«L’oratore voglio che incontri quest’accoglienza: quando si sparge la voce che sta per parlare, si prenda posto sui sedili, il tribunale si riempia, gli scrivani mostrino compiacenza nell’indicare un posto o nel cedere il proprio, il pubblico faccia circolo moltiplicando le file, i giudici si mettano all’ascolto; quando si alza colui che deve parlare, sia il pubblico a reclamare il silenzio, e poi ci siano frequenti manifestazioni di assenso, e molte grida di ammirazione, quando egli voglia si rida e quando egli voglia si pianga; di modo che uno che veda tutto questo da lontano, anche se ignora di che cosa si tratti, comprenda tuttavia che chi parla piace, e che sulla scena c’è un Roscio [un famoso attore dell’epoca, nda]»1.
cicerone, 46 a.C.
Si conservano numerosi busti scolpiti o incisioni su monete che raffigurano Cesare. Alcuni di questi ritratti furono eseguiti mentre era in vita, altri copiati da originali. Tutti, però, lo ritraggono in età matura, e rappresentano il grande generale o il dittatore con un’espressione distaccata e severa, il volto segnato dalle rughe e – almeno nei ritratti più realistici – i capelli radi. Queste immagini, che trasmettono potere, maturità e una straordinaria sicurezza di sé, costituiscono solo alcuni indizi del suo carattere; in genere, nessun ritratto, scolpito, dipinto o persino fotografico che sia, è veramente in grado di catturare l’essenza della personalità di un individuo. I ritratti antichi appaiono spesso freddi e impersonali a un occhio moderno, ma non dobbiamo dimenticare che erano policromi, e che oggi ci restituiscono una visione alterata del mondo classico, fatta solo di marmo e nuda pietra. Nonostante fosse ravvivato dalla pittura – i pittori famosi erano ammirati quanto i celebri scultori –, il ritratto a busto rivelava solo alcuni aspetti del carattere. Nel caso di Cesare, i busti certamente suggeriscono un’intelligenza acuta, ma non ci permettono di percepire la vivacità del suo carattere, l’ingegno e il fascino di cui tanto parlavano i suoi contemporanei.
Osservando i ritratti della maturità, è altrettanto difficile immaginare come appariva da giovane, ma qualche indicazione del suo aspetto la troviamo nelle fonti letterarie. Secondo Svetonio, Cesare era «di alta statura e ben formato, aveva una carnagione chiara, il viso pieno e gli occhi neri e vispi». Plutarco conferma questa descrizione, e sostiene che Cesare era pallido e che il suo fisico snello e asciutto, durante le sue ultime campagne, lo rese capace di una resistenza fisica degna di ammirazione. Si tratta di descrizioni molto soggettive, ed è difficile sapere, ad esempio, quanto fosse alto. Il commento di Svetonio può voler dire che Cesare non dava l’impressione di essere particolarmente basso, anche se era piuttosto magro. In realtà non sappiamo quale fosse la statura che i Romani del I secolo a.C. consideravano media o alta. Sotto molti aspetti, forse non c’era nulla di particolarmente significativo nell’aspetto di Cesare. Senza dubbio, molti altri aristocratici possedevano le sue stesse caratteristiche fisiche: occhi scuri, capelli neri o castani (si suppone che i suoi fossero così, anche se le fonti non lo dicono esplicitamente) e carnagione chiara. Era per il suo atteggiamento che si distingueva dagli altri. Abbiamo già ricordato la straordinaria audacia con cui aveva affrontato Silla, quando tutti gli altri erano terrorizzati e sottomessi. A Cesare piaceva distinguersi dalla massa, e voleva essere originale anche nell’abbigliamento. Invece della normale tunica a manica corta, usata dagli altri senatori, di colore bianco con una fascia purpurea – la documentazione non ci consente di stabilire se tale fascia fosse una linea verticale oppure corresse orizzontalmente intorno ai bordi dell’abito –, ne indossava una versione personalizzata, con delle maniche molto lunghe che arrivavano fino ai polsi e terminavano con una frangia. Sebbene non si portasse la tunica con una cintura, Cesare ne usava una, ma la teneva morbida attorno alla vita. Si diceva che Silla avesse avvisato alcuni senatori di non perdere di vista «quel ragazzo mal cinto». Forse, adottando questo stile, intendeva alludere alla sua precedente designazione per il flaminato, dato che al flamen non era permesso avere nodi sulle vesti, oppure si trattava solo di un vezzo. Qualsiasi fosse il motivo, Cesare intendeva far notare, con il suo abbigliamento, di appartenere a una famiglia aristocratica ma, al tempo stesso, voleva adottare uno stile che gli permettesse di distinguersi dai suoi pari2.
La cura della persona e dell’aspetto fisico erano molto importanti per i Romani, specialmente per gli aristocratici. Non a caso le saune, strutture dedicate al comfort e all’igiene dei cittadini, venivano realizzate impiegando le tecniche ingegneristiche più sofisticate dell’epoca. Lo stile di vita, il modo di vestire e il portamento degli uomini impegnati nella vita politica erano sempre osservati da tutti. I senatori visitavano o ricevevano di continuo potenziali alleati e clienti, e per recarsi alle riunioni pubbliche attraversavano le vie del centro della città. Cesare era qualcosa di simile a un dandy, un ragazzo dall’abbigliamento eccentrico che curava il suo aspetto in modo quasi maniacale. Lo stesso valeva anche per gli altri giovani aristocratici che vivevano in una Roma opulenta, in cui erano disponibili stoffe, articoli di lusso ed esotici di ogni genere. I figli delle famiglie senatorie possedevano denaro da spendere per beni voluttuari e un gran numero di schiavi per soddisfare qualsiasi loro capriccio. Quelli che non avevano fondi sufficienti per permettersi uno stile di vita lussuoso, erano disposti a indebitarsi, per cercare di non sfigurare davanti agli altri. Tuttavia, persino nei circoli più «alla moda», la cura che Cesare dedicava alla propria immagine veniva considerata eccessiva. Il viso rasato e i capelli corti erano giudicati accettabili, ma si diceva che Cesare si depilasse tutto il corpo. Sotto molti aspetti, era la natura ambigua del suo carattere che sconcertava gli osservatori. Oltre che nella cura dell’aspetto fisico, la maggioranza dei giovani aristocratici spendeva una fortuna anche nei divertimenti, organizzando festini e banchetti. Cesare aveva invece uno stile di vita frugale. Mangiava e beveva con moderazione, anche se non faceva mai mancare nulla in tavola ai suoi ospiti. C’era in lui un singolare connubio tra la morigeratezza degli avi e la dissolutezza della sua epoca3.
La perdita della dote di Cornelia dovette essere senz’altro un duro colpo per la famiglia di Cesare, che non era certo ricca rispetto alla media dell’aristocrazia del tempo. L’ubicazione della casa di un senatore rivelava il suo prestigio e la sua ricchezza. Gli uomini più influenti vivevano sul versante del Colle Palatino che si affacciava sulla Via Sacra, la strada delle processioni che attraversava il cuore della città. Per festeggiare il suo successo contro i barbari, Mario aveva acquistato una villa in quest’area, situata nei pressi del Foro. Alcune delle ville più grandi e lussuose erano molto antiche, ma era raro che una famiglia conservasse la stessa dimora per molte generazioni. Ciò era dovuto anche al fatto che l’aristocrazia romana non riconosceva il diritto di primogenitura. La proprietà veniva suddivisa tra i diversi figli, e spesso anche gli alleati politici più fedeli venivano nominati nei testamenti. Le case e altri tipi di proprietà venivano spesso messi in vendita per facilitare la divisione ereditaria. La casa che possedette Cicerone al culmine della sua carriera era appartenuta a Marco Livio Druso fino al 91 a.C., anno in cui fu assassinato. Cicerone l’aveva acquistata da un altro senatore, Marco Licinio Crasso, uno dei principali sostenitori di Silla, che aveva acquisito numerose proprietà durante il periodo delle proscrizioni. Nei decenni successivi alla morte di Cicerone, avvenuta nel 43 a.C., la casa ebbe almeno altri due proprietari, privi di qualsiasi rapporto di parentela tra loro. Si trattava di un edificio magnifico, la cui posizione indicava l’importanza del suo occupante. Al contrario, il giovane Cesare viveva in una casa di modeste dimensioni in una zona poco elegante, conosciuta come Suburra, che si estendeva tra il Colle Esquilino e il Viminale, a una certa distanza dal Foro. Si trattava di un quartiere densamente popolato, dominato da grandi caseggiati, in cui i più poveri alloggiavano in edifici fatiscenti a più piani, che si affacciavano su stretti vicoli e stradine. Era una zona malfamata, famosa per essere sede di diverse attività non certo rispettabili, ma soprattutto per la prostituzione. È probabile che fosse abitata perlopiù da cittadini romani, tra cui molti liberti, ma si ritiene che ospitasse anche numerose comunità di stranieri. Sappiamo che, in epoca posteriore, in quell’area fu costruita anche una sinagoga, ma non possiamo escludere che all’epoca di Cesare esistesse già4.
I senatori trattavano la maggior parte dei loro affari in casa. La suddivisione degli spazi interni dell’abitazione era organizzata in funzione delle loro attività. Una parte fondamentale era l’atrio, utilizzato per ricevere gli ospiti, inclusi i clienti – che si sperava facessero visita ogni mattina al patrono per ossequiarlo –, nel quale erano esposti i busti degli antenati e tutti i cimeli e le onorificenze che testimoniavano gli antichi successi della famiglia o dell’attuale proprietario. Allo stesso modo, era importante che ci fossero stanze destinate alle conversazioni private e sale da utilizzare per i banchetti con amici e ospiti. La pianta abituale, che prevedeva sempre un patio centrale, garantiva di solito una certa riservatezza, ma i più ambiziosi erano restii a ritagliarsi uno spazio personale al riparo dalla vista dei passanti. Si dice che l’architetto di Livio Druso avesse progettato la sua casa in modo che nessuno potesse vederlo dall’esterno, ma che questi gli avesse risposto che, se possibile, avrebbe preferito che la costruisse in modo che tutti potessero vedere ciò che faceva5. Nonostante la loro ricchezza, gli uomini impegnati nella vita pubblica non potevano permettersi di vivere in un luogo appartato e lontano dal centro della città, dove si svolgeva la vita politica. Pertanto, sebbene abitasse in un’area periferica come la Suburra, è improbabile che la casa di Cesare si trovasse nella parte più povera del quartiere, poiché il tipo di vita che conduceva non doveva essere tale da precludergli di partecipare agli avvenimenti politici del tempo. È anche probabile che il contatto giornaliero con individui più svantaggiati gli sia stato utile per acquisire quell’abilità nel comunicare con il popolo e con i soldati delle legioni che dimostrò di possedere, più tardi, nel corso della sua carriera.
Crescere nella Suburra fu forse un vantaggio, perché permise al raffinato aristocratico di conoscere meglio il resto della popolazione. In ogni caso, il motivo per cui abitava in quella zona era che non poteva permettersi nulla di meglio. Silla, da giovane, si era trovato in condizioni peggiori: non potendo permettersi una casa propria, era cresciuto in una dimora all’interno di un edificio a più piani, pagando per l’affitto poco più di un liberto che viveva al piano sottostante. La casa di Cesare rivelava le sue modeste condizioni economiche e la sua marginalità nella vita politica della repubblica. La sua ambizione e il desiderio di vivere al di sopra dei propri mezzi dovettero, a un certo punto, scontrarsi con la realtà in cui viveva. Ciò costituì per lui un forte incentivo a fare carriera. Quando si affermò, poté togliersi qualche capriccio. Svetonio racconta che decise di costruire una villa di campagna su uno dei suoi terreni. Dopo che erano state già poste le fondamenta, mentre l’edificio era in corso d’opera, Cesare si dichiarò insoddisfatto del disegno, e ordinò subito che la struttura fosse demolita e che ne venisse costruita un’altra al suo posto. La data di questo episodio è incerta, forse avvenne in una fase avanzata della sua vita, ma ci aiuta a capire fino a che punto, almeno in alcune cose, Cesare esigesse la perfezione. Fu un appassionato collezionista di opere d’arte, specialmente di gemme preziose e perle; in gioventù dovette essere una passione piuttosto costosa, date le sue modeste condizioni economiche6.
Dopo essere sfuggito agli uomini di Silla, Cesare abbandonò Roma e non vi fece più ritorno fino alla morte del dittatore. Durante questi anni, iniziò il servizio militare, che costituiva il primo gradino della carriera politica. Prestò servizio sotto il comando del governatore dell’Asia, il propretore Marco Minucio Termo. Una decina d’anni prima, il padre di Cesare aveva governato la stessa provincia, per cui il nome della sua famiglia era già conosciuto e il figlio ereditò una serie di importanti contatti con alcune personalità della regione. Termo era uno dei più fedeli seguaci di Silla e Cesare divenne uno dei suoi contubernales (‘compagni di tenda’), i giovani che dividevano il rancio con il comandante ed eseguivano tutti gli incarichi che questi assegnava loro. In pratica, il governatore disponeva di un’utile riserva di subordinati per una serie di incombenze di minore importanza e al tempo stesso insegnava ai giovani soldati tutto quello dovevano sapere sulla vita e la disciplina militare. I contubernales imparavano osservando i loro comandanti, così come i ragazzi apprendevano il funzionamento delle istituzioni della repubblica accompagnando i senatori durante lo svolgimento delle loro attività quotidiane a Roma. Il servizio di leva di un aristocratico non era controllato direttamente dallo stato, ma spettava alle famiglie, anche in questo caso, scegliere dove e con chi il giovane avrebbe prestato servizio. Non sappiamo quale fosse il collegamento tra Cesare e Termo, ma potrebbe essere nato indirettamente, attraverso una terza persona con cui entrambi avevano un legame di amicizia7.
In genere la provincia asiatica era un luogo pacifico e prospero, in cui un governatore romano e il suo entourage potevano sperare di ottenere lauti guadagni durante l’incarico. Tuttavia, erano passati solo sette anni da quando Mitridate, il re del Ponto, aveva invaso l’intera provincia e ordinato di massacrare tutti i Romani che abitavano nella regione. Silla aveva sconfitto Mitridate e il re aveva concluso un nuovo trattato di pace con Roma, ma alcuni dei suoi alleati non si erano ancora sottomessi. Una delle principali missioni di Termo consisteva nel conquistare la città di Mitilene, che fu assediata e infine conquistata. Per il valore dimostrato durante i combattimenti, Cesare, a soli diciannove anni, fu insignito della massima onorificenza militare romana, la corona civica. In origine, questo onore al merito veniva conferito solo a coloro che avevano rischiato la vita per salvare quella di un altro cittadino romano. L’uomo che era stato salvato doveva intrecciare una corona di foglie di quercia, albero sacro a Giove, e offrirla al suo salvatore come riconoscimento pubblico del suo debito. Ma al tempo di Cesare questa onorificenza veniva in genere conferita dal magistrato che comandava l’esercito. La corona veniva indossata durante le sfilate militari, ma era permesso tenerla anche in occasione della celebrazione delle feste pubbliche. Nessuna fonte narra i dettagli della prodezza che consentì a Cesare di ottenere tale riconoscimento, ma la corona civica non veniva concessa facilmente, ed era considerata con enorme rispetto. Durante la crisi della seconda guerra punica, il senato, dopo le enormi perdite subite, dovette rimpolpare le proprie file; uno dei principali gruppi da cui furono scelti i nuovi senatori furono gli uomini ai quali era stata conferita la corona civica. Forse anche Silla adottò una misura simile, per consentire agli aristocratici insigniti della corona l’ingresso immediato nel senato. Senza dubbio, si trattava comunque di un’onorificenza che faceva colpo sull’elettorato e giovava molto alla carriera di chi la conquistava8.
Non tutto il servizio militare di Cesare in Oriente fu così encomiabile. Prima dell’assedio a Mitilene, il propretore lo aveva inviato alla corte del re Nicomede di Bitinia (sulla costa settentrionale dell’odierna Turchia) per organizzare la spedizione di una flotta di navi da guerra a sostegno della campagna. La Bitinia era un regno cliente e alleato, perciò obbligato a offrire aiuto ai Romani. Nicomede era un uomo maturo, e senza dubbio aveva già incontrato il padre di Cesare; ciò spiega come mai il suo benvenuto al figlio fu molto caloroso. Il ragazzo, a quanto pare, apprezzò molto il lusso della corte, a fu accusato di essersi trattenuto più a lungo di quanto fosse necessario per adempiere la sua missione. Cesare era giovane e aveva vissuto, sino ad allora, una vita molto morigerata a causa dei limiti imposti dal flaminato. Si trattava quindi della sua prima esperienza con il gran mondo e la regalità. Si ritrovò in un ambiente imbevuto di quella cultura ellenistica tanto ammirata dall’aristocrazia romana. Tutto questo può spiegare come mai si trattenne a lungo alla corte del re, ma in seguito si diffusero dei pettegolezzi secondo cui la vera ragione era che Nicomede avesse sedotto il giovane Cesare. Iniziarono a circolare storie che dipingevano Cesare come un amante sottomesso, che aveva persino acconsentito a servire come coppiere del re durante un baccanale a cui avevano partecipato anche alcuni mercanti romani. Si diceva anche che fosse stato accompagnato dagli uomini del monarca nella stanza da letto regale e che, una volta lì dentro, era stato vestito con abiti di porpora e adagiato su un divano dorato, in attesa di Nicomede. Le voci si diffusero rapidamente e si fecero più insistenti quando Cesare fece di nuovo ritorno in Bitinia, poco dopo averla lasciata, sostenendo di dover recuperare un credito da uno schiavo che aveva affrancato9.
Lo scandalo perseguitò Cesare per tutto il resto della sua vita. L’aristocrazia romana ammirava molti aspetti della cultura greca, ma non accettò mai apertamente la celebrazione dell’omosessualità propugnata da alcune città greche. I senatori che avevano amanti maschi si comportavano con discrezione, ma anche così venivano spesso ridicolizzati pubblicamente dai loro avversari. A Roma, il disprezzo dell’omosessualità era abbastanza diffuso in tutte le classi sociali, perché era considerata un comportamento che sviliva la virilità di un uomo. Nell’esercito, almeno fino al II secolo a.C., praticare atti omosessuali all’interno dell’accampamento era considerato un grave delitto. Mario premiò con la corona civica un legionario per aver ucciso un ufficiale che aveva cercato di costringerlo ad assecondare le sue attenzioni. La condotta del legionario fu presentata come esempio di virtù e coraggio, e la morte dell’ufficiale come un castigo appropriato per l’incontinenza dei suoi impulsi sessuali e per l’abuso della sua autorità. I senatori non erano sottoposti a regole rigide come i soldati, ma erano oggetto di critiche e scherno se si mostravano in pubblico con amanti di sesso maschile. Mentre era in carica come censore, Catone il Vecchio espulse un senatore che durante un banchetto aveva ordinato l’esecuzione di un prigioniero semplicemente per accontentare un giovane di cui si era invaghito. La colpa consisteva nell’aver abusato dell’imperium, ma la motivazione venne considerata un’aggravante. I ragazzi o i giovani oggetto di tali passioni erano particolarmente disprezzati, così come i partner che avevano un ruolo passivo nell’atto sessuale. Questo ruolo implicava un’eccessiva effeminatezza e, in ogni caso, era considerato un comportamento più riprovevole di quello dell’amante adulto e attivo. Le voci che Cesare si fosse sottomesso al re della Bitinia resero il pettegolezzo ancora più dannoso, perché ciò significava che il giovane aristocratico aveva avuto un ruolo sessuale passivo, considerato riprovevole persino per uno schiavo. L’entusiasmo con cui si diceva che si fosse concesso aumentò ancora di più il discredito10.
In ogni caso, sembrava un pettegolezzo costruito ad arte sfruttando tutti gli stereotipi dell’epoca. I Romani erano diffidenti nei confronti degli orientali, e ritenevano che i Greci fossero ormai individui corrotti e decadenti, del tutto diversi dai loro grandi antenati dell’antichità classica. Provavano una particolare avversione per i re orientali e le loro corti, considerate luoghi di intrighi politici e perversioni sessuali. Perciò il racconto del re vecchio e lascivo che deflora il giovane e ingenuo aristocratico al suo primo viaggio in terra straniera era un ghiotto boccone. Tanto più che la storia riguardava Cesare, un giovane il cui abbigliamento stravagante e la smisurata autostima ispiravano antipatia, dal momento che né lui, né la sua famiglia potevano vantare successi tali da giustificare tutta questa vanità. Era molto spassoso venire a sapere che questo ragazzo, tanto sicuro di se stesso, si era sottomesso per soddisfare il piacere di un decrepito amante. Più avanti, nel corso della sua carriera, quando gli avversari divennero più numerosi, la storia su Nicomede divenne un’arma politica. Questa vicenda gli fu rimproverata per tutta la vita: alcuni lo soprannominarono «la regina della Bitinia», altri lo definirono «il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti». È difficile dire se uomini come Cicerone, che presero gusto a denigrarlo, fossero davvero convinti che la storia fosse vera. In ogni caso, essi volevano che venisse creduta tale, e diffusero con piacere questo genere di accuse contro un uomo che già molti non apprezzavano e che alcuni iniziarono a detestare. A Roma le invettive politiche erano spesso estremamente scurrili, e raramente ci si faceva scrupoli di sorta davanti a una storia di sesso smodato o perverso. Tuttavia, non furono solo i suoi avversari a schernire Cesare per questo episodio: più tardi, anche i suoi soldati si divertirono a scherzarci sopra. Curiosamente, questo non sembrò sminuire affatto il profondo rispetto che nutrivano per il proprio comandante, e i loro lazzi erano affettuosi, anche se molto coloriti e triviali11.
La storia di Cesare e Nicomede continuò ad essere sulla bocca di tutti, ma oggi è impossibile stabilire se fosse vera. Cesare negò fermamente. In un’occasione si dichiarò disposto anche a giurare pubblicamente che non c’era un briciolo di verità in quelle accuse, ma tutto ciò che ottenne fu di mettersi ancora più in ridicolo. In età matura, divenne molto suscettibile su questo argomento, uno dei pochi in grado di fargli perdere la calma in pubblico. All’epoca dei fatti, fu il suo rapido ritorno alla corte del re Nicomede che alimentò, più di ogni altra cosa, quelle voci. Si trattò della prova della sua infatuazione o di un gesto ingenuo che poteva generare ulteriori equivoci? Oppure scelse di proposito di ignorare i pettegolezzi, visto che non c’era nulla di vero? Non è da escludere che fosse quest’ultima la vera ragione del suo ritorno, dato che Cesare si riteneva al di sopra delle regole a cui sottostavano tutti gli altri. È anche possibile, però, che il diciannovenne sia stato sedotto dal fascino di un uomo più maturo, si sia sentito attratto da lui e abbia voluto «sperimentare la sua sessualità», per usare un’espressione oggi di moda. Se le cose andarono così, sembra che questa fu l’unica occasione in cui si comportò in questo modo, dato che pare non abbia avuto altre relazioni omosessuali nel corso della sua vita. Diversamente, considerati i toni del dibattito politico a Roma, la vicenda della Bitinia non sarebbe rimasta l’unico episodio a generare attacchi di questo tipo. Altri pettegolezzi di natura simile, inclusa un’opera scurrile del poeta Catullo, non trovarono credito presso l’opinione pubblica, anche se Cesare ne fu infastidito. Le sue abitudini sessuali erano una ricca fonte di pettegolezzi e scandali, e si guadagnò una reputazione molto ambigua, ma le sue frequenti avventure furono sempre con donne. La passionalità che dimostrava con le sue amanti rende poco probabile che frequentasse anche uomini o ragazzi, giacché non vi sono commenti dei suoi contemporanei in tal senso. L’appetito sessuale di Cesare per il sesso femminile era quasi insaziabile, e le sue conquiste – spesso si trattava di donne appartenenti a famiglie molto in vista – furono molto numerose. Senza dubbio, ciò accentuava il piacere degli altri nel ricordare che il grande donnaiolo era stato, a sua volta, la «donna» di Nicomede. Che la storia fosse vera o meno, quel che più interessa è che toccava in lui un nervo scoperto ed era fonte di grande imbarazzo. In definitiva, è possibile che non vi fosse molto di vero nella vicenda, ma non possiamo esserne certi12.
Cesare aveva sposato Cornelia all’età di circa sedici anni. A differenza della moglie, è molto probabile che avesse già avuto esperienze sessuali prima del matrimonio. Era tradizione che la promessa sposa vivesse nella casa del futuro marito fino al raggiungimento dell’età prevista per il matrimonio, e forse Cossuzia (che lui abbandonò per sposare Cornelia) visse, per un anno o due, nella famiglia di Cesare. Tuttavia, raramente la coppia anticipava il matrimonio, e oltretutto è probabile che Cossuzia fosse qualche anno più giovane di Cesare. Non dobbiamo dimenticare che i Romani consideravano la schiavitù un aspetto naturale della vita, e che qualsiasi casa aristocratica possedeva un gran numero di schiavi che erano, letteralmente, oggetto di proprietà dei loro padroni. Gli schiavi domestici erano spesso scelti in base al loro aspetto fisico, dato che venivano visti con frequenza, mentre lavoravano, dai padroni e dagli ospiti della casa. Se una schiava, giovane o adulta – o anche un ragazzo –, attirava l’attenzione del suo padrone, non aveva alcun diritto di sottrarsi alle sue richieste, poiché faceva parte delle proprietà e non era considerata un essere umano. Era talmente normale che gli aristocratici appagassero i propri desideri sessuali con gli schiavi, che l’argomento raramente veniva commentato, in quanto banale. Catone il Vecchio, morigerato esempio di antiche virtù, dopo la morte della moglie dormiva con una giovane schiava. Durante la guerra civile, Marco Licinio Crasso era fuggito in Spagna, dove uno dei clienti di suo padre gli trovò un rifugio in una grotta, per evitare che fosse trovato dai soldati di Mario. Il suo anfitrione gli inviava regolarmente viveri di ogni sorta, ma presto si accorse che l’accoglienza offerta al suo giovane «ospite», neppure trentenne, era insufficiente. Perciò inviò a Crasso due graziose giovani schiave perché gli tenessero compagnia nella caverna e soddisfacessero tutte le naturali necessità di un giovane maschio. Molti anni più tardi, uno storico di quel secolo sostenne di aver incontrato una delle due schiave, la quale, ancora in tarda età, conservava il ricordo di quei giorni. Gli schiavi, in circostanze di questo tipo, non avevano alcuna scelta: il padrone poteva fare uso della forza, ucciderli o venderli a proprio piacimento. Tuttavia, non c’è dubbio che alcune schiave erano felici di ricevere le attenzioni dei padroni e dei loro figli, con la speranza di poter conquistare una posizione privilegiata. Una speranza pericolosa, dato che rischiava di suscitare la gelosia di altri schiavi, o della moglie del padrone, se era sposato. Era talmente normale avere rapporti sessuali con i propri schiavi, che è molto probabile che le prime esperienze di Cesare siano avvenute con quelli di proprietà della famiglia. Come altri giovani aristocratici della sua età, poteva anche frequentare i postriboli più costosi, che a Roma esistevano in gran numero; anche questo era un comportamento considerato normale e accettabile. Si è tentati di cogliere una nota di incredulità in Cesare, quando afferma, nei suoi Commentarii de bello Gallico, che le tribù germaniche credevano che «avere rapporti carnali con donne prima di aver compiuto vent’anni fosse un atto riprovevole»13.
Qualche tempo dopo la caduta di Mitilene, Cesare si mise sotto il comando del governatore della Cilicia, Publio Servilio Vatia Isaurico, che conduceva le operazioni contro i pirati che infestavano l’area. Tuttavia, nel 78 a.C., la notizia della morte di Silla, giunta anche nelle province orientali, spinse Cesare a tornare a Roma. Sulla città incombeva di nuovo il rischio di una guerra civile, dopo che il console Marco Emilio Lepido era entrato in conflitto con la maggioranza del senato. Lepido organizzò un esercito per conquistare il potere con la forza, come in passato avevano fatto Silla, Cinna e Mario. Secondo Svetonio, Cesare valutò la possibilità di unirsi ai ribelli, poiché Lepido gli aveva promesso che ne avrebbe tratto grandi vantaggi. Decise però di non accettare poiché non si fidava né delle sue promesse, né delle sue capacità. Anche se potrebbe trattarsi di uno dei tanti episodi inventati a posteriori, basati sul presupposto che Cesare aspirasse sempre alla ribellione, il fatto in sé appare plausibile. Cesare aveva sofferto sotto il regime di Silla e, nonostante fosse scampato all’esecuzione e avesse ottenuto un indulto, aveva ben pochi motivi per sentirsi fedele a un senato formato in gran parte dai sostenitori del dittatore. Non dobbiamo dimenticare che era cresciuto in anni in cui Roma era stata presa d’assalto per ben tre volte da legioni capeggiate da ambiziosi senatori. Se fosse accaduto di nuovo, era più conveniente stare dalla parte dei vincitori. Pertanto, potrebbe essere stata una valutazione meramente opportunistica, decidere se unirsi o meno a Lepido14.
Cesare scelse invece un percorso politico di tipo più convenzionale, e decise di mettersi alla prova come avvocato nei tribunali romani. Le sette corti istituite da Silla, che codificavano un’antica prassi, erano presiedute da un pretore e composte da una giuria formata da membri del senato. I processi avevano una grande risonanza politica, e venivano celebrati su piattaforme innalzate nel Foro o, in certe occasioni, nelle grandi basiliche; in ogni caso, si tenevano sempre in luoghi aperti al pubblico. Nel diritto romano l’accusa non veniva sostenuta da parte dello stato, ma da un soggetto privato che rappresentava gli interessi di un terzo o talvolta anche di intere comunità. Mentre erano in carica, i magistrati non potevano essere processati, ma sapevano che, una volta terminato il mandato e deposto l’imperium, sarebbero diventati legalmente perseguibili; perciò, in teoria, il timore di venire successivamente incriminati doveva fungere da deterrente agli abusi di potere. Non esistevano veri e propri avvocati professionisti, ma una categoria di soggetti che suppliva a tali funzioni, gli accusatores, che non erano aristocratici e perciò non godevano di una grande reputazione. Più spesso, a rappresentare le parti lese intervenivano cittadini intenzionati a far carriera nella vita pubblica, che con il loro status e la loro auctoritas rafforzavano il caso che portavano in giudizio. Comparire dinanzi ai tribunali come avvocato costituiva un ottimo modo per consolidare alleanze politiche e trovare clienti, nonché un mezzo efficace per farsi conoscere da potenziali elettori.
Nel 77 a.C. Cesare accusò Gneo Cornelio Dolabella di estorsioni commesse durante il suo incarico come governatore della Macedonia. Dolabella, dopo essere stato console nell’81 a.C., si era recato in quella provincia e al suo ritorno aveva ottenuto un trionfo per i suoi successi militari. Era stato eletto alla magistratura durante la dittatura di Silla, perciò era stato certamente uno dei suoi sostenitori. Sarebbe però un errore ritenere che fosse questa la ragione per cui venne intentato il giudizio. Cesare non intendeva mettere sotto processo il regime sillano: cercava soltanto un senatore famoso contro cui sostenere l’accusa. Il processo a un consolare che aveva ottenuto un trionfo attirava l’interesse pubblico molto più di quello contro un uomo meno noto, e offriva la possibilità all’accusatore di mettersi in luce, anche se per un breve periodo. Lo spunto per sostenere l’accusa arrivò forse dalle molte lamentele giunte dalle comunità della provincia della Macedonia, fortemente vessate dal governo di Dolabella. Non essendo cittadini romani, i provinciali non potevano intraprendere direttamente un’azione legale, ma dovevano recarsi a Roma e convincere un cittadino romano a patrocinare la loro causa. Non sappiamo perché i Macedoni si erano rivolti a Cesare. Forse la scelta dipese da rapporti di amicizia che i leader della loro comunità avevano stretto in passato con il padre di Cesare o un suo antenato. Era molto probabile che Dolabella avesse compiuto svariati abusi per arricchirsi, ma si trattava di una condotta quasi all’ordine del giorno, per i magistrati dell’epoca. Dopo aver speso somme esorbitanti per vincere le elezioni a Roma, si insediavano nelle province con l’assoluto bisogno di arricchirsi per saldare i loro ingenti debiti. In realtà, i governatori non erano remunerati dallo stato, ricevevano solo un modesto rimborso spese, ma il potere assoluto che detenevano nella loro provincia permetteva loro di concedere o negare favori agli abitanti del luogo o ai mercanti. La tentazione di chiedere tangenti era molto forte, così come la brama di confiscare qualsiasi cosa volessero. Più tardi, il poeta Catullo, rientrato a Roma dopo aver servito un governatore provinciale, scrisse che la prima domanda rivoltagli da un amico fu: «Quanti soldi hai incassato?». Le difficoltà che incontravano gli abitanti delle province nel recarsi a Roma e cercare un difensore per ottenere giustizia incentivava ancora di più la diffusione della corruzione. Nel 70 a.C., Cicerone processò Verre, un governatore della Sicilia, uomo molto noto, che aveva pubblicamente dichiarato che erano necessari tre anni per svolgere bene l’incarico: il primo serviva a rubare abbastanza per arricchirsi, il secondo a mettere da parte una somma sufficiente per assumere i migliori avvocati del Foro, e il terzo a pagare le tangenti che sarebbero servite a corrompere il giudice e i giurati per ottenere l’assoluzione15.
Durante il processo contro Dolabella emersero con certezza alcune delle ingiustizie subite dagli abitanti delle province. Cesare, che sosteneva l’accusa, aveva allora ventitré anni, pochi successi al suo attivo, e una famiglia ininfluente alle spalle. Il proconsole era difeso dal più celebre oratore di Roma, Quinto Ortensio Ortalo, e dall’insigne Gaio Aurelio Cotta. Quest’ultimo era cugino della madre di Cesare, ma non era raro che persone legate da vincoli di parentela rappresentassero parti in conflitto tra loro; anzi, era considerato un comportamento corretto, poiché permetteva agli avvocati di onorare i propri obblighi verso alcuni senatori o di acquisire credito presso altri, senza che ciò provocasse alcun risentimento tra i difensori. Cotta era stato uno degli uomini che avevano convinto Silla a perdonare Cesare e, in seguito, fu eletto console nel 75 a.C. Cicerone ricordò di aver visto Ortensio e Cotta in questo giudizio e in altri:
Due erano gli oratori che allora primeggiavano, e che mi accendevano del desiderio di imitarli, Cotta e Ortensio. Il primo parlava in tono piano e pacato, formulando i suoi pensieri con scioltezza e facilità […]; il secondo aveva ricchezza di ornamento e impeto oratorio […]. E poi avevo visto come, in certe cause, per esempio la difesa di Marco Canuleio o del consolare Gneo Dolabella, anche se Cotta era stato preso come avvocato principale, il ruolo di primo piano veniva tuttavia sostenuto da Ortensio. La presenza della folla e lo strepito del Foro esigono infatti un oratore vigoroso, ardente, dall’azione efficace e dalla voce sonora16.
Cesare si trovava quindi ad affrontare i due più formidabili oratori dell’epoca, il che non sorprende, visto che la difesa era considerata un ruolo molto più prestigioso dell’accusa. Gli accusatori erano essenziali per il funzionamento del sistema legale, ma i loro successi significavano spesso la fine della carriera per il senatore condannato. In teoria, un governatore dichiarato colpevole di estorsione rischiava la pena capitale. A Roma esistevano poche carceri e i delitti più gravi erano puniti con la morte. In realtà, al condannato veniva sempre consentito di fuggire dalla città, portando con sé tutti gli averi che poteva trasportare, e di scegliere un esilio dorato. Massilia (l’odierna Marsiglia), l’antica colonia greca sulle coste della Gallia che faceva parte della provincia romana della Gallia Transalpina, era una delle mete preferite dagli esiliati. Tuttavia, l’esilio, seppur dorato, era permanente, e il condannato non poteva più fare ritorno a Roma per il resto della vita. Sostenere l’accusa era un’attività aggressiva, che poteva avere conseguenze drastiche, mentre la difesa di un uomo veniva considerata più meritevole. Nella mentalità dell’aristocrazia senatoria era preferibile appoggiare un amico che subiva un processo, anche se colpevole, piuttosto che cercare di porre fine alla carriera di un collega. Quasi sempre, gli avvocati della difesa erano uomini di una certa età ed esperienza, che avevano dimostrato, nel corso degli anni, le loro capacità. I celebri oratori reputavano più conveniente dimostrare la loro lealtà agli alleati politici, mentre a sostenere l’accusa erano di solito giovani ambiziosi in cerca di fama, che consideravano il processo come un trampolino di lancio per la propria carriera.
Quando il caso di Dolabella fu portato in tribunale, Cesare pronunciò un’arringa che impressionò molto gli ascoltatori; in seguito ne pubblicò una parte (si trattava di una prassi seguita da molti oratori, come ad esempio Cicerone, che lo fece nel corso di tutta la sua carriera). Sebbene l’orazione di Cesare sia andata perduta, sappiamo dagli antichi commentatori che fu molto ammirata. È possibile che lo stile dell’ars oratoria di Cesare sia stato influenzato dalla retorica di Cesare Strabone (in un altro dei suoi discorsi pubblicati copiò una parte consistente di una delle sue orazioni). La scelta delle parole era comunque solo una parte della performance di un oratore. Si trattava, in effetti, di una vera e propria performance, e Cicerone ce lo conferma quando paragona le doti dell’oratore a quelle di un famoso attore (si veda la citazione in apertura del capitolo, a p. 75). La postura, il modo di vestirsi e di muoversi, lasciando che la toga cadesse nel verso giusto, la mimica facciale, la potenza e il tono della voce erano fondamentali per un avvocato. Durante il giudizio, Cesare impressionò sia la folla di osservatori che le parti in causa, e la pubblicazione dell’orazione lo aiutò a consolidare la sua reputazione. Il suo tono di voce era piuttosto acuto, ma evidentemente era il suo modo di parlare che lo rendeva efficace e persuasivo. Anche se l’accusa non ebbe successo e Dolabella fu assolto, la sua prima apparizione come avvocato ottenne il risultato sperato. L’esito del processo non deve sorprendere, perché quasi tutti i senatori accusati venivano prosciolti. La difesa era sostenuta da uomini con molta più esperienza e auctoritas degli accusatori, e il risultato finale era quasi scontato. La fama che conquistò Cesare dovette essere una magra consolazione per i Macedoni che lo avevano convinto ad accettare il caso, ma anche se il vecchio governatore era riuscito a evitare la condanna, i provinciali dimostrarono almeno di essere stati capaci di convincere qualcuno a processarlo17.
Cesare ottenne un risultato migliore nel secondo giudizio che promosse davanti allo stesso tribunale, ma l’incriminato riuscì, anche in questo caso, a evitare la condanna. Si trattava del processo contro Gaio Antonio (76 a.C.), accusato di malversazione durante la guerra mitridatica. Il tribunale era presieduto da Marco Licinio Lucullo, fratello di Lucio, che era stato l’unico senatore ad accompagnare Silla nella sua marcia contro Roma nell’88 a.C. Cesare raccolse molte prove che dimostravano inconfutabilmente le colpe di Gaio Antonio, ma questi si appellò ai tribuni della plebe, chiedendo di porre il veto al processo, e il risultato fu che il giudizio si interruppe prima della pronuncia del verdetto. Antonio riuscì così a sfuggire alla condanna. In seguito la sua carriera fu piuttosto altalenante: espulso dal senato nel 70 a.C., ci fu poi riammesso nel 68 a.C. e riuscì persino ad arrivare al consolato nel 63 a.C., incarico che quell’anno condivise con Cicerone. I provinciali dovettero di nuovo assistere a un processo nel quale un romano corrotto restava impunito, ma la reputazione di Cesare crebbe. Svetonio sostiene però che la sua attività forense gli procurò l’ostilità di uomini potenti, tra cui i sostenitori di Dolabella, e che fu questo motivo a spingerlo, nel 75 a.C., a lasciare Roma con il pretesto di proseguire gli studi18.
Inizialmente, Cesare si recò a Rodi per studiare retorica presso Apollonio Molone, il più celebre oratore dell’epoca. Alcuni anni prima, Apollonio, inviato da Rodi come ambasciatore a Roma, era stato il primo erudito ad avere il privilegio di tenere un discorso al senato in lingua greca. Nel I secolo a.C., i giovani aristocratici romani completavano i loro studi frequentando le famose scuole di filosofia e di retorica delle province orientali. Anche Cicerone, come Cesare, dopo un biennio di pratica nei tribunali, aveva lasciato Roma per proseguire gli studi; tra il 78 e il 77 a.C., trascorse del tempo ad Atene e in parecchie città dell’Asia Minore, prima di recarsi anch’egli a Rodi per imparare da Apollonio. Cicerone lo descrive così:
[…] Oltre ad essere un avvocato famoso e uno scrittore valente, aveva acume e competenza grandissime nel cogliere e correggere i difetti, e nel formare gli allievi con il suo insegnamento. Egli si adoperò – basta che ci sia riuscito! – a contenere la mia eccessiva ridondanza, il mio traboccare – che derivavano da una certa giovanile mancanza di ritegno e di freni – e ad arginare il flutto che, diciamo così, dilagava fuori dalle sponde19.
Non sappiamo quali furono gli insegnamenti impartiti a Cesare dal famoso erudito. Prima che raggiungesse Rodi, la sua nave fu intercettata dai pirati nei pressi dell’isola di Farmacussa, a poca distanza dalla costa dell’Asia Minore. Nei primi decenni del I secolo a.C., la pirateria costituiva un grave problema in tutto il Mediterraneo. In parte si trattava di una conseguenza provocata dal dominio di Roma, che aveva distrutto il regno della Macedonia, schiacciato quello seleucide e contribuito al declino dell’Egitto tolemaico. Tutte queste potenze ellenistiche possedevano potenti flotte, con cui avevano mantenuto il controllo dei mari; il loro indebolimento aveva favorito la diffusione della pirateria nell’Egeo e la sua successiva espansione, fino a diventare una piaga endemica in tutto il Mediterraneo. Mitridate, il re del Ponto, appoggiava e finanziava i pirati, che considerava utili alleati contro Roma. La frastagliata costa della Cilicia, in Asia Minore, era una delle roccaforti della pirateria, e le campagne di Servilio Isaurico, sotto cui aveva servito anche Cesare, e quelle di altri generali non avevano risolto il problema. I pirati erano molto numerosi, e a volte attaccavano in squadriglie, spingendosi a razziare anche le coste dell’Italia. Sebbene non fossero guidati da un unico leader ma da molti capi, sembra che tra le diverse comunità esistesse un notevole spirito di cooperazione. All’apice del loro potere, verso la fine degli anni Settanta del I secolo a.C., riuscirono persino ad assaltare Ostia e, in un’altra occasione, sequestrarono due pretori romani assieme a tutto il loro seguito. Sebbene talvolta uccidessero i prigionieri romani – si dice che una volta costrinsero un nobile aristocratico a gettarsi in mare aperto, evento che sembra un po’ anticipare il «lancio dalla passerella», tanto caro ai romanzi sui pirati in tempi più recenti –, il loro principale obiettivo era quello di rapirli per chiedere un riscatto20.
Il giovane patrizio era un ostaggio prezioso e i suoi sequestratori decisero di chiedere venti talenti d’argento per il suo rilascio. Pare che Cesare rise di quella richiesta, dichiarando che ne valeva molti di più, e consigliò ai pirati di chiedere un riscatto di cinquanta talenti. Inviò la maggior parte dei suoi compagni di viaggio nelle città più vicine delle province, dove avrebbero potuto chiedere in prestito la somma necessaria. Cesare rimase nell’accampamento dei pirati soltanto con il suo medico e due schiavi. Secondo Plutarco, non era affatto intimidito dai feroci sequestratori:
Si comportava con tale altezzosità, che ogni volta che andava a riposare mandava a ordinare loro di tacere. Per trentotto giorni scherzò e si esercitò con loro in assoluta tranquillità, come se non fosse prigioniero, ma circondato da guardie del corpo; scriveva poesie e discorsi, e glieli faceva ascoltare, e se non lo applaudivano li chiamava bruscamente barbari e ignoranti, e spesso, ridendo, minacciava d’impiccarli; anch’essi ne ridevano, attribuendo questa franchezza al carattere semplice e incline allo scherzo21.
Dopo che i suoi amici tornarono con il riscatto – che le comunità alleate furono ben liete di mettere a disposizione per ingraziarsi un uomo che, con il tempo, avrebbe potuto diventare un utile punto di riferimento a Roma – Cesare venne liberato. Sembra che fu la città di Mileto, sulla costa occidentale dell’Asia, a versare la maggior parte della somma, e fu lì che Cesare si diresse subito dopo essere stato rilasciato. Aveva venticinque anni ed era un cittadino privato che non aveva ancora mai rivestito un incarico pubblico ma, nonostante ciò, riuscì a persuadere gli abitanti di Mileto a radunare un certo numero di navi da guerra. Assunto il comando di queste truppe, tornò direttamente a Farmacussa per sferrare un attacco a coloro che lo avevano rapito. I pirati, del tutto inconsapevoli del pericolo, erano rimasti ancora comodamente accampati; con le navi ancorate a riva, non potevano opporre resistenza. La flottiglia improvvisata di Cesare li catturò e si impadronì del loro intero bottino, incluso il riscatto pagato per il rilascio. Si suppone che i cinquanta talenti furono restituiti alle comunità che li avevano prestati, mentre i prigionieri furono condotti a Pergamo, dove vennero imprigionati. Cesare si recò poi dal governatore dell’Asia per far ordinare l’esecuzione dei pirati. Tuttavia, il propretore Marco Giunco non si mostrò propenso ad assecondare la richiesta di Cesare, che intendeva infliggere ai prigionieri il castigo promesso. In quel momento il propretore era impegnato a organizzare l’annessione all’Impero Romano della nuova provincia della Bitinia, perché Nicomede, morto di recente, aveva lasciato in eredità a Roma il suo piccolo regno. Giunco intendeva approfittare della situazione per vendere i pirati come schiavi e appropriarsi di una parte del bottino. Quando Cesare comprese che la richiesta di un giovane patrizio qualsiasi non sarebbe stata assecondata con tanta solerzia, si affrettò a tornare a Pergamo e ordinò la crocifissione dei prigionieri. Non aveva alcuna autorità legale per farlo, ma era improbabile che qualcuno avrebbe messo in discussione l’esecuzione di una banda di pirati. Fu così che Cesare mantenne fede a ciò che aveva giurato di fare. Ma durante la prigionia i pirati gli avevano ispirato un po’ di simpatia e, in segno di clemenza, ordinò che fossero strangolati prima di essere crocifissi, risparmiandogli una morte lenta e terribilmente dolorosa22.
Così racconta la leggenda. Sotto molti punti di vista, si tratta di una storia che calza a pennello con il mito di Cesare che vince in qualsiasi situazione. In questo caso, il giovane aristocratico nelle mani dei rapitori non perde neppure per un istante il controllo di sé, ma li deride e li sbeffeggia per il riscatto richiesto. Incontriamo di nuovo la sconfinata fiducia in se stesso del giovane patrizio che aveva affrontato Silla, il potente dittatore, senza piegarsi. Infine, c’è anche il carisma con il quale riesce a incantare persino una banda di assassini, con la stessa facilità con cui conquisterà il popolo e i suoi soldati. Dopo il suo rilascio, agì molto rapidamente. Con la sua forte personalità impose la propria volontà agli altri senza possedere l’effettivo potere per farlo, e riuscì a ottenere una vittoria completa. Cesare aveva giurato di catturare e punire i pirati, e questo è esattamente ciò che fece, nonostante la ritrosia del propretore che governava la provincia. Dimostrò che audacia, determinazione e rapidità d’azione erano sue doti innate, mentre il gesto finale costituisce un esempio della clemenza che, più tardi, costituirà una sua prerogativa costante. È una storia molto avvincente, e non c’è dubbio che, in ogni versione successiva, fu ulteriormente abbellita. È lecito domandarsi chi fu il primo a raccontarla, dato che, durante il periodo che trascorse con i pirati, i suoi compagni di viaggio non erano presenti e Cesare era rimasto soltanto con gli schiavi e il suo medico personale. Fu un esempio precoce dell’abilità di Cesare nel pubblicizzare i propri successi? Forse no, ma sia che queste voci si siano diffuse nelle comunità della provincia dopo il suo rilascio, sia che siano stati i suoi compagni a raccontarle, certo è che Cesare non fece nulla per smentire questa versione dei fatti. Ovviamente, oggi è impossibile stabilire il confine tra realtà e leggenda.
Terminata quest’avventura, Cesare arrivò finalmente a Rodi, dove studiò presso Apollonio. Si dimostrò un allievo brillante, dotato di uno stile retorico fluente e studiatamente semplice. Cicerone e altri suoi contemporanei lo consideravano uno dei migliori oratori dell’epoca, e ritenevano che avrebbe potuto essere il più grande di tutti, se si fosse concentrato sull’oratoria senza dedicarsi ad altre attività. Tuttavia, per Cesare, le tecnica oratoria rimase solo un mezzo da utilizzare per avere successo in politica. Era estremamente abile a parlare in pubblico, ma dimostrò di esserlo anche in altri campi, soprattutto nell’arte della guerra. Durante il periodo di studi a Rodi, ebbe un’altra opportunità per mettere alla prova il proprio talento militare. Nel 74 a.C. era scoppiata di nuovo la guerra contro Mitridate e un distaccamento delle truppe del Ponto aveva effettuato un’incursione in Asia, saccheggiando i territori delle popolazioni alleate. Cesare mise da parte gli studi e si imbarcò su una nave diretta nella provincia. Al suo arrivo, reclutò delle truppe tra le comunità locali e con quest’esercito improvvisato sconfisse gli invasori. L’azione – ancora una volta rapida, determinata ed efficace – evitò che alcuni alleati, considerando i Romani incapaci di difenderli, si schierassero dalla parte di Mitridate. Di nuovo vale la pena di ricordare che Cesare agì a titolo personale, senza alcuna autorità legale per farlo. Nessuno lo avrebbe ritenuto responsabile dei problemi che sarebbero sorti in Asia, se fosse tranquillamente rimasto a Rodi. Ma, dato che nessun funzionario era stato incaricato di far fronte a quella situazione, Cesare ritenne che fosse suo dovere agire. Si trattò anche di una nuova splendida opportunità per far conoscere il proprio nome. Conquistare la gloria al servizio della repubblica era considerata l’ambizione più nobile per un aristocratico23.
Alla fine del 74 o all’inizio del 73 a.C., Cesare fu nominato sacerdote. Questa volta si trattava di una carica priva dei limiti e dei vincoli imposti al flamen dialis. Il collegio dei pontefici, composto da quindici potenti sacerdoti e presieduto dal pontifex maximus, lo scelse per ricoprire un posto rimasto vacante a causa della morte di uno dei suoi membri. Il sacerdote venuto a mancare era un parente di Aurelia, Gaio Aurelio Cotta, che in passato aveva pregato Silla di risparmiare la vita di Cesare e che aveva difeso Dolabella nel processo intentato da Cesare. I pontefici dovevano tramandare le loro conoscenze in forma orale, ed era normale che nel collegio fossero rappresentate diverse fasce di età. È assai probabile che furono questi legami di parentela a determinare l’elezione di Cesare, ma si tratta comunque di un indizio che il giovane stava già dimostrando di possedere del talento. Uno dei pontefici era Servilio Isaurico, presso cui Cesare aveva prestato servizio dopo essere stato insignito della corona civica. Dato che la maggior parte dei pontefici era stata designata da Silla, è evidente che Cesare non fosse considerato un pericoloso estremista. La nomina era un grande onore che in genere veniva conferito ai giovani considerati più promettenti. I quindici pontefici, assieme agli altrettanti membri degli altri due ordini importanti, gli àuguri e i quindecemviri, rappresentavano un’élite all’interno della classe senatoria. In genere, solo a coloro che appartenevano a famiglie nobili e che annoveravano dei consoli tra i loro antenati venivano conferite cariche del genere, e l’ammissione di qualcuno che non possedesse tali requisiti costituiva un segno di grande distinzione. La maggior parte di questi sacerdoti, salvo il caso di morte prematura, arrivava al consolato24.
Appena ebbe notizia della sua nomina, Cesare abbandonò gli studi e rientrò immediatamente a Roma per essere formalmente ammesso al sacerdozio. Viaggiò su una piccola imbarcazione, accompagnato solo da due amici e dieci schiavi. Dovette di nuovo attraversare mari infestati dai pirati, che certo dovevano avere poca simpatia per lui, dopo la sua recente avventura. Durante il viaggio, i Romani credettero di avvistare un vascello pirata. Cesare si spogliò dei suoi raffinati abiti e si allacciò un pugnale alla coscia. Probabilmente voleva passare inosservato confondendosi con i suoi schiavi, per fuggire appena se ne fosse presentata l’occasione. Fu un falso allarme. Presto si rese conto di aver scambiato una costa boscosa per la sagoma di una barca. Rientrato a Roma, tornò a svolgere attività forensi, e sembra che processò Marco Giunco davanti al tribunale delle estorsioni. È probabile che avesse ricevuto l’incarico dai Bitini, con cui aveva continuato a mantenere buoni rapporti, specialmente con la famiglia reale. Più tardi accettò di difendere Nisa, la figlia di Nicomede, e durante il processo pronunciò un toccante discorso in cui espresse la sua gratitudine nei confronti del re di Bitinia. Non mancarono le reazioni, tra cui una velenosa battuta di Cicerone: «Per favore, lasciamo stare. Tutti sappiamo cosa hai ricevuto da lui e cosa gli hai dato!». La scandalosa etichetta affibbiata a Cesare non sembra però sia riuscita a danneggiare la sua carriera politica. Non sappiamo quale fu l’esito del processo contro Giunco, ma è probabile che venne assolto, come tanti altri ex-governatori che, pur essendo palesemente colpevoli, riuscivano a evitare la condanna. Come negli altri processi, per la sua carriera l’esito del giudizio contava meno della performance come oratore25.
Verso la fine del decennio, nel 72 o nel 71 a.C., Cesare fu eletto tribuno militare e ottenne così la sua prima carica pubblica. I tribuni militari erano ventiquattro e avevano un ruolo del tutto diverso dai tribuni della plebe, poiché svolgevano compiti di carattere esclusivamente militare. A ciascuna legione dell’esercito erano assegnati sei tribuni ma, dato che l’Impero annoverava ormai ben più di quattro legioni, si eleggevano molti più funzionari per ricoprire i posti disponibili. Nonostante ciò, restava una carica di notevole prestigio, che costituiva la prima opportunità per sondare la popolarità di un giovane aristocratico presso l’elettorato. Nessuna fonte parla di un incarico nelle province a quell’epoca: ciò fa supporre che Cesare dovette svolgere le sue funzioni in Italia proprio nel periodo in cui esplose la terza guerra servile. Nel 73 a.C., un piccolo gruppo di gladiatori guidati da un trace di nome Spartaco era fuggito da un campo di addestramento nei pressi di Capua, provocando una ribellione che aveva coinvolto un enorme numero di schiavi in tutta la penisola italica. Spartaco ottenne una serie di clamorose vittorie, annientando un’armata dopo l’altra, e solo nel 71 a.C. venne sconfitto da Marco Licinio Crasso. È probabile che Cesare abbia militato sotto il comando di Crasso. Se andò così, questa dovette essere l’occasione in cui i due si incontrarono per la prima volta26.
Crasso era stato eletto pretore nel 73 a.C. L’anno seguente gli era stato affidato il comando delle operazioni militari contro gli schiavi, dopo che entrambi i consoli erano stati sconfitti sul campo di battaglia. Aveva quarantuno anni, ma possedeva già una notevole esperienza militare come comandante, maturata durante la guerra civile. Obbligato a fuggire dall’Italia dopo l’uccisione del padre da parte dei sostenitori di Mario, Crasso si era rifugiato in Spagna. Fu in quest’occasione che, come abbiamo ricordato, uno dei clienti della sua famiglia lo nascose in una grotta, procurandogli, oltre al cibo necessario per sostentarlo, anche la compagnia di giovani schiave. Più tardi si unì a Silla e il suo apporto risultò decisivo per la vittoria nella battaglia di Porta Collina, svoltasi alle porte di Roma nell’82 a.C. Da quel momento, Crasso iniziò a nutrire un risentimento nei confronti del dittatore, perché riteneva che non avesse adeguatamente riconosciuto i suoi meriti. In ogni caso, sotto molti altri aspetti, trasse enormi vantaggi dal regime sillano, arricchendosi a dismisura con l’acquisto, a prezzo vile, delle proprietà confiscate alle vittime delle proscrizioni. Era un affarista astuto e privo di scrupoli, e fu così che divenne uno degli uomini più ricchi di tutta Roma. Anche dal punto di vista militare non era da meno, e lo dimostrò il modo in cui condusse la campagna contro gli schiavi. Per ristabilire la disciplina tra le truppe, che erano allo sbando dopo le disfatte subite, ordinò la decimazione di varie unità: un soldato su dieci, scelto a caso, venne ucciso a bastonate dai suoi compagni. I soldati subirono poi anche l’umiliazione simbolica di mangiare orzo anziché grano e furono costretti a sistemare le loro tende fuori dal recinto dell’accampamento. Per bloccare gli schiavi nell’estremità meridionale della penisola, Crasso ordinò la costruzione di un enorme muro, al fine di intrappolarli. Spartaco riuscì però a forzare il blocco, dimostrando, ancora una volta, la sua straordinaria abilità e il carisma che gli avevano permesso di trasformare un’orda di schiavi in fuga in un esercito efficiente. I Romani inseguirono gli schiavi finché non riuscirono ad annientarli. Crasso ordinò la crocifissione di seimila prigionieri a intervalli regolari lungo tutta la Via Appia, da Roma a Capua. Non venne neppure presa in considerazione la possibilità di strangolarli prima del supplizio, come gesto di «clemenza». La ribellione di Spartaco aveva terrorizzato i Romani e il raccapricciante spettacolo doveva servire da monito a tutti gli schiavi, per dissuaderli dalla follia di un’ulteriore ribellione27.
Sappiamo talmente poco del periodo di Cesare come tribuno militare da non poter dire se realmente prese parte alla guerra servile e, se vi partecipò, che ruolo svolse. Molti anni più tardi, quando condusse le legioni a combattere per la prima volta contro le tribù germaniche, incoraggiò i suoi soldati ricordando che tra gli schiavi sconfitti c’erano molti Germani, ma non è chiaro se abbia ricoperto un ruolo in quel conflitto. In ogni caso, non si può escludere che vi abbia preso parte, giacché molto raramente i Commentarii si soffermano su dettagli autobiografici. In definitiva, è assai probabile che abbia partecipato alla guerra e che, pur svolgendo diligentemente il suo compito, come era solito fare, in quella circostanza non abbia fatto nulla di così eclatante da meritare di essere ricordato nelle fonti. Sappiamo che parlò in favore di una proposta di legge che intendeva restituire ai tribuni della plebe, almeno in parte, i poteri di cui erano stati privati dalle riforme sillane. Gran parte dell’elettorato accolse quest’idea con entusiasmo, ed è probabile che Cesare desiderasse accrescere la sua popolarità sposando questa causa. Prese di posizione di tal genere erano dettate da ragioni di opportunismo e, come tali, erano utili per la carriera politica; non devono perciò intendersi come segnali di ostilità nei confronti del regime sillano o verso un senato ancora composto, in gran parte, da sostenitori del defunto dittatore. Il parente di Cesare, Gaio Aurelio Cotta, durante l’anno del suo consolato, nel 75 a.C., aveva presentato un progetto di legge che permetteva agli ex-tribuni della plebe di candidarsi ad altre magistrature, per evitare che l’elezione al tribunato determinasse la fine della carriera politica come aveva voluto Silla28.
L’ipotesi che a quell’epoca Cesare godesse già del sostegno di Crasso è interessante. Crasso era estremamente abile nell’investire le sue ricchezze per aumentare la propria influenza politica, appoggiando i giovani privi di mezzi per realizzare le loro ambizioni. Nel decennio successivo, Cesare ricevette certamente importanti finanziamenti da parte di Crasso, ed è possibile che fosse già accaduto in precedenza. Tuttavia, con questo non si vuole sopravvalutare l’importanza di Cesare a quell’epoca: in ogni caso, si sarebbe trattato solo di uno dei tanti senatori finanziati da Crasso, e certo pochi avrebbero potuto immaginare i suoi futuri successi. Era stravagante, talentuoso – lo aveva dimostrato durante il servizio di leva e nell’attività forense – e aveva il dono di sapersi mettere in mostra, importante per attirare l’elettorato; persino l’aura di scandalo che lo avvolgeva aveva fatto in modo che il suo nome diventasse più noto. Tutte queste doti erano utili a chi aspirava a una brillante carriera nella vita pubblica, ma anche molti dei rivali di Cesare le possedevano, in misura maggiore o minore. Inoltre, non erano doti che, di per sé, assicuravano il successo. Il talento personale attirava sicuramente l’elettorato, ma non era né il fattore unico, né quello decisivo. Nonostante si vestisse in modo diverso dagli altri e ostentasse una smisurata fiducia in se stesso, la carriera di Cesare, fino a quel momento, era stata del tutto convenzionale. Le sue imprese personali contro i pirati e gli invasori del Ponto erano state eccezionali, ma si trattava pur sempre di azioni di un cittadino privato cosciente dei propri doveri. Quel che più conta, però, è che avevano avuto un buon esito. Erano state un ottimo esempio di virtus, qualità che l’aristocrazia romana poneva al vertice della sua scala di valori. Cesare era considerato una promessa futura – lo dimostra la sua ammissione al pontificato –, non un rivoluzionario. Restava ancora da vedere se sarebbe riuscito a far carriera in politica, compensando con il talento i suoi modesti mezzi e gli scarsi risultati ottenuti dai suoi antenati.