«Quando le ricchezze cominciarono a costituire un merito, e ad essere accompagnate dalla gloria, dal potere e dal prestigio, la virtù incominciò a intorpidire, la povertà a passare per un disonore, l’integrità morale per una malevola ostentazione. Così il lusso e l’avidità, con la tracotanza, invasero i nostri giovani: si abbandonarono alle rapine e agli sperperi, insoddisfatti delle proprie ricchezze e smaniosi di quelle altrui, disprezzavano la dignità, il pudore, le leggi umane e divine, e non avevano alcun freno o scrupolo».
sallustio, senatore e storico, fine del quarto decennio del I secolo a.C.1
Alla fine del 66 a.C. le elezioni consolari furono vinte da Publio Cornelio Silla e Publio Autronio Peto. Il primo, nipote del dittatore, aveva accumulato una fortuna all’epoca delle proscrizioni. Era anche cognato di Pompeo e la parentela con il grande comandante gli aveva forse regalato una certa popolarità. Tuttavia, fu con il denaro che si assicurò la vittoria in una campagna elettorale segnata, come spesso accadeva, da violenze e brogli.
In quel periodo fu approvata una serie di leggi per combattere la corruzione elettorale, ma la frequenza con la quale venivano adottate misure di questo tipo era la prova evidente della loro inefficacia. Una recente legge aveva sancito, a carico dei candidati dichiarati colpevoli di brogli elettorali, la decadenza dalla carica alla quale erano stati eletti, l’espulsione dal senato, il divieto di fregiarsi dei titoli precedenti e il bando perpetuo dalla vita politica. I due candidati che avevano ottenuto più voti dopo gli eletti, Lucio Aurelio Cotta e Lucio Manlio Torquato, sulla base di questa legge anticorruzione intrapresero subito un’azione giudiziaria contro i due vincitori. Cotta era stato eletto pretore nel 70 a.C., anno in cui aveva introdotto una legge che modificava la composizione delle giurie dei tribunali; due suoi fratelli erano stati già consoli, ed egli era in lizza per il consolato ormai da un paio d’anni, il che rendeva la sua sconfitta ancora più cocente. Manlio, invece, a differenza dei vincitori, apparteneva a una famiglia patrizia molto in vista. Per difendersi, Autronio contava di utilizzare i suoi seguaci per intimidire i membri della giuria, oppure, nel caso questo piano fosse fallito, cercare di bloccare il processo. Non sappiamo se anche il nipote di Silla utilizzò questi metodi (alcuni anni più tardi, Cicerone, difendendolo da un’altra accusa, indicò Autronio come l’unico responsabile delle violenze allora perpetrate). In ogni caso, i processi si conclusero con una condanna: entrambi furono dichiarati decaduti dalla carica e banditi dalla vita pubblica, mentre Cotta e Torquato ottennero il consolato nel 65 a.C., in qualità di candidati con il maggior numero di voti dopo Silla e Autronio, oppure in seguito a nuove elezioni.
Tuttavia, la vicenda non si era ancora conclusa. Autronio e Silla non intendevano accettare l’espulsione permanente dalla vita politica. Si diffusero voci di una congiura per assassinare Cotta e Torquato il primo gennaio del 65 a.C., giorno in cui avrebbero assunto la carica. Il piano, che prevedeva anche l’eliminazione di altri illustri senatori, doveva consentire ai cospiratori di ottenere il consolato. Avvisati del pericolo di un colpo di stato, i due consoli ottennero dal senato il permesso di dotarsi di un corpo di guardie armate, e il giorno trascorse senza alcun episodio di violenza. Ufficialmente, una cortina di silenzio cadde sull’episodio, tanto che Cicerone, che nel 66 a.C. occupava la carica di pretore, pochi anni dopo arrivò a sostenere di non essere mai stato a conoscenza di tali intrighi. In assenza di fatti concreti, con il passare del tempo si diffusero molte dicerie, poiché poteva risultare utile infangare il nome di un rivale accusandolo di aver partecipato a quel torbido complotto. Più tardi, Lucio Sergio Catilina, personaggio che incontreremo spesso nel corso di questo capitolo, fu indicato come uno dei principali complici di Autronio. Catilina, dopo aver svolto l’incarico di propretore in Africa, al suo rientro a Roma si era subito candidato alle elezioni indette in seguito alla destituzione di Silla e Autronio. Il rifiuto della sua candidatura da parte del magistrato che presiedeva le votazioni lo avrebbe spinto a unirsi ad Autronio per conquistare il potere con la forza. Tra i nomi dei presunti partecipanti alla cospirazione comparve anche quello di Gneo Calpurnio Pisone, eletto questore nel 65 a.C., considerato un uomo violento e senza scrupoli. Quando il senato, subito dopo la conclusione della vicenda di Silla e Autronio, stabilì di inviarlo in Spagna come propretore – una nomina del tutto straordinaria per un magistrato così giovane e di basso rango –, la decisione sembrò dettata solo dalla necessità di allontanarlo da Roma, poiché un uomo di tal genere incuteva timore. Senza dubbio, queste storie si ingigantirono con il trascorrere del tempo, specialmente dopo che Pisone fu assassinato in Spagna dai suoi stessi soldati. Secondo alcune voci che si diffusero all’epoca, a spingerli a tale gesto fu il dispotismo di Pisone. Benché si tratti di una spiegazione plausibile, non dobbiamo dimenticare che moltissimi governatori romani avevano abusato dei loro poteri, ma quasi nessuno era stato assassinato. Altri sostennero che i soldati spagnoli rimasti leali a Pompeo, sotto il cui comando avevano combattuto contro Sertorio, avevano ricevuto l’ordine – o avevano deciso di propria iniziativa – di disfarsi di un potenziale rivale. La proliferazione di storie di questo tipo, molto diffuse in quegli anni, era un chiaro segno del nervosismo che serpeggiava nell’ambiente politico2.
È in un contesto simile che dobbiamo collocare la versione dei fatti di Svetonio, secondo cui Crasso e Cesare erano in combutta con Autronio e Silla. Il loro piano consisteva nel massacrare tutti i rivali in senato e riassegnare il consolato ai due condannati. Crasso sarebbe diventato dittatore e Cesare, nominato suo secondo, avrebbe acquisito l’antico titolo di maestro della cavalleria (magister equitum). Secondo gli accordi, Cesare avrebbe dovuto far cadere la toga dalla spalla – era il segnale per dare il via alla strage – ma Crasso, «pentito o timoroso», non si fece vedere in senato nel giorno stabilito. Tutte le fonti menzionate da Svetonio a proposito di questo episodio risalgono a epoche successive e provengono da autori ostili a Cesare, come anche quelle relative a un’altra vicenda, secondo cui Cesare, d’intesa con Pisone, avrebbe progettato una rivolta armata fallita per la morte di quest’ultimo. Queste e altre storie che sostengono che Cesare, sin dai primi anni della sua carriera, tramava per far cadere la repubblica molto probabilmente non sono che propaganda di epoca posteriore. Cesare, che era stato da poco eletto edile nel 65 a.C., non aveva alcun motivo per desiderare una rivoluzione ed è molto improbabile che abbia partecipato a una congiura per assassinare Lucio Aurelio Cotta, che per giunta era un suo parente. Allo stesso modo, Crasso, che aveva recentemente ottenuto la carica di censore assieme a Catulo, aveva ben poco da guadagnare da un’insurrezione armata. Durante e dopo le elezioni consolari ci fu certamente un periodo di forte instabilità politica, ed è possibile che esistesse un complotto, ma il coinvolgimento di Cesare e Crasso è sicuramente un’invenzione di epoca successiva3.
È invalsa la tendenza, tra gli storici antichi e moderni, di considerare quegli anni come caratterizzati dalla rivalità tra Crasso e Pompeo. Nel 67 a.C. Catulo aveva sostenuto che il comando straordinario contro i pirati aveva concentrato troppo potere nelle mani di un solo uomo. Quando Pompeo ricevette l’incarico di condurre la guerra contro Mitridate, ebbe sotto controllo un esercito e delle risorse assai maggiori di quante ne avesse avute Silla all’inizio della guerra civile. Gli storici di epoca imperiale si stupirono della sua decisione di rinunciare ai poteri straordinari quando fece ritorno in Italia, alla fine del 62 a.C., dando per scontato che chiunque possedesse una forza militare sufficiente a conquistare il potere assoluto avrebbe optato per questa soluzione. A posteriori, sappiamo che si tratta di un’opinione erronea, perché Pompeo non aveva ambizioni di questo tipo. Nell’epistolario di Cicerone, risalente a quegli anni, non c’è traccia di preoccupazioni legate al timore che il grande generale seguisse l’esempio di Silla. È molto improbabile che altri senatori considerassero imminente una nuova guerra civile, benché si trattasse di un evento certamente considerato non impossibile. Tutti i protagonisti della vita pubblica di quegli anni avevano sperimentato la terribile violenza degli anni Ottanta del I secolo a.C., e ricordavano le liste di proscrizione e le teste di molti illustri senatori che decoravano i Rostri. Questi eventi erano avvenuti a Roma, sotto gli occhi di tutti, e nessuno poteva escludere che, in futuro, potessero accadere di nuovo. Pompeo era stato uno dei sanguinari generali di Silla, il «giovane carnefice». In età più matura sembrava essersi placato, ma aveva trascorso solo una breve parte della sua vita a Roma e sapeva poco dei meccanismi della vita pubblica. Tutti lo conoscevano come il valoroso comandante che aveva ottenuto una vittoria dopo l’altra, in Asia, Africa, Spagna, Italia e Sicilia, ma quanti lo conoscevano davvero come uomo politico e potevano prevedere quali fossero i suoi piani? D’altro canto, il suo caso era molto diverso da quello di Silla, che aveva agito dopo essere stato messo con le spalle al muro. Tuttavia, considerato che un uomo come Cinna, insoddisfatto del suo consolato, aveva provato a conquistare Roma con l’esercito, chi poteva escludere che anche Pompeo non avrebbe potuto trovare una ragione o un pretesto per riprendere la spada e porsi di nuovo a capo del suo esercito? Si trattava di uno scenario facile da immaginare, in anni in cui le elezioni erano scosse da tumulti, i processi venivano alterati e la competizione politica tra i senatori si faceva sempre più esasperata4.
A differenza di Pompeo, Crasso era un personaggio conosciuto, che aveva trascorso molto tempo a Roma, partecipando attivamente alla vita politica. Era uno degli uomini più facoltosi dell’intera repubblica – è probabile che le sue ricchezze fossero inferiori solo a quelle di Pompeo – e amava ripetere che un uomo era veramente ricco solo se poteva permettersi di avere un esercito personale. Crasso, nonostante fosse così ricco, conduceva uno stile di vita frugale, in un’epoca in cui lussi e edonismo abbondavano. Uomini come Lucullo, il grande rivale di Cicerone, o Ortensio, ostentavano le loro ricchezze in dimore sfarzose, ville e giardini, dove celebravano sontuosi banchetti, in cui offrivano agli ospiti i cibi più squisiti ed esotici; si dilettavano persino a costruire sofisticati laghetti d’acqua salata in cui allevavano pesci marini ornamentali o commestibili. Crasso non amava sprecare denaro in simili stravaganze, anzi si preoccupava scrupolosamente di accumulare sempre più ricchezze. Faceva affari con molti e manteneva stretti legami con i publicani e altre società che operavano nelle province. La sua attività più nota era quella nel settore edilizio, in cui impiegava centinaia di schiavi specializzati che incrementavano il suo capitale immobiliare. Tra questi schiavi c’era un corpo speciale, l’unico esistente all’epoca, addestrato a spegnere gli incendi. Gran parte della città era composta da alti edifici a schiera, o insulae, separati da strette stradine e densamente abitati. Erano dei fabbricati realizzati in economia da costruttori interessati a trarre il maggior profitto possibile dagli affitti. Gli incendi si verificavano spesso, e si propagavano molto rapidamente, soprattutto durante la stagione più calda. Crasso acquistava a prezzo stracciato interi isolati di Roma, e aspettava che scoppiasse un incendio nelle vicinanze per comprare anche le proprietà che si trovavano nell’area in cui era prevedibile che si sarebbe propagato. Dopo aver concluso l’affare, chiamava la sua squadra antincendio, che abbatteva alcuni palazzi per creare una barriera che bloccasse l’avanzata delle fiamme. Alcuni tra gli immobili acquistati erano recuperabili, mentre quelli demoliti o troppo danneggiati venivano prontamente ricostruiti dalle sue squadre di schiavi specializzati. Crasso si dedicava principalmente alla realizzazione di residenze lussuose, ma è probabile che, come altri Romani facoltosi, possedesse anche numerosi immobili nelle aree più povere della città. I metodi utilizzati per acquisire gran parte delle sue proprietà dimostravano chiaramente quanto fosse determinato e privo di scrupoli. Per un certo periodo, probabilmente intorno al 73 a.C., fu visto in compagnia di una Vestale di nome Licinia; a causa di ciò la donna venne formalmente incriminata di aver rotto il voto di castità. La legge prevedeva che, per tale delitto, la Vestale giudicata colpevole venisse sepolta viva. Il caso fu archiviato quando Crasso dichiarò che il suo intento era solo quello di acquistare un edificio da Licinia, il cui nome suggerisce che si trattava forse di una sua parente. La smania di Crasso di acquisire nuove proprietà era talmente nota, che la sua sola testimonianza fu giudicata più credibile dell’eventualità che tra i due ci fosse una relazione. Licinia fu discolpata, ma pare che Crasso continuò a starle intorno finché la Vestale non gli vendette la casa5.
Crasso non era un semplice magnate dedito ad accumulare vaste tenute, miniere d’argento e immobili. Le ricchezze costituivano per lui solo un mezzo per realizzare le sue ambizioni politiche. Come abbiamo visto, è probabile che i grandiosi spettacoli organizzati da Cesare per accattivarsi il favore popolare fossero stati finanziati con soldi presi in prestito. Crasso prestava spesso denaro a chi era intenzionato a fare carriera in politica. Raramente chiedeva interessi, ma esigeva, senza fare mai eccezioni, che le somme gli fossero puntualmente restituite alla scadenza prestabilita. Il suo intento era quello di accumulare un «capitale politico», accordando favori a molti, per renderli obbligati nei suoi confronti. In quegli anni, una buona parte o forse addirittura la maggioranza dei circa seicento membri del senato doveva del denaro a Crasso o aveva usufruito in passato dei suoi convenienti prestiti. I suoi debitori non appartenevano alle famiglie più in vista, cui non mancavano certo mezzi sufficienti: si trattava, come nel caso di Cesare, di uomini ambiziosi appartenenti a una ristretta cerchia di famiglie, oppure, in moltissimi casi, di senatori meno importanti che non erano mai stati eletti a una magistratura e che raramente potevano prendere la parola, ma che avevano pur sempre diritto di voto in senato. Crasso aveva una notevole influenza su questi uomini, grazie alla generosità con cui permetteva loro di attingere alle sue ricchezze. Inoltre, sapeva conquistarsi dei sostenitori anche in altri modi. La sua assiduità nei tribunali era stupefacente, persino se confrontata a quella di personalità del calibro di Cicerone, che basavano principalmente la propria carriera sulla professione di avvocato. Quest’ultimo scrisse di lui:
Con una mediocre formazione culturale, e con doti naturali ancor più limitate, grazie all’industriosa laboriosità, e anche grazie al fatto che per vincere le cause usava ogni premura e faceva ricorso alla sua influenza, fu per alcuni anni tra i maggiori avvocati. Il suo parlare era contraddistinto da un buon latino e da un’elocuzione non trascurata, dalla diligente composizione dei materiali; nessun fiore, però, e nessun lustro; era grande l’impeto dell’animo, scarso quello della voce: tanto che, in generale, ogni cosa era detta da lui in modo simile e uniforme6.
Anche Plutarco enfatizzò la meticolosità con cui Crasso preparava le sue arringhe prima di presentarsi in tribunale. Pur non possedendo un talento naturale, riusciva con i suoi sforzi ad essere ugualmente molto efficace, e la sua disponibilità ad accettare casi difficili che altri rifiutavano faceva sentire i clienti ancora più in debito nei suoi confronti. Allo stesso modo, era sempre pronto a fare propaganda elettorale per chi si candidava, ricavandone un notevole tornaconto in termini politici. La smania di allargare la cerchia dei suoi contatti lo faceva apparire talvolta persino inaffidabile. Dopo aver rappresentato un uomo nel Foro o nei tribunali, poco più tardi prendeva le parti di un altro i cui interessi erano contrari a quelli del suo precedente assistito. A differenza di Pompeo, che quando si trovava a Roma raramente appariva nel Foro, Crasso era molto attivo nella vita pubblica. La ricchezza e l’auctoritas di Pompeo erano superiori a quelle di chiunque altro ma, poiché non amava il contatto con le folle e raramente esercitava come avvocato, veniva considerato alquanto restio a far uso della sua influenza. Crasso, al contrario, era sempre visibile: difendeva o appoggiava questo o quel politico e si premurava di salutare per nome chiunque incontrasse, anche il più umile degli uomini. Non conquistò mai l’affetto del popolo, ma con la sua influenza ottenne il rispetto di tutti. Promuovere azioni legali contro uomini eminenti era considerato un evento normale nella vita pubblica dell’epoca, ma nessuno osò mai citare Crasso in tribunale. Plutarco menziona un tribuno della plebe che era noto per i suoi feroci attacchi agli uomini più in vista. Quando gli fu chiesto perché non avesse mai preso di mira Crasso, rispose che «aveva la paglia nelle corna», riferendosi all’usanza italica di attaccare della paglia alle corna dei tori pericolosi per avvisare di tenersi a debita distanza. È possibile che si trattasse di un gioco di parole, poiché la parola «paglia», in latino, ha la stessa radice di «finanziatore»7.
Crasso aveva fatto grandi progetti in previsione della sua censura nel 65 a.C. Aveva annunciato l’intenzione di estendere la cittadinanza alle popolazioni della Gallia Cisalpina. Cesare aveva già appoggiato le rivendicazioni degli abitanti di quella regione, e Crasso era desideroso di conquistare la gratitudine e il sostegno di tanti nuovi elettori. Una parte del senato ebbe il timore che quella legge gli avrebbe conferito troppo potere, e così il suo collega Catulo si oppose fermamente alla proposta. Crasso tentò anche di annettere l’Egitto alla res publica per riscuotere nuove tasse, sebbene non sia chiaro in che modo abbia provato a farlo, dato che si trattava di una materia non di competenza dei censori. L’Egitto, il cui fasto era ormai decaduto, era in preda a una situazione di caos e lotte intestine, generate dalle contese dinastiche tra i Tolomei. Svetonio sostiene che Cesare, forte della popolarità conquistata durante la carica di edile, cercò anche di persuadere alcuni tribuni della plebe a proporre di nominarlo governatore straordinario dell’Egitto. È possibile che agisse d’intesa con Crasso, o anche, più semplicemente, che entrambi avessero scorto l’opportunità di arricchirsi assumendo il controllo di un territorio famoso per le sue abbondanti risorse. In ogni caso, qualunque fosse il loro piano, incontrarono un’opposizione troppo forte per sperare in un successo. L’attrito tra Crasso e Catulo divenne così intenso da costringere entrambi a dimettersi a distanza di pochi mesi dall’inizio del mandato. Pertanto non svolsero il principale compito al quale erano preposti: redigere un nuovo censimento dei cittadini e delle loro proprietà. Dovettero passare alcuni decenni, prima che venisse nuovamente eseguito. Il cambiamento del clima politico aveva pregiudicato il funzionamento di una delle istituzioni chiave della repubblica8.
Nel 64 a.C., per la prima volta, Cesare partecipò a un processo in qualità di magistrato. Si trattava di un compito assegnato di frequente agli edili o a coloro che avevano rivestito tale carica, che erano spesso chiamati a svolgere funzioni giudicanti nei tribunali, per alleggerire il carico di lavoro dei pretori. Nel 64 a.C. si registrò un notevole incremento dei processi di competenza del tribunale per gli omicidi (quaestio de sicariis), determinato, almeno in parte, dalle attività di uno dei questori di quell’anno, Marco Porcio Catone. Costui prese il suo incarico – il primo del cursus – molto più seriamente dei giovani colleghi che lo avevano preceduto. Quando fu nominato supervisore dei conti pubblici, Catone non si attenne alla prassi di delegare tutta l’ordinaria amministrazione ai funzionari dell’erario, ma volle occuparsene personalmente, controllando tutto sin nei dettagli, con un rigore e una competenza che sconcertarono il personale. I funzionari si opposero strenuamente alla sua ingerenza, e tentarono di usare gli altri questori in carica quell’anno per cercare di bloccarlo. Catone reagì licenziando il funzionario più anziano e mettendo sotto processo molti altri impiegati per corruzione. Durante il suo anno di mandato scoprì anche molte altre irregolarità risalenti all’epoca della dittatura. Silla aveva autorizzato alcuni dei suoi favoriti a prelevare «prestiti» dai fondi della repubblica. Catone li denunciò e si assicurò che tutte le somme fossero restituite. Una categoria alla quale dedicò una particolare attenzione fu quella di coloro che avevano accettato la ricompensa di dodicimila denari (pari a quarantottomila sesterzi) offerta per l’uccisione dei proscritti. Quando i nomi di questi uomini vennero resi pubblici, essi furono costretti a restituire il «denaro sporco». Le iniziative del questore furono accolte favorevolmente, dato che l’orrore delle proscrizioni era ancora fresco nella memoria dei Romani. Sfruttando gli umori del momento, gli accusatores incriminarono di omicidio gli uccisori dei proscritti. La legalità di quest’iniziativa era discutibile, poiché la legge di Silla aveva garantito l’immunità a chiunque avesse giustiziato uomini dichiarati nemici della repubblica. In realtà questi processi misero in discussione la legittimità stessa di quella dittatura, proprio come, poco tempo prima, l’entusiasmo generale per il ripristino dello status e dei poteri dei tribuni della plebe era stato il segno della volontà generale di ritornare alla «vera» repubblica, preesistente a Silla. I Romani cercavano di ripristinare l’ordine dopo la violenza e il caos del loro recente passato9.
Non c’è dubbio che presiedere il collegio giudicante in questi processi fosse un compito che Cesare gradiva. La sua stessa esperienza personale durante gli anni della dittatura lo rendeva poco incline al perdono di quelli che si erano arricchiti approfittando delle proscrizioni. Inoltre, anche in questo caso, il suo coinvolgimento in una causa popolare era politicamente vantaggioso. Nonostante il giudice non avesse il potere di controllare la giuria, tuttavia poteva certamente favorire una delle parti in causa. Cesare si mostrò ben disposto a condannare individui la cui colpevolezza era dimostrata dai documenti ufficiali dell’erario pubblico. Uno di questi, Lucio Luscio, era uno dei centurioni di Silla che durante le proscrizioni aveva accumulato dieci milioni di sesterzi, una ricchezza immensa. Un altro era Lucio Annio Bellieno, zio di Catilina, tra le cui vittime figurava Quinto Lucrezio Ofella, ucciso perché aveva osato candidarsi al consolato contravvenendo agli ordini di Silla. Lo stesso Catilina fu citato in giudizio e processato per un delitto che aveva certamente commesso, anche se alcune delle accuse che Cicerone, più tardi, rivolse contro di lui nell’ultima delle sue invettive potrebbero essere esagerate, come, per esempio, quella di aver sfilato per le strade di Roma sventolando la testa di suo cognato, un parente stretto di Mario. Tuttavia, Catilina fu assolto perché era un personaggio in vista, che vantava amicizie ben più influenti degli altri uomini finiti sotto processo. Non sappiamo se anche Cesare, che presiedeva il processo, fu connivente, ma è probabile che gli appoggi di cui godeva Catilina furono da soli sufficienti a influenzare i giurati, magari anche con la promessa di denaro e favori. Probabilmente Catilina non aveva neppure bisogno dell’aiuto di Cesare, che, a sua volta, reputò svantaggioso mostrarsi troppo intransigente nell’affrontare questo caso. L’alleanza politica che si stabilì tra i due negli anni successivi dimostra che il processo non rovinò i loro rapporti personali, ma il peso da attribuire a questa vicenda processuale è difficile da valutare. Nonostante il suo legame con la fazione di Mario, durante il processo contro Catilina Cesare volle forse evitare di apparire in cerca di vendetta per ragioni personali. Svetonio riferisce che si rifiutò di mettere sotto processo Cornelio Fagita, il centurione che lo aveva arrestato durante la sua fuga da Silla (vedi pp. 70-71) e che poi aveva acconsentito a liberarlo dietro il pagamento di una profumata tangente. Il centurione aveva rispettato i patti e Cesare, che non abbandonava mai nessuno che lo avesse aiutato, riteneva ciò più importante del fatto che in principio lo avesse arrestato10.
Non era la prima volta che Catilina subiva un processo e veniva assolto. I suoi contatti con i più eminenti membri del senato gli avevano permesso già in passato di farla franca in un processo per concussione e abuso di potere durante la sua propretura in Africa. Anche in questo caso probabilmente era colpevole, ma l’assistenza di avvocati del calibro di Catulo gli permise, come per molti altri governatori, di evitare la condanna. Adesso persino l’accusa fu ben disposta a fare un piacere alla difesa. Come Silla e Cesare, Catilina discendeva da un’antica famiglia patrizia, da tempo decaduta e relegata ai margini della vita pubblica, e doveva perciò misurarsi con avversari molto più ricchi e influenti. La guerra civile lo aveva aiutato a rimettere in sesto le sue finanze, ed era diventato un entusiasta seguace di Silla. Negli anni successivi alla dittatura alcuni scandali segnarono la sua carriera: fu accusato di aver sedotto una Vestale e di altre relazioni scandalose. In seguito sposò Aurelia Orestilla – da quel che sappiamo, non aveva alcuna relazione di parentela con la madre di Cesare –, una donna ricca, ma di dubbia reputazione. Sallustio la descrisse, in modo caustico, come una donna «di cui mai nessun uomo onesto lodò nulla, eccetto la bellezza». Si diceva che, spinto dalla passione, Catilina avesse ucciso il suo stesso figlio, ancora adolescente, poiché Orestilla non desiderava vivere nella stessa casa con l’erede maschio del suo futuro marito. Catilina aveva una cattiva fama. Era considerato un donnaiolo e i suoi amici aristocratici erano perlopiù uomini o donne dalla condotta scandalosa. Tuttavia possedeva anche un grande fascino e la straordinaria capacità di ispirare una lealtà assoluta nei suoi alleati. Le similitudini con Cesare sono impressionanti, tanto che si è quasi tentati di vedere Catilina come il tipo di uomo che Cesare sarebbe potuto diventare. Infatti, nonostante gli scandali, fino ad allora Catilina aveva proseguito la sua carriera in modo del tutto convenzionale, a eccezione del periodo della guerra civile, durante il quale le norme vigenti erano state sospese. Anche la smania e il disperato desiderio con cui inseguiva il successo lo rendevano simile a Cesare. Quando gli fu proibito di candidarsi alle elezioni per il consolato del 66 a.C., l’anno successivo non si presentò, forse perché era ancora sotto processo al tribunale delle estorsioni. Si ricandidò poi alla fine del 64 a.C., e questa volta sembra che sia Crasso che Cesare sostennero la sua campagna11.
A differenza di Catilina, Marco Porcio Catone sembrava, sotto ogni aspetto, l’opposto di Cesare. Era il pronipote di Catone il Vecchio, un «uomo nuovo» ammesso in senato per i suoi meriti durante la seconda guerra punica, che era stato console e censore. Questo illustre antenato si era sempre scagliato contro le raffinatezze delle famiglie aristocratiche più eminenti. Deplorava l’amore per la lingua e la cultura greca e propugnava uno stile di vita semplice, rigidamente basato sul senso del dovere e sulle antiche tradizioni. Era stato il primo a scrivere una storia di Roma in latino, nella quale aveva omesso di nominare i singoli magistrati perché intendeva celebrare unicamente le imprese del popolo romano e non commemorare i successi degli aristocratici. Il modo in cui Catone cercava di conquistare fama e rispetto, emulando i modi e lo stile di vita del suo famoso antenato, costituisce un interessante esempio di come si atteggiavano le famiglie romane per distinguersi nella vita pubblica. Catone si presentava come la personificazione di un connubio tra i tradizionali valori romani – a prescindere dal fatto che fossero davvero sentiti come veri dalle precedenti generazioni, tali ideali erano ancora ammirati, se non emulati, da molti – e una rigorosa adesione ai principi della filosofia stoica, che enfatizzava la ricerca della virtù come la meta suprema dell’essere umano. Catone praticò questa dottrina in modo estremo, e non fu mai toccato da scandali, né accusato di condurre una vita dissoluta. Al contrario di Cesare, che si curava molto del suo aspetto fisico e vestiva in maniera stravagante, Catone non si preoccupava affatto dell’apparenza. Lo si vedeva spesso camminare scalzo per le vie di Roma e pare che, persino nelle occasioni ufficiali, indossasse la toga senza la tunica sotto. Non si spostava mai a cavallo, soltanto a piedi, e si diceva che riuscisse a tenere il passo degli amici in sella. Plutarco sostiene che Catone, a differenza di Cesare, non aveva mai fatto sesso con donne prima di sposarsi. Ma il suo rigido autocontrollo mancò alla moglie, da cui, più tardi, divorziò per infedeltà. Neppure la sorellastra Servilia, che fu così a lungo l’amante di Cesare, possedeva le sue virtù12.
Malgrado il comportamento di Catone e quello di Cesare sembrino agli antipodi, in qualche modo entrambi tendevano al medesimo fine. I politici ambiziosi desideravano farsi notare per distinguersi dai colleghi che ambivano a conquistare le stesse cariche. In questo Catone era in vantaggio, perché la sua famiglia vantava migliori amicizie di quella di Cesare. Inoltre, quando un politico otteneva una magistratura doveva eclissare tutti quelli con cui condivideva l’incarico. Le qualità personali erano importanti, ma ciò che contava di più era essere capaci di attirare l’attenzione sulle proprie iniziative. Durante la sua questura, Catone si assicurò che tutti notassero che il suo modo di svolgere l’incarico era diverso da quello dei colleghi. Dedicò al lavoro non solo il talento, ma anche i rigorosi principi da lui professati. Processare coloro che, per arricchirsi, avevano assassinato altri uomini durante le proscrizioni era una mossa popolare, che avrebbe attirato l’opinione pubblica e conquistato l’approvazione del popolo. Seppure in modo molto diverso – Cesare con il suo aspetto curato e il suo stile innovatore, Catone con la studiata trasandatezza della sua persona – entrambi si distinguevano molto dai loro coetanei. Il gusto del bello, il lusso e le spese esorbitanti per i giochi dell’uno sono l’equivalente opposto della frugalità dell’altro. Fin dall’inizio della loro carriera, Catone e Cesare furono considerati uomini con un futuro promettente, che avrebbero conquistato una grande fama. Il loro stile era molto diverso, ma la strategia era la stessa.
Alla fine del 64 a.C., durante le elezioni, ci furono di nuovo dei disordini. Cesare non si candidò, perché doveva attendere ancora un anno prima di raggiungere l’età richiesta per la pretura, ma sicuramente sostenne altri in campagna elettorale. Era uno dei metodi migliori per ottenere appoggi in futuro, poiché i magistrati eletti avrebbero dovuto sdebitarsi per il sostegno ricevuto. La lotta per ottenere il consolato fu molto agguerrita. Catilina poté finalmente presentare la sua candidatura e si alleò con un personaggio dalla reputazione altrettanto dubbia, ma meno brillante di lui, Gaio Antonio. L’altro candidato degno di menzione era Marco Tullio Cicerone, il famoso oratore. Cicerone era un homo novus, la cui fama dipendeva esclusivamente dai suoi successi nei tribunali. Era un celebre avvocato, che aveva raggiunto la notorietà patrocinando casi famosi, come ad esempio l’accusa nel processo contro uno dei subalterni di Silla nell’80 a.C. o in quello contro un governatore risaputamente corrotto, ma ricco e influente, nel 70 a.C. Come Cesare, aveva appoggiato la Lex Manilia, che aveva affidato il comando supremo a Pompeo in Oriente, e si era aggregato alla fazione dei sostenitori dell’eroe popolare. Per un breve periodo, Cicerone aveva prestato servizio con Pompeo durante la guerra sociale, sotto il comando di Pompeo Strabone, così come, per ironia della sorte, anche Catilina. Cicerone si presentava come il difensore della classe equestre, e durante il suo mandato come edile aveva organizzato giochi e intrattenimenti di buon livello, graditi al popolo. Nonostante ciò, il suo ruolo di popularis non gli aveva permesso di accattivarsi le simpatie dei senatori più illustri, gli ottimati (boni viri), come essi stessi amavano definirsi, ed era trascorsa una generazione da quando l’ultimo «uomo nuovo» era stato eletto al consolato. Tuttavia, i sospetti che gravavano su Catilina bastarono a far sembrare l’oratore la scelta migliore. Cicerone vinse senza difficoltà, mentre Antonio riuscì, con un margine di voti risicato, ad arrivare secondo13.
Il primo gennaio del 63 a.C. Cicerone e Antonio assunsero formalmente l’incarico. Dovettero subito confrontarsi con un radicale progetto di legge presentato dal tribuno Publio Servilio Rullo, che prevedeva l’assegnazione di grandi porzioni di terra ai cittadini più poveri, a partire dai territori di proprietà pubblica in Campania, che costituivano la maggior parte dell’ager publicus dopo le ridistribuzioni iniziate dai Gracchi. Tuttavia, le terre rimaste erano insufficienti, e la repubblica avrebbe dovuto acquistare altra terra per sopperire al fabbisogno dei cittadini destinatari del provvedimento. La legge garantiva un buon prezzo ai venditori e stabiliva che tutte le vendite dovessero avvenire su base consensuale; inoltre erano escluse dal suo ambito di applicazione le terre assegnate ai veterani di Silla dopo le confische seguite alla guerra civile. Era evidente che, per raccogliere i fondi necessari, si sarebbe dovuto ricorrere alla vendita delle proprietà pubbliche nelle province. Una commissione di dieci membri (decemviri), eletta da un’assemblea composta da diciassette tribù, anziché trentacinque, dotata di un imperium propretoriano, avrebbe supervisionato per cinque anni la realizzazione del programma. Si trattava di un progetto su vasta scala e i poteri della commissione erano proporzionati all’importanza delle sue funzioni e al problema che doveva affrontare. Le zone rurali dell’Italia avevano attraversato notevoli difficoltà negli ultimi decenni e un gran numero di cittadini era ridotto in condizioni di estrema povertà. Molti di essi si erano riversati a Roma, cercando disperatamente mezzi di sussistenza per sé e le loro famiglie. Ma anche se la capitale offriva opportunità di lavoro, non tutti avevano fortuna. I prezzi degli affitti erano elevati e il tenore di vita nelle sovraffollate insulae era molto basso. Le famiglie più povere erano schiacciate dai debiti e non potevano sperare, come i nobili, di arricchirsi facendo carriera.
La riforma agraria proposta da Rullo non era sufficiente a risolvere tutti i problemi, ma li avrebbe, almeno in parte, alleviati. All’inizio fu appoggiata da tutti e dieci i tribuni, ed è molto probabile che anche Cesare e Crasso fossero tra gli entusiasti sostenitori di Rullo che speravano di entrare a far parte della commissione dei dieci. La posizione di Pompeo è più difficile da interpretare. Da una parte, la legge avrebbe potuto garantire delle terre per i suoi veterani della campagna in Oriente, che ormai volgeva al termine. Ma il ruolo chiave svolto da Crasso nell’attuazione della legge avrebbe significato che i suoi soldati e molti altri cittadini sarebbero stati obbligati verso il suo principale rivale. Dato che alcuni dei tribuni erano suoi fedeli sostenitori, sembra improbabile che Pompeo si sia schierato apertamente contro la legge, ma è anche possibile che, più semplicemente, trovandosi lontano da Roma, non abbia avuto il tempo di decidere da che parte schierarsi. Cicerone, invece, sin dall’inizio si oppose fermamente al progetto di legge, e durante tutta la sua vita si mostrò sempre contrario all’adozione di misure di questo tipo. Anche molti illustri senatori si schierarono contro Rullo e forse Cicerone pensò che si trattava dell’occasione buona per conquistare il favore di quella parte dell’élite senatoria che si era sempre mostrata tiepida nei suoi confronti. Durante una serie di discorsi al senato e di incontri con la plebe nel Foro, Cicerone attaccò ferocemente la proposta di legge, demonizzò i dieci della commissione, definendoli dei «re» per i poteri straordinari che sarebbero stati loro attribuiti, e sostenne che i misteriosi uomini sospettati di essere i veri artefici della legge avevano degli oscuri motivi per appoggiarla. Benché non fossero stati fatti nomi, si sottintendeva che dietro queste figure sinistre si celassero Crasso e, probabilmente, Cesare, e che il loro fine fosse quello di sfidare Pompeo. Almeno uno dei tribuni si dissociò dalla proposta di legge e dichiarò che avrebbe opposto il veto. La retorica di Cicerone trionfò, e la proposta di riforma agraria fu abbandonata14.
Nei mesi successivi, Cesare processò Gaio Calpurnio Pisone, un ex-console tornato a Roma al termine del suo mandato come governatore della Gallia Cisalpina. Oltre ai classici capi di imputazione per estorsione e abuso di potere, l’uomo era accusato di aver giustiziato senza un valido motivo un gallo della Valle del Po. Cesare prese di nuovo le parti degli abitanti di quella regione, ma anche stavolta i suoi sforzi non furono premiati. Pisone fu efficacemente difeso da Cicerone, la cui auctoritas di console in carica si sommò alla formidabile oratoria. Cesare, che aveva portato il caso in tribunale e sostenuto l’accusa con grinta e talento, si fece nemico Pisone per sempre. Più tardi, quello stesso anno, Cesare difese un cliente numida, un giovane nobile che intendeva affermare la propria indipendenza dal re Iempsale. Giuba, il figlio del re, assisteva ai dibattimenti, che si fecero via via sempre più accesi. Nel corso della sua arringa, Cesare afferrò Giuba per la barba. Non è da escludere che avesse deciso di compiere un gesto mirato a far presa sulla xenofobia latente dei Romani, ma è più probabile che si sia trattato semplicemente di uno scatto d’ira. Nonostante le sue maniere impeccabili e le sue pose aristocratiche – accettava con gratitudine anche l’ospitalità dei più umili e criticava i suoi compagni se si lamentavano –, ci furono occasioni in cui Cesare perse il suo proverbiale autocontrollo. Qualsiasi fosse il motivo di quel gesto, il re vinse la causa, ma Cesare non abbandonò il suo cliente, e lo nascose in casa propria finché non riuscì a farlo uscire clandestinamente da Roma15.
Nel 63 a.C., in varie occasioni, il nome di Cesare venne associato a quello di uno dei tribuni di quell’anno, Tito Labieno. Probabilmente i due si conoscevano da tempo: erano quasi coetanei e, durante gli anni Settanta del I secolo a.C., avevano entrambi prestato servizio in Cilicia e in Asia sotto il comando di Servilio Isaurico. Se Labieno proveniva, come sembra, dal Piceno, zona in cui la famiglia di Pompeo possedeva vaste tenute, è probabile che fosse in rapporti anche con quest’ultimo. Come tribuno, aveva fatto approvare una legge che conferiva onori straordinari a Pompeo: il grande comandante ottenne il diritto di esibire, durante i giochi, la corona d’alloro e la tunica di porpora del generale portato in trionfo, e quello di indossare l’abito cerimoniale completo quando assisteva alle corse con le bighe. Si dice che Cesare fu l’ispiratore e il principale sostenitore della legge. Svetonio afferma inoltre che fu sempre lui il vero artefice dell’iniziativa, presa da Labieno, di processare Gaio Rabirio, un senatore anziano e politicamente irrilevante, accusandolo di un reato ormai caduto nel dimenticatoio, la perduellio, una sorta di alto tradimento, per fatti accaduti trentasette anni prima, all’incirca al tempo della nascita di Cesare. Rabirio era accusato di aver partecipato, al seguito dei consoli, al massacro dei seguaci di Saturnino e Glaucia, durante il quale aveva perso la vita anche un parente di Labieno. Una fonte molto posteriore, probabilmente poco affidabile, sostiene che Rabirio, poco più tardi, durante una cena, esibì la testa di Saturnino. L’accusa avrebbe potuto processarlo anche per l’uccisione del tribuno, la cui persona era inviolabile per legge ma, dato che uno schiavo aveva ottenuto la ricompensa per quel delitto, la sua colpevolezza era estremamente improbabile. Nel 100 a.C. il senato aveva emesso un decreto per la difesa dello stato (senatus consultum ultimum), con il quale incaricava Mario e l’altro console in carica di proteggere la repubblica con ogni mezzo necessario. Cesare e Labieno non intendevano mettere in discussione il potere del senato di emanare tale decreto, o il dovere dei magistrati di eseguirlo, ma soltanto le modalità con le quali doveva essere attuato. La convinzione che Mario avesse accettato la resa dei radicali insorti e il fatto che, nonostante ciò, una folla inferocita, arrampicatasi sul tetto dell’edificio del senato, li avesse assassinati, furono alcune delle questioni chiave affrontate durante il giudizio. Il senatus consultum ultimum conferiva ai magistrati il potere di usare la forza contro i cittadini che minacciavano la repubblica, ma non era altrettanto chiaro se, in conseguenza di ciò, essi perdessero ogni protezione garantita dalla legge anche quando, dopo essersi arresi, quelli non costituivano più una minaccia16.
Molti dettagli del processo sono sconosciuti, specialmente le tesi dell’accusa, che sono note solo indirettamente, attraverso l’arringa di Cicerone in difesa di Rabirio. Lo stesso vale, in realtà, per la proposta di legge di Rullo, la cui conoscenza si basa in gran parte sulla dettagliata ed estremamente ostile retorica ciceroniana. L’intera vicenda del processo di Rabirio appare alquanto bizzarra, soprattutto per l’enorme lasso di tempo trascorso dai fatti. È persino dubbio che ci fossero ancora dei testimoni in vita, considerato anche il gran numero di morti provocato dalla guerra civile nell’élite romana. Non esisteva neppure una procedura in vigore che disciplinasse un giudizio intentato con l’accusa di perduellio. Silla aveva creato un tribunale permanente per trattare i casi di maiestas, un crimine di natura simile, ma meno grave, trattandosi in realtà di un delitto contro la sovranità del popolo romano, che assomigliava un po’, come concetto, a quello espresso oggi come «gettare discredito sull’intera categoria». Tuttavia, Cesare e Labieno scelsero di proposito questo antico crimine, basato su una legge del tutto obsoleta che si diceva risalisse addirittura a cinque secoli prima, all’epoca dei re. Questa procedura arcaica era l’unica che puniva il cittadino con la crocifissione, una pena che non era più prevista da nessun’altra legge, e che non consentiva al colpevole di scegliere l’esilio volontario. Fu designata una giuria formata da due giudici (duumviri) scelti a sorte, uno dei quali era Cesare e l’altro un suo lontano parente, Lucio Giulio Cesare, che era stato console l’anno precedente. Nonostante la scelta dei giudici appaia molto sospetta, ciò non implica necessariamente che il pretore che sovrintendeva alla selezione della giuria fosse stato corrotto, e non è da escludere che la designazione fosse avvenuta in modo regolare.
Rabirio fu dichiarato colpevole da entrambi i giudici e condannato a morte. Gli fu permesso di appellarsi al popolo romano attraverso i comitia centuriata. Il vecchio senatore era stato difeso da Cicerone e Ortensio, i due più grandi oratori di Roma. È assai probabile che sia stata questa l’occasione in cui Cicerone pronunciò un discorso, poi pubblicato, in cui sosteneva che Saturnino aveva ricevuto il castigo che meritava, e che, sebbene non fosse stato Rabirio ad assassinarlo, avrebbe desiderato che il suo cliente potesse vantarsi di averlo fatto. Cicerone si scagliò contro la crudeltà insita nel riesumare una legge ormai dimenticata e, come di norma accadeva nei processi romani, cercò di infangare il nome di Labieno, alludendo in modo criptico alla sua «ben nota» immoralità. Più giustificata fu la protesta di Cicerone per l’inusuale brevità del tempo concessogli per parlare. L’ostilità che Cesare manifestava apertamente contro l’accusato sembrava avesse suscitato in alcuni un sentimento di compassione per il vecchio senatore, ma il discorso di Cicerone non convinse i votanti riuniti nei comitia. Fu subito chiaro che Rabirio sarebbe stato condannato, ma l’intera vicenda, già di per sé molto strana, si concluse in modo altrettanto bizzarro. I comitia centuriata, la cui struttura ricalcava in origine quella dell’esercito romano, si erano sempre riuniti nel Campo Marzio, che si trovava all’esterno del perimetro della città. Quando Roma era ancora un centro di piccole dimensioni e aveva nemici tra i popoli vicini, mentre i cittadini obbligati al servizio militare si radunavano per votare, la città restava vulnerabile ed esposta ad attacchi a sorpresa. Perciò, per proteggerla dalle minacce, si collocavano delle sentinelle in posizione strategica sul colle del Gianicolo. Mentre questi uomini rimanevano di guardia, dalla cima del colle sventolava una bandiera rossa, e i comitia centuriata potevano continuare indisturbati l’adunanza. Se la bandiera veniva abbassata, scattava il segnale di pericolo e i cittadini dovevano immediatamente sciogliere l’assemblea e prendere le armi. Questa tradizione era ancora viva all’epoca di Cesare e sarebbe continuata poi per secoli, anche se la sua funzione era diventata inutile. Prima che i comitia terminassero il voto per decidere sulla sorte di Rabirio, il pretore Quinto Cecilio Metello diede ordine di abbassare la bandiera. L’assemblea venne sciolta prima che potesse esprimere un verdetto. In seguito, nessuno si preoccupò di riassumere il giudizio17.
Nessuna delle fonti spiega perché Metello diede quest’ordine. Lo fece per proteggere Rabirio, oppure per evitare a Labieno e Cesare il disonore di aver provocato la condanna a morte di un senatore anziano e privo di importanza? A giudicare da come lasciarono cadere il caso, è evidente che il loro scopo non era quello di ottenere una condanna. La questione che intendevano porre era se il senatus consultum ultimum potesse sospendere tutte le altre leggi e privare i cittadini di ogni diritto. Ma non riuscirono a dare una risposta chiara al quesito e non proposero alcun cambiamento legislativo. Dal punto di vista pratico, il risultato fu un monito rivolto a qualsiasi magistrato che, in futuro, si sarebbe trovato a dover attuare il decreto del senato. Il processo fu un successo personale sia per Cesare che per Labieno. I comitia adunatisi per giudicare Rabirio, gremiti dei loro sostenitori e degli interessati al caso o di coloro che conoscevano la questione, forse non rispecchiavano la composizione tipica dell’assemblea. Molti cittadini, infatti, non avevano il tempo, l’interesse o la possibilità di partecipare. Inoltre, sarebbe stato impossibile, dal punto di vista logistico, ospitare tutti gli aventi diritto al voto nel luogo in cui si riunivano i comitia centuriata. In ogni caso, quest’assemblea era quella in cui i ricchi contavano maggiormente. Perciò, il fatto che prevalesse la volontà di condannare Rabirio indica che molti cittadini influenti condividevano la tesi dell’accusa. Cesare era riuscito di nuovo a colpire nel segno, assicurandosi un ruolo da protagonista in una causa popolare. Poco più tardi, quell’anno, ebbe una dimostrazione della popolarità di cui godeva: i comitia centuriata lo elessero pretore per il 62 a.C., carica per la quale aveva appena raggiunto i requisiti necessari.
La pretura era una magistratura importante. Al termine dell’anno di carica, a chi lo desiderava veniva assegnato il governo di una provincia. La competizione era molto agguerrita, e meno della metà dei questori riusciva a raggiungere questa magistratura di grado superiore. Tuttavia, questo successo si rivelò assai meno sofferto per Cesare, rispetto a un’altra vittoria elettorale ottenuta durante gli ultimi mesi del 63 a.C. Il posto di pontifex maximus, il sacerdote che presiedeva il collegio dei quindici pontefici dei quali anche Cesare faceva parte, divenne vacante a causa della morte di Quinto Cecilio Metello Pio, un altro rappresentante della prolifica famiglia dei Metelli, la cui già considerevole importanza era stata ulteriormente accresciuta dall’appoggio di Silla. Il dittatore aveva stabilito che fosse il senato a selezionare i candidati per le più alte cariche sacerdotali. Quell’anno, però, Labieno aveva fatto approvare una legge che ripristinava l’antica tradizione della nomina attraverso il voto popolare. Il compito di eleggere i pontefici fu affidato a un’assemblea composta da diciassette tribù scelte a sorte, anziché trentacinque come di consueto. Non è chiaro quando la legge venne approvata, se prima della morte di Metello o nel periodo immediatamente successivo. Prima della pubblicazione di un progetto di legge e della sua votazione da parte dell’assemblea, dovevano trascorrere tre giorni di mercato, che in pratica significavano, in totale, un arco di tempo di ventiquattro giorni. Cesare parlò a favore della legge e presentò la sua candidatura subito dopo che venne approvata18.
Il pontifex maximus era una carica di immenso valore. Sotto molti aspetti, si trattava del sacerdozio più importante di Roma, ambito dagli uomini più in vista della repubblica. Si candidarono Catulo e Publio Servilio Isaurico, il vecchio comandante di Cesare in Cilicia. Entrambi erano più anziani di Cesare e vantavano una carriera di maggiore prestigio in termini di cariche e onori. Se la nomina fosse dipesa dal senato, quasi certamente sarebbe stato eletto Catulo. Il risultato di una votazione da parte dell’assemblea popolare era invece meno prevedibile, perché l’elettorato avrebbe ricordato la munificenza di Cesare come edile e il suo costante appoggio alle cause popolari. Cesare affrontò la campagna con il consueto generoso dispendio di mezzi, elargendo doni e favori agli uomini chiave di ogni tribù. I suoi rivali fecero lo stesso, e il fatto che il risultato dipendesse dal voto di sole diciassette tribù rendeva più semplice ricorrere alla corruzione. Quando la campagna elettorale entrò nel vivo, Catulo iniziò a temere che Cesare, il nuovo arrivato, fosse un temibile rivale. Considerata la sua enorme auctoritas, una sconfitta elettorale inflitta da un candidato molto più giovane sarebbe stata umiliante. Poiché sapeva che Cesare, ancor prima di iniziare la campagna elettorale, aveva già accumulato ingenti debiti, Catulo gli scrisse offrendogli una considerevole somma di denaro, a condizione che ritirasse la sua candidatura al sacerdozio. Cesare interpretò tale richiesta come un segno di debolezza e chiese subito nuovi prestiti da impiegare per accaparrarsi il voto delle tribù. Era una scommessa disperata. I suoi creditori facevano affidamento sulla sua futura carriera, soprattutto sul conferimento di importanti incarichi che gli avrebbero dato l’opportunità di ottenere elevati guadagni. La carica di pontifex maximus non era affatto remunerativa, ma Cesare non poteva permettersi un fallimento elettorale. Se non fosse più riuscito a convincere gli elettori, agli occhi di molti sarebbe diventato un cattivo investimento e i creditori avrebbero potuto chiedergli la restituzione dei prestiti. Ciò avrebbe provocato la fine per la sua carriera e la sua completa rovina.
Quando arrivò il giorno delle elezioni – non abbiamo documenti che indichino la data esatta, ma fu verso la fine del 63 a.C. –, Cesare sapeva che il risultato sarebbe stato cruciale, non solo per l’ottenimento della carica. Aurelia era con lui, e lo salutò con un bacio prima che uscisse. In quel momento, Cesare le disse che sarebbe tornato a casa come pontifex maximus, o non avrebbe più fatto ritorno. Si tratta di una delle rare menzioni di Aurelia in quegli anni, ma dimostra, ancora una volta, il suo ruolo decisivo nella vita del figlio. È significativo che la storia tramandi che Cesare abbia parlato in questo modo a sua madre, anziché a sua moglie Pompea o a qualcuna delle amanti. Non possiamo saperlo con certezza, ma sembra che Aurelia vivesse nella stessa casa del figlio. Forse la figura materna simboleggiava, per Cesare, il senso del dovere verso la famiglia. Ogni sua vittoria non era solo un successo personale, ma riscattava anche l’importanza e lo status della stirpe. La candidatura per il sacerdozio era una scommessa, e la posta in gioco molto alta: una sconfitta avrebbe ridimensionato o forse persino posto fine alla sua carriera. Prima di correre un simile rischio, Cesare aveva fatto tutto il possibile per assicurarsi la vittoria. L’abbandono della competizione, suggeritogli da Catulo, era qualcosa di contrario alla sua natura. Cesare non si tirava mai indietro davanti alle sfide, ma non era imprudente. Se alzò la posta in gioco, indebitandosi ancora di più, fu perché riteneva che le probabilità di successo giustificavano il rischio. Una sconfitta era pur sempre possibile, ma Cesare stimò di poter superare il suo rivale. Tenuto conto dell’ostilità che Catulo aveva sempre dimostrato nei suoi confronti, da ultimo in occasione della ricollocazione dei trofei di Mario nel Foro, l’offerta di ritirarsi suggeriva che il suo rivale temeva la sconfitta19.
Alla fine, Cesare riuscì a vincere. Secondo Plutarco superò di pochi voti l’avversario. Svetonio invece parla di una vittoria schiacciante, e sostiene che nelle stesse tribù di Catulo e Servilio raccolse più voti di quanti essi ne ottennero nell’intera assemblea. Fu un grande trionfo per Cesare, specialmente perché aveva sconfitto rivali così prestigiosi. Come pontifex maximus avrebbe assunto un ruolo centrale nella vita religiosa e nei riti pubblici. Non poteva comandare gli altri pontefici, dal momento che la maggioranza del collegio sacerdotale aveva il potere di invalidare le decisioni del pontifex maximus, ma in ogni caso avrebbe goduto di un prestigio e di un’auctoritas immensi. Inoltre, a differenza del flamen dialis, la carica non aveva alcun tipo di restrizioni e non era d’ostacolo alla carriera politica e militare. La vittoria comportò anche un cambiamento di residenza, perché al detentore della carica veniva assegnata anche una casa, la domus publica, che si trovava lungo la Via Sacra. Cesare si trasferì dalla sua anonima dimora nella Suburra in un edificio situato nel centro nevralgico della repubblica. La domus publica si trovava nella parte più orientale del Foro, adiacente al Tempio di Vesta e alla Regia, dove erano custoditi i registri e i documenti dei pontefici e si riuniva il collegio sacerdotale. Il nome Regia suggerisce un collegamento con la monarchia romana, e gli scavi hanno dimostrato l’esistenza di un edificio risalente a un periodo molto antico, che in epoca successiva venne ricostruito seguendo la medesima, insolita pianta originaria. È ancora in corso un vivace dibattito sulla reale natura di questi primi edifici, ossia se essi fossero realmente residenze reali o palazzi, ma è un tema che esula dall’argomento di questo libro. Nell’età della tarda repubblica, la domus publica e la Regia erano venerate per la loro antichità e per il loro carattere sacro20.
La conquista del sacerdozio fu cruciale per Cesare, che ottenne un risultato sorprendente. Si trattava però di una competizione di minore importanza, rispetto alle elezioni consolari. Catilina si era di nuovo candidato, assieme a Decimo Giunio Silano, il marito di Servilia. Per Silano si trattava del secondo tentativo. Pochi anni prima Cicerone lo aveva etichettato come uomo insignificante. In qualità di console in carica, Cicerone aveva il compito di presiedere le elezioni. Sollecitato da uno degli altri candidati, aveva proposto e fatto approvare una nuova legge contro la corruzione elettorale, ancora più severa delle precedenti, che prevedeva come pena dieci anni di esilio. Non servì a fermare la corruzione, ormai endemica, e i metodi che impiegò Catilina, forse per primo, furono presto adottati da tutti gli altri candidati. Catone annunciò che avrebbe processato chiunque avesse vinto le elezioni, sostenendo che nessuno avrebbe mai potuto vincere in modo pulito, in un clima simile. Dichiarò, però, che avrebbe fatto un’eccezione per suo cognato Silano. Un favoritismo del genere, che al giorno d’oggi risulterebbe ipocrita, era invece perfettamente giustificato agli occhi dell’aristocrazia romana, che attribuiva un’enorme importanza ai legami familiari. Catilina, che versava in notevoli difficoltà economiche, cercò disperatamente di presentarsi come il difensore dei poveri, di cui poteva ben comprendere le sofferenze, dato che dichiarava di trovarsi nelle loro stesse condizioni. Proclamò pubblicamente che la repubblica era nelle mani di una cricca di individui indegni e volgari, il cui unico scopo era quello di arricchirsi e fare i propri interessi. Quando il console lo sfidò a ripeterlo in senato, dichiarò che esistevano due repubbliche: una era la stragrande maggioranza della popolazione, un corpo gigantesco privo di una testa che la guidasse, mentre l’altra erano i suoi avversari, una testa senza corpo, giacché non contavano sull’appoggio del popolo. Affermò quindi che sarebbe diventato quella guida di cui la popolazione aveva bisogno con tanta urgenza. Era evidente che poteva contare su numerosi sostenitori, e molti suoi seguaci si erano impegnati a fondo nella campagna elettorale, soprattutto nelle aree rurali. Ma aveva perso il sostegno e l’amicizia di molti personaggi influenti che in passato lo avevano difeso durante le sue vicissitudini con la giustizia. Crasso e Cesare probabilmente continuarono ad appoggiarlo durante tutta la campagna elettorale. Cicerone decise un rinvio della data delle elezioni, che si tennero negli ultimi giorni di settembre. Il console si presentò al voto accompagnato da una scorta armata di cavalieri assegnatagli dal senato. Fece in modo che tutti vedessero che indossava una corazza che proteggeva il petto e l’addome, «nascosta» sotto la tunica. I candidati eletti furono Silano e Lucio Licinio Murena, che aveva prestato servizio come luogotenente di Lucullo durante la guerra contro Mitridate21.
Catilina aveva pensato di ricorrere all’uso della violenza anche prima delle votazioni, ma aveva sperato fino all’ultimo di poter vincere con mezzi convenzionali. La sconfitta non gli lasciava altra scelta che il ritiro dalla politica e l’esilio, dato che, al pari di Cesare, aveva contratto ingenti debiti la cui restituzione, prevista per il 13 novembre di quell’anno, avrebbe causato la sua rovina. A differenza di Cesare, però, aveva scommesso su una vittoria improbabile. Dopo la sconfitta, doveva decidere come avrebbe attuato i suoi piani. Mentre uno dei suoi seguaci, Gaio Manlio, stava radunando un esercito in Etruria, Catilina restava a Roma come se nulla stesse accadendo. Manlio era un ex-centurione che aveva militato sotto Silla, ma dopo la dittatura aveva perduto le ricchezze accumulate durante la guerra civile. Era un uomo capace ma, non appartenendo alla classe senatoria, era destinato a una posizione subalterna. Catilina contava anche su un certo numero di seguaci tra gli aristocratici, ma si trattava di individui dalla dubbia reputazione, notoriamente privi di talento. Tale massa di incompetenti non veniva presa sul serio da molti, e questo, unito alla persistente presenza di Catilina a Roma, contribuì a creare una situazione di incertezza nel senato. Correvano voci di congiure e ribellioni, ma non c’erano prove della loro fondatezza, perché non era ancora accaduto nulla. Cicerone era il più informato: aveva creato una rete di spie per tenere d’occhio i presunti cospiratori. Uno di questi, Quinto Curio, si vantava dei suoi piani per fare colpo sulla sua amante, Fulvia, che apparteneva a una famiglia aristocratica ed era sposata con un senatore. Cicerone riuscì a convincere Fulvia a tradire il suo amante e a rivelargli ciò che sapeva. Il console riuscì così a farsi un’idea di quel che stava accadendo e a evitare di cadere vittima di un attentato. Tuttavia, pur essendo riuscito a sventare il piano, Cicerone non poteva denunciare pubblicamente in senato l’esistenza di una cospirazione, poiché non era accaduto nulla che giustificasse l’adozione di provvedimenti contro i cospiratori. Questa situazione di incertezza probabilmente avvantaggiava Catilina, ma è anche possibile che non avesse ancora deciso come e quando agire22.
La notte del 18 ottobre, Crasso e numerosi altri senatori ricevettero delle lettere anonime che li avvisavano di fuggire perché il 28 sarebbe avvenuto un massacro. Le lettere furono subito consegnate a Cicerone, che le lesse in senato. Trapelarono in città le notizie sulla presenza di Manlio in Etruria, e il 21 Cicerone informò il senato, che emanò il senatus consultum ultimum. Il console affermò che l’esercito ribelle avrebbe dichiarato guerra il 27 ottobre, il che puntualmente accadde, ma il preannunciato massacro non ebbe luogo. Diverse truppe, incluse alcune legioni che si trovavano alle porte di Roma in attesa che ai loro comandanti venisse permesso di celebrare il trionfo, furono inviate a combattere contro i ribelli. L’8 novembre il senato si riunì di nuovo e Cicerone pronunciò un’invettiva in presenza di Catilina, in cui lo accusava di crimini commessi in passato e dichiarava di essere perfettamente a conoscenza dei suoi attuali piani. Catilina passò al contrattacco: respinse le accuse e ostentò il suo aristocratico disprezzo verso l’«uomo nuovo», definendo il console uno «straniero naturalizzato». Quest’episodio lo convinse però ad accelerare i suoi piani. Abbandonò Roma quella notte stessa, annunciando di andare volontariamente in esilio per evitare un conflitto all’interno della repubblica. In una lettera indirizzata a Catulo, lamentò i gravi torti che gli avevano arrecato i suoi avversari, privandolo della ricompensa che meritava per i suoi sforzi e le sue capacità. Com’era d’uso tra i Romani, affidò a Catulo il compito di proteggere sua moglie e i figli. Presto, però, si scoprì che Catilina non era andato in esilio, ma aveva raggiunto Manlio e il suo esercito. Entrambi furono dichiarati nemici pubblici. I seguaci di Catilina rimasti a Roma iniziarono a negoziare con alcuni ambasciatori degli Allobrogi, una tribù gallica che aveva inviato una delegazione in città per rappresentare le difficili condizioni in cui si trovava il suo popolo. I congiurati speravano di convincere la tribù a ribellarsi contro Roma per aprire un secondo fronte, che avrebbe impegnato le forze del senato, ma i Galli li tradirono e informarono Cicerone. Uno dei cospiratori fu catturato grazie agli Allobrogi, che lo attirarono in un tranello, mentre altre quattro figure chiave della congiura vennero arrestate poco più tardi. I cinque inizialmente si dichiararono innocenti ma, messi davanti a prove schiaccianti, confessarono di essere colpevoli. Restava solo da decidere quale sarebbe stata la loro sorte23.