«Cesare […] si prodigava nello spendere, e alcuni pensarono che avrebbe conquistato solo una fama breve ed effimera a un prezzo altissimo, mentre in realtà stava acquistando cose di enorme valore a un prezzo vile […]. In questo modo il popolo divenne talmente ben disposto nei suoi confronti, che tutti cercavano per lui nuovi incarichi e onori per ripagare la sua generosità».
plutarco, inizio del II secolo d.C.1
Nel 70 a.C. Cesare aveva trent’anni. La sua educazione era eccellente, persino rispetto agli standard dell’aristocrazia romana dell’epoca. Era un oratore di talento e un soldato di valore. Nella sfera privata, la sua vita proseguiva altrettanto bene. Era sposato con Cornelia da quindici anni, ma la coppia ne aveva trascorso separatamente almeno cinque, durante i quali Cesare si era assentato per il servizio militare e il periodo di studi a Rodi. Si trattava comunque di un matrimonio di successo, in base alla mentalità del tempo, e non è da escludere che la loro unione fosse anche felice. Cornelia diede alla luce una figlia che, ovviamente, prese il nome di Giulia. Fu l’unica discendente legittima di Cesare ma, nonostante la sua importanza, non conosciamo l’anno esatto in cui nacque. Si ritiene che la sua nascita vada collocata in un periodo compreso tra l’83 e il 76 a.C., più probabilmente verso la fine di questo arco di tempo. Giulia si sposò nel 59 a.C., quando doveva avere un’età compresa tra i quindici e i vent’anni. Se si tiene conto dei periodi in cui Cesare si assentò in terra straniera, è assai probabile che venne concepita tra il 78 a.C., l’anno del suo ritorno dall’Oriente, e il 75 a.C., quando lasciò di nuovo Roma2.
Cesare trattò Cornelia sempre con grande rispetto, come dimostrò anche nel famoso caso in cui disattese l’ordine di Silla di divorziare dalla moglie. Secondo la tradizione romana, le mogli dovevano essere onorate, ma non necessariamente amate con passione dai loro mariti, perché un sentimento di tal genere era considerato irrazionale, se non disdicevole. Il letto coniugale era il luogo deputato a procreare la generazione che avrebbe portato il nome della stirpe, mentre il piacere fine a se stesso doveva essere ricercato altrove. Questo non vuol dire che nessuna coppia si amasse – anzi, è probabile che la maggior parte lo fosse – o che non avesse una normale vita sessuale, ma soltanto che, in base ai principi della società aristocratica romana, questo aspetto non era considerato importante all’interno del matrimonio. Era comunemente accettato che gli uomini aristocratici appagassero i loro istinti sessuali fuori dal matrimonio, e che le mogli non fossero tenute ad assecondare i desideri più sfrenati dei mariti. Ciò valeva ancora di più per i giovani, che i Romani chiamavano adulescentes. La radice comune con la parola «adolescente» non deve trarci in inganno: i Romani usavano questo termine per riferirsi a un uomo non ancora completamente maturo, la cui età poteva arrivare fin quasi a quarant’anni. A questi «giovani» era consentita una libertà di comportamento preclusa a quelli che avevano raggiunto l’età adulta; da questi ultimi, come rappresentanti della repubblica, ci si aspettava un atteggiamento più responsabile. In ogni caso, il comportamento di chi appagava con discrezione i propri piaceri in compagnia di schiave o prostitute raramente era oggetto di critiche3.
Molti giovani aristocratici continuavano a mantenere delle amanti anche dopo il matrimonio. Esistevano alcune prostitute di alto livello che possedevano case, appartamenti, servi e ricchezze messe a loro disposizione dagli amanti. Queste donne di solito erano colte, intelligenti e affascinanti, oppure abili nell’arte del canto e della danza, o capaci di suonare strumenti musicali. Potevano perciò offrire al loro amante, oltre al piacere sessuale, anche una piacevole compagnia. Le relazioni con le prostitute di solito erano brevi e quelle di maggior successo passavano da un protettore all’altro. Ciò rendeva il rapporto con loro più intrigante, perché l’uomo, dopo aver conquistato i favori della donna, doveva dedicarle continue attenzioni e farle spesso dei doni, se voleva continuare ad avere rapporti con lei. I giovani senatori non erano i soli a intrattenere questo tipo di relazioni. Le più famose spesso frequentavano gli uomini più importanti di Roma. La natura del legame permetteva alla prostituta, in alcune occasioni, di acquistare una notevole influenza. Si diceva che, nel 74 a.C., il console Lucio Licinio Lucullo avesse ottenuto il comando di un’importante provincia ingraziandosi con doni e lusinghe Precia, l’amante di un potente senatore. Il protettore di Precia, Publio Cornelio Cetego, rappresenta un ottimo esempio di come un uomo senza alcun incarico pubblico, ma con una grande auctoritas, potesse influenzare, seppure temporaneamente, l’intero senato grazie alla perfetta conoscenza delle sue procedure. Le concubine potevano anche influire sulla politica in altri modi, come accadde nel caso della famosa Flora. Per un certo periodo, il giovane Pompeo fu profondamente innamorato di lei. Si dice che la prostituta, quando era già avanti negli anni, si lamentò dei loro incontri perché lui le lasciava sempre dei graffi sulla schiena. Comunque sia, quando Pompeo scoprì che Gemino, un suo amico, aveva ripetutamente cercato di sedurre Flora, gliela cedette volontariamente; in questo modo, l’amico avrebbe contratto un debito nei suoi confronti, diventando un utile alleato politico. Da quel momento in poi, Pompeo non fece più visita a Flora. Fu un grande sacrificio, considerato quanto fosse attratto dalla donna. Anche Flora era innamorata di Pompeo, e disse di aver attraversato un brutto periodo dopo la fine del loro rapporto. In generale, la posizione delle concubine era piuttosto precaria. Anche se alcune di loro riuscivano talvolta a conquistare una certa influenza, non godevano di alcun diritto dal punto di vista giuridico e il loro successo durava solo fino a quando riuscivano a conservare l’affetto dei loro protettori4.
In generale, l’affetto degli aristocratici per schiave e prostitute era considerato accettabile, perché tali relazioni non costituivano affatto una minaccia per l’ordine sociale o l’integrità della famiglia. La maggioranza delle prostitute proveniva dai ceti più umili e, in molti casi, si trattava di prostitute che avevano saputo farsi strada. Altre erano schiave o liberte che avevano lavorato come artiste nel mondo dello spettacolo. Circa verso la metà degli anni Quaranta del I secolo a.C., Marco Antonio si innamorò perdutamente della ballerina e mima Citeride, una schiava che, dopo essere stata affrancata dal suo padrone, aveva preso il nome di Volumnia. Antonio si mostrava in pubblico con lei e le offriva un posto d’onore durante le cene, suscitando il disgusto di Cicerone. La stessa donna, più tardi, fu l’amante di Bruto, l’assassino di Cesare, e di altri importanti senatori. I figli nati dall’unione tra un aristocratico e la sua concubina erano illegittimi, pertanto non potevano assumere il nome del padre, né avevano alcun diritto al mantenimento, mentre, se si trattava di bambini nati da schiave, entravano a far parte della proprietà del padrone. I costumi dell’epoca non permettevano invece alle mogli aristocratiche di godere della stessa libertà dei loro mariti, poiché era di fondamentale importanza che non ci fosse nessun dubbio sulla paternità della prole. La castità, intesa come perenne e assoluta fedeltà al marito, era una delle principali qualità della matrona ideale. In epoca più antica, le donne erano sottoposte, per tutta la vita, prima alla potestà paterna e poi a quella del marito – erano letteralmente «nelle loro mani» (sub manu) – e ciò conferiva all’uomo un potere tale da poter decidere anche, in taluni casi, di giustiziare la figlia o la moglie. Nel I secolo a.C. questo tipo di vincolo, più rigidamente tradizionale, in base al quale il marito acquistava sulla moglie tutti i diritti del padre, era ormai quasi scomparso. I matrimoni erano diventati più flessibili e i divorzi frequenti, ma ci si aspettava ancora che la moglie restasse sempre fedele al marito, anche nel caso in cui lui avesse altre amanti5.
È possibile che anche Cesare, tra i venti e i trent’anni, abbia frequentato prostitute, schiave o altre donne compiacenti. Le fonti non ne fanno esplicita menzione, dal momento che si trattava di un comportamento talmente comune da non essere considerato degno di nota. Svetonio racconta che Cesare pagava somme molto alte, talvolta esorbitanti, per comprare schiave fisicamente attraenti, aggiungendo che lui stesso si vergognava di spese così ingenti, e ometteva di annotarle nel suo libro contabile. Nulla, però, viene detto riguardo all’uso che faceva di tali schiave, se cioè esse fossero puramente «ornamentali» o destinate anche a soddisfare i desideri del padrone. Svetonio sostiene che «tutti concordano» nell’affermare che Cesare «era incline alla sensualità e assai generoso nei suoi amori» e che «sedusse moltissime donne di nobile nascita». In particolare, lo storico ne nomina cinque, tutte mogli di importanti senatori, ma sottintende che ce ne fossero altre. Una delle donne menzionate è Tertulla, la moglie di Crasso, sotto il cui comando Cesare aveva militato durante la guerra contro Spartaco. Tertulla aveva precedentemente sposato uno dei fratelli maggiori di Crasso ma, dopo che il marito fu assassinato durante la guerra civile, Crasso aveva deciso di prendere in moglie la vedova del fratello. Tertulla aveva probabilmente qualche anno in più di Cesare, e la sua unione con Crasso funzionava bene, secondo i parametri della nobiltà romana, dal momento che la coppia aveva generato dei figli. Non conosciamo le circostanze in cui i due si conobbero, né per quanto tempo durò la relazione; le fonti, di solito, non riportano dettagli su questi aspetti della vita di Cesare. Non sappiamo nemmeno se Crasso venne a conoscenza della loro relazione, anche se la notorietà delle avventure amorose di Cesare lo rende plausibile. Quel che è certo è che Crasso non adottò ritorsioni contro l’amante di sua moglie, e continuò a considerare Cesare uno dei suoi alleati politici6.
Cesare ebbe numerose avventure con donne sposate. In genere, sembra fossero tutte di breve durata. L’eccezione alla regola fu la relazione con Servilia che, a quanto pare, durò quasi per tutta la sua vita. Svetonio racconta che «la amò in modo particolare». Il primo marito di Servilia fu Marco Giunio Bruto, che aveva appoggiato la marcia su Roma di Lepido nel 78 a.C., ed era stato giustiziato dopo il fallimento della rivolta. Prima di rimanere vedova, nell’85 a.C. aveva avuto un figlio dal marito, cui era stato dato il nome del padre, Marco Giunio Bruto. Sarà proprio lui, che nella tragedia di Shakespeare è definito «il più nobile dei Romani», uno dei leader della cospirazione che sfocerà nell’assassinio di Cesare. Ma l’ironia della sorte non finisce qui. Servilia era anche la sorellastra di Catone il Giovane, uno dei più accaniti oppositori di Cesare per un intero ventennio. Cesare provava un sincero affetto per Bruto, che non venne meno neppure quando quest’ultimo si schierò contro di lui nei combattimenti del 49-48 a.C. Questo profondo legame alimentò le voci secondo cui era Cesare il vero padre di Bruto. Secondo Plutarco, egli stesso era convinto che fosse suo figlio. Ma, dato che Cesare aveva solo quindici anni quando nacque Bruto, si tratta certamente di una leggenda. L’esistenza di questa diceria suggerisce però che il legame tra Cesare e Servilia dovette iniziare assai presto, probabilmente già negli anni Settanta del I secolo a.C., e che si protrasse a lungo, nonostante il secondo matrimonio di Servilia e le avventure di Cesare con altre amanti. Fu una relazione passionale e stabile, anche se la sua intensità variò nel corso degli anni. Tutto lascia supporre che tra i due ci fosse molto più che una mera attrazione fisica. Servilia era una donna estremamente intelligente e molto interessata alla politica, che appoggiò la carriera del marito e del figlio e che fece sposare le sue tre figlie con importanti senatori. Dopo la morte di Cesare, prese parte al consiglio convocato da Bruto per decidere quali sarebbero state le mosse successive dei cospiratori, e la sua opinione prevalse su quella di illustri senatori, incluso Cicerone. Quest’ultimo fu indignato dal fatto che una donna avesse osato invadere il mondo della politica, riservato agli uomini. In altre occasioni, però, l’oratore non aveva esitato a consultarla su questioni considerate più pertinenti alla sfera femminile, come quando le aveva chiesto di aiutarlo a trovare un buon partito per sua figlia Tullia. Quando quest’ultima morì di parto, Servilia scrisse una lettera di condoglianze a Cicerone, devastato dalla perdita. Servilia, essendo una donna, non poteva ricoprire alcuna carica, né detenere formalmente alcun potere, ma fu molto abile a mantenere contatti e stringere rapporti di amicizia con le famiglie più influenti di Roma7.
Cesare e Servilia avevano in comune intelligenza, cultura, raffinatezza. Entrambi erano interessati alla politica, ma le ambizioni di lei erano indirette, considerato che poteva aspirare a conquistare posizioni di prestigio solo per gli uomini della famiglia e non per se stessa. I due erano simili sotto molti aspetti e fu certamente per questo che il loro rapporto si protrasse così a lungo. La durata stessa della relazione lascia pensare che Cesare amò Servilia più di ogni altra donna. A parte Cesare, sembra che Servilia fu fedele al suo secondo marito, Decimo Giunio Silano, a differenza di sua sorella – ovviamente si chiamava anche lei Servilia –, che a causa delle sue frequenti avventure extraconiugali dovette accettare il divorzio dal marito. Cesare, invece, era un incorreggibile seduttore di donne sposate. Se provò mai una forte passione per qualcuna di loro, dovette trattarsi di un sentimento breve, o comunque non esclusivo. Il numero di avventure di Cesare lo rese un caso unico, persino nella società romana dell’epoca in cui abbondavano adulteri e libertini. È importante cercare di comprendere perché Cesare si comportasse in modo così spregiudicato. La risposta più ovvia, ossia che gli piacesse fare sesso con molte donne attraenti, non dovrebbe essere scartata, trattandosi di una motivazione comprensibile e naturale. Tuttavia, non poteva essere l’unica ragione, dato che avrebbe potuto ugualmente divertirsi in modo meno pericoloso, scegliendo schiave o amanti di ceti sociali più umili. Inoltre, le prostitute più famose, oltre ad appagare il piacere fisico, offrivano anche una compagnia stimolante dal punto di vista intellettuale. Sedurre le mogli di illustri senatori comportava invece molti rischi, non ultimo quello di una cattiva reputazione, e poteva anche trasformarsi in un’arma che i suoi rivali politici avrebbero potuto usare contro di lui. Benché a quell’epoca la legge lo proibisse, la tradizione consentiva al marito che sorprendeva un amante a letto con la moglie di ucciderlo. Vendette del genere erano poco frequenti, ma un marito cornuto poteva sempre diventare un acerrimo nemico in politica8.
Non è da escludere che fossero proprio i rischi connessi a questo tipo di avventure a renderle più trasgressive e interessanti. Si potrebbe anche interpretare il libertinaggio di Cesare da un punto di vista politico: conquistando le mogli di altri senatori, dimostrava la sua superiorità anche in camera da letto, oltre che nel Foro. C’era pure, forse, la volontà di far dimenticare la sua storia con Nicomede, diventando famoso per le sue spericolate avventure così palesemente eterosessuali? In realtà nessuno di questi motivi sembra sufficiente a spiegare perché Cesare cercasse matrone appartenenti a famiglie aristocratiche di spicco per soddisfare i suoi piaceri. Donne di questo tipo erano inevitabilmente sposate, poiché le figlie dei senatori erano delle pedine importanti per creare o rafforzare legami politici. Le ragazze si sposavano giovanissime, mentre quelle che divorziavano o restavano vedove, se erano ancora giovani o di mezza età, venivano prontamente destinate a una nuova unione. Generalmente, solo alle donne in età matura e con figli veniva permesso di restare vedove senza risposarsi, come accadde ad Aurelia e a Servilia dopo la morte del secondo marito. In sostanza, tra le aristocratiche di Roma, non esistevano donne libere che Cesare potesse scegliere come amanti. D’altro canto, la natura stessa della vita pubblica romana, che portava i senatori a svolgere spesso incarichi in terre lontane assentandosi per anni, permetteva alle mogli di vivere da sole per lunghi periodi.
Le donne aristocratiche godevano di una notevole libertà nella Roma del I secolo a.C. Molte di esse possedevano ingenti fortune indipendentemente dai mariti, inclusa la dote che portavano al momento del matrimonio, che restava sempre separata dalle proprietà del marito. Come abbiamo visto, le ragazze ricevevano, nei primi anni di vita, la stessa istruzione impartita ai maschi. Pertanto studiavano la lingua greca e imparavano ad apprezzarne la letteratura e la cultura. A differenza dei loro fratelli, però, raramente avevano l’opportunità di recarsi in viaggio nei grandi centri di cultura greca per perfezionare le proprie conoscenze. Tale svantaggio era attutito dal fatto che molti grandi studiosi e filosofi soggiornavano a Roma per lunghi periodi, ed esistevano scuole che offrivano una vasta gamma di insegnamenti in molte discipline. Il ritratto che ci presenta Sallustio della moglie di un senatore è illuminante:
Fra di loro c’era Sempronia, che aveva più volte compiuto azioni temerarie degne di un uomo. La fortuna l’aveva molto favorita: nobiltà, bellezza, matrimonio, figli. Era colta in lettere greche e latine, suonava la cetra, danzava con più grazia di quanto si addica a una donna virtuosa, ed era esperta di molte altre arti che sanno suscitare i piaceri. Giudicava importante ogni cosa, eccetto il decoro e il pudore, e nessuno era in grado di dire se si curasse di meno del denaro o della reputazione; era lasciva al punto da cercare gli uomini più spesso di quanto fosse cercata […]. In passato, aveva spesso tradito la parola data, negato un debito con falsi giuramenti ed era stata complice di omicidi; la vita lussuosa e la mancanza di mezzi l’avevano condotta alla rovina. Tuttavia, era una donna fuori dall’ordinario: sapeva comporre versi, essere divertente, conversare in modo riservato, insinuante o sfrontato; aveva molto spirito e un grande fascino9.
Sempronia era sposata con Decimo Giunio Bruto, un cugino del primo marito di Servilia. Suo figlio fu uno dei giovani ufficiali di Cesare in Gallia e durante la guerra civile, ma più tardi gli volse le spalle e partecipò alla cospirazione ordita contro di lui. Senza dubbio, Cesare la conosceva, ma non sappiamo se era uno degli uomini che cercavano i suoi favori o uno di quelli corteggiati da lei. Sallustio descrive Sempronia utilizzando termini che enfatizzano la sua condotta scandalosa e la sua sregolatezza, eppure ammette anche che possedeva qualità che non erano giudicate negativamente. Plutarco descrisse con ammirazione un’altra aristocratica che era rimasta vedova da giovane e si era risposata:
Questa ragazza, oltre alla bellezza, possedeva molte qualità che la rendevano attraente: era molto versata nelle lettere, nel suonare la lira e nella geometria, ed era capace di trarre profitto dalle lezioni dei filosofi. Tali pregi si univano a un carattere privo degli svantaggi e delle affettazioni che tali conoscenze intellettuali spesso provocano nell’indole femminile10.
Raffinatezza, cultura e intelligenza, e anche abilità nella musica o nella danza non erano viste, in se stesse, come qualità negative per una donna, a condizione che si accompagnassero alla castità, intesa come fedeltà al marito. All’epoca di Cesare, poche donne possedevano ancora tale virtù. A livello generazionale, erano più istruite delle loro madri, e certamente lo erano molto più delle loro antenate, ma il loro ruolo restava sempre confinato all’interno delle mura domestiche. Venivano date in moglie poco più che bambine, e in seguito passavano da un marito all’altro nel caso di morte del coniuge o se lo imponeva un cambio di alleanze politiche della famiglia. In condizioni simili, solo le più fortunate potevano sperare di avere una vita felice e soddisfacente. Prive del diritto di voto ed escluse dalle cariche pubbliche, le donne come Servilia potevano interessarsi di politica solo per favorire la carriera degli uomini di famiglia. Economicamente indipendenti in una Roma nella quale confluivano tutte le ricchezze dell’Impero, molte gareggiavano nell’ostentare lo stile di vita più lussuoso e alcune mantenevano uno o diversi amanti.
È probabile che Cesare cercasse nelle sue amanti una complicità intellettuale e la possibilità di conversazioni stimolanti. Forse alcune delle prostitute più sofisticate erano in grado di offrirgli questo genere di compagnia, ma poche di loro potevano competere con le matrone delle famiglie più altolocate di Roma. Le sue relazioni non lo gratificavano solo dal punto di vista sessuale, ma gli offrivano anche degli stimoli intellettuali, che, oltre a quelli già menzionati – l’eccitazione del rischio che comportava un’avventura con una donna sposata e il piacere che tradissero uomini che incontrava ogni giorno e che erano in competizione con lui nella vita pubblica –, rendevano il tutto più divertente. Le donne che amò furono sedotte dal suo fascino, cui poche potevano resistere quando si trovavano in sua compagnia. Cesare non era il genere di uomo che passava inosservato: si vestiva in modo diverso dagli altri, lanciava mode copiate dai più giovani, curava con estrema attenzione il proprio aspetto e il portamento. Ricevere attenzioni da lui era lusinghiero e, data la fama delle sue conquiste amorose, anche molto intrigante. Quali che fossero le sue motivazioni personali, il successo che ebbe con tante donne lo rese un celebre seduttore. Il desiderio di passare da un’avventura all’altra rifletteva, in parte, l’esuberanza e l’ambizione che caratterizzavano ogni aspetto della sua vita. Non è da escludere che cercasse una donna in grado di mantenere vivo a lungo il suo interesse. Servilia, che gli somigliava sotto molti aspetti, si avvicinava al suo tipo ideale più di ogni altra donna romana. Tuttavia, nonostante si trattasse di una passione corrisposta, entrambi mantennero un certo grado di distacco e di indipendenza reciproci. È possibile che Servilia fosse addolorata per la morte del suo amante dopo le idi di marzo, ma ciò non le impedì, subito dopo, di appoggiare la causa del figlio. Allo stesso modo, la passione e l’entusiasmo di Cesare nei confronti di una donna non interferirono mai con le sue ambizioni politiche e sociali. È anche probabile che alcune delle storie che si raccontavano su di lui fossero false. Dopo che acquisì la fama di seduttore, forse bastava vederlo in compagnia di una donna per far nascere pettegolezzi su una sua nuova avventura.
Gli anni successivi alla morte di Silla furono un’epoca di successi per Cesare, che riuscì a entrare, per gradi, nella vita pubblica. Nonostante in passato avesse suscitato l’ira del dittatore, fu riaccolto nell’ovile, per cui non ritenne conveniente unirsi a quelli che continuavano a combattere contro il regime instaurato da Silla. Non si alleò a Lepido nella rivolta del 78 a.C., né sembra che abbia mai avuto intenzione di recarsi in Spagna, dove molti dei sostenitori di Mario e Cinna continuavano a combattere la guerra civile. I ribelli erano guidati da Quinto Sertorio, probabilmente uno dei più grandi generali della storia di Roma, che con la sua astuzia convinse le tribù della Spagna a unirsi alla sua causa, riuscendo così a resistere agli eserciti inviati dal senato per quasi un decennio. Sertorio e i suoi seguaci erano fuggiti in esilio al tempo delle proscrizioni, e i decreti di Silla li avevano banditi a vita da Roma e dalla vita politica. In sostanza, continuare a combattere era la loro unica alternativa, anche se Sertorio in varie occasioni espresse il profondo desiderio di tornare a casa, anche come privato cittadino. Nonostante l’attrito con Silla, i legami familiari di Cesare lo avevano salvato dalla sorte toccata agli altri oppositori, e non era stato bandito dalla vita politica. Perciò non aveva motivo di unirsi ai ribelli nel loro disperato tentativo di opporsi allo stato11.
In quegli anni, l’eredità di Silla pesava ancora sulla repubblica. Il senato, epurato da tutti gli oppositori che non si erano sottomessi prontamente al regime, era stato plasmato dal dittatore, che lo aveva riempito di suoi sostenitori. Silla aveva comunque rafforzato la posizione del senato, restaurando il monopolio dei senatori su tribunali e giurie e limitando drasticamente i poteri del tribunato della plebe. Aveva inoltre apportato ulteriori modifiche all’apparato statale, introducendo, per esempio, una legge che limitava i poteri dei governatori delle province, con l’intento di impedire che altri generali, seguendo il suo stesso esempio, usassero le loro legioni contro lo stato. È evidente che una legge di questo tipo non sarebbe stata un deterrente efficace, come dimostravano la guerra in Spagna e la ribellione di Lepido. Silla non poteva cancellare i precedenti da lui stesso creati, né le conseguenze delle sue azioni. L’Italia era ancora stravolta dalle conseguenze della guerra sociale e di quella civile. Molte aree erano state devastate dagli scontri, mentre agli Italici che avevano ottenuto la cittadinanza non era stata ancora garantita una completa ed equa integrazione all’interno delle istituzioni. Estese porzioni di territorio erano state confiscate ai contadini per ricompensare i veterani di Silla. I problemi che affliggevano la penisola erano ulteriormente peggiorati a causa dei saccheggi compiuti dall’esercito di schiavi guidato da Spartaco12.
Il senato di Silla non aveva affrontato adeguatamente le crisi successive al ritiro del dittatore. Durante la rivolta degli schiavi, gli eserciti condotti dai magistrati eletti dal senato erano stati affrontati e annientati uno dopo l’altro dal nemico e furono necessarie misure straordinarie per poter ottenere una vittoria definitiva. I due consoli che avevano abbandonato il comando furono sostituiti da Crasso, che era stato eletto alla pretura, una magistratura di rango inferiore. La decisione di affidare a un pretore il comando dell’esercito era insolita e senza precedenti, ma fu nulla, se paragonata alle circostanze del tutto anomale che determinarono la rapida ascesa di Gneo Pompeo. Figlio di Pompeo Strabone, Pompeo nacque nel 106 a.C. Durante la guerra sociale aveva combattuto agli ordini del padre; dopo la morte di quest’ultimo, aveva trascorso del tempo nell’accampamento di Cinna, che lo aveva trattato con molta freddezza e perciò, più tardi, aveva deciso di ritirarsi nel Piceno, dove la sua famiglia possedeva vaste tenute. Nell’83 a.C., quando Silla sbarcò in Italia, Pompeo decise di allearsi a lui, unendosi alle file, sempre più numerose, di coloro che non erano più nelle grazie di Mario e Cinna, o che immaginavano quale sarebbe stato l’esito della guerra. Tuttavia, a differenza di molti altri che si rifugiarono presso Silla, Pompeo, allora ventitreenne, non andò a supplicare la protezione del futuro dittatore, ma si presentò come un utile alleato. Utilizzando le proprie risorse finanziarie, reclutò tra la popolazione del Piceno una prima legione di soldati, e riuscì poi a formarne altre due. Si trattava di un’azione illegale, dato che Pompeo era un semplice cittadino privato, non rivestiva alcuna carica pubblica e perciò non deteneva l’imperium, e con esso il diritto di reclutare e comandare truppe. In realtà, non era neppure membro del senato ma, grazie alla ricchezza e all’influenza della famiglia e alla sua forte personalità, riuscì ad aggirare questi ostacoli. A differenza del padre, che era stato uno degli uomini più impopolari della sua generazione, i suoi soldati lo adoravano e non sembra nutrissero remore sul fatto che Pompeo non fosse legalmente autorizzato a comandare un esercito. Durante la marcia verso sud per raggiungere Silla, il giovane generale e il suo esercito privato dimostrarono di saper combattere con destrezza e ferocia.
Silla non si fece alcuno scrupolo nel servirsi dell’esercito di Pompeo e lo inviò a combattere prima in Italia, poi in Sicilia e in Africa. In tutte queste battaglie, il giovane e audace comandante sconfisse gli avversari senza difficoltà. Silla, forse ironicamente – ma, data la complessità del personaggio, è difficile stabilirlo – lo soprannominò Pompeo Magno (Magnus) e gli permise di celebrare un trionfo, onore senza precedenti per un uomo privo di imperium legalmente conferito. In quegli anni, oltre alla gloria, Pompeo si guadagnò anche la fama di essere crudele. Si diceva che provasse un gusto sadico nel giustiziare gli illustri senatori che catturava. Alcuni lo definirono non «Magno», ma «il giovane carnefice». A differenza di Cesare, eseguì gli ordini di Silla, e divorziò da sua moglie per sposare la figliastra del dittatore. Questa, che all’epoca era già sposata e in stato di avanzata gravidanza, morì subito dopo il matrimonio. Si trattò, comunque, di una dimostrazione del favore di cui godeva presso il nuovo regime. Nonostante tutti gli onori che Silla gli aveva concesso, Pompeo non entrò a far parte del senato e rimase un cittadino privato a capo di un esercito personale. Comunque, era molto interessato alla politica e appoggiò la campagna di Lepido per il consolato nell’88 a.C., contribuendo in modo determinante alla sua vittoria. Tuttavia, quando Lepido sfidò il senato, Pompeo prese subito le distanze. Di fronte alla prospettiva di una nuova ribellione, non potendo contare su forze sufficienti per stroncarla, il senato si appellò a Pompeo e alle sue legioni. Agendo con la stessa risolutezza che aveva dimostrato nelle precedenti campagne, il giovane generale, che allora aveva ventott’anni, annientò rapidamente Lepido e le sue truppe. Anche in quest’occasione si mostrò spietato, soprattutto per l’esecuzione di Marco Bruto, il primo marito di Servilia13.
Dopo questo nuovo successo, Pompeo chiese al senato il permesso di essere inviato in Spagna a combattere contro Sertorio, unendosi all’esercito romano che si trovava già lì sotto il comando del governatore legalmente designato. La sua richiesta fu accolta favorevolmente, anche a causa della ritrosia del console eletto quell’anno (77 a.C.) a recarsi in quella regione. In quest’occasione Pompeo fu formalmente investito dell’imperium proconsolare, che rendeva legittimo il suo comando. Uno dei senatori che lo appoggiava, scherzando, disse che partiva non come proconsole, ma pro consolibus, «in vece dei consoli». In Spagna, Sertorio si rivelò un nemico molto più difficile del previsto. Per la prima volta Pompeo subì alcune sconfitte. Fu un’esperienza umiliante per il giovane generale, così abituato al successo, ma Pompeo imparò presto dagli errori. Non si lasciò intimidire, ma non sottovalutò più il nemico. La guerra in Spagna fu lunga e cruenta ma, con il passare degli anni, Pompeo e l’esercito della repubblica riuscirono a guadagnare terreno nei confronti delle forze di Mario. Tuttavia, se Sertorio non fosse stato assassinato da uno dei suoi ufficiali nel 72 a.C., la guerra avrebbe potuto proseguire ancora per diversi anni. Dopo che il valoroso generale fu sostituito dal suo assassino, un uomo ambizioso ma privo di talento, la guerra terminò in pochi mesi. L’anno seguente, Pompeo tornò in Italia e, durante il suo rientro, intercettò e annientò alcune migliaia di schiavi che erano riusciti a fuggire dopo la sconfitta di Spartaco. Pompeo strumentalizzò subito questo piccolo successo, rivendicando pubblicamente che spettava a lui, e non Crasso, il merito della vittoria definitiva nella guerra contro gli schiavi.
L’inimicizia tra Pompeo e Crasso risaliva all’epoca della guerra civile, durante la quale entrambi avevano combattuto per Silla. Già allora Crasso aveva mal digerito tutti gli onori e le attenzioni tributate al giovane rampante, che aveva sei o sette anni meno di lui; questa volta fu comprensibilmente risentito da quel tentativo di sottrargli il merito della vittoria contro Spartaco. L’episodio mette in luce anche una certa meschinità di Pompeo, che in più occasioni tentò di attribuirsi il merito di successi altrui. In realtà, quella volta non ne aveva affatto bisogno, dato che la vittoria in Spagna era considerata molto più prestigiosa della repressione di Spartaco, e che gli era stato concesso un secondo trionfo, mentre Crasso si era guadagnato un’ovazione, onore meno importante. Tuttavia Pompeo adorava essere acclamato dal senato e dalle folle, ed era invidioso di chiunque riuscisse, anche per poco, a distogliere l’attenzione del pubblico dai suoi successi. In generale, Pompeo piaceva molto al popolo. L’ovale del suo viso era considerato schietto e attraente, se non addirittura bello in senso classico. Quelli che lo conoscevano meglio erano più cauti, perché sapevano che le sue dichiarazioni pubbliche spesso non corrispondevano ai suoi veri intenti e che non era un amico sul quale si poteva fare sempre affidamento. Al contrario, Crasso era più rispettato che amato, ma era molto scrupoloso nel tener fede ai suoi impegni, e non mancava mai di restituire un favore o di esigerlo da chi era in debito verso di lui. Sotto certi aspetti, Pompeo era piuttosto immaturo e infantile. Per celebrare il suo primo trionfo, aveva deciso di attraversare Roma su un carro trainato da elefanti. Rinunciò a quella stravagante esibizione solo quando scoprì che un arco, situato lungo la Via Sacra, avrebbe impedito il passaggio del gigantesco veicolo. Pompeo adorava l’appellativo di «Magno» ed era felice di avere al suo seguito adulatori che lo paragonavano ad Alessandro Magno. A volte era subdolo, una caratteristica non negativa durante una guerra, ma meno utile nella competizione politica, di cui, peraltro, aveva pochissima esperienza. Sino ad allora aveva trascorso la maggior parte della vita impegnato in operazioni militari. Dall’età di ventuno anni era alla guida di un esercito personale, con cui agiva in modo autonomo, senza dover rendere conto a superiori. Pompeo era abituato a comandare, più che a manipolare e persuadere. A differenza degli altri giovani aristocratici, aveva passato poco tempo a osservare le attività quotidiane nel Foro e ad apprendere dai senatori più anziani il funzionamento e i meccanismi della vita pubblica. Nonostante ciò, al ritorno dalla Spagna, decise che era giunto il momento di entrare ufficialmente in politica.
Nel 71 a.C. Pompeo aveva trentacinque anni, ma non aveva mai occupato una carica elettiva ed era un semplice membro della classe equestre non ancora ammesso in senato. Decise perciò di annunciare che intendeva candidarsi al consolato per l’anno successivo. La sua candidatura era contraria alle leggi che regolavano l’accesso alle cariche pubbliche, lasciate immutate da Silla, in base alle quali, per essere eletti al consolato, era necessario aver compiuto quarantadue anni e aver già ricoperto le cariche di questore e pretore. Crasso, che in quello stesso periodo annunciò la propria candidatura, aveva l’età e i requisiti richiesti dalla legge, mentre l’intera carriera di Pompeo costituiva una violazione, dal punto di vista sia formale che sostanziale, della legislazione sillana. Entrambi erano accampati con i loro eserciti alle porte di Roma, dato che attendevano, legittimamente, di celebrare l’uno il trionfo e l’altro l’ovazione. Non ci fu nessun tipo di minaccia esplicita, ma da quando Silla aveva condotto le proprie legioni in città per combattere i suoi avversari politici serpeggiava il timore che altri potessero seguire il suo esempio. Quando Pompeo e Crasso misero da parte le loro divergenze personali per lanciare una campagna congiunta per il consolato, non incontrarono alcuna opposizione. Crasso meritava la carica per il suo successo contro gli schiavi, mentre Pompeo era considerato dal popolo un eroe. Era contrario alle regole, che un uomo estraneo al senato ambisse a diventare simultaneamente senatore e console, ma sarebbe apparso assurdo che un generale con esperienze di comando così prestigiose fosse costretto a iniziare la carriera politica dalle magistrature minori come un esordiente. Dopo che Pompeo fu esentato dal requisito dell’età e da altre qualifiche – in realtà entrambi avevano bisogno del permesso di candidarsi senza entrare in città, altrimenti avrebbero dovuto deporre l’imperium e, di conseguenza, smantellare le truppe prima della processione trionfale –, poté legalmente candidarsi e ottenne, insieme a Crasso, una vittoria schiacciante.
Silla aveva permesso a Pompeo di avere un ruolo da outsider, al di fuori delle leggi che regolavano la carriera pubblica, e il senato, negli anni successivi, non aveva potuto, o nemmeno voluto, intervenire per correggere tale anomalia. Un certo grado di flessibilità aveva sempre giocato un ruolo importante nel sistema repubblicano, specialmente in tempi di crisi militari. Gli straordinari onori e le esenzioni accordate a Pompeo erano personali, e non significavano un’abrogazione della normativa, né che altri avrebbero potuto seguire il suo esempio. In ogni caso, sia Pompeo che Crasso, prima di essere eletti, dichiararono che avrebbero modificato alcuni dei punti chiave del sistema ideato da Silla. Il loro primo atto fu quello di ripristinare i poteri tradizionali del tribunato. Il provvedimento, che fu subito accolto con molto favore dal popolo, era stato in precedenza caldeggiato anche da Cesare, durante il suo tribunato militare. Un’altra legge promulgata nel 70 a.C., senza dubbio con l’approvazione di Crasso e Pompeo, ma fortemente voluta da uno dei familiari di Aurelia, Lucio Aurelio Cotta, risolse il controverso problema della composizione dei collegi giudicanti. Da quel momento in poi, fino al crollo della repubblica, i giurati furono scelti in egual numero tra senatori, cavalieri e tribuni aerarii, la classe di proprietari che per censo veniva subito dopo gli equites. Anche in questo caso, la legge riscosse un ampio consenso, e fu considerata un ragionevole compromesso tra interessi confliggenti. Un altro problema di vecchia data fu risolto, quello stesso anno, con l’elezione di due censori. A ricoprire l’incarico furono scelti i due consoli sconfitti da Spartaco nel 72 a.C.: a quanto pare, quel fallimento non aveva compromesso la loro carriera. Fu necessario un anno intero per completare il censimento, che registrò un enorme incremento dei cittadini maschi aventi diritto al voto. L’ultimo censimento era stato effettuato, in modo incompleto, nell’85 a.C., e includeva solo 463.000 nomi. Nella nuova lista, il totale dei votanti registrati salì a 910.000, circa il doppio. Durante il loro incarico, i censori dovettero esaminare e correggere anche il registro senatorio; furono aggiunti nuovi nomi ed espulsi quelli che, per le loro azioni o la loro immoralità, si erano resi indegni di rappresentare la repubblica. Almeno sessantaquattro senatori furono puniti con l’espulsione14.
Sebbene Pompeo e Crasso avessero cooperato per il raggiungimento dei loro obiettivi comuni, come ad esempio la restaurazione dei poteri del tribunato, l’inimicizia e l’invidia tra i due non tardarono a riemergere. Pompeo aveva festeggiato l’inizio del suo mandato in modo spettacolare: lo stesso giorno in cui divenne console, entrò in senato e celebrò anche il suo trionfo. I nuovi censori, senza dubbio incoraggiati da Pompeo, decisero poi di resuscitare un’antica cerimonia, consistente in una sfilata di equites a cavallo ed equipaggiati con le loro armi, che celebrava il ruolo tradizionale della cavalleria nell’esercito. Nel mezzo della cerimonia arrivò Pompeo, preceduto, in qualità di console, da dodici littori che gli aprirono la strada tra la folla, scortandolo fino ai censori. Quando gli fu chiesto, con la formula solenne del cerimoniale, se aveva adempiuto i suoi doveri verso la repubblica, il console replicò, con voce squillante, che aveva sempre servito Roma al comando delle sue truppe, ovunque fosse stato necessario. Mentre la folla lo acclamava, i censori lo scortarono a casa. Fu una scena teatrale e di grande effetto, che, insieme al suo trionfo e alla celebrazione dei giochi che seguirono, ebbe un grande impatto dal punto di vista politico. Per Crasso era impossibile fare altrettanto. Decise quindi di dedicare un decimo delle sue ricchezze a Ercole, e organizzò un’immensa festa per il popolo, durante la quale furono allestiti diecimila tavoli con cibo e bevande; inoltre somministrò una razione di grano, sufficiente per tre mesi, ad ogni cittadino di Roma. Ercole era un grande eroe, associato alla vittoria e al trionfo. L’ultimo che aveva festeggiato il suo successo militare offrendo una festa in onore del semidio era stato Silla. Mentre ciascuno cercava di eclissare la popolarità dell’altro, i rapporti tra i due consoli divennero sempre più tesi, finché, verso la fine del consolato, in risposta all’appello di un certo Gaio Aurelio, fecero un gesto pubblico di riconciliazione. Entrambi si ritirarono poi a vita privata, dal momento che nessuno dei due desiderava abbandonare Roma per andare a governare una provincia straniera, come in genere accadeva dopo l’anno di consolato15.
Sappiamo poco dell’attività di Cesare nel 71-70 a.C. Durante il consolato di Pompeo e Crasso appoggiò un progetto di legge presentato dal tribuno Plozio (o Plauzio) che avrebbe permesso ai seguaci di Sertorio e Lepido di rientrare a Roma dall’esilio. Pronunciò un discorso in favore di questa legge, che aveva per lui anche dei risvolti personali, perché avrebbe permesso il ritorno di suo cognato, Lucio Cornelio Cinna. L’unica frase di questa orazione che ci è pervenuta è quella in cui Cesare dichiara: «Per quanto mi riguarda, ho dedicato alla nostra amicizia ogni sforzo, azione e premura». Il dovere verso la famiglia, così come verso gli amici o i clienti, era profondamente sentito dai Romani. Alcuni studiosi hanno sostenuto che Cesare, dietro le quinte, giocò un ruolo chiave nel favorire l’intesa tra Pompeo e Crasso per la candidatura congiunta al consolato. È stato inoltre ipotizzato che sia stato Cesare il vero artefice della riconciliazione tra i due, poiché Aurelio era imparentato con la famiglia di sua madre. Sebbene ciò non sia impossibile, si tratta di mere congetture, dato che nessuna delle fonti riferisce che egli abbia avuto un ruolo in queste vicende16.
Ciò che sappiamo invece con certezza è che Cesare, in questo periodo, si candidò alla questura, ed è probabile che la sua principale preoccupazione fosse quella di ottenere l’incarico. Nel 70 a.C. aveva trent’anni, l’età minima stabilita da Silla per essere eletto questore. Per un aristocratico era una questione d’orgoglio ottenere l’incarico «nel giusto anno» (suo anno), ossia non appena maturati i requisiti per l’eleggibilità. Questa circostanza, assieme ad altre, lascia supporre che Cesare fu uno dei venti questori eletti nell’autunno del 70 a.C. e che cominciò il mandato annuale all’inizio del 69 a.C. Le elezioni consolari, di regola, si tenevano alla fine di luglio, ma non esisteva una data fissa prestabilita. I giorni dell’anno in cui era permesso convocare le assemblee del popolo erano in totale centocinquanta, ma il numero poteva ridursi se venivano proclamate nuove festività o celebrati periodi di ringraziamento durante i quali ogni attività dello stato veniva sospesa. I magistrati di rango inferiore, tra cui i questori, erano eletti da un’assemblea che si riuniva subito dopo le elezioni consolari. La campagna elettorale, che talvolta iniziava anche un anno prima, diventava particolarmente agguerrita nei venti giorni che precedevano le votazioni. Durante questa fase conclusiva, i candidati, dopo essere stati formalmente autorizzati dal magistrato che iscriveva il loro nome nella lista elettorale, indossavano una toga bianca – la toga candida, da cui deriva «candidato» – per distinguersi dagli altri che si trovavano nel Foro. I candidati attraversavano la folla nel centro della città, salutando i concittadini, specialmente quelli più influenti per status o censo. Uno schiavo appositamente addestrato, detto nomenclator, accompagnava il candidato, sussurrandogli il nome di chiunque si avvicinasse, in modo che il padrone potesse salutarlo in maniera appropriata. Tutti utilizzavano gli schiavi come suggeritori, anche se, da buoni politici, cercavano di non far notare che la loro memoria dipendeva dall’ausilio dei nomenclatori. Mostrarsi in pubblico era di fondamentale importanza per il candidato, ma sotto molti altri aspetti ciò che più contava erano le persone che venivano viste con lui. Gli altri senatori che appoggiavano la sua candidatura lo accompagnavano durante i comizi, e la loro auctoritas influenzava notevolmente l’elettorato. Altre forme di propaganda meno sottili erano le scritte sui muri degli edifici in favore dell’uno o dell’altro candidato. Molte tombe che costeggiavano la principale via d’accesso alla città recavano iscrizioni che proibivano l’affissione dei messaggi di propaganda elettorale17.
I questori venivano eletti dai comitia tributa, l’assemblea composta dalle trentacinque tribù dei cittadini romani. Quando i comitia si radunavano per eleggere i magistrati e non per approvare o respingere proposte di legge, la riunione di solito si teneva nel Campo Marzio, la principale area pubblica all’aperto, destinata anche agli allenamenti. La scelta di questa zona pianeggiante che si trovava a nord-ovest, fuori dal perimetro ufficiale della città, era dovuta all’elevato afflusso di votanti, che sarebbe stato impossibile accogliere all’interno del Foro. Sembra probabile, ma non ne abbiamo la certezza, che i candidati avessero l’opportunità di rivolgersi all’assemblea prima che il magistrato che la presiedeva ordinasse: «Votate, cittadini» (Discedite, Quirites). A quel punto, i membri di ciascuna tribù entravano nella zona loro riservata all’interno dei saepta, l’area recintata destinata alle votazioni. Per votare, ogni membro della tribù doveva lasciare il proprio recinto e attraversare uno stretto passaggio sopraelevato, denominato «ponte», per arrivare al rogator, il funzionario preposto al controllo delle operazioni di voto di ciascuna tribù. L’elettore metteva poi la tavoletta con il nome prescelto in una cesta, sotto la sorveglianza di altri funzionari denominati custodes, che avevano l’incarico di contare i voti e riferire il risultato delle elezioni al magistrato che presiedeva l’assemblea. Ogni tribù contava come un voto unico, e le loro decisioni venivano annunciate in un ordine stabilito a sorte. Il numero dei votanti all’interno di ogni tribù variava notevolmente, dal momento che anche i cittadini più poveri, appartenenti alle quattro tribù urbane, potevano prendere parte alle votazioni senza grandi difficoltà. Dato che, già a quell’epoca, la maggioranza dei cittadini romani viveva lontano da Roma, solo i membri più ricchi delle tribù extraurbane potevano permettersi un viaggio fino alla capitale per partecipare alle elezioni. Il loro voto poteva essere determinante, così come quello dei cittadini dei ceti più umili, che, sebbene si fossero trasferiti in città, continuavano ad essere censiti come appartenenti alle tribù rurali. Nonostante il numero effettivo dei partecipanti alle votazioni potesse variare molto da tribù a tribù, il voto di ciascuna di esse aveva il medesimo peso. Gli aristocratici consideravano molto importante conquistare il voto della propria tribù – nel caso di Cesare si trattava della tribù Fabia – e dedicavano molti dei loro sforzi a incontrare personalmente e concedere favori ai concittadini che vi appartenevano. Le elezioni non venivano decise a maggioranza assoluta, ma si concludevano quando il numero di candidati necessari a coprire i posti disponibili aveva ottenuto il voto di diciotto tribù. Si trattava di un vero e proprio sistema elettorale «uninominale secco»18.
Le prospettive di carriera di Cesare erano molto buone. La sua attività come oratore nei tribunali era stata molto apprezzata, e si era distinto durante i combattimenti in Oriente. Anche i pettegolezzi sulla sua relazione con Nicomede, le sue innumerevoli avventure con le donne e il suo abbigliamento eccentrico avevano contribuito a far conoscere il suo nome. Anche se la sua famiglia non faceva parte dell’élite aristocratica del senato, un certo numero di omonimi erano stati eletti magistrati negli anni precedenti. Alcuni di questi Giulii appartenevano all’altro ramo della famiglia, ma in ogni caso avevano contribuito a mantenere visibile il nome nella vita pubblica. I parenti di sua madre avevano avuto successo, ottenendo due consolati nei precedenti cinque anni e la pretura nel 70 a.C. Tenuto conto che ogni anno i posti disponibili come questore erano venti, si trattava della magistratura più facile da conquistare. La concessione del diritto di voto agli Italici aveva attratto a Roma molti rampolli di famiglie altolocate in cerca di carriera, ma un patrizio romano non aveva nulla da temere dalla loro concorrenza. Come era prevedibile, Cesare fu eletto. Si trattò di un traguardo importante nella sua carriera, dato che le riforme di Silla garantivano a tutti i questori eletti l’ingresso automatico in senato. I questori si occupavano di questioni di carattere finanziario e amministrativo, ma molti di essi venivano impiegati come assistenti dei governatori provinciali, che, a loro volta, erano ex-consoli o ex-pretori. Cesare fu inviato a svolgere il suo incarico nella Spagna Ulteriore, la provincia più occidentale della penisola iberica19.
Prima di lasciare Roma, nel corso del 69 a.C., Cesare ebbe due lutti familiari: la morte della zia Giulia, seguita a breve da quella della moglie Cornelia. I funerali che le famiglie aristocratiche celebravano per i loro defunti erano delle vere e proprie cerimonie pubbliche, che costituivano anche un’occasione per rievocare i successi dell’intera stirpe, in modo da ricordare all’elettorato le imprese del passato e annunciarne altre per il futuro. La processione, a cui partecipavano attori vestiti come funzionari pubblici, che indossavano le maschere funerarie degli antenati più illustri, aveva come prima tappa il Foro, dove veniva pronunciata un’orazione dai Rostri. Polibio racconta che
l’oratore incaricato della lode funebre, dopo aver parlato del morto, ricorda le imprese e i successi dei suoi antenati, cominciando dal più antico; così la fama degli uomini valorosi, rinnovata di continuo, diviene immortale, mentre la gloria dei benefattori della patria viene resa nota a tutti e tramandata alle future generazioni20.
Al funerale di Giulia, l’orazione pronunciata da Cesare dai Rostri esaltò le nobili origini della defunta, la discendenza dei Giulii da Venere e quella della famiglia di sua madre, che risaliva ai tempi dei re. Era utile ricordare alla folla radunata quanto fosse prestigiosa la sua stirpe. Polemicamente, Cesare incluse nella processione alcuni simboli delle vittorie di Mario, e forse anche un attore che lo rappresentava. Silla aveva proibito qualsiasi commemorazione pubblica del suo rivale, ma le poche proteste che suscitò quel gesto furono subito sommerse dall’entusiasmo della folla. Nonostante Silla avesse vinto la guerra civile, molti cittadini e una parte dell’élite di Roma non avevano condiviso le sue scelte politiche, come dimostrava l’ampia popolarità che aveva riscosso la recente decisione di restaurare i poteri del tribunato. Per molti Romani, Mario restava un grande eroe che aveva tenuto alto l’orgoglio di Roma ferito da Giugurta e aveva salvato l’Italia dalla minaccia dei barbari del Nord. Cicerone, pur condannando apertamente il ruolo svolto da Mario nella guerra civile, nei suoi discorsi commemorava con entusiasmo le vittorie del generale contro Giugurta e i Cimbri, sapendo che il pubblico era completamente d’accordo. La maggior parte dei presenti approvò calorosamente il gesto di Cesare. L’enfasi nel sottolineare il legame che lo univa al grande eroe accrebbe ancora di più la sua popolarità21.
Non era inconsueto celebrare un funerale pubblico in pompa magna, in occasione della morte di una matrona patrizia. La decisione di Cesare di accordare lo stesso onore a Cornelia fu invece piuttosto insolita. Plutarco sostiene che fu il primo romano a commemorare con una cerimonia pubblica la scomparsa di una donna così giovane. Il suo gesto suscitò il consenso popolare, poiché molti lo interpretarono come un segno di genuino affetto da parte di un uomo affezionato alla moglie. I Romani sono spesso dipinti come un popolo serioso e flemmatico, ma si tratta di uno stereotipo. In realtà, in alcune occasioni, erano molto sentimentali. I funerali, come tanti altri eventi nella vita degli aristocratici, si celebravano in pubblico e avevano delle ripercussioni politiche. Nessun parente maschio di Cesare era morto mentre egli era in età adulta, e quindi i funerali della zia e della moglie costituivano per lui una grande occasione per farsi pubblicità. Cesare colse quest’opportunità e la sfruttò al meglio, ma ciò non significa che il suo cordoglio non fosse autentico: politica e sentimenti nella vita romana si intrecciavano continuamente. Il bilancio del suo matrimonio con Cornelia era positivo, e non è da escludere che fossero una coppia felice e che si amassero. Tuttavia, nessuna fonte sostiene che fu il dolore per la perdita della moglie a trasformarlo in un cinico seduttore. Anzi, è molto più probabile che avesse già avuto diverse avventure mentre la moglie era ancora in vita. Non sappiamo se durante il funerale di Cornelia Cesare mostrò i simboli di Cinna, padre della defunta, così come aveva fatto con Mario. In ogni caso, solo quest’ultimo esercitava un grande fascino sul popolo, ed era al suo nome che Cesare desiderava essere associato.
Cesare partì per la Spagna Ulteriore durante la primavera o verso l’inizio dell’estate del 69 a.C., molto probabilmente assieme ad Antistio Vetere, il governatore presso cui avrebbe prestato servizio. Di solito erano direttamente i governatori a scegliere il proprio questore tra quelli che erano stati eletti. È possibile che anche nel caso di Cesare accadde così e che i due avessero già avuto dei contatti in precedenza. In ogni caso, erano senz’altro in ottimi rapporti. Lo dimostra il fatto che, sette anni più tardi, quando Cesare, terminato il mandato di pretore, fu inviato come governatore nella Spagna Ulteriore, scelse proprio il figlio di Vetere come questore. Uno dei compiti più importanti di un questore era quello di supervisionare la contabilità della provincia, oltre a sostituire il governatore, come suo rappresentante ufficiale, in tutta una serie di attività. I governatori trascorrevano la maggior parte del tempo spostandosi nelle varie città della regione per ascoltare petizioni, risolvere problemi di varia natura e amministrare la giustizia. Vetere delegò alcune di queste funzioni a Cesare, che le svolse al meglio; più tardi, a distanza di ventun anni, avrebbe ricordato agli abitanti della zona i servigi loro resi. Una questura costituiva una buona occasione per conquistare clienti tra gli uomini più influenti che abitavano nella provincia.
Si dice che Cesare accusò il primo attacco di epilessia mentre si trovava in Spagna, ma non è chiaro se ciò accadde nel 69 a.C., mentre si trovava lì come questore, oppure quando vi andò la seconda volta come propretore, nel 61-60 a.C. Un altro incidente, che risale forse al periodo della questura, sebbene Plutarco lo collochi più avanti, avvenne mentre si trovava a Gades (l’odierna Cadice) per presiedere un processo. Si dice che Cesare, vedendo una statua di Alessandro Magno nel Tempio di Ercole, rimase profondamente turbato perché nella sua vita non aveva ancora realizzato nulla, mentre alla stessa età il re della Macedonia aveva già conquistato il mondo. Ancora più inquietante fu un sogno in cui stuprava sua madre Aurelia. Comprensibilmente sconvolto, Cesare andò a consultare un indovino, che interpretò il sogno come «il presagio che egli era destinato a comandare il mondo, poiché la madre apparsagli in sogno rappresentava la terra che è la madre di tutte le cose». Svetonio sostiene che fu questa la ragione che lo spinse a lasciare l’incarico in Spagna prima del tempo, tanta era l’ansia di tornare a Roma per proseguire la carriera. Se andò così, è probabile che ottenne l’autorizzazione di Vetere, dal momento che le fonti non riportano alcuna critica, né suggeriscono che avesse abbandonato il posto. È possibile che avesse già portato a termine il suo compito principale, la revisione della contabilità della provincia. Ma anche se aveva svolto bene le sue attività, l’incarico di questore non era di grande aiuto per conquistare l’elettorato romano22.
Durante il viaggio di ritorno a Roma, Cesare si fermò nella Gallia Transpadana, la parte settentrionale della Pianura Padana che faceva parte della Gallia Cisalpina, l’unica provincia interna alla penisola italica. Era abitata da popolazioni di origini miste, discendenti dai coloni romani e italici e da tribù galliche, ma i ceti altolocati, dal punto di vista culturale, erano ormai assimilati ai Romani. Poiché la cittadinanza romana, all’indomani della guerra sociale, era stata concessa solo agli abitanti al di sotto della linea del Po, le comunità del Nord, rimaste escluse, erano profondamente deluse. Il malessere era avvertito in particolar modo dalle famiglie più ricche e influenti, che avrebbero tratto i maggiori benefici dallo status romano. Cesare appoggiò le loro rivendicazioni, per garantirsi, in futuro, il prezioso voto di questi potenziali cittadini. Alcune fonti sostengono che spronò a tal punto i Transpadani da spingerli quasi a ribellarsi contro Roma, e che si evitò il peggio solo grazie alla presenza di alcune legioni stanziate nelle vicinanze. Molto probabilmente si tratta di un’invenzione a posteriori, basata sul presupposto che il fine di Cesare fosse sempre stato quello di scatenare una rivoluzione. In realtà, dopo aver rifiutato di allearsi a Lepido o Sertorio, è improbabile che volesse iniziare una ribellione per conto suo. Inoltre, in quella fase della sua carriera, non aveva alcun bisogno di correre un rischio del genere23.
Dopo essere tornato a Roma, una delle sue prime decisioni fu quella di risposarsi. Scelse come moglie Pompea, nipote di Silla dal ramo materno e da quello paterno appartenente alla famiglia di Quinto Pompeo, che era stato console assieme al dittatore nell’88 a.C. Perciò, nonostante l’ostentazione del suo legame con Mario e l’appoggio alla legislazione che aveva smantellato le riforme sillane, sarebbe troppo semplicistico considerare Cesare un accanito seguace di Mario e un fiero avversario di Silla. La vita politica romana, persino nel corso delle guerre civili, raramente, se non mai, era divisa da un taglio netto. Quando i senatori si sposavano, il fine dell’unione era sempre quello di stabilire nuovi legami politici. Sappiamo troppo poco dei familiari di Pompea, per stabilire con esattezza i motivi per cui Cesare considerasse quel matrimonio conveniente per la propria carriera (l’intreccio di relazioni tra le famiglie aristocratiche era estremamente complesso). A differenza di quello con Cornelia, questa volta il matrimonio non venne celebrato con la cerimonia della confarreatio. I riti nuziali di tipo tradizionale nella Roma dell’epoca sono abbastanza conosciuti, ma non sappiamo se il matrimonio di Cesare, nel 67 a.C., seguì in tutto la tradizione. Come nella maggior parte dei riti, pubblici o privati, venivano offerti sacrifici e si interpretavano i presagi. La sposa indossava sandali arancioni e un vestito cucito in casa, stretto da un cinturone legato con un complicato nodo «di Ercole», che lo sposo doveva sciogliere la prima notte di nozze. Se Pompea seguì la tradizione, aveva i capelli raccolti in sei trecce e coperti da un velo di colore arancio intenso (flammeum), identico a quello che Cornelia, se Cesare fosse diventato flamen dialis, avrebbe dovuto indossare ogni volta che usciva dalla casa coniugale. Una processione illuminata da torce accompagnava la sposa nella casa dove l’attendeva il marito. All’ingresso, gli stipiti della porta erano decorati con bende di lana e unti con olio o grasso animale. Poi la sposa veniva presa in braccio per varcare la soglia della casa, un’usanza che si suppone risalga al tempo del ratto delle Sabine, quando i primi Romani, per trovare moglie, erano costretti a rapire le donne delle popolazioni vicine. Le prime spose romane erano perciò entrate nelle loro nuove case contro la loro volontà. Quest’usanza – di cui pochi conoscono le presunte origini – è sopravvissuta fino a tempi recenti, ma presso i Romani non era il marito bensì un servitore a portare in braccio la sposa oltre la soglia.
Lo sposo la attendeva con una torcia e con una bacinella piena d’acqua, che simboleggiava la volontà di non farle mai mancare nulla di essenziale nella vita. La cerimonia con la quale ci si univa in matrimonio di solito era piuttosto breve. La formula tradizionale era semplicissima. La sposa pronunciava: «Dove sei tu Gaio, sarò io Gaia» (Ubi tu Caius, ego Caia), la forma maschile e femminile di un nome molto comune, che simboleggiava l’unione della coppia. Un letto matrimoniale, sontuosamente decorato, veniva collocato nell’atrio della casa, ma aveva una funzione simbolica, dal momento che, ovviamente, gli sposi si sarebbero ritirati, più tardi, nella stanza da letto (tra i Greci era diffusa la credenza che lo sposo romano facesse spegnere tutte le luci nel talamo, in modo che la stanza fosse completamente buia durante la consumazione del rapporto. Si supponeva fosse un segno di rispetto per onorare la consorte, la quale non doveva apparire come una prostituta che procurava al marito solo un piacere fisico. È probabile, però, che si tratti solo di una delle storie che i Greci si divertivano a raccontare sulle strane usanze dei Romani). Il mattino seguente, la sposa faceva per la prima volta un sacrificio alle divinità del focolare (i lares e i penates) che proteggevano la nuova casa. Poi moglie e marito invitavano gli amici a un banchetto per festeggiare le nozze24.
Pompea era una lontana parente di Pompeo Magno, ma i due rami della famiglia non erano in buoni rapporti. Il matrimonio di Cesare non creò quindi alcun legame politico tra lui e il più popolare generale dell’epoca. Durante i due anni successivi al suo consolato, Pompeo sembrò soddisfatto, nonostante i risultati che aveva ottenuto in senato fossero stati mediocri. Nel 67 a.C. iniziò a sentire la mancanza delle ovazioni che gli erano state tributate per le sue vittorie e cominciò a smaniare per ottenere un nuovo incarico. La sua carriera così spettacolare lo autorizzava a sperare in qualcosa di più grandioso di un semplice governatorato in provincia. Dato che i pirati continuavano a infestare il Mediterraneo, un tribuno, Aulo Gabinio, presentò una proposta di legge che prevedeva il conferimento di un comando straordinario per affrontare e risolvere definitivamente il problema. Esisteva un precedente, dato che il senato aveva conferito a uno dei consoli del 74 a.C., Marco Antonio – padre del Marco Antonio luogotenente di Cesare –, pieni poteri per combattere i pirati. Tuttavia, quest’ultimo ottenne scarsi risultati: nel 72 a.C. subì una pesante sconfitta e, poco più tardi, morì. La situazione era peggiorata ulteriormente, e la pirateria metteva a repentaglio le scorte di grano dalle quali Roma dipendeva. Rispetto al passato, la legge di Gabinio proponeva una soluzione molto più radicale al problema, perché conferiva al comandante designato il controllo di un enorme numero di navi e truppe, e un imperium esteso a tutto il Mediterraneo, fino a una distanza di circa ottanta chilometri dalla costa. Un potere simile era pari, se non superiore, a quello di tutti i governatori delle province che si affacciavano sul mare messi insieme. Gabinio non fece espressamente il nome di Pompeo quando presentò il disegno di legge, ma era ovvio che l’unico candidato possibile fosse lui. Molti illustri senatori si opposero, sostenendo che concentrare tanto potere nelle mani di un solo uomo avrebbe messo in pericolo la libertà della repubblica. Come sempre, nel senato prevalevano forze conservatrici che preferivano lasciare un problema in sospeso, piuttosto che permettere a qualcuno di attribuirsi il merito di risolverlo25.
Si dice che Cesare fu l’unico senatore a pronunciarsi a favore della proposta. Fu convocato da Gabinio a parlare dai Rostri, per convincere la folla radunatasi nel Foro ad appoggiare la legge. Quando il popolo fu chiamato a riunirsi nell’assemblea delle tribù, la legge fu approvata con entusiasmo. È poco probabile che nessun altro senatore abbia appoggiato la legge, ma è possibile che Cesare sia stato uno dei suoi più attivi sostenitori. Come in passato, desiderava che il proprio nome venisse associato a una legge molto popolare e inoltre sapeva, per esperienza personale, che i pirati rappresentavano una seria minaccia. Quando la legge venne approvata, sembra che a Roma il prezzo del grano scese subito a un livello più normale: ciò indicava la fiducia del mercato in Pompeo. Molti senatori influenti si offrirono di accompagnarlo in quest’impresa. I ventiquattro legati o subordinati ai quali aveva diritto in base alla legge provenivano tutti da famiglie molto in vista, il che suggerisce che Cesare non dovette essere l’unico senatore ad appoggiare Gabino. La fiducia in Pompeo si dimostrò ben riposta. Mise in atto una strategia geniale, dividendo il Mediterraneo in settori: i mari a ovest dell’Italia vennero liberati dai pirati nel giro di una settimana e, poco più tardi, anche i predoni che infestavano la parte orientale furono annientati. Una delle ragioni della rapidità con cui Pompeo terminò le operazioni fu la decisione di accettare la resa dei pirati e di sistemarli, con le loro famiglie, in zone con terreni coltivabili, creando così dei nuovi insediamenti in cui potevano sostentarsi senza dover ricorrere alla violenza. Pompeo fu di nuovo l’eroe della repubblica, nonostante la meschinità del suo carattere fosse emersa nuovamente quando cercò di negare al proconsole di Creta il merito di aver sconfitto i pirati in quell’isola. I nuovi trionfi non facevano che alimentare ancora di più la sua sete di gloria26.
Nel 66 a.C. un altro tribuno, Gaio Manilio, facendo uso dei poteri che Pompeo e Crasso avevano restituito al tribunato, presentò una proposta di legge all’assemblea popolare. Dal 74 a.C. il comando della guerra contro Mitridate era stato affidato a Lucio Licinio Lucullo (un incarico che, come già ricordato, sembra si fosse procurato grazie anche all’aiuto della prostituta Praecia, vedi p. 100). Lucullo era uno degli uomini di Silla, ed era stato l’unico ufficiale che lo aveva accompagnato durante la sua prima marcia su Roma nell’88 a.C. Era un generale coraggioso e abile, dotato di grande talento tattico e strategico, ma gli mancava il carisma di un leader. Durante le campagna, aveva vinto diverse battaglie contro Mitridate e il suo alleato Tigrane, re dell’Armenia, ma, a differenza di Mario, Silla o Pompeo, non era mai riuscito a conquistare l’affetto dei suoi ufficiali e dei legionari. Inoltre – cosa ancor più pericolosa – controllava scrupolosamente le attività dei mercanti romani e dei publicani incaricati della riscossione delle tasse in Asia. Il suo zelo gli procurò l’inimicizia di molti uomini influenti, abituati a sfruttare gli abitanti delle province con la complicità dei governatori locali, ai quali, in cambio, versavano una percentuale dei profitti. Lucullo intendeva invece accattivarsi le simpatie dei provinciali, perché temeva che iniziassero a vedere Mitridate come un potenziale liberatore dall’oppressione dei Romani. Tuttavia, per i ricchi mercanti i profitti venivano prima di preoccupazioni di questo tipo e, a partire dal 69 a.C., il mandato di Lucullo iniziò ad essere ridimensionato. Diverse regioni furono sottratte al suo controllo e assegnate ad altri governatori. Il suo potere si ridusse, e ciò fece perdere ai Romani gran parte del vantaggio conquistato dall’inizio della guerra, con il risultato che la vittoria definitiva sembrò sempre più lontana. Date le circostanze, la proposta di affidare a Pompeo l’incarico per risolvere il problema una volta per tutte sembrava molto allettante. Anche in questo caso, Cesare parlò in favore dell’approvazione della legge. Pompeo sostituì Lucullo, e ancora una volta diede l’impressione di arrivare all’ultimo momento e prendersi tutto il merito di aver trionfato in una guerra che, in realtà, era stata già quasi vinta27.
È poco probabile che l’appoggio di Cesare sia stato determinante per l’approvazione della legge che attribuiva l’incarico straordinario a Pompeo nel 67-66 a.C.: Cesare era solo uno dei tanti giovani senatori o ex-questori che cercavano di mettersi in luce, anche agendo in modo spregiudicato. È importante non perdere di vista il fatto che Cesare, in questa fase della sua carriera, non fosse ancora un personaggio influente. Era un giovane emergente, con ottime possibilità di carriera, ma non l’unico che avesse davanti a sé simili prospettive. La sua aperta presa di posizione in favore della Lex Gabinia e della Lex Manilia non gli valse la profonda gratitudine di Pompeo, dal momento che il contributo personale che poté offrire alla loro approvazione fu minimo. Tuttavia, entrambe le leggi furono al centro di aspre polemiche. Alcuni anziani senatori si espressero contro, sia in senato che nel Foro. Per Cesare si trattò di un’altra occasione per farsi notare, legando il proprio nome a una legge fortunata e al successo di Pompeo. In tal modo poteva partecipare, almeno in piccola parte, alla popolarità legata al nome del grande generale e, cosa più importante, associarsi a un ampio gruppo di cittadini, tra cui numerosi cavalieri e altri Romani influenti, il cui voto aveva molta importanza nelle assemblee. Sposare cause popolari significava essere un popularis. Alcuni studi, ormai datati, descrivono i populares quasi come un partito o un raggruppamento politico ben definito, mentre in realtà si trattava soltanto di un modo di fare politica che faceva leva sul sostegno popolare. I Gracchi erano stati populares, così come Mario in certi periodi della sua carriera, Saturnino o Sulpicio. Anche se molti appoggiavano cause popolari, ciò non significa che condividessero un programma politico comune. Sin dall’inizio della sua carriera, Cesare fu incline a seguire il cammino dei populares, ma ciò non voleva dire allearsi con chiunque – ed erano in molti – avesse scelto questo tipo di percorso. La competizione politica aveva una connotazione estremamente individualistica e chiunque vi partecipasse era considerato un potenziale avversario. Non si trattava solo di accattivarsi la simpatia del popolo, ma di prevalere su ogni altro candidato che cercasse di farlo28.
Cesare riuscì a conquistare l’elettorato popolare anche dedicandosi a opere molto dispendiose. Quando fu eletto curatore della Via Appia, spese buona parte del suo patrimonio per rinnovare la rete viaria e migliorare le infrastrutture. In prospettiva, si trattava di un buon investimento. L’Appia era una delle strade consolari più importanti, e tutti i viaggiatori diretti a Roma per le elezioni avrebbero apprezzato i miglioramenti apportati da Cesare. La sua disponibilità a impiegare il proprio denaro al servizio dei concittadini contribuì senza alcun dubbio alla sua elezione a edile curule nel 65 a.C. Gli edili erano in totale quattro, ma due posti erano riservati ai plebei, perciò non potevano essere occupati da patrizi. L’edilità era una vera e propria magistratura, come la pretura o il consolato. Tuttavia, dal momento che i posti disponibili erano così pochi, la legislazione sillana non aveva inserito la carica di edile tra quelle obbligatorie per la carriera pubblica, ma aveva comunque fissato l’età minima di trentasette anni per accedervi. Cesare divenne edile a soli trentacinque anni, ed è probabile che ottenne dal senato una dispensa speciale che gli consentì di rivestire la carica due anni prima del tempo. A quell’epoca, trattamenti di favore di questo tipo erano talmente comuni che, nel 67 a.C., un tribuno fece approvare una legge che proibiva al senato di concedere dispense senza l’approvazione di un quorum costitutivo di almeno duecento senatori. La ragione per cui venne concessa a Cesare fu sicuramente legata all’influenza della famiglia materna e ai suoi meriti personali per aver conquistato la corona civica e rivestito la carica di pontefice (la data della sua elezione a edile è stata considerata da alcuni storici come la prova della sua nascita nel 102 a.C. Tuttavia, quest’ipotesi mal si accorda con i pochi dati che possediamo. Ad esempio, è difficile supporre che ottenne la questura ben due anni dopo aver maturato i requisiti per l’eleggibilità)29.
Gli edili si occupavano quasi esclusivamente dell’amministrazione cittadina. Le loro funzioni comprendevano la custodia dei templi, la pulizia e la manutenzione di strade, acquedotti e sistema fognario, la sorveglianza sull’approvvigionamento e sulla distribuzione del grano e sui mercati e i postriboli della città. Avevano inoltre anche delle competenze giudiziarie, ma ciò che rendeva la carica più appetibile era il compito di organizzare i giochi in occasione delle festività pubbliche. Due edili erano responsabili dei sette giorni di giochi in onore della dea madre Cibele (i Ludi Megalenses) e dei «Giochi romani» (Ludi Romani), quindici giorni di festeggiamenti che si svolgevano nel mese di settembre. L’erario pubblico stanziava delle somme per finanziare il costo degli spettacoli, ma era ormai prassi costante che gli edili contribuissero anche con fondi propri. Ogni grandioso spettacolo organizzato da un edile desideroso di conquistare popolarità stabiliva un nuovo record che il suo successore doveva eguagliare o superare. Cesare si lanciò nell’impresa senza badare a spese e vi profuse un estro da navigato uomo di spettacolo. Fece esporre gran parte della sua collezione privata di opere d’arte nel Foro, nelle basiliche ad esso circostanti e su portici appositamente costruiti. All’epoca, a Roma non esistevano ancora i monumentali teatri tipici delle città ellenistiche e fu necessario costruire delle gradinate per il pubblico e un auditorium. L’altro edile curule, Marco Calpurnio Bibulo, contribuì a pagare le spese, ma si lamentò del fatto che tutti parevano attribuire il merito dell’opera solo al suo collega, nonostante avesse anch’egli partecipato all’organizzazione dei combattimenti contro le fiere e degli spettacoli teatrali. Sembra che Bibulo abbia detto che gli era toccata la stessa sorte del Tempio di Castore e Pollice, i divini gemelli, che tutti, per brevità, chiamavano solo Tempio di Castore: il popolo parlava solo della generosità di Cesare, e non di quella di Cesare e Bibulo30.
Durante il suo mandato come edile, Cesare decise di organizzare anche un combattimento di gladiatori in onore di suo padre, morto ventuno anni prima. In origine, i giochi gladiatori si svolgevano solo in occasione dei ludi funerari. All’inizio, esibizioni di questo genere avvenivano in circoli ristretti e in ambito privato o familiare, ma alla fine del III secolo a.C. divennero pubblici, e assunsero dimensioni sempre più grandi e spettacolari. I combattimenti contro le fiere venivano indetti in occasione di vari tipi di festeggiamenti, mentre la tradizione di celebrare i giochi gladiatori per commemorare un familiare defunto era ancora viva all’epoca di Cesare. Tuttavia, tale tradizione era ormai solo un mero pretesto per organizzare questo tipo di intrattenimento, piuttosto violento, che era diventato molto popolare a Roma e nel resto della penisola. La decisione di indire dei giochi funerari a distanza di tanto tempo dalla scomparsa del padre apparve comunque del tutto inusuale, così come lo fu, sotto molti punti di vista, la loro grandiosità. Cesare iniziò a convocare talmente tanti gladiatori da ogni parte dell’Italia, che in senato molti manifestarono delle preoccupazioni. La ribellione di Spartaco era ancora viva nella memoria di tutti e il fatto che un uomo ambizioso potesse far entrare nella città tanti uomini armati al suo comando destava timore. È altrettanto probabile che alcuni senatori vollero impedire un’esibizione così grandiosa, perché avrebbe aumentato le aspettative del pubblico, rendendo più difficile e costoso, ai successivi edili, eguagliarne il successo. Di conseguenza, fu approvata una legge che limitava il numero di gladiatori che potevano partecipare ai giochi organizzati da un solo individuo. Secondo le fonti, ai giochi indetti da Cesare parteciparono trecentoventi coppie di gladiatori, equipaggiati con armature d’argento ricche di decorazioni. Armi lussuose di questo genere vennero utilizzate anche nei combattimenti contro le fiere che facevano parte dei giochi organizzati da Bibulo31.
Nel periodo in cui fu edile Cesare spese moltissimo denaro, cui va aggiunto quello proveniente dalle tasche di Bibulo per i progetti che avevano intrapreso insieme. Il popolo romano amava moltissimo gli spettacoli e i giochi offerti gratuitamente. Qualsiasi carenza dovuta a un lesinare sulle risorse sarebbe stata notata e rinfacciata all’organizzatore per tutto il resto della sua carriera. Il popolo ricordava invece con gratitudine chi aveva offerto uno spettacolo grandioso. Ma non si trattava solo di investire denaro, poiché persino i giochi più costosi potevano rivelarsi un fiasco se erano male organizzati. Cesare, abituato com’era a fare tutto in grande stile, anche in questo caso non si smentì, e i suoi giochi furono un grande successo. I soldi spesi ottennero il risultato sperato. Del resto, si trattava di denaro che gli era stato dato in prestito. Plutarco sostiene che i debiti di Cesare, ancor prima del suo esordio nella carica pubblica, ammontavano già a più di milletrecento talenti, che nella moneta corrente romana dell’epoca erano pari a trentuno milioni di sesterzi (per dare un’idea delle dimensioni di tale cifra, basti pensare che il patrimonio minimo richiesto per appartenere all’ordine equestre, in una data di poco posteriore, era di quattrocentomila sesterzi). Si trattava di una somma astronomica, che crebbe ulteriormente a causa delle spese sostenute come curatore della Via Appia e come edile. Cesare confidava nel fatto che la sua carriera politica sarebbe stata sufficientemente brillante e redditizia, tanto da permettergli di saldare i debiti. Per i suoi creditori si trattava di un investimento rischioso, ma probabilmente anch’essi credevano nelle sue potenzialità. Sicuramente la maggior parte del denaro prestatogli proveniva da Crasso. Cesare non fu l’unico politico che quest’ultimo finanziò, ma è poco probabile che concedesse anche ad altri prestiti così ingenti32.
Durante l’anno in cui fu edile, Cesare fece un ultimo gesto significativo: prima dell’inizio di una serie di giochi, diede ordine che i trofei che commemoravano le vittorie di Mario sui Cimbri e sui Teutoni venissero eretti di nuovo nel Foro. Silla li aveva fatti abbattere e forse distruggere, quindi molto probabilmente Cesare fece realizzare delle copie. Come era accaduto nel caso del funerale di Giulia, l’iniziativa fu accolta con entusiasmo di popolo. Il ricordo della paura di un’invasione dell’Italia e un nuovo sacco della città da parte dei barbari del Nord era ancora vivo nella cittadinanza. Mario aveva salvato Roma da quella terribile minaccia, e molti ritenevano che l’impresa meritasse di essere celebrata. Non la pensava così Quinto Lutazio Catulo, console nel 78 a.C. e anch’egli pontefice come Cesare: suo padre, che era stato console con Mario nel 102 a.C. e proconsole nel 101 a.C., detestava l’eroe popolare perché gli aveva sottratto quasi tutto il merito di un successo a cui riteneva di aver contribuito. È probabile che Catulo, in quel periodo, fosse uno dei membri più anziani e rispettati del senato, anche se, formalmente, non era il princeps senatus, ossia colui che aveva il diritto di prendere la parola per primo nei dibattiti. L’enfasi su Mario avrebbe ulteriormente sminuito la gloria della famiglia di Catulo, perciò egli si oppose a quell’iniziativa; inoltre, stando a ciò che riferiscono le fonti, fu da quel momento che iniziò a vedere Cesare come un avventuriero politico e un pericoloso avversario. In senato, Catulo dichiarò: «Cesare, cerchi di conquistare il potere non più con sotterfugi, ma con macchine da guerra». Tuttavia, nonostante la grande auctoritas del vecchio senatore, Cesare replicò con un discorso perfettamente sensato e riuscì a convincere la maggioranza dei senatori di aver agito in buona fede. È probabile che fosse vero, perché fino ad allora, nonostante le sue stravaganze, Cesare aveva dimostrato, nel corso della sua carriera, di rispettare le tradizioni. Ma la rivoluzione era dietro l’angolo33.