle mogli e alle sue numerose amanti. Tra queste, Cleopatra è certamente la più famosa, ed è possibile che tra i due vi fosse un amore corrisposto, ma ciò non impedì a Cesare di avere un’avventura con un’altra regina poco tempo dopo, e di continuare a corteggiare le matrone dell’aristocrazia romana. Era vanitoso, e andava fiero del suo aspetto fisico. È inevitabile pensare che sin da giovane fosse assolutamente convinto della propria superiorità. Gran parte della sua autostima era giustificata, perché era più brillante e capace della stragrande maggioranza dei senatori. Forse, come Napoleone, era talmente sicuro del proprio fascino da riuscire facilmente a sedurre gli altri. Come nel caso dell’imperatore francese, anche il suo carattere era pieno di contraddizioni. Sir Arthur Conan Doyle scrisse di Napoleone: «Era un uomo straordinario, forse il più grande che sia mai esistito. Ma quel che più colpisce è l’ambiguità del suo carattere. Dopo esserti convinto della malvagità della sua indole, scopri in lui qualche nobile tratto, ma poi l’ammirazione svanisce subito a causa di qualche altra meschinità»1. Questo strano connubio è presente anche in Cesare, sebbene forse in misura meno estrema.
Mentre gli studiosi hanno oggi una formazione culturale che permette loro di esaminare il passato in maniera imparziale, sorprende invece quanto sia raro trovare uno storico antico che non esprima un giudizio netto su Cesare. In passato alcuni lo ammirarono, o addirittura lo idolatrarono, perché vedevano in lui un visionario che aveva intuito gli enormi problemi che affliggevano la repubblica e che li aveva risolti. Altri furono assai più critici. Considerarono Cesare solo un ambizioso aristocratico come tanti, sprezzante delle leggi e delle tradizioni, che smaniava per conquistare il potere senza neppure sapere come lo avrebbe utilizzato. Questi commentatori tendono a sottolineare l’opportunismo di Cesare come il fattore determinante della sua ascesa. Ciò è sicuramente vero, ma vale per quasi tutti i politici di successo. Egli credette fortemente nel potere del caso in ogni aspetto della vita e si convinse di essere particolarmente fortunato. A posteriori, sappiamo che Ottaviano – oggi più noto come Augusto – ha creato il sistema di governo con il quale gli altri imperatori dopo di lui avrebbero retto l’Impero Romano per secoli. Ci si chiede ancora fino a che punto gli anni di governo di Cesare abbiano dato vita a tutto ciò che poi fu portato a compimento da Augusto, o se essi rappresentarono invece un passo falso, un esempio che il figlio adottivo evitò con cura, per non cadere vittima dello stesso destino. Le opinioni sono molto divergenti, e probabilmente resteranno tali. Forse la verità risiede tra queste due ipotesi estreme.
Lo scopo di questo libro è di ripercorrere la vita di Cesare in modo obiettivo, collocandola nel contesto della società romana del I secolo a.C. Non sarà oggetto di trattazione ciò che accadde dopo la sua morte, e non verranno discusse le differenze tra il suo regime e quello che prese corpo negli anni in cui Augusto assunse il potere. L’attenzione sarà focalizzata solo su Cesare, per cercare di comprendere ciò che fece e perché. Anche se è inevitabile esaminare i fatti con il senno del poi, si cercherà di non pensare che la guerra civile e il crollo della repubblica fossero eventi ineluttabili o, al contrario, che la repubblica non fosse in crisi. In passato, c’era la tendenza a considerare Giulio Cesare come un uomo politico o come un generale. Tale distinzione, rilevante nelle moderne democrazie occidentali, non aveva alcun senso nella Roma antica. La carriera di un senatore romano prevedeva lo svolgimento di compiti sia civili che militari, e gli uni e gli altri facevano parte della vita politica. Nessuno dei due aspetti può essere compreso senza tenere conto dell’altro, perciò in questo libro saranno trattati con la stessa attenzione. Quest’opera, pur essendo di ampio respiro, non pretende di fornire un resoconto completo della politica romana ai tempi di Cesare, né un’analisi esaustiva delle campagne in Gallia e della guerra civile. L’attenzione sarà sempre incentrata su Cesare e la descrizione degli avvenimenti a cui non partecipò sarà limitata all’essenziale. Molte questioni controverse saranno appena sfiorate (ad esempio, i dettagli di una determinata legge o di un particolare processo a Roma, o i problemi topografici o di altro genere relativi alle campagne militari). Per quanto interessanti, queste tematiche costituirebbero delle digressioni, a meno che non abbiano una qualche importanza nella comprensione di Cesare. Chi lo desidera potrà approfondire tali argomenti nelle opere citate nelle note. Allo stesso modo, si cercherà di non menzionare nel testo i tanti illustri studiosi che si sono occupati di Cesare e le loro posizioni al riguardo. Pur trattandosi di aspetti essenziali in una dissertazione di carattere accademico, risulterebbero estremamente noiosi per il lettore comune. Anche in questo caso, gli studi più autorevoli saranno citati in nota.
Nonostante la sua fama e il fatto che sia vissuto in uno dei periodi forse meglio documentati della storia romana, ci sono ancora molte cose della vita di Cesare che non sappiamo. Gran parte delle notizie in nostro possesso sono disponibili sin dall’antichità. Le ricerche archeologiche continuano a fornirci ulteriori informazioni sul mondo in cui egli visse. Attualmente, ad esempio, in Francia e in Egitto sono in corso alcuni scavi che potranno dirci molto di più sulla Gallia di quell’epoca e sull’Alessandria di Cleopatra. Tuttavia, è improbabile che queste scoperte possano cambiare alla radice ciò che sappiamo della carriera e della vita di Cesare, la cui conoscenza poggia, in gran parte, sulle fonti letterarie in latino o greco che sono sopravvissute fino ai nostri giorni, talvolta integrate dalle epigrafi su bronzo o pietra. Gli stessi Commentarii di Cesare, che sono pervenuti sino a noi, ci forniscono un resoconto dettagliato delle sue campagne in Gallia e dei primi due anni della guerra civile. Ad essi si aggiungono altri quattro libri scritti dopo la sua morte dai suoi ufficiali, che trattano delle rimanenti operazioni militari. Inoltre, possediamo le lettere, i discorsi e le opere teoriche di Cicerone, che forniscono una serie di preziosi dettagli. La corrispondenza di Cicerone, pubblicata dopo la sua morte, conteneva svariate lettere scritte a molti dei personaggi di spicco della repubblica, tra cui un certo numero di brevi messaggi dello stesso Cesare. Sappiamo che l’epistolario integrale di Cicerone includeva anche lo scambio di lettere con Cesare e Pompeo, ma purtroppo sono andate perdute, insieme alle altre opere letterarie e alle orazioni di Cesare. Dobbiamo sempre ricordare che oggi disponiamo solo di una minima parte della letteratura antica, forse non più dell’uno per cento. Alcune lettere di Cicerone furono deliberatamente escluse dalla pubblicazione, in particolare lo scambio epistolare con Attico relativo al primo trimestre del 44 a.C. La pubblicazione della corrispondenza, che fu curata anche da Attico, avvenne quando Augusto era già padrone indiscusso di Roma. È molto probabile che le lettere escluse contenessero informazioni che avrebbero potuto rivelare il coinvolgimento di Attico nella congiura contro Cesare, o il fatto che ne fosse a conoscenza o che l’abbia successivamente approvata. Così le distrusse per mettersi al sicuro. Un’altra fonte quasi contemporanea è Sallustio, che scrisse varie opere di carattere storico, tra le quali una monografia sulla congiura di Catilina. Durante la guerra civile, Sallustio combatté per Cesare, che lo riammise in senato per ricompensarlo. Più tardi, fu inviato come governatore in Africa. Dopo aver terminato l’incarico, fu condannato per estorsione, ma ottenne il perdono da Cesare. Più favorevole a Cesare di quanto lo sia Cicerone, Sallustio scrisse però con il senno del poi, ed espresse sul dittatore opinioni talvolta contrastanti. Suona abbastanza ironico, vista la sua carriera – benché egli abbia sempre negato con fermezza di aver commesso illeciti di qualsiasi tipo –, che sostenesse che tutti i mali di Roma fossero dovuti al declino morale dell’aristocrazia. Questa tesi influenza in modo determinante la sua ricostruzione dei fatti. Cicerone, Sallustio e Cesare parteciparono tutti attivamente alla vita pubblica. Cesare, in particolare, scriveva con il fine di celebrare le proprie imprese e garantirsi appoggi politici. Nessuno di essi fu un osservatore imparziale, né ebbe alcun interesse a esporre una verità scevra di abbellimenti.
La maggior parte delle altre fonti è di epoca posteriore. Livio scrisse durante il regno di Augusto, quando alcuni eventi erano ancora vivi nella memoria collettiva, ma i libri relativi al periodo di Cesare sono andati perduti. Restano solo dei brevi riassunti. Velleio Patercolo, di poco posteriore, fornisce alcuni elementi utili nei suoi brevi scritti che trattano quegli eventi. Comunque sia, una buona parte delle notizie che possediamo su Cesare fu scritta solo molto più tardi, all’inizio del II secolo d.C., quando ormai erano trascorsi oltre centocinquant’anni dall’assassinio del dittatore. Lo scrittore greco Appiano compose una monumentale storia di Roma, di cui fanno parte due libri che trattano delle guerre civili e dei disordini tra il 133 e il 44 a.C. Anche Plutarco era greco. La sua opera per noi più ricca di informazioni sono le Vite parallele, una serie di biografie, riunite in coppie, di celebri figure greche e romane. Cesare e Alessandro Magno vengono presentati assieme come i due più grandi generali di tutti i tempi. Sono rilevanti anche le vite di Mario, Silla, Crasso, Pompeo, Cicerone, Catone, Bruto e Marco Antonio. Lo storico romano Svetonio scrisse le biografie dei primi venti imperatori, iniziando da Cesare. Dione Cassio, di origine greca ma cittadino romano e senatore attivo nella vita pubblica all’inizio del III secolo d.C., ci fornisce il resoconto più dettagliato e meno lacunoso del periodo. Tutti questi scrittori ebbero accesso a fonti che, in molti casi, erano contemporanee a Cesare, e anche ad alcuni dei suoi scritti oggi perduti. Tuttavia, bisogna sempre ricordare che le loro opere risalgono a un periodo di molto posteriore, per cui non possiamo essere certi che fossero in grado di cogliere la mentalità del I secolo a.C., rispecchiandola in modo fedele. Inoltre, la documentazione oggi disponibile presenta numerosi vuoti. Per una singolare coincidenza, sia la parte iniziale della biografia di Cesare scritta da Svetonio, sia quella di Plutarco sono andate perdute, e quindi non possiamo sapere con certezza assoluta l’anno della sua nascita. Ogni autore ha i suoi pregiudizi, interessi o punti di vista, e si serve delle fonti distorcendole, anche a fini propagandistici. È necessario pertanto utilizzare tali fonti con cautela. Diversamente dagli studiosi contemporanei, gli storici antichi erano soliti trarre il maggior numero possibile di informazioni da fonti limitate e talvolta inaffidabili, cercando un punto di equilibrio tra resoconti apparentemente contraddittori: nel libro si cercherà di spiegare questo modus operandi.
Alcuni aspetti della vita personale di Cesare restano a noi ignoti. Sarebbe utile e illuminante sapere qualcosa in più della sua vita privata e delle sue relazioni con la famiglia, con le mogli, con amanti e amici. Nel caso di questi ultimi, è probabile che, nonostante egli avesse uno stretto e affettuoso legame con molti dei suoi subordinati e assistenti, per gran parte della sua vita e soprattutto durante gli ultimi anni, non ne abbia avuto uno che considerasse suo pari. Anche della sua vita religiosa sappiamo quasi nulla. La religione e i rituali permeavano ogni aspetto della vita sociale nel mondo romano. Cesare fu uno dei più importanti sacerdoti di Roma, assisteva di continuo alle funzioni sacre, celebrava preghiere, sacrifici e altri riti. Valorizzò molto anche la tradizione familiare, rivendicando la propria discendenza da Venere, ma non sappiamo cosa questo abbia significato per lui. Raramente, se non mai, scrupoli di tipo religioso gli impedirono di fare ciò che desiderava, ed era pronto a strumentalizzare la religione per il proprio tornaconto; ma non significa che fu del tutto cinico o ateo. Insomma, si tratta di un aspetto della sua vita privata che non conosciamo. Una parte del fascino di Cesare deriva proprio dalla sua personalità sfuggente. Anche i progetti che fece nei suoi ultimi mesi restano avvolti nel mistero. Durante i suoi cinquantasei anni di vita fu molte cose: fuggitivo, prigioniero, politico in carriera, capo dell’esercito, avvocato, ribelle, dittatore – forse persino un dio –, oltre che marito, padre, amante e adultero. Pochi eroi nati dalla fantasia possono vantare imprese pari a quelle di Gaio Giulio Cesare.