«Generato dalla nobilissima famiglia dei Giulii e, cosa che era nota tra tutti gli studiosi dell’antichità, discendente da Anchise e Venere, fu di aspetto il più eccellente tra tutti i cittadini».
velleio patercolo, inizio del I secolo d.C.1
«In Cesare ci sono molti Gaio Mario».
silla2
Gaio Giulio Cesare nacque il 13 luglio del 100 a.C., secondo il calendario moderno. Il giorno è certo, ma sull’anno sussiste qualche lieve dubbio poiché, per coincidenza, le parti iniziali delle biografie di Svetonio e Plutarco sono andate perdute. Alcuni studiosi hanno collocato la sua nascita nel 102 o nel 101 a.C., ma le argomentazioni a sostegno di tali ipotesi non appaiono convincenti. L’opinione prevalente è che la data sia il 100 a.C. Secondo il calendario romano, Cesare nacque tre giorni prima delle idi di quintile, durante il consolato di Gaio Mario e Lucio Valerio Flacco, nell’anno 644 «dalla fondazione della città». Quintile, il cui nome deriva da quintus, era il quinto mese dell’anno della repubblica, che iniziava a marzo (Martius). Più tardi, durante la dittatura di Cesare, il mese verrà ribattezzato Iulius, da cui «luglio». Le idi di quintile, come quelle di marzo, cadevano il quindici del mese, ma i Romani, nei conteggi in avanti o indietro, includevano anche il giorno di partenza.
I nomi rivelavano molto della posizione di un individuo all’interno della società romana. Cesare possedeva i tria nomina, i tre nomi del cittadino romano. Il primo (praenomen) aveva la stessa funzione del suo equivalente moderno: identificava il componente di una famiglia ed era usato nelle occasioni di carattere informale. C’era l’usanza, nella maggior parte delle famiglie, di chiamare i propri figli con lo stesso nome, generazione dopo generazione. Sia il padre che il nonno di Cesare si chiamavano Gaio, come probabilmente molti altri primogeniti della stirpe Giulia. Il secondo nome (nomen) era il principale e il più importante, perché indicava il «clan», il gruppo familiare di appartenenza. Il terzo nome (cognomen) specificava il ramo familiare all’interno di questo raggruppamento più ampio, anche se non tutti gli aristocratici erano contraddistinti in questo modo. I più grandi rivali di Cesare, Gneo Pompeo e Marco Antonio, non possedevano cognomina. Spesso alcuni acquistavano un soprannome aggiuntivo e semiufficiale che, dato il notevole senso dell’umorismo dei Romani, derivava spesso da una loro caratteristica fisica. Il padre di Pompeo era noto come Strabone, ossia «lo strabico», come un lontano cugino di Cesare, Gaio Giulio Cesare Strabone. Cesare non ebbe mai un soprannome di questo tipo. In quanto maschio, ricevette i tre nomi, ma se si fosse trattato di una bambina, avrebbe assunto solo la forma femminile del nomen. La zia, la sorella e la figlia di Cesare si chiamavano tutte soltanto Giulia, come qualsiasi altra donna di ogni ramo del clan dei Giulii. Se in una famiglia c’erano più figlie femmine, nelle occasioni ufficiali venivano distinte tra di loro con un numero che seguiva il nome. Questa disparità tra i sessi rivela un aspetto significativo della società romana. Soltanto gli uomini potevano accedere alla vita pubblica ed era importante sapere con esattezza chi fosse ogni singolo partecipante alla competizione politica. Le donne non svolgevano alcun ruolo nella vita pubblica e perciò la loro specifica identificazione non era necessaria3.
I Giulii erano patrizi, membri dell’antica classe aristocratica di Roma che sin dagli albori della repubblica aveva monopolizzato il potere, governando sui plebei, di gran lunga più numerosi. Si sa poco dei dieci o dodici membri della famiglia Giulia che furono eletti nella magistratura durante i primi due secoli della repubblica. A differenza di altri clan patrizi più in vista, come i Fabii o i Manlii, i Giulii non riuscirono altrettanto bene a mantenere il successo dei propri antenati. Parecchie famiglie continuarono a esercitare una notevole influenza anche quando il potere degli aristocratici venne progressivamente eroso dai plebei, che rivendicarono i propri diritti e riuscirono, con la forza, a far entrare le loro famiglie nell’élite dirigente. A partire dal 342 a.C., uno dei due consoli doveva essere plebeo, e alla fine del II secolo a.C. la maggior parte delle famiglie più influenti dell’élite senatoria era plebea. Anche se qualche carica continuò ad essere riservata esclusivamente ai patrizi, che a loro volta non potevano accedere al tribunato della plebe, in generale le differenze tra le due classi divennero minime. La sola estrazione aristocratica di per sé non garantiva più il successo in politica. Poiché non esisteva un metodo per creare nuovi nobili, nel corso dei secoli varie famiglie si estinsero o caddero nel dimenticatoio. I Giulii sopravvissero, ma non occupavano una posizione di rilievo nella vita pubblica. Un Giulio Cesare – il primo che conosciamo ad avere tale cognome – venne eletto pretore durante la seconda guerra punica. Un autore, di molto posteriore, sostiene che il nome «Cesare» derivi dalla parola fenicia «elefante», perché questo Giulio ne aveva ucciso uno durante la guerra contro i Cartaginesi. Secondo un altro racconto, il nome significa «capelluto», perché i membri della famiglia avevano una capigliatura molto folta. È possibile che questa storia sia inventata, ma quel che sembra certo è che, intorno a quel periodo, il clan si era diviso in due rami distinti, entrambi denominati «Giulio Cesare», ma registrati nel censimento in tribù diverse. Nel 157 a.C. Lucio Giulio Cesare, nominato console, fu l’unico Cesare nel II secolo a.C. a ottenere tale carica. Non era un antenato di Gaio, dato che apparteneva all’altro ramo della famiglia, che aveva ottenuto maggiori successi. Agli inizi del I secolo a.C., svariati «Giulio Cesare» iniziarono ad avere maggiore fortuna nelle elezioni. Nel 91 a.C., Sesto Giulio Cesare fu eletto console, così come Lucio Giulio Cesare nel 90 a.C. Il fratello minore di quest’ultimo, Gaio Giulio Cesare Strabone, ricoprì lo stesso anno la carica di edile. Si trattava di una magistratura di minore importanza, le cui funzioni includevano l’organizzazione di feste e intrattenimenti pubblici. Lucio e Gaio appartenevano all’altro ramo della famiglia, perciò erano lontani cugini del padre di Cesare. Strabone, uomo molto rispettato, fu uno dei più grandi oratori della sua epoca. La figura di Sesto Giulio Cesare resta invece avvolta nel mistero, e non è chiaro a quale ramo della famiglia appartenesse. Non è da escludere che fosse lo zio di Cesare, il fratello minore o, più probabilmente, maggiore di suo padre Gaio, ma non disponiamo di elementi che lo dimostrino, e potrebbe anche trattarsi solo di un cugino4.
Nonostante l’influenza dei Giulii sulla storia della repubblica fosse minore rispetto a quella di altri clan, l’antica tradizione della loro famiglia era nota. Si diceva che si fossero stabiliti a Roma a metà del VII secolo a.C., dopo la conquista e la distruzione della vicina città di Alba Longa da parte di Tullo Ostilio, il terzo re di Roma. Tuttavia, l’associazione con i primordi della storia di Roma non iniziava da tale avvenimento, poiché la famiglia sosteneva che il suo nome derivasse da Iulo, figlio di Enea, il comandante degli esuli troiani che si era stabilito in Italia dopo la caduta di Troia. Enea era figlio di Anchise e della dea Venere, il che rendeva la stirpe dei Giulii di discendenza divina. A quell’epoca, i miti dei tempi più antichi non si erano ancora cristallizzati nella forma che avrebbero assunto in età augustea, quando il poeta Virgilio e lo storico Livio avrebbero narrato le origini di Roma in modo più dettagliato. Anche Livio riconosceva che esistevano versioni differenti della storia di Enea e della sua discendenza, e non era sicuro se fosse stato Iulo o un altro figlio di Enea a fondare Alba Longa e a diventare il suo primo re, dando origine alla dinastia che, più tardi, avrebbe generato Rea Silvia, la madre di Romolo e Remo. Esistono pochi indizi del fatto che, all’inizio del I secolo a.C., molti Romani conoscessero questa possibile associazione tra i Giulii e Romolo. Al contrario, la rivendicazione della discendenza del clan da Venere era molto nota ed è improbabile che si trattasse di un’invenzione recente. Svetonio riporta una parte dell’orazione di Cesare pronunciata al funerale di sua zia nel 69 a.C.:
La stirpe materna di mia zia Giulia ha origine dai re, quella paterna si congiunge con gli dèi immortali. Infatti da Anco Marcio discendono i Marcii, e tale fu il nome di sua madre. Da Venere hanno origine i Giulii, il clan cui appartiene la nostra famiglia. Vi è dunque nella stirpe la santità dei re, che si innalzano sugli uomini, e la solennità degli dèi, al cui potere sottostanno gli stessi re5.
Cesare dava per scontato che i suoi ascoltatori non sarebbero rimasti stupiti da tali affermazioni. Alcuni studiosi hanno evidenziato che il nome Rex (‘re’), più che sottolineare un legame con la monarchia, forse era connesso a un ruolo nelle cerimonie religiose degli inizi della repubblica. È probabile che ciò sia corretto, ma distinzioni di questo genere sicuramente non erano molto chiare ai Romani nel I secolo a.C.
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Non sappiamo quasi nulla del nonno di Cesare, Gaio Giulio Cesare, ma è probabile che abbia ricoperto la carica di pretore. Sua moglie Marcia era la figlia di Quinto Marcio Re, eletto pretore nel 144 a.C. Ebbero almeno due figli: Gaio, padre di Cesare, e sua zia Giulia, che sposò Gaio Mario. Come abbiamo visto, è possibile che ci fosse un altro figlio, Sesto, che ricoprì la carica di console nel 91 a.C. Gaio intraprese la carriera pubblica con successo, e fu eletto questore all’incirca nel periodo in cui nacque suo figlio. La moglie Aurelia proveniva da una celebre famiglia di nobili plebei; sia il padre che il nonno erano stati consoli, rispettivamente nel 144 e nel 119 a.C., così come tre suoi cugini: Gaio, Marco e Lucio Aurelio Cotta. Sposare una donna di questa famiglia fu di grande aiuto per i progetti politici di Gaio Cesare, ma ancor più lo fu il matrimonio di sua sorella con Mario. Come già ricordato, Gaio fu uno dei dieci commissari incaricati di supervisionare una parte del programma di colonizzazione creato da Saturnino per i veterani di Mario, e svolse tale incarico nel 103 o nel 100 a.C. In seguito venne eletto pretore, ma non sappiamo in che anno. Le ipotesi spaziano dal 92 a.C. sino alla fine dell’85 a.C., ma una data antecedente sembra più plausibile, dal momento che l’anno di magistratura fu seguito da un incarico come governatore della provincia d’Africa, che molto probabilmente deve collocarsi intorno al 91 a.C. Gaio morì all’inizio dell’84 a.C., così non possiamo sapere se gli appoggi di cui godeva sarebbero stati sufficienti per arrivare al consolato. Se fu eletto pretore già nel 92 a.C., avrebbe avuto sicuramente l’età giusta per concorrere alla più alta magistratura. Inoltre, se Sesto Cesare fu davvero suo fratello, il successo elettorale di quest’ultimo poteva far sperare a Gaio un buon esito della sua candidatura per l’anno successivo. Se invece Gaio si candidò al consolato, evidentemente fallì l’obiettivo. In sostanza, la documentazione sulla famiglia di Cesare è lacunosa e frammentaria. Sappiamo con certezza soltanto che suo padre ebbe una carriera di successo, anche se non straordinaria. Non sappiamo se Gaio fosse soddisfatto o deluso della sua carriera.
Gaio e Aurelia ebbero tre figli, Cesare e le sue due sorelle, ovviamente entrambe chiamate con il nome Giulia. È molto probabile che diedero alla luce altri figli morti prematuramente, visto che il tasso di mortalità infantile, come in tutto il mondo antico, era molto elevato anche nella classe aristocratica. Si dice che Cornelia, la madre dei Gracchi, partorì dodici figli, di cui solo tre – Tiberio, Gaio e Sempronia – sopravvissero. Forse si trattava di un caso eccezionale, ma, in media, non più di due o tre figli raggiungevano un’età matura all’epoca. Ci furono però delle eccezioni: sembre che i Metelli, una nobile famiglia plebea, molto ricca e influente, siano stati molto prolifici, motivo per cui i suoi membri figurarono molto spesso tra le cariche più alte della magistratura negli ultimi cento anni della repubblica6.
La documentazione sull’infanzia di Cesare è scarsa, ma possiamo dedurre alcuni fatti dalle nostre conoscenze generali sulla vita degli aristocratici nella Roma di quel tempo. Come accadeva anche in tempi più recenti, di solito i bambini nascevano in casa. La nascita di un figlio era un evento importante per una famiglia senatoria e la tradizione esigeva che avvenisse in presenza di testimoni. Quando la nascita sembrava imminente, venivano inviati dei messaggi per informare tutti i parenti e gli amici che frequentavano la casa. Tradizionalmente, il loro ruolo consisteva nel dare atto della nascita di un membro dell’aristocrazia e conservarne la testimonianza. Né il padre né gli ospiti erano presenti nella stanza in cui avveniva il parto. La madre era aiutata da una levatrice e probabilmente da alcune parenti e schiave. In certe occasioni poteva essere assistita da un medico, che era l’unico uomo presente. Non ci sono prove che il parto di Cesare sia avvenuto con taglio cesareo, sebbene, più tardi, questo tipo di intervento, che gli antichi conoscevano, abbia preso da lui il nome. In realtà, è molto improbabile che il parto sia avvenuto in quel modo, dato che, nella maggior parte dei casi, l’operazione causava la morte della madre, mentre Aurelia visse per altri decenni (una fonte molto posteriore sostiene però che un antenato di Cesare nacque con parto cesareo). Nessuna fonte riferisce di una nascita avvenuta in modo inconsueto. Inoltre, i parti difficili erano considerati di cattivo auspicio e come tali spesso venivano ricordati; il caso più famoso fu quello di Nerone. Appena venuto alla luce, il neonato veniva adagiato a terra dalla levatrice, che lo ispezionava per controllare se ci fossero malformazioni congenite o altri difetti fisici, valutando, in modo approssimativo, le sue possibilità di sopravvivenza. Solo dopo questo controllo i genitori decidevano se riconoscere e allevare il neonato. In base alla legge, questa decisione spettava al padre, ma sembra improbabile che la madre non avesse alcuna voce in capitolo, specialmente nel caso di una donna dal carattere forte come Aurelia7.
Dopo che il figlio era stato accettato, veniva acceso il fuoco sugli altari domestici. Molti degli ospiti eseguivano lo stesso rituale una volta tornati nelle loro case. Il giorno della nascita era molto importante per i Romani, e veniva commemorato con festeggiamenti. Quando il bambino aveva nove giorni – per ragioni che non conosciamo questo rito si svolgeva un giorno prima per le femmine – la famiglia celebrava una cerimonia solenne di purificazione (lustratio), che serviva a liberare il figlio da qualsiasi spirito maligno o contaminazione fosse avvenuta durante il parto. La notte prima si teneva una veglia, durante la quale si eseguivano una serie di riti, che culminavano il giorno seguente con l’offerta di sacrifici e l’osservazione del volo degli uccelli, considerati segni premonitori. Al neonato veniva regalato un amuleto speciale, normalmente d’oro, chiamato bulla, che veniva inserito in una sacca di cuoio, appesa intorno al suo collo. Durante la cerimonia, al bambino veniva dato il nome con cui veniva poi ufficialmente registrato. I riti religiosi svolgevano un ruolo centrale nelle diverse fasi della vita di un romano, specialmente se aristocratico8.
Nei primissimi anni di vita dei figli, di solito era la madre a occuparsi della loro educazione. È improbabile che Aurelia abbia allattato i suoi figli, dato che, già all’inizio del II secolo a.C., la moglie di Catone il Vecchio, che lo aveva fatto, era considerata un’eccezione. Questo e altri racconti simili suggeriscono che le donne aristocratiche non allattavano più i figli9. È probabile che se ne occupasse una balia, scelta tra il nutrito gruppo di schiave domestiche presenti in ogni famiglia aristocratica, anche in una di mezzi modesti come quella di Cesare. La selezione della nutrice e delle altre schiave che accudivano il neonato era un compito che spettava alla madre, che le controllava e continuava comunque ad accudire il figlio. Catone, che attribuiva un’estrema importanza al suo ruolo di padre, si premurava di essere presente ogni volta che sua moglie Licinia faceva il bagno al figlio. Perciò si dà per scontato che anche le madri accudissero la prole. Sebbene la maggior parte dei compiti fosse delegata alla servitù, la madre restava accanto ai figli e si prendeva cura di loro. Tacito, intorno alla fine del I o all’inizio del II secolo d.C., si occupò del ruolo materno nell’educazione dei figli, menzionando Aurelia come una madre ideale:
Nei tempi antichi, ogni figlio, partorito da una sposa casta, veniva cresciuto non nella stanzetta di una nutrice prezzolata, ma nel grembo e sul seno della madre, il cui merito maggiore consisteva nel custodire la casa e nell’accudire i figli […]. Davanti a lei non era ammesso pronunciare espressioni volgari o compiere atti sconvenienti. Essa regolava, con scrupolosa religiosità, non solo gli studi e le occupazioni, ma anche i giochi durante il tempo libero dei bambini. Sappiamo che in questo modo Cornelia, madre dei Gracchi, Aurelia, madre di Cesare, Azia, madre di Augusto, hanno presieduto all’educazione dei loro figli e li hanno resi uomini nati per comandare10.
Il forte ascendente di Aurelia sul figlio si protrasse ben oltre l’infanzia. Cesare aveva quarantasei anni quando perse la madre, che a quell’epoca era vedova da trent’anni. Nell’aristocrazia accadeva di frequente che i mariti fossero molto più vecchi delle mogli, specialmente se si considera che un senatore, per ragioni politiche, poteva arrivare a contrarre anche quattro matrimoni. Di conseguenza, quando un senatore conquistava le più alte cariche, era più probabile che fosse ancora in vita la madre, piuttosto che il padre. Difatti, se la sposa sopportava i rigori del parto, aveva buone possibilità di vivere più a lungo del marito. Le donne come Aurelia, che incarnavano l’ideale romano di madre, erano molto ammirate dai Romani. Uno degli aneddoti più popolari era quello di Coriolano, il grande generale che, dopo essere stato umiliato dai suoi rivali politici, aveva disertato e si era alleato al nemico, mettendosi in marcia contro Roma. Mentre stava per distruggere il villaggio dove era nato, furono le suppliche di sua madre, più che un sentimento patriottico, a convincerlo a rinunciare al suo proposito11.
Gli aristocratici venivano educati esclusivamente all’interno della famiglia. Molti Romani si vantavano di questa usanza, contrapponendola con orgoglio al sistema educativo tipico di molte città greche, in cui tutto era sotto il controllo diretto dello stato. A Roma, solo i cittadini di ceto medio inviavano i propri figli nelle scuole primarie a pagamento, a cui i ragazzi venivano ammessi a partire dai sette anni. L’educazione dei giovani aristocratici continuava invece a svolgersi in casa. Sia i maschi che le femmine ricevevano inizialmente la stessa istruzione, imparando a leggere, scrivere, contare e i rudimenti della matematica. All’epoca di Cesare, i figli dei senatori ricevevano una formazione bilingue, in latino e greco. L’insegnamento del greco era impartito da uno schiavo madrelingua (paedagogus). Gran parte dell’istruzione riguardava lo studio dei riti e delle tradizioni di famiglia e la storia di Roma, quest’ultima incentrata soprattutto sul ruolo svolto dagli antenati del bambino. Le grandi figure del passato erano proposte come esempio di ciò che significava essere cittadini romani. I ragazzi imparavano ad ammirare la quintessenza delle qualità romane, la dignitas, la pietas e la virtus. Si trattava di termini che assumevano per i Romani un significato molto più sfaccettato rispetto ai loro corrispondenti odierni. La dignitas era la sobrietà e la misuratezza della condotta di uomo, che rendevano manifesta la sua importanza e le sue responsabilità, infondendo rispetto; si trattava di una qualità importante per qualsiasi cittadino, e lo era ancora di più per un aristocratico e per un console. La pietas comprendeva non solo il rispetto per gli dèi, ma anche per la famiglia, i genitori, la legge e le tradizioni della repubblica. La virtus aveva una forte connotazione militare: includeva non solo la forza fisica, ma anche la fiducia, il coraggio e l’abilità richieste sia a un soldato che a un comandante12.
I Romani ritenevano che la grandezza di Roma risiedesse nel fatto che le precedenti generazioni avevano dato prova di possedere simili qualità molto più degli altri popoli. I volti austeri scolpiti sui monumenti funerari del I secolo a.C., che riproducono in modo realistico le idiosincrasie e i difetti fisici di quegli uomini, così lontani dai ritratti idealizzati della Grecia classica, trasmettono orgoglio e fierezza. I Romani prendevano molto sul serio le loro tradizioni e educavano i figli non solo a credere di essere speciali, ma anche a convincersi di esserlo. La fiducia in se stessi e l’orgoglio di appartenere alla repubblica, molto sentiti persino dai cittadini più poveri, erano ancora più forti tra le classi agiate e gli aristocratici. I senatori romani si consideravano superiori a qualsiasi re straniero, e questa convinzione veniva inculcata ai giovani aristocratici, che venivano spronati a distinguersi anche all’interno dell’élite romana. La famiglia di Cesare, sebbene vantasse pochi antenati insigniti delle più alte cariche o che avevano compiuto grandi imprese servendo la repubblica, aveva avuto comunque alcuni successi, e la sua antica stirpe era di origini divine. Il desiderio di eccellere si univa a un forte senso del dovere e all’obbligo di dimostrarsi all’altezza delle aspettative della famiglia e, più in generale, della repubblica. Il sistema educativo enfatizzava il profondo legame dei giovani con gli antenati e con il passato di Roma. Come più tardi dichiarò Cicerone: «Che cos’è la vita di un uomo, se non è intrecciata con la vita degli antenati attraverso la memoria delle cose antiche?»13.
Cesare fu educato a credere di essere speciale. Ciò, in sé, non era affatto inusuale per un giovane della sua estrazione sociale ma, essendo l’unico figlio maschio, con una madre così autorevole e ammirata, non c’è dubbio che, sin dalla tenera età, abbia maturato la convinzione che il suo valore era nettamente superiore a quello di molti altri, se non unico. L’educazione romana era finalizzata al raggiungimento di uno scopo pratico, che consisteva nel preparare i giovani al ruolo che avrebbero avuto da adulti. Per un aristocratico, l’obiettivo era la carriera pubblica, che offriva l’opportunità di accrescere il prestigio della sua stirpe, quando un giorno fosse diventato il capofamiglia (paterfamilias), responsabile dell’educazione della generazione successiva. Dall’età di sette anni, i maschi iniziavano a passare molto più tempo con il padre, seguendo le sue attività, mentre le femmine imparavano dalla madre a governare la casa e controllare gli schiavi domestici e, nelle case più tradizionali, anche a tessere abiti per la famiglia. I ragazzi osservavano il padre mentre incontrava e salutava gli altri senatori, e avevano il permesso di sedersi fuori dal senato, le cui porte venivano lasciate aperte per permettere loro di ascoltare i dibattiti. Iniziavano così a imparare chi e perché possedeva maggiore potere. Sin da giovanissimi, erano testimoni degli eventi più importanti della repubblica; in modo naturale e per gradi, si sviluppava in loro la convinzione di appartenere a quel mondo e il desiderio di parteciparvi attivamente non appena avessero raggiunto l’età prevista. Nella società romana esisteva una capillare rete di rapporti informali, fatti di vincoli e obbligazioni. Tale sistema, conosciuto come «clientela», legava i cittadini meno avvantaggiati (clienti), a un patrono, uomo di grande ricchezza, autorità e potere, cui essi si rivolgevano per chiedere aiuti di vario genere: ottenere un posto di lavoro, concludere un contratto, avere assistenza legale, giuridica o economica. In cambio, i clienti assicuravano al patrono la loro lealtà e vari servigi; molti di loro passavano a trovarlo a casa tutte le mattine, per ossequiarlo. Avere un gran numero di clienti, specie se illustri o stranieri, accresceva il prestigio di un uomo. I senatori potevano contare su una clientela molto estesa, che talvolta comprendeva anche intere città o popolazioni in Italia o nelle province. Era anche possibile che un patrono, ad esempio un senatore meno influente, fosse a sua volta cliente di un uomo più potente di lui, benché in casi di questo tipo non si usasse definire tale rapporto «clientela». I senatori dedicavano buona parte del loro tempo a ricevere i propri clienti e accontentavano, nei limiti del possibile, le loro richieste, ottenendo in cambio la fedeltà e il sostegno che desideravano. Gran parte delle attività politiche si svolgeva privatamente, in modo informale14.
Allo stesso tempo, i giovani aristocratici proseguivano anche il percorso educativo classico, che poteva essere svolto frequentando una delle circa venti scuole che insegnavano grammatica, ma più spesso avveniva in casa propria o in quella di un parente, insieme ad altri ragazzi. Cesare fu istruito in casa e sappiamo che il suo tutore fu un certo Marco Antonio Gnifone, un insegnante di retorica greca e latina molto stimato, originario dell’Oriente ellenistico e educato ad Alessandria. Gnifone era venuto a Roma come schiavo, ma poi era stato liberato dalla famiglia di Antonio, probabilmente in segno di gratitudine per l’insegnamento che aveva impartito ai suoi figli. Durante questa seconda fase di studi, i giovani approfondivano la conoscenza della letteratura di entrambe le lingue e si esercitavano nella retorica. La letteratura occupava un ruolo centrale nell’educazione, e gli aristocratici avevano il vantaggio di potersi permettere di acquistare i manoscritti in un’epoca in cui, non esistendo la stampa, la riproduzione dei libri non era così semplice. Molti senatori possedevano, nelle loro case, grandi biblioteche, che mettevano a disposizione dei loro giovani parenti e amici. Il futuro suocero di Cesare, Calpurnio Pisone, aveva un’immensa collezione di libri, in gran parte dedicata alla filosofia epicurea, le cui tracce sono state rinvenute tra le rovine della sua villa a Ercolano. Le famiglie aristocratiche ricevevano spesso in casa filosofi e studiosi di passaggio, che arricchivano l’ambiente culturale in cui crescevano i figli. Cesare, come altri giovani aristocratici, non si accontentava solo di leggere le grandi opere letterarie, ma cercava di emularle. Svetonio riferisce che scrisse un poemetto di lodi a Ercole e una tragedia intitolata Edipo. Si trattava di opere giovanili, probabilmente di qualità non eccelsa – ma forse non erano peggiori di quelle di altri giovani aristocratici destinati a diventare grandi letterati –, che furono distrutte dal figlio adottivo di Cesare, l’imperatore Augusto15.
L’apprendimento mnemonico costituiva ancora uno dei principali metodi formativi: i ragazzi, ad esempio, dovevano memorizzare le XII Tavole, che costituivano le fondamenta del diritto romano. Nel 92 a.C., un editto decretò la chiusura di tutte le scuole che insegnavano la retorica latina, poiché si riteneva che l’istruzione in lingua greca fosse superiore in tutto, e più utile anche a preparare la composizione dei discorsi in latino. Probabilmente questa misura fu adottata per evitare che le tecniche oratorie, così utili nella vita pubblica, si diffondessero troppo, dato che tali scuole accoglievano anche allievi di famiglie che non appartenevano al senato. L’abilità oratoria era essenziale nell’ambiente politico romano, e il sistema educativo ne enfatizzava l’utilità, considerando poco importante l’erudizione fine a se stessa. Cicerone, che aveva sei anni più di Cesare, ricorda che nel 91 a.C. si recava «quasi ogni giorno» ad ascoltare i più grandi oratori nelle assemblee popolari e nei tribunali: «Scrivevo, leggevo e mi esercitavo nell’eloquenza tutti i giorni, ma non mi accontentavo solo degli esercizi oratori». Presto infatti, cominciò a studiare le orazioni di uno dei più grandi giuristi del momento. Sembra che Cesare sia stato influenzato soprattutto dallo stile oratorio di Cesare Strabone, ed è probabile che abbia seguito le sue attività nei tribunali16.
L’educazione fisica era improntata sullo stesso spirito utilitaristico di quella letteraria. Nel mondo ellenistico la perfezione atletica era considerata un valore fine a se stesso e non era volta a preparare i giovani ai loro doveri futuri. Nei gymnasia gli uomini si esercitavano nudi, e in numerose città queste scuole tendevano a esaltare l’omosessualità. Questo approccio era estraneo alla mentalità romana, che considerava gli esercizi fisici un’attività essenzialmente militare, finalizzata solo a incrementare la forza fisica. Nel Campo Marzio – il Campo di Marte, dio della guerra, dove si radunava l’esercito quando Roma era ancora una piccola città – i giovani aristocratici imparavano a correre, a nuotare nel Tevere, a combattere con le armi, soprattutto spada e giavellotto, e si esercitavano nell’equitazione. Varrone racconta che Cesare, all’inizio, montava a cavallo senza sella. Gran parte dell’addestramento era impartito dal padre o da un altro parente, ed era molto importante che si svolgesse in pubblico. I giovani che in seguito sarebbero diventati rivali nella carriera politica si allenavano sotto gli occhi dei loro coetanei; perciò, già in età precoce, potevano iniziare a costruirsi una reputazione. Cesare era snello e non aveva una corporatura particolarmente robusta, ma sembra che compensasse questo svantaggio con la forza di volontà. Plutarco parla del suo talento innato come cavaliere, e racconta che, da ragazzo, era capace di spingere il cavallo al galoppo con le mani intrecciate dietro la schiena, guidandolo solo con le ginocchia. Più tardi, la sua destrezza con le armi fu egualmente lodata. I Romani credevano che ogni buon generale dovesse essere abile nel comandare le legioni quanto nell’usare la spada, il giavellotto e lo scudo17.
Dopo la fine violenta di Saturnino e Glaucia nell’autunno del 100 a.C., la vita pubblica romana era tornata, almeno in parte, alla normalità. Mario aveva guidato l’esercito della repubblica contro i due tribuni, ma la sua reputazione si era incrinata a causa della precedente alleanza con loro. Si era sparsa la voce che fosse stato tentato di unirsi a Saturnino, e si erano diffuse delle storie inverosimili. Una delle più folli era quella secondo cui, la notte prima della resa dei conti, Mario aveva ricevuto in casa propria, contemporaneamente, i due leader radicali e una delegazione del senato, simulando forti attacchi di diarrea ogni volta che desiderava lasciare la stanza dove discuteva con uno dei due gruppi, per poter andare a consultarsi con l’altro. Tuttavia, a prescindere dal suo discutibile ruolo in questa vicenda, Mario non possedeva un’abilità politica tale da poter sfruttare al meglio la propria ricchezza e le glorie militari. Il lavoro quotidiano di ricevere amici e clienti, per accordare favori a quanti più alleati possibile e ricevere il loro appoggio senza farli sentire inferiori – un tipo di impegno che occupava gran parte del tempo di un senatore – non era una dote in cui Mario eccelleva. Secondo Plutarco, anche dopo che si fece costruire una nuova casa nelle vicinanze del Foro, per incoraggiare con la vicinanza coloro che volevano fargli visita, furono in pochi a recarsi da lui per chiedere aiuto. Non sappiamo che tipo di legame ci fosse tra Cesare e il suo famoso zio negli anni Novanta del I secolo a.C., ma senza dubbio imparò molto da lui su come conquistare un ruolo influente in senato18.
La legislazione dei Gracchi e quella di Saturnino avevano incontrato una forte opposizione, ma ciò che determinò la loro eliminazione fu il timore del potere e dell’influenza che questi tribuni, tanto radicali, avrebbero ottenuto in caso di successo. In sostanza, la maggioranza dell’élite romana preferiva non affrontare i problemi più gravi che affliggevano la repubblica, piuttosto che permettere a qualcuno di arrogarsi il merito di averli risolti. Tuttavia, le difficoltà persistevano, e ruotavano intorno alla questione fondamentale di chi dovesse trarre il maggiore beneficio dalla spartizione dai profitti dell’Impero. La popolarità con cui erano state accolte le radicali iniziative dei tribuni nei decenni passati dimostrava chiaramente che se un magistrato proponeva una nuova distribuzione delle terre, grano a prezzo politico per le fasce più povere o un ampliamento delle funzioni pubbliche dei cavalieri, poteva contare su un appoggio immediato. Al tempo stesso, però, la brutale uccisione dei Gracchi, e quella di Saturnino e Glaucia, dimostravano quanto fosse difficile mantenere a lungo un sostegno stabile in una situazione caratterizzata dall’esistenza di forti tensioni interne e interessi contrapposti.
Una categoria il cui appoggio offriva a un senatore dei vantaggi meno immediati erano gli alleati italici, o socii. Tiberio Gracco, a causa della sua legge agraria, aveva attirato su di sé l’ostilità dell’aristocrazia italica, che aveva in mano una buona parte dell’ager publicus. Anche se a Roma i socii non detenevano alcun potere formale, potevano influenzare alcuni senatori abbastanza importanti per ostacolare il tribuno. Gaio Gracco aveva cercato di accattivarseli offrendo loro la cittadinanza romana, ma questa politica gli aveva fatto perdere molti sostenitori a Roma. L’élite romana non gradiva l’idea che questi nuovi ricchi cittadini potessero ricoprire cariche pubbliche e, d’altro canto, i poveri, specialmente quelli che vivevano a Roma, temevano che nuovi arrivi in massa potessero alterare gli equilibri di potere, diminuendo il peso del loro voto nelle assemblee. Il fallimento della legislazione proposta da Gaio inasprì i malumori tra gli Italici, delusi per il trattamento che era stato loro riservato. Le loro comunità fornivano all’esercito romano almeno la metà dei soldati – negli ultimi decenni forse un numero anche maggiore – e perciò soffrivano perdite assai elevate. Tuttavia, non partecipavano in egual misura ai profitti derivanti dalle conquiste. Il comportamento arrogante di alcuni magistrati romani nei rapporti con i socii accrebbe il loro malcontento. Nel 125 a.C., la colonia di Fregellae, che godeva dello ius latino e quindi di alcuni privilegi, si era ribellata contro Roma e la rivolta era stata brutalmente soppressa. Molti Italici trassero da questa vicenda la conclusione che solo ottenendo la piena cittadinanza l’egemonia di Roma sarebbe diventata più accettabile. Alcuni si trasferirono a Roma, e riuscirono in qualche modo a entrare nelle liste dei cittadini romani. Tuttavia, all’inizio del I secolo, alcuni censori adottarono dei provvedimenti molto restrittivi, cancellando dalle liste coloro ai quali non spettava il diritto di cittadinanza19.
Nel 91 a.C., il tribuno Marco Livio Druso tentò di nuovo di conferire la cittadinanza agli alleati. Si trattava del nocciolo di una serie di riforme ispirate a quelle dei Gracchi (il che è ironico, dato che il padre di Druso era stato uno dei più fieri oppositori di Gaio Gracco). Come i fratelli Gracchi, Druso apparteneva a una famiglia ricca e potente, e le sue audaci proposte di legge alimentarono il timore che coltivasse ambizioni smisurate. Le riforme del tribuno, e in particolare il disegno di allargare il diritto di voto, incontrarono una forte opposizione. Prima che la legge sull’ampliamento della cittadinanza fosse votata nell’assemblea, Druso fu ucciso a pugnalate con un coltello da scuoiatore mentre riceveva alcuni visitatori nell’atrio della sua casa. L’aggressore non venne mai identificato, ma era chiaro che con la sua morte la legge non aveva più alcuna possibilità di essere approvata. Un gran numero di nobili italici, alcuni dei quali vicini a Druso, decise che era giunto il momento di prendere in mano la situazione. Il risultato fu la ribellione di molte popolazioni italiche, conosciuta come guerra sociale (nome che deriva dalla parola socii, che in latino vuol dire ‘alleati’). I ribelli crearono uno stato, stabilirono la capitale a Corfinium e adottarono una costituzione ricalcata sul modello di quella romana, in cui i magistrati chiave erano due consoli e dodici pretori eletti annualmente. Coniarono anche monete raffiguranti un toro che abbatteva la lupa romana e mobilitarono subito un grande esercito, equipaggiato, addestrato e organizzato in modo identico a quello romano. Alla fine del 91 a.C. scoppiò una guerra cruenta, che causò ingenti perdite da entrambe le parti. Durante il conflitto, il quadro delle alleanze era confuso, tanto che, sotto molti aspetti, sembrò più una guerra civile che una ribellione. Molte comunità italiche, inclusi tutti i municipi latini, rimasero fedeli a Roma, ma parecchi soldati romani fatti prigionieri accettarono di arruolarsi nelle truppe avversarie e di combattere contro i loro concittadini20.
Cesare era ancora troppo giovane per partecipare alla guerra sociale, che costituì invece la prima esperienza militare per molti di coloro che avrebbero avuto un ruolo importante nella sua storia, tra cui Cicerone e Pompeo. È probabile che anche il padre di Cesare prese parte alle attività belliche, ma le fonti non dicono nulla al riguardo. Se nel 91 a.C. era governatore dell’Asia, certamente non era presente quando iniziò il conflitto, ma potrebbe essere tornato prima della conclusione della guerra. Lucio Giulio Cesare, console nel 90 a.C., si distinse durante le operazioni contro i ribelli, ma faceva parte dell’altro ramo della famiglia. Sesto Giulio Cesare, che, come abbiamo ricordato, era forse il fratello di Gaio, perse la vita in guerra mentre comandava una legione come proconsole. I combattimenti su vasta scala, la morte di parecchi magistrati e l’incompetenza sul campo dimostrata da altri fecero sì che, durante la guerra sociale, molti senatori di provata esperienza si avvicendassero al comando dell’esercito come promagistrati. Mario si distinse nel primo anno di guerra vincendo alcune piccole battaglie e, quel che più conta, riuscendo a evitare sconfitte. Tuttavia aveva quasi settant’anni, un’età considerata troppo avanzata per un generale, e la sua condotta suscitò delle critiche perché fu ritenuta troppo cauta. Per questo motivo, o per problemi di salute, dopo il 90 a.C., Mario non ebbe più un ruolo attivo in guerra. Il merito di aver contribuito in maniera decisiva alla vittoria militare di Roma fu attribuito ad altri due comandanti, Lucio Cornelio Silla e Gneo Pompeo Strabone. In realtà la guerra sociale fu vinta più con la diplomazia e i negoziati che con le armi. Sin dall’inizio del conflitto, il senato concesse agli Italici ciò che in principio avevano richiesto senza successo. Le comunità alleate rimaste fedeli a Roma ottennero la cittadinanza, così come quelle che si arresero subito, e poco più tardi anche quelle che erano state sconfitte. La rapidità con cui i Romani estesero la cittadinanza praticamente a tutte le popolazioni dell’Italia a sud del Po dimostrò la totale inutilità del conflitto. La modalità con cui venne attuata l’estensione della cittadinanza evidenziò però anche la ritrosia ad alterare gli equilibri politici, poiché i nuovi cittadini furono accorpati in poche tribù per minimizzare il peso del loro voto21.
Silla acquistò molto credito per il suo ruolo nella soppressione dei ribelli. Alla fine dell’89 a.C., quando rientrò a Roma, vinse le elezioni al consolato per l’anno successivo, superando il suo principale avversario, Gaio Giulio Cesare Strabone. Sotto molti aspetti, la carriera di Silla prefigura quella di Cesare. Entrambi appartenevano a famiglie patrizie che avevano da tempo perso un ruolo di rilievo e pertanto la loro affermazione nella vita pubblica era difficile quanto quella di un qualsiasi homo novus. Silla iniziò la sua carriera piuttosto tardi rispetto alla media dell’epoca. Aveva prestato servizio come questore di Mario in Numidia ed era stato il principale artefice del tradimento e della cattura di Giugurta. Fu un successo che ostentò sempre, suscitando l’invidia del suo vecchio comandante, che sentiva la propria gloria sminuita. All’inizio della guerra contro i Cimbri, Silla era stato agli ordini di Mario, ma si era poi trasferito nell’esercito comandato dall’altro console; in seguito a tale episodio, le relazioni tra i due non furono più cordiali. Durante il suo consolato dell’88 a.C., il senato affidò a Silla la guerra in Asia contro Mitridate VI, re del Ponto. Mitridate regnava su uno degli stati ellenizzati d’Oriente, la cui potenza era aumentata dopo il declino della Macedonia e dei Seleucidi. Mentre i Romani erano impegnati a combattere in Italia, il re del Ponto aveva occupato la provincia romana dell’Asia, ordinando il massacro di tutti i Romani e gli Italici della regione, e aveva invaso la Grecia. Per Silla, la missione rappresentava una straordinaria opportunità di condurre una campagna contro le famose e ricche città orientali; quando iniziò a formare un esercito si arruolarono in molti, dato che le guerre in Oriente avevano la fama di essere facili da vincere e di procurare ricchi bottini22.
In circostanze normali, Silla sarebbe partito per la guerra indisturbato, facendo tutto il possibile per dare lustro al nome della sua famiglia. Ma un tribuno, Sulpicio, presentò all’assemblea una legge per conferire a Mario, anziché a Silla, il comando dell’esercito in Oriente. La legge faceva parte di una serie di proposte che, sul modello di Saturnino e Glaucia, intendevano sfruttare il tribunato per far approvare una riforma di ampio respiro. Un altro disegno di legge prevedeva una suddivisione più equa delle tribù in favore dei nuovi cittadini italici. Mario intendeva servirsi di Sulpicio come aveva fatto in passato con Saturnino. L’accordo era vantaggioso anche per il tribuno, il cui nome sarebbe stato associato a quello di un eroe popolare. Nessuno dei due avrebbe esitato a rompere l’alleanza, se fosse stato più conveniente per raggiungere subito i propri obiettivi. Non dobbiamo mai dimenticare che la politica era una questione di potere e prestigio personale, e che non esistevano partiti politici. In quel frangente, Mario aveva bisogno di una nuova guerra per riconquistare la popolarità del passato, quando aveva sconfitto Giugurta e i barbari del Nord. Sulpicio, un tribuno che aveva un grande seguito nell’assemblea, avrebbe potuto aiutarlo a raggiungere il suo obiettivo. Mario aveva sessantanove anni e non veniva eletto alla magistratura dal 100 a.C., mentre Silla aveva da poco dimostrato il suo valore. Non esisteva quindi una ragione valida che giustificasse un’eccezione alla regola rispetto al metodo tradizionale di assegnazione delle missioni. Tuttavia, il caso creato dai Gracchi rivelava che l’assemblea popolare poteva legiferare su qualsiasi materia. Silla godeva di un ampio consenso e anche le consuetudini erano a suo favore. D’altro canto, giuridicamente, la proposta del tribuno non era illegale. Sulpicio, però, volle rafforzare la sua iniziativa assoldando dei sicari; si dice che Silla riuscì a salvarsi la vita rifugiandosi addirittura a casa di Mario23.
Il trattamento riservato a Silla era ingiusto e gravemente lesivo della sua dignitas di senatore e console. La sua amarezza era comprensibile, ma la sua reazione fu terribile. Radunò le sue truppe fuori dalla città e disse ai soldati che, dal momento che era stato sostituito al comando, era inevitabile che Mario radunasse le proprie legioni per recarsi in guerra. Per non permettere che ciò accadesse, chiese ai suoi legionari di marciare su Roma e liberare la repubblica dalla fazione che aveva assunto il potere. Tra gli ufficiali di più alto rango, soltanto uno rispose al suo appello. Ma il resto dell’esercito la pensava diversamente, e le legioni seguirono Silla. Evidentemente, tra i soldati prevalse il timore di perdere un’occasione per arricchirsi in guerra, e forse anche la sensazione che il trattamento riservato al loro comandante fosse ingiusto. Era la prima volta che un esercito romano marciava contro la città. Due pretori furono inviati a trattare con l’esercito, ma vennero accolti in modo poco lusinghiero: gli furono strappate di dosso le tuniche, e i fasci retti dai littori, simbolo dell’imperium, vennero calpestati dai legionari inferociti. Più tardi, un’altra delegazione, inviata dal senato per chiedere al console di desistere e cercare una soluzione pacifica, fu ricevuta cordialmente, ma la richiesta venne ignorata. Quando una piccola parte delle truppe di Silla entrò a Roma, si trovò davanti un drappello di soldati messo insieme all’ultimo momento da Mario e Sulpicio. A quel punto, Silla reagì in modo energico: ordinò ai suoi uomini di farsi strada e combattere tra le vie; diverse case furono bruciate durante l’avanzata. L’opposizione della fazione avversaria, agguerrita ma male organizzata, fu in breve annientata. Silla dichiarò fuorilegge dodici leader avversari, tra cui Mario e suo figlio, e naturalmente Sulpicio, offrendo una ricompensa a chiunque li avesse uccisi. Il tribuno fu tradito da uno dei suoi schiavi e venne assassinato. Silla ricompensò lo schiavo affrancandolo, ma poi lo fece gettare giù dalla Rupe Tarpea per aver tradito il suo padrone. La severità della punizione rispecchiava la tradizione romana, che considerava inviolabili certi principi. Gli altri riuscirono a fuggire, incluso Mario, che dopo una serie di bizzarre peripezie – senza dubbio abbellite da leggende create in epoche successive – trovò infine rifugio in Africa, presso i suoi veterani, che si erano stabiliti lì dopo la guerra numidica. Silla, dopo aver adottato alcune misure per ristabilire l’ordine, partì con l’esercito per combattere contro Mitridate e fu assente da Roma per quasi cinque anni24.
I due consoli eletti per l’87 a.C. decaddero subito. Uno di essi, Lucio Cornelio Cinna, fu dichiarato nemico della repubblica e destituito dalla carica dopo che aveva tentato di annullare le leggi di Silla. Come aveva fatto Silla, Cinna raggiunse una delle legioni dell’esercito, ancora impegnata a sedare gli ultimi focolai di rivolta degli Italici, e persuase i soldati ad appoggiare la sua causa. Di lì a poco si unì a lui Mario, che era tornato dall’Africa con una marmaglia di mercenari. I più famosi erano i Bardei, una banda di liberti, molto efferati, che usava come guardia del corpo personale. Verso la fine di quell’anno, Mario e Cinna marciarono su Roma, e il console Gneo Ottavio, uomo di alti principi ma di modesto talento, non fu in grado di opporre una resistenza efficace. Il comportamento ambiguo di Pompeo Strabone, che era ancora al comando del suo esercito e da anni aspirava a un secondo consolato, peggiorò ulteriormente la situazione. Silla inviò Quinto Pompeo, che era stato con lui console nell’88 a.C., ad assumere il comando delle legioni di Strabone. Tra Quinto e Strabone c’era un lontano rapporto di parentela, ma questo non impedì ai legionari di Strabone di assassinare Quinto, quasi sicuramente su ordine del loro comandante. È probabile che Strabone non avesse deciso subito da quale parte schierarsi, e forse era in trattativa con entrambe le parti. Alla fine, comunque, si unì a Ottavio, ma il suo appoggio non fu efficace e le sue truppe vennero sconfitte. Strabone morì da lì a poco, forse di malattia o colpito da un fulmine.
Ottavio non volle fuggire e quando il nemico entrò a Roma fu ucciso mentre si trovava nella sua sede consolare al Gianicolo. La sua testa fu portata a Cinna, che la fece collocare sulla tribuna degli oratori, dove presto finirono le teste di molti altri senatori. Nelle fonti, Mario è considerato il principale responsabile delle esecuzioni che seguirono, ma è probabile che il ruolo di Cinna non sia stato da meno. Furono assassinati il famoso oratore Marco Antonio – nonno del Marco Antonio luogotenente di Cesare –, il padre e il fratello maggiore di Marco Licinio Crasso, Lucio Cesare e suo fratello Cesare Strabone. Alcuni uomini subirono dei processi farsa, ma la maggior parte venne uccisa al momento della cattura. La casa di Silla fu rasa al suolo come gesto simbolico, perché la residenza di un senatore non era solo il luogo dove egli svolgeva buona parte dell’attività politica, ma anche il segno visibile del suo prestigio. I seguaci di Mario e Cinna cercarono anche di catturare la moglie e la famiglia di Silla, che riuscirono però a fuggire e raggiungere il proconsole mentre si trovava in Grecia. Se la marcia di Silla su Roma era stata scioccante, la brutalità di questa seconda occupazione fu assai peggiore. Mario fu eletto console con Cinna nell’86 a.C., ma morì dopo poche settimane dall’inizio del mandato. Aveva settant’anni25.
Non sappiamo se il padre di Cesare prese parte a questi eventi, né se il giovane Cesare si trovava a Roma nelle due occasioni in cui la città fu presa d’assalto, e se vide i cadaveri fluttuare nel Tevere e le teste appese nei Rostri. L’educazione che riceveva un giovane aristocratico era finalizzata a un apprendimento di tipo pratico, basato sull’osservazione delle attività degli adulti. In quegli anni, Roma era scossa da violenze e tumulti, ed era inevitabile che la repubblica desse un’impressione assai diversa da quella che avevano avuto le precedenti generazioni. Il peggio, però, doveva ancora arrivare.