«Furono proscritti non solo a Roma, ma in ogni città d’Italia. E per l’assassinio non c’era né un tempio sacro a un dio, né una casa di ospite, né una dimora degli antenati, ma gli uomini erano uccisi sotto gli occhi delle mogli e i figli davanti alle madri. Quelli che morivano per ira o inimicizia non erano neanche la minima parte di quelli che morivano per la loro ricchezza, e capitava a chi puniva di dire che l’uno aveva tolto di mezzo una grande casa, un altro il bel giardino, un altro la frequentazione delle terme».
plutarco, inizio del II secolo a.C.1
Il padre di Cesare morì una mattina, mentre indossava le scarpe, colpito da un malore improvviso. Il figlio aveva appena sedici anni, ma probabilmente era già diventato, dal punto di vista giuridico, un adulto, sostituendo alla toga praetexta, ornata da una fascia color porpora – riservata, oltre che ai ragazzi, solo ai magistrati – la toga virilis. Durante questa cerimonia, il ragazzo si toglieva anche la bulla appesa al collo, che da adulti non si indossava più. Per la prima volta, gli veniva rasato il viso, e adottava il taglio di capelli corto consono a un cittadino, che sostituiva quello più lungo, considerato accettabile solo per un ragazzo. Non esisteva un’età prestabilita per celebrare il rito; anche in questo caso, come in molti altri inerenti all’educazione dei figli, era la famiglia a decidere il momento. Di solito avveniva tra i quattordici e i diciassette anni, ma sono documentati casi in cui avvenne in più tenera età, a dodici anni, o più tardi, a diciotto. Spesso la cerimonia si teneva durante la festa dei Liberalia, che ricorreva il 17 marzo, ma non c’era alcun obbligo legale di celebrarla in quella data. Dopo che la cerimonia in casa era terminata, il giovane aristocratico veniva accompagnato dal padre e dagli amici di famiglia nel centro della città e presentato in pubblico, un gesto che simboleggiava la sua ammissione come adulto nella comunità della repubblica. Dopo aver attraversato il Foro, il gruppo saliva sul Monte Capitolino per compiere un sacrificio nel Tempio di Giove in onore di Iuventus, la dea della gioventù2.
Dopo la morte del padre, Cesare non era più soltanto un adulto, ma anche il paterfamilias, il capofamiglia. Poteva contare sulla vicinanza di pochi parenti maschi che lo consigliassero durante la sua carriera, ma dimostrò, sin da subito, di avere molta fiducia in se stesso. Nel giro di un anno, sciolse il fidanzamento che era stato deciso dai genitori. La promessa sposa, una certa Cossuzia, non apparteneva a una famiglia senatoria, ma il padre era un cavaliere molto facoltoso: la cospicua dote della ragazza sarebbe stata molto utile per lanciarsi nella carriera politica. L’alleanza presentava una serie di vantaggi, ed è possibile che, in realtà, la coppia fosse già sposata. Forse non si trattava solo di una promessa di matrimonio, poiché la parola usata da Svetonio spesso significa «divorzio», e Plutarco annovera Cossuzia tra le mogli di Cesare. La loro giovanissima età rende però alquanto improbabile che fossero già sposati, ma non è un’ipotesi che si può del tutto escludere. Comunque sia, per ragioni che non conosciamo, l’unione venne sciolta. Cesare sposò invece Cornelia, figlia del patrizio Cinna, che in quel momento era l’uomo più potente di Roma, console per quattro anni consecutivi, dall’87 all’84 a.C.3
Non sappiamo perché Cinna decise di fare a Cesare l’onore di legarlo a sé con questo vincolo. Evidentemente, il fatto che due Giulii fossero stati giustiziati non costituiva un impedimento, e dimostra anche fino a che punto i due rami della famiglia fossero separati. Cesare era nipote di Mario, il che, indubbiamente, deponeva a suo favore, ma l’importanza di questo legame aveva meno valore dopo la morte del vecchio generale, avvenuta all’inizio dell’86 a.C. Poco prima della sua scomparsa, Mario, d’accordo con Cinna, aveva deciso di nominare Cesare flamen dialis, uno dei sacerdozi più prestigiosi di Roma. Il precedente detentore dell’incarico, Lucio Cornelio Merula, era stato eletto da Ottavio console «suffetto» (‘sostituto’) nell’87 a.C., per rimpiazzare Cinna, che era stato destituito. Quando le truppe di Mario e Cinna erano entrate a Roma, Merula si era suicidato per evitare di essere giustiziato. Il flamen doveva essere un patrizio e sposare una patrizia con un antico e raro rito nuziale, noto come confarreatio. Nell’86 a.C. Cesare era troppo giovane per assumere la carica e l’accordo matrimoniale con Cornelia, nell’84 a.C., fu concluso in vista della sua preparazione al sacerdozio. Tuttavia, è improbabile che la figlia di Cinna fosse l’unica patrizia in tutta Roma disposta a sposare il flamen designato, o che il desiderio di garantire a Cesare i requisiti per il sacerdozio prevalesse sui normali criteri in base ai quali un senatore sceglieva un buon partito per la figlia. In realtà, Cesare non possedeva neppure i requisiti per essere eletto al sacerdozio, poiché era richiesto che entrambi i genitori del flamen fossero patrizi, e che, a loro volta, si fossero uniti in matrimonio con il rito della confarreatio, mentre Aurelia era plebea. Forse la ragione va ricercata nel fatto che Cinna nutriva una grande stima per il giovane Cesare.
Se questo fu il motivo, la decisione di renderlo flamen dialis è però alquanto singolare. Il flaminato era uno dei più antichi ordini religiosi di Roma. I sacerdoti che ne facevano parte erano in totale quindici, ed ognuno di essi era preposto al culto di una divinità, ma i tre che godevano di maggiore prestigio e importanza erano il sacerdote di Quirino (flamen quirinalis), quello di Marte (flamen martialis) e quello di Giove (flamen dialis). Giove era la divinità tutelare di Roma e il suo flamen, di conseguenza, era quello di rango superiore. Il gran numero di singolari divieti e obblighi che vincolava questo sacerdozio era il retaggio di tradizioni antichissime, in base alle quali il flamen e sua moglie erano consacrati in modo permanente alla divinità, e non potevano correre nessun rischio di «contaminare» i riti. Il flamen dialis era sottoposto a molti vincoli: non poteva prestare un giuramento o passare più di tre notti fuori dalla città, non doveva vedere un cadavere, un esercito in armi o un individuo al lavoro in un giorno festivo. Non gli era permesso di viaggiare a cavallo, o di avere nodi di alcun tipo nella sua casa o in ciò che indossava; non poteva mai sedersi a una mensa non imbandita perché non doveva apparire carente di nulla. Inoltre, poteva farsi radere il viso o tagliare i capelli da uno schiavo solo usando un coltello di bronzo – questo era senza dubbio un altro evidente segno dell’antichità della carica – e i capelli e le unghie tagliate dovevano essere seppellite in un luogo segreto. Il flamen indossava un copricapo di cuoio dalla foggia strana, chiamato apex, appuntito all’estremità e con delle fasce che coprivano le orecchie. Queste limitazioni rendevano impossibile svolgere una normale carriera pubblica4.
Il flamen dialis godeva di un enorme prestigio. Nel secolo precedente i sacerdoti avevano rivendicato il diritto di sedere nel senato e ricoprire le cariche della magistratura per le quali non fosse richiesto di allontanarsi da Roma. Era necessario, però, che venissero esonerati dal giuramento che ogni magistrato prestava all’inizio del mandato. Le restrizioni che impedivano al flamen di svolgere incarichi militari erano invece molto più difficili da superare. Il consolato di Merula era stato possibile in circostanze straordinarie, dovute alla deposizione di Cinna nell’87 a.C., e il console dichiarò in seguito di non aver avuto alcuna intenzione di candidarsi, ma di aver accettato l’incarico solo perché era stato legittimamente eletto dai comitia centuriata. Le limitazioni che gli imponeva il sacerdozio erano la garanzia che non avrebbe potuto svolgere un ruolo pienamente attivo nella vita politica, e forse era stata proprio questa la ragione per cui Ottavio lo aveva voluto come collega. Quando Cinna e Mario presero Roma, Merula abbandonò di sua iniziativa il consolato, ma poi comprese che questo gesto non sarebbe bastato a salvargli la vita. Si recò nel Tempio di Giove sul Monte Capitolino, si tolse l’apex in segno di rinuncia formale al sacerdozio, e si tagliò le vene. Prima di morire, lanciò una maledizione contro Cinna e i suoi sostenitori, ma lasciò una nota nella quale spiegava che aveva scrupolosamente evitato di «contaminare» il sacerdozio5.
Il matrimonio di Cesare e Cornelia fu celebrato con il rito della confarreatio. Il nome deriva dalla parola «farro» – in latino far –, l’ingrediente usato per preparare la focaccia che veniva offerta come sacrificio a Iupiter Farreus e forse anche consumata dalla coppia durante il rituale. La cerimonia, a cui assistevano dieci testimoni, doveva essere officiata dai più alti sacerdoti di Roma, il pontifex maximus e il flamen dialis. Dato che quest’ultimo era venuto a mancare dopo la morte di Merula, sotto questo aspetto il rituale non poté essere completo. Poiché Cesare era il futuro designato per il sacerdozio e sua moglie sarebbe diventata la flaminica, in occasione del matrimonio venne anche sacrificata una pecora, la cui pelle veniva usata per coprire il sedile sul quale prendevano posto gli sposi, che durante la cerimonia avevano il volto coperto da un velo6.
Il flaminato era un grande onore per Cesare. L’elezione al sacerdozio lo avrebbe reso, già alla sua giovane età, un’importante figura istituzionale della repubblica e un membro del senato. Tuttavia, questa carica avrebbe enormemente limitato le sue future opportunità di carriera. Nel migliore dei casi, avrebbe potuto sperare di ottenere la pretura come suo padre, ma non avrebbe mai potuto abbandonare Roma per governare una provincia, né conquistare la gloria militare. Considerata la scarsa influenza che aveva allora la sua famiglia, il flaminato poteva considerarsi un’ottima sistemazione, dato che allora non era prevedibile ciò che avrebbe realizzato in futuro. Tuttavia, nulla faceva supporre che gli mancassero il talento o la salute per intraprendere una normale carriera (non si erano ancora manifestati gli attacchi epilettici dei quali avrebbe sofferto più tardi) e il matrimonio con Cornelia forse indica anche che certe sue qualità fossero già apprezzate. È ovvio che esisteva un accordo tra Cinna e Mario sulla sua nomina, e che il primo, dopo la morte dell’alleato, intendeva tener fede alla decisione, ma non conosciamo le loro ragioni, né sappiamo se il flaminato rispecchiasse le aspirazioni del giovane Cesare. Quali che fossero le motivazioni, non sembra che ci fosse urgenza di portare a compimento il progetto e, sebbene una delle fonti sostenga che Cesare fu effettivamente investito del flaminato, è più probabile, come ritengono altri autori, che in realtà la sua investitura non ebbe mai luogo. Inizialmente, la sua giovane età potrebbe essere stata un impedimento, ma forse Cinna incontrò un ostacolo più grande, perché l’investitura doveva avvenire attraverso una cavillosa procedura cui era preposto il pontifex maximus, sommo sacerdote di Roma. In quel momento, tale carica era occupata da Quinto Mucio Scevola, che non era amico del nuovo regime, ed era sopravvissuto a un tentativo di omicidio da parte di uno dei sicari di Cinna. Ex-console e famoso giurista, il pontifex maximus non era vincolato dalle limitazioni restrittive imposte al flamen, pertanto poteva condurre una vita politica attiva. Scevola potrebbe essersi opposto alla nomina di Cesare per motivi giuridici, adducendo lo status di plebea di Aurelia, o anche semplicemente aver rifiutato di piegarsi alle pressioni di Cinna. Inoltre Cinna aveva problemi ben più urgenti di cui occuparsi, e la nomina del flamen, che era una questione di scarsa rilevanza, rimase in sospeso7.
Gli anni durante i quali Cinna e i suoi sostenitori comandarono a Roma non sono trattati dettagliatamente nelle fonti. Questa mancanza di informazioni probabilmente non è dovuta solo al fatto che non furono intrapresi tentativi di grandi riforme. Nonostante Cinna, prima della sua vittoria, si fosse appellato ai nuovi cittadini italici e ad altre categorie di scontenti, in seguito non si adoperò affatto per soddisfare le loro richieste. Le prime guerre civili – così come le ultime – non riguardarono ideologie o scelte politiche, ma la brama di potere di singoli senatori. Cinna non era un rivoluzionario che intendeva riformare la repubblica, ma aspirava solo a comandare e mantenere il controllo dello stato. Perciò, dopo che con l’uso della forza ottenne ciò che voleva, la sua priorità fu solo quella di conservare il potere personale. Una volta eletto console nell’86 a.C., Cinna si assicurò di essere rieletto nell’85 e nell’84 a.C. (ed è probabile che lui e un suo sostenitore fossero gli unici nominativi inseriti nelle liste dei candidati). Si assicurò così l’imperium, che gli attribuiva il comando dell’esercito, di cui aveva bisogno per difendersi da Silla o da qualsiasi altro rivale. Ottenne anche l’immunità processuale, che gli era altrettanto utile, poiché sembra che ci fossero alcuni processi pendenti su di lui nei tribunali romani, sebbene diversi famosi avvocati avessero rinunciato a quegli incarichi. Cinna e Mario avevano ucciso alcuni senatori e costretto altri all’esilio, ma la maggioranza del senato era rimasta a Roma e continuava a riunirsi. Molti senatori non apprezzavano Cinna e i suoi alleati, ma non nutrivano neppure una particolare simpatia per Silla. I dibattiti del senato erano relativamente liberi e, in certe occasioni, furono votate misure non del tutto gradite a Cinna, come quella che approvava la trattativa con Silla. Tuttavia, dato che Cinna aveva in mano il controllo dell’esercito, il senato non poteva limitare il suo strapotere, né opporsi alle sue rielezioni consecutive al consolato. In quel periodo, Roma conservava una parvenza di normalità. Il senato continuava a riunirsi, i tribunali funzionavano e venivano indette le elezioni. Le principali istituzioni della repubblica erano caratterizzate da una notevole flessibilità, e potevano continuare a esercitare le loro funzioni indipendentemente da qualsiasi circostanza, interrompendo le attività solo in caso di gravi disordini o spargimenti di sangue. I senatori si accaparravano come sempre clienti e appoggi politici, cercando di aumentare la propria influenza e conquistare una carica. Tutto proseguiva, nei limiti del possibile, indipendentemente da quali fossero le circostanze del momento8.
Tuttavia, la posizione di Cinna era incompatibile con il normale funzionamento del sistema repubblicano. Il suo consolato non era appoggiato dal senato, ma dall’esercito. Inoltre, le sue rielezioni consecutive privavano altri della possibilità di accedere alla più alta carica e riducevano il numero di magistrati disponibili per governare le province. Cinna non poteva però sentirsi al sicuro con Silla libero e al comando di un esercito. Mario aveva ottenuto l’incarico di condurre la guerra contro Mitridate nell’86 a.C., ma era morto prima di attuare i preparativi per la partenza. Il console che lo aveva sostituito, Lucio Valerio Flacco, ereditò anche la sua missione, e partì per l’Oriente con un esercito. Fu subito chiaro che Silla non si sarebbe fatto da parte. Flacco cercò probabilmente di avviare delle trattative, sperando di unire le sue forze a quelle di Silla contro Mitridate, ma fu assassinato da uno dei suoi questori, Gaio Flavio Fimbria, che assunse il comando dell’esercito e cercò di sconfiggere da solo il re del Ponto. Fimbria dimostrò nella guerra meno talento di quello che aveva come traditore e assassino, e alla fine si suicidò dopo l’ammutinamento dei suoi soldati. Negli anni seguenti, il senato tentò un riavvicinamento a Silla, nella speranza che una sua riconciliazione con Cinna scongiurasse il pericolo di una guerra civile, ma i due leader non si mostrarono disponibili a trovare un accordo. Silla ribadiva di essere stato legittimamente eletto dal senato, che lo aveva inviato come proconsole a combattere contro un nemico della repubblica; esigeva quindi il riconoscimento formale della validità del suo mandato, e che gli fosse permesso di completare la sua missione. Nell’85 a.C., quando la guerra contro Mitridate ormai volgeva al termine, Cinna e i suoi alleati iniziarono a radunare truppe e accumulare una gran quantità di approvvigionamenti, in previsione del fatto che lo scontro con Silla era ormai inevitabile9.
Silla era un uomo di bell’aspetto, appariscente, con una pelle chiarissima, i capelli rossicci, gli occhi verdi e uno sguardo intenso. In età più matura, la sua bellezza fu rovinata da una malattia delle pelle che gli coprì il viso di chiazze rosse (una diceria diffusa nell’ambiente militare, riportata da una fonte sconosciuta di parecchi secoli posteriore, sostiene che avesse un solo testicolo, e che questo difetto non costituisse un ostacolo per diventare un soldato di successo). Possedeva un grande carisma, con cui conquistò soldati e senatori, ma molti aristocratici non lo videro mai di buon occhio. Nonostante fosse entrato tardi nella vita pubblica, aveva ottenuto risultati indiscutibili e dimostrato il suo valore in guerra in svariate occasioni. Divenne console a cinquant’anni, un’età insolitamente alta per un primo mandato. Nel decennio precedente aveva tentato due volte, senza successo, di essere eletto pretore. Per molti senatori era difficile dimenticare la miseria in cui aveva vissuto in gioventù e la decadenza della sua famiglia. Come spesso accade, quelli che si arricchiscono all’interno di un sistema ritengono meritati i fallimenti altrui. Silla era cresciuto in condizioni umili, in compagnia di attori e musici, mestieri considerati degradanti. Tali amicizie, reputate indecorose per un ragazzo, lo erano ancora di più per un adulto e un magistrato. Nonostante ciò, Silla rimase fedele ai suoi vecchi amici per tutta la vita. Beveva molto, organizzava grandi feste e aveva la fama di essere molto incline ai piaceri, sia con uomini che con donne. Il suo nome veniva spesso associato a quello di Metrobio, un attore specializzato nell’interpretare ruoli femminili a teatro, e si diceva che tra i due ci fosse una relazione. L’élite senatoria fu sempre restia ad accettare il suo successo politico, anche se a volte mostrò di preferirlo ad altri. È possibile che questo atteggiamento di parziale rifiuto non lo toccasse, ma era assolutamente determinato a ottenere il riconoscimento pubblico del suo trionfo e non voleva perderlo a nessun costo. Nell’88 a.C. aveva giustificato la sua marcia su Roma sostenendo di rappresentare legittimamente la repubblica e che era necessario liberare la città dalla dominazione illegale di una fazione. Più tardi, si presentò sempre come il legittimo proconsole in carica e negò la validità delle decisioni di Mario e Cinna, proclamandoli nemici dello stato. L’epitaffio di Silla, se ne avesse scritto uno, sarebbe stato ciò che diceva di se stesso: «Non ho mai mancato di aiutare un amico e di colpire un nemico»10.
Silla riteneva il suo imperium pienamente legittimo e i suoi avversari nemici della repubblica che avevano agito in modo illegale. Di conseguenza, sentiva il dovere e il diritto di annientarli con tutti i mezzi a sua disposizione. Per lui era di capitale importanza difendere la propria dignitas, il rispetto che aveva conquistato con i suoi successi per sé e per la sua famiglia. I Romani credevano profondamente nel ruolo della fortuna in tutte le attività umane, specialmente nella guerra, e – anticipando Napoleone – credevano che essere fortunati fosse una delle principali qualità di un generale. I comandanti non dovevano affidarsi ciecamente alla sorte, ma prepararsi scrupolosamente al trionfo. Tuttavia, nel caos della battaglia, anche i migliori piani potevano fallire e la vittoria o la sconfitta dipendevano dal fato. Silla si vantò della sua grande fortuna durante tutta la sua carriera, perché essere fortunati significava godere dell’appoggio divino, che nel suo caso proveniva da Venere, Apollo o altri dèi. Sosteneva che prima di ogni grande impresa aveva dei sogni premonitori, in cui un dio o una dea lo incoraggiavano a intraprendere le azioni che aveva pianificato, promettendogli il successo. Anche Mario aveva avuto una premonizione del suo glorioso futuro consultando degli oracoli; uno di essi, il più famoso, gli aveva predetto che sarebbe stato console per sette volte. Sia Silla che Mario erano uomini con un’ambizione smisurata, ma la convinzione che il loro successo fosse stato predeterminato dal volere divino e che, per questo, fosse giusto, alimentava ancora di più la fiducia che nutrivano in se stessi. Non dobbiamo comunque dimenticare che spesso simili affermazioni costituivano anche uno strumento di propaganda molto efficace11.
Silla aveva già impiegato la forza per difendere la propria carriera. La brutalità con cui Cinna aveva assaltato la città in sua assenza era un’anticipazione del genere di accoglienza che poteva aspettarsi dal nemico. Nell’85 a.C. firmò il Trattato del Dardano, ponendo fine alla guerra contro Mitridate. La vittoria non fu completa, visto che il re del Ponto continuava a mantenere l’indipendenza del suo stato e a detenere un notevole potere, ma era stato comunque espulso dai territori romani e le sue armate avevano subito un’umiliante sconfitta. Silla non poteva tornare subito in Italia, ma doveva prima riorganizzare l’apparato burocratico che avrebbe retto le province orientali. Nell’84 a.C. Cinna decise di attaccare Silla in Grecia, senza attendere che rientrasse in Italia, ma la campagna fu ostacolata dalle condizioni sfavorevoli del Mare Adriatico, e un convoglio di soldati dovette ritornare indietro. Subito dopo le truppe si ammutinarono – forse per la riluttanza a combattere contro altri Romani, ma le fonti su questo punto sono contraddittorie – e Cinna fu ucciso dai suoi stessi uomini. Il comando fu assunto dal suo collega, Gneo Papirio Carbone, con il quale aveva condiviso il consolato per due anni, e che era stato eletto per la terza volta anche per l’82 a.C., assieme al figlio di Mario, nonostante quest’ultimo non avesse raggiunto l’età per la carica. Un numero crescente di senatori, ritenendo che l’Italia non fosse più un luogo sicuro, o forse reputando più probabile la vittoria del proconsole, raggiunse Silla in Oriente. Altri ancora aderirono alla sua causa quando finalmente sbarcò a Brundisium (Brindisi) nell’autunno dell’83 a.C.12
Silla partiva da una posizione di svantaggio, ma i suoi oppositori non riuscirono a far valere la loro superiorità numerica. I loro eserciti, uno dopo l’altro, vennero sconfitti, e in un’occasione i soldati furono persuasi a disertare in massa. Pochi dei generali che lo affrontarono possedevano il suo talento militare. Dopo una tregua nei mesi invernali, la campagna ricominciò, e Silla giunse a Roma nell’82 a.C. Una repentina controffensiva nemica scatenò una disperata battaglia a Porta Collina, davanti alle mura della città. Durante i combattimenti, Silla scampò alla morte per un soffio e perse un’intera ala del suo esercito, ma il resto delle truppe riuscì a resistere e a vincere. Persa ogni speranza, i suoi avversari scatenarono la vendetta. Il figlio di Mario ordinò l’esecuzione di Scevola, il pontifex maximus, un’azione che si dice fu condannata persino dalla madre del giovane leader. Mario il Giovane, assediato a Preneste, dopo che la città si arrese fu ucciso o si tolse la vita. Quando la sua testa fu portata a Silla, il vincitore commentò che il ragazzo avrebbe dovuto «imparare a remare prima di cercare di governare una nave». Carbone riuscì a fuggire in Sicilia e a continuare la resistenza, ma fu sconfitto e giustiziato da uno degli ufficiali di Silla13.
La presa di Roma da parte di Mario aveva superato di molto, per la brutalità dei massacri e delle esecuzioni, la precedente marcia di Silla, ma entrambe furono eclissate dalla ferocia del ritorno del proconsole. Il discorso del vincitore al senato, riunitosi nel Tempio di Bellona nella periferia della città, fu accompagnato dalle urla di migliaia di soldati catturati – perlopiù Italici, trattati con più durezza dei Romani – che venivano giustiziati a poca distanza dal tempio. Non furono puniti solo i ranghi inferiori dell’esercito nemico. I comandanti venivano uccisi non appena catturati, o si tolsero la vita per evitare di essere giustiziati. Moltissimi senatori e cavalieri considerati ostili a Silla furono assassinati dai suoi uomini all’indomani della vittoria14.
All’inizio le esecuzioni avvennero senza alcun preavviso, ma il senato, estremamente allarmato dagli eventi, chiese che almeno fossero resi noti i nomi di coloro che sarebbero stati giustiziati, per rendere il procedimento più formale. Silla ordinò che la lista delle proscrizioni, contenente i nomi di coloro che perdevano qualsiasi protezione della legge, fosse collocata nel Foro e che delle copie fossero inviate in altre parti dell’Italia. I proscritti potevano essere assassinati liberamente, e chiunque avesse portato a Silla la loro testa avrebbe ricevuto una ricompensa. Le teste venivano poi esposte nei Rostri e nell’area circostante. Tutte le proprietà delle vittime venivano confiscate e formalmente messe all’asta, ma in realtà venivano acquistate a prezzo vile dai clienti di Silla. I proscritti erano perlopiù senatori o cavalieri. Furono pubblicate svariate liste. Benché non si conoscano le cifre esatte, si trattava di diverse centinaia di individui. La maggioranza era costituita da oppositori di Silla, ma altri nominativi furono aggiunti solo per impossessarsi delle ricchezze delle vittime. Si dice che un cavaliere che non aveva mai partecipato alla vita politica, quando vide il proprio nome inserito in una delle liste, dichiarò che i suoi possedimenti ad Albano avevano decretato la sua fine. Poco più tardi, venne assassinato15. Si scatenarono molte vendette personali; in vari casi, furono inseriti nelle liste nomi di uomini che in realtà erano già stati uccisi, per legittimarne a posteriori l’assassinio. Non sembra che Silla seguì molto da vicino tali vicende, ma girava per Roma con una scorta di liberti, reclutati tra gli schiavi dei proscritti uccisi. Le sue guardie del corpo furono accusate di frequenti abusi di potere. Le proscrizioni terminarono ufficialmente il primo giugno dell’81 a.C., ma l’orrore che suscitarono lasciò un segno indelebile e duraturo nella coscienza collettiva dei Romani16.
Il potere di Silla derivava dal controllo dell’esercito con cui aveva sconfitto i suoi rivali. Dopo aver difeso accanitamente la legittimità del suo proconsolato, fu anche solerte nel trovare una soluzione formale che giustificasse il suo potere assoluto. In momenti di grave crisi, la repubblica aveva temporaneamente messo da parte il timore del governo di un solo uomo e aveva nominato un dittatore, un unico magistrato cui veniva conferito l’imperium. Si era sempre trattato di un incarico temporaneo, durato non più di sei mesi, ma Silla aggirò tali restrizioni e non stabilì nessun limite temporale al proprio incarico. Si fece nominare dall’assemblea popolare dictator legibus faciendis et rei publicae constituendae (‘dittatore che promulga le leggi e la costituzione dello stato’). Questa carica non aveva precedenti, così come il livello di violenza usato per annientare i suoi oppositori. In un caso, ordinò tranquillamente l’esecuzione nel Foro di uno dei suoi più alti ufficiali, giudicato colpevole di aver presentato la sua candidatura al consolato trasgredendo gli ordini del dittatore17.
Quando l’esercito di Silla entrò a Roma per la seconda volta, Cesare aveva diciotto anni. Non aveva partecipato alla guerra civile. Suo suocero, Cinna, era morto e nulla suggerisce che avesse qualche relazione con Mario il Giovane. Inoltre, aveva forse già adottato lo stile di vita imposto al flamen dialis, nonostante non fosse stato ancora formalmente investito del sacerdozio. Dato che tali restrizioni gli impedivano di andare in guerra, si trovava quasi certamente a Roma quando la città fu occupata e infuriò la grande battaglia di Porta Collina; fu perciò testimone del bagno di sangue delle proscrizioni. Come flamen doveva evitare di vedere un cadavere, ma in quel periodo era difficile impedire che accadesse. In ogni caso, era sicuramente al corrente che le teste di tanti senatori di spicco erano esposte nel Foro. Per un certo periodo corse il rischio che vi finisse anche la sua.
Cesare non era un personaggio abbastanza ricco o influente da essere incluso nelle liste di proscrizione. Tuttavia, aveva sposato la figlia di Cinna, Cornelia, e questo legame non poteva certo essere visto di buon occhio dal nuovo regime. Silla ordinò al ragazzo di sciogliere il matrimonio. Aveva fatto lo stesso anche con altri uomini, stabilendo che sposassero donne che gli erano più gradite, spesso sue parenti. Il caso più famoso fu quello di Gneo Pompeo, figlio di Pompeo Strabone, uno dei comandanti più valorosi di Silla, al quale fu ordinato di divorziare e prendere in moglie la figliastra del dittatore. Questa era già sposata e incinta, ma ciò non fu d’ostacolo a un rapido divorzio e alla solerte unione con Pompeo. Conosciamo almeno un altro caso di un uomo che ripudiò la moglie su richiesta di Silla. Cesare fu l’unico a rifiutare e a persistere nel diniego, nonostante le minacce e le promesse di favori, che includevano forse persino un matrimonio che lo avrebbe legato alla famiglia del dittatore. Vista la situazione politica del momento, il rifiuto appariva del tutto temerario, soprattutto da parte di un giovane che poteva facilmente essere eliminato e aveva dei legami con l’opposizione. Non conosciamo il motivo per cui Cesare rifiutò. Il matrimonio con Cornelia era felice, ma poteva anche semplicemente trattarsi di ostinazione e orgoglio.
Le minacce di Silla si fecero più pesanti. La dote di Cornelia fu confiscata e incamerata nelle casse della repubblica. A Cesare venne tolto il flaminato, il che sarebbe forse accaduto comunque, dato che gli era stato promesso da Mario e Cinna (benché le fonti siano concordi nell’attribuire la causa di questa ritorsione al suo rifiuto di divorziare da Cornelia). In alternativa, è anche possibile che qualcuno abbia obiettato che Cesare non fosse giuridicamente eleggibile. In ogni caso, Roma era priva del flamen dialis dall’87 a.C., e non doveva apparire urgente nominarne uno nuovo, visto che il posto sarebbe rimasto vacante sino al 12 a.C. Essere insigniti di un onore che implicava così tante restrizioni non doveva suscitare un grande entusiasmo tra gli aristocratici. Secondo Plutarco, Cesare chiese di essere eletto a un altro sacerdozio, ma Silla si oppose e il tentativo fallì. Potrebbe trattarsi, però, di un’interpretazione erronea della vicenda del flaminato, dato che quest’incarico non era conferito per votazione, oppure fu un’invenzione posteriore volta a enfatizzare il coraggio del giovane Cesare davanti al potente dittatore18. Quali che fossero le ragioni della sua aperta opposizione a Silla, si trattava di una scelta molto pericolosa. Fu emanato un ordine di arresto, che in genere preannunciava un’esecuzione. Non è chiaro se fu Silla a ordinarlo, o se l’iniziativa, com’è anche possibile, fu presa da uno dei suoi subordinati. In quest’ultimo caso, il dittatore venne comunque a saperlo subito e non fece nulla per impedirlo19.
Cesare fuggì da Roma e si rifugiò nel territorio della Sabina, a nord-est della capitale. Le forze del dittatore occupavano tutta l’Italia. La rapida smobilitazione di centoventimila veterani, ordinata da Silla, è un indizio di quali fossero le dimensioni del suo esercito. Cesare non poteva sperare di svanire nel nulla nascondendosi in qualche piccola comunità, ma doveva spostarsi ogni notte per evitare i pattugliamenti. Inoltre, esisteva sempre il rischio di tradimento, dato che la ricompensa promessa a quelli che catturavano i fuggiaschi durante le proscrizioni era forse ancora in vigore. Il giovane aristocratico che, in tempi recenti, si era abituato a un’esistenza comoda, scandita dalla regolare routine del flaminato, doveva ora affrontare una vita dura. A peggiorare le cose, contribuì il fatto che si ammalò di malaria. Mentre era in preda alla febbre, doveva cambiare ogni notte rifugio, e durante uno dei suoi spostamenti fu intercettato e catturato da un gruppo di soldati di Silla. Questi, sotto il comando di un certo Cornelio Fagita, probabilmente un centurione, stavano bonificando l’area dai nemici del dittatore. Secondo Svetonio, erano già da giorni sulle sue tracce. Cesare offrì loro del denaro affinché lo lasciassero andare, e infine riuscì a comprare la propria libertà per dodicimila denari d’argento, che costituivano una somma cento volte superiore alla paga annuale di un soldato comune, benché un centurione ne guadagnasse molti di più20.
Alla fine Cesare fu risparmiato grazie all’intervento della madre. Aurelia convinse le Vestali e alcuni suoi parenti – in particolare Gaio Aurelio Cotta e Mamerco Emilio Lepido – a intercedere per la vita del figlio. Cotta e Lepido avevano combattuto al fianco di Silla nella guerra civile ed entrambi, più tardi, sarebbero divenuti consoli. L’appoggio di uomini così influenti, assieme al fatto che Cesare non era molto importante, gli valsero il perdono. Si trattava di una concessione non da poco, considerato che i figli e i nipoti dei proscritti erano stati interdetti da qualsiasi carica pubblica e banditi dal senato. Secondo la leggenda, quando Silla infine cedette, dichiarò: «Abbiatela pure vinta, tenetevelo pure! Un giorno vi accorgerete che colui che volete salvo a tutti i costi sarà fatale alla fazione degli ottimati, che tutti insieme abbiamo difeso. In Cesare ci sono molti Gaio Mario!». È probabile che questa famosa frase sia un’invenzione posteriore, ma non è da escludere che il dittatore avesse intuito la smisurata ambizione – e forse anche il talento – di quel giovane sfrontato che si era rifiutato di piegarsi ai suoi ordini21.
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Silla depose la dittatura alla fine dell’80 o all’inizio del 79 a.C. Aveva ampliato il senato, aggiungendo trecento nuovi membri dell’ordine equestre, e contribuito a restaurare il suo tradizionale ruolo guida della repubblica. Il potere del tribunato della plebe, che Sulpicio aveva utilizzato per conferire a Mario il mandato per la guerra in Oriente, era stato invece ridimensionato, privato della possibilità di proporre leggi all’assemblea. Inoltre fu stabilito che i tribuni, terminato l’incarico, non potessero più accedere a nessun’altra magistratura. Ciò costituiva, per gli ambiziosi, un efficace disincentivo a candidarsi al tribunato. La legislazione di Silla confermò i tradizionali limiti di età per accedere alla magistratura, proibì espressamente mandati consecutivi nella stessa carica e regolamentò le attività dei governatori delle province. Silla, che aveva sempre rivendicato di essere un servitore fedele dello stato, aveva usato il proprio potere dittatoriale per una restaurazione di stampo tradizionale della repubblica. Aveva strategicamente riempito il senato di suoi sostenitori, e il funzionamento del sistema dipendeva quindi dal rispetto, da parte dei suoi uomini, dei limiti che le sue leggi avevano reintrodotto e rafforzato. A quel punto, non era più necessario che un dittatore mantenesse il controllo dello stato, perciò Silla si ritirò. Per un periodo, girò per le strade della città come qualsiasi altro senatore, senza guardie del corpo, accompagnato soltanto dagli amici. Il fatto che nessuno lo molestasse era il segno del rispetto e del timore che suscitava la sua figura. Tuttavia, si dice che un giovane lo seguì, insultandolo ripetutamente a gran voce, e che Silla dichiarò che quel povero pazzo, in futuro, avrebbe dissuaso qualsiasi altro dittatore dal rinunciare al potere. È probabile, però, che si tratti di un’altra invenzione. Molto più tardi, Cesare commentò così l’episodio: «Quando Silla depose la dittatura, fu uno sprovveduto»22.
Silla si ritirò nella sua villa in campagna. Si era da poco risposato, dopo la morte della moglie a causa di un parto gemellare. Come membro del sacerdozio degli àuguri, aveva scrupolosamente seguito le regole del suo ordine, divorziando dalla moglie agonizzante, affinché la casa non venisse contaminata da un cadavere durante il periodo festivo. Si rifiutò persino di vederla durante l’agonia ma, per compensare il suo scrupoloso attaccamento ai doveri religiosi, le dimostrò poi il suo affetto celebrando un sontuoso funerale. Più tardi, mentre assisteva ai giochi, incontrò una giovane divorziata. Tra i due nacque una simpatia che si trasformò poi in una vera e propria relazione. Silla, incuriosito dalla donna, fece con discrezione delle indagini sul suo conto e quando scoprì che apparteneva a una famiglia aristocratica decise di sposarla. Dopo il suo ritiro dalla vita pubblica, si diffusero molte voci sulle feste dissolute che organizzava con la moglie e con molti dei suoi amici attori, che aveva mantenuto sin dai tempi della gioventù. Morì improvvisamente all’inizio del 78 a.C.23
Roma aveva sperimentato per la prima volta una guerra civile e la dittatura. Il giovane Cesare – è importante ricordare che tali avvenimenti si svolsero durante la sua adolescenza – vide le rivalità personali dei senatori più famosi provocare selvaggi spargimenti di sangue. Consoli o altri personaggi illustri erano stati giustiziati o costretti a togliersi la vita: ciò dimostrava che anche la carriera degli uomini più insigni della repubblica poteva terminare in modo violento e improvviso. Lo stesso Cesare era sfuggito alla morte per un soffio. Non si era piegato allo strapotere del dittatore e aveva rifiutato di cedere alle sue pressioni, ma era sopravvissuto. I figli dei senatori erano educati ad avere un’opinione molto alta di se stessi, e Cesare non faceva eccezione. L’esperienza di quegli anni può solo aver rafforzato in lui la consapevolezza del proprio valore. Aveva resistito alla tirannia, quando tutti si erano sottomessi per timore. Forse le regole cui sottostavano gli altri non valevano anche per lui.