«Cesare si era prefissato di essere vigile, attivo. Attento agli interessi degli amici, trascurava i propri; non rifiutava nulla che valesse la pena di essere accordato. Desiderava per sé un alto comando, un esercito e una nuova guerra in cui mostrare il suo valore».
sallustio, fine del quarto decennio a.C.1
«Cosa diranno di me i posteri tra seicento anni? Questo mi preoccupa molto più delle vane chiacchiere dei vivi».
cicerone, aprile 59 a.C.2
Il 28 e il 29 settembre del 61 a.C. Pompeo Magno celebrò il suo terzo trionfo per commemorare le vittorie contro i pirati e Mitridate. Durante i festeggiamenti, che coincisero con il suo quarantacinquesimo compleanno, si svolsero spettacoli e processioni di un’imponenza e fastosità senza precedenti. Erano trascorsi vent’anni dal suo primo trionfo, e questa volta non desiderava sfoggiare carri trainati da elefanti. Pompeo era più maturo, e non aveva bisogno di escogitare trovate stravaganti, perché lo splendore delle sue vittorie eclissava i successi dei grandi generali del passato. In ogni caso, i trionfi non erano l’occasione in cui moderarsi o mostrare umiltà. Come ogni altro aristocratico romano, Pompeo volle dare una dimostrazione concreta del proprio successo, e nella parata furono esibiti manifesti in cui dichiarava di aver ucciso, catturato o sconfitto 12.183.000 di nemici, assalito o affondato 846 navi da guerra e accettato la resa di 1.538 città o roccaforti. Ogni regno, popolo o luogo che aveva conquistato figurava nel magnifico carro che trasportava il bottino strappato ai nemici. Alcuni quadri rappresentavano gli episodi salienti delle battaglie più famose, mentre sugli stendardi si leggeva che ogni soldato aveva ricevuto una ricompensa di millecinquecento denari, l’equivalente di dieci anni di paga, e che una somma stratosferica, ventimila talenti d’oro e d’argento, era entrata nelle casse dello stato. Pompeo proclamò con vanto che, grazie ai suoi successi, le entrate della repubblica erano più che raddoppiate, passando da cinquanta a centotrentacinque milioni di denari. A chiudere la parata, c’era un carro che rappresentava il trofeo della vittoria sul mondo conosciuto. Il popolo acclamava Pompeo come vincitore in tutti e tre i continenti: l’Africa era stata il suo primo trionfo, l’Europa e, in particolare, la Spagna il secondo, e l’Asia il terzo. Davanti a Pompeo sfilavano più di trecento ostaggi illustri: re, regine, principesse, capitribù e generali, tutti abbigliati nei loro costumi tradizionali. Il generale conduceva un cocchio tempestato di gemme e indossava un mantello strappato a Mitridate, che si diceva fosse appartenuto ad Alessandro Magno. Un secolo e mezzo più tardi, lo storico Appiano ritenne assai dubbia l’autenticità di tale cimelio, ma Pompeo voleva a tutti i costi creare un parallelismo tra sé e il più grande condottiero della storia3.
Le vittorie di Pompeo erano senza dubbio grandiose. L’eliminazione dei pirati, realizzata efficacemente e con un piano meticoloso di rapida attuazione, era stata solo il preludio di successi ancora più spettacolari. Mitridate, re del Ponto, era uno dei nemici più pericolosi e di lunga data dei Romani. Silla lo aveva costretto a ritirarsi dalla Grecia e aveva riconquistato la provincia d’Asia, ma la necessità di tornate in Italia gli aveva impedito di ottenere una vittoria definitiva. Lucullo aveva ottenuto dei risultati durante i sette anni in cui era stato al comando della regione, mettendo in difficoltà il re e i suoi alleati in una serie di battaglie. Durante il suo mandato, si era arricchito a dismisura con i bottini di guerra, ma si era alienato le simpatie dei publicani che operavano in Asia come esattori, nonché dei suoi stessi soldati. Un generale di successo attirava sempre l’ostilità latente del senato. Chiunque conquistasse troppa gloria, ricchezza o auctoritas iniziava ad essere visto con nervosismo e sospetto dagli altri senatori. Quando crebbe il malcontento per l’eccessiva durata della guerra, alcuni iniziarono addirittura a sostenere che Lucullo la stesse prolungando di proposito per continuare ad arricchirsi. La vasta provincia che gli era stata affidata fu divisa in più parti, ciascuna delle quali venne data a nuovi governatori, con il risultato che vennero a mancargli le risorse per combattere efficacemente. Mitridate, approfittando dell’indebolimento di Lucullo, riconquistò alcuni dei territori che aveva perduto. Nel 66 a.C., con l’arrivo di Pompeo, la situazione cambiò radicalmente. Avvalendosi di risorse smisurate in confronto a quelle del suo predecessore, al termine dell’anno aveva già sostanzialmente schiacciato le forze di Mitridate. In questo caso – a differenza della guerra servile che era stata vinta da Crasso prima che Pompeo arrivasse cercando di accreditarsene il merito – sarebbe eccessivo sostenere che Lucullo avesse già vinto la guerra, ma sicuramente aveva contributo non poco alla vittoria finale.
Terminato il compito che gli era stato assegnato, Pompeo decise di non tornare subito a Roma, ma di rimanere al comando delle sue truppe, in cerca di nuove occasioni per conquistare la gloria. Nei due anni successivi, si spinse con le legioni dove nessun esercito romano era mai arrivato. Marciò contro gli Iberi e gli Albani, raggiungendo la costa orientale del Mar Nero, e si addentrò nelle zone interne corrispondenti all’attuale parte meridionale della Russia. Poi intervenne in un conflitto interno tra i membri rivali di una famiglia giudaica, mise sotto assedio Gerusalemme e la conquistò in due mesi. Tutte queste conquiste furono celebrate nella parata trionfale. Durante le campagne, Pompeo diede prova del suo valore come comandante, e in alcune occasioni guidò personalmente le truppe, emulando le gesta eroiche di Alessandro. A Gerusalemme, entrò, insieme ai suoi luogotenenti, nel sacrario del Tempio, il cui accesso era proibito a tutti, eccetto ai sommi sacerdoti. In segno di rispetto, non portò via nessuno dei tesori, ma il gesto, com’era prevedibile, alimentò a Roma la leggenda delle straordinarie imprese del grande generale. Nella società romana l’aspetto spettacolare contava quanto quello pratico, e Pompeo, ben sapendolo, trascorse buona parte del suo tempo a riorganizzare l’assetto delle preesistenti province romane della regione e di quella nuova che aveva conquistato. Le campagne militari cessarono quasi del tutto quando, nel 63 a.C., giunse la notizia della morte di Mitridate, ucciso da una guardia del corpo dopo aver cercato inutilmente di avvelenarsi (le porzioni di veleno che aveva costantemente ingerito per tutta la vita lo avevano reso immune). Pompeo rimase in Oriente per un altro anno, colonizzando la regione. Fu molto scrupoloso nel riassetto amministrativo del territorio, e molte delle norme che stabilì rimasero in vigore per secoli4.
Nel frattempo, le spregiudicate iniziative del tribuno Metello Nepote avevano aumentato l’apprensione del senato circa le reali intenzioni di Pompeo una volta rientrato in Italia. Nepote era il cognato di Pompeo e aveva prestato servizio come suo legato; perciò la sua tendenza a usare violenza e intimidazioni affinché Pompeo ottenesse il permesso di mantenere il comando dell’esercito era molto preoccupante. Sembra che Crasso, intuendo il pericolo, abbia deciso di far allontanare la sua famiglia da Roma. Non sappiamo fino a che punto Nepote agisse di sua iniziativa o seguendo istruzioni, ma è poco probabile che Pompeo fosse contento di aver suscitato i sospetti di molti senatori senza ottenere, in cambio, nulla di concreto. Nella primavera del 62 a.C., scrisse una lettera aperta al senato, e inviò anche dei messaggi privati ad alcuni dei senatori più in vista, rassicurando tutti che desiderava congedarsi pacificamente. Uno dei suoi legati, Marco Pupio Pisone, che aveva già fatto rientro a Roma, presentò la propria candidatura al consolato per il 61 a.C. Pompeo chiese al senato di posticipare la data delle elezioni alla fine dell’anno, per permettergli di essere presente e poter appoggiare la campagna elettorale dell’amico. Davanti alla sua richiesta il senato si divise, ma l’ostruzionismo di Catone evitò che si giungesse al voto. Durante il dibattito, quando fu richiesta la sua opinione, prolungò il suo intervento fino al termine della giornata, con il risultato che la riunione fu sciolta senza che fosse stata presa una decisione. In seguito, la questione non fu più riproposta. Alla fine Pisone vinse ugualmente le elezioni, ma l’episodio fu solo il primo di una lunga serie di smacchi per Pompeo. Ciò non lo dissuase, comunque, dal continuare a rassicurare il senato circa le sue buone intenzioni. Quando finalmente sbarcò a Brindisi, nel dicembre del 62 a.C., congedò immediatamente le legioni e diede ordine ai suoi soldati di riunirsi di nuovo solo quando fosse arrivato il momento di celebrare il trionfo5.
Prima del trionfo, Pompeo non poteva oltrepassare il pomerium, il confine sacro che delimitava la città, così prese alloggio nella sua villa sui Colli Albani, fuori Roma. Già alla metà del I secolo a.C., molti edifici importanti della città si trovavano ormai al di fuori del pomerium. In diverse occasioni le riunioni del senato o le adunanze pubbliche si tennero in luoghi esterni al confine sacro, proprio per consentire a Pompeo di parteciparvi. Durante il suo primo consolato, nel 70 a.C., Pompeo aveva incaricato Marco Terenzio Varrone, senatore di grande esperienza e prolifico scrittore, di redigergli un vademecum sui regolamenti e le procedure del senato. Quando tornò a partecipare alla vita politica, dopo sei anni di campagne militari, fu chiaro che aveva ancora molte cose da imparare. Il suo primo discorso in senato fu mediocre e non piacque a nessuno. Per sua sfortuna, arrivò proprio mentre infuriava il dibattito sul processo per sacrilegio contro Clodio, incentrato, in particolare, sul tipo di procedura da applicare e sul criterio da utilizzare per selezionare la giuria. Pisone, il console ex-legato di Pompeo, era amico e alleato di Clodio, mentre l’altro console era schierato nella fazione avversa. Pompeo, che non possedeva un particolare talento oratorio e aveva anche poca esperienza, quando fu chiamato a parlare, si limitò a proclamare il proprio sostegno e il proprio rispetto per le decisioni del senato, ma il discorso fu accolto con freddezza. Cicerone si risentì dello scarso entusiasmo mostrato da Pompeo nel ricordare il suo ruolo nella soppressione di Catilina, ed espresse un giudizio caustico sul valoroso generale che in passato aveva più volte appoggiato. Il 25 gennaio del 61 a.C., scrisse al suo amico Attico: Pompeo «ostenta pubblicamente amicizia e stima nei miei confronti, ma in fondo è evidente che mi detesta. In lui non c’è affabilità, sincerità, chiarezza nelle questioni politiche, senso d’onore, coerenza o generosità»6. Cicerone fu invece molto soddisfatto quando Crasso lo elogiò in senato, il che, probabilmente, accadde proprio perché Pompeo non lo aveva fatto7.
Nella sfera privata le cose per Pompeo non andavano molto meglio. Appena tornato dall’Italia, divorziò subito dalla moglie Mucia, che durante la sua assenza era stata anche amante di Cesare, e la cui infedeltà con molti altri uomini era causa di pubblico scandalo. Politicamente, il divorzio ebbe però conseguenze sfavorevoli, alienandogli le simpatie dei fratellastri di Mucia, Metello Nepote e Quinto Cecilio Metello Celere. I Metelli erano una famiglia piuttosto rancorosa, che non mancava mai di vendicarsi delle offese, vere o presunte. Dopo essere stato attaccato da Nepote, Cicerone si era dovuto impegnare a fondo per riuscire a placare le ire di Metello Celere, nonostante fosse stato il fratello di quest’ultimo a iniziare la polemica. Celere era il favorito nella corsa al consolato del 60 a.C., ed era perciò molto pericoloso farselo nemico. Il divorzio fornì a Pompeo l’opportunità per stringere una nuova alleanza politica, ed egli decise di mostrare, ancora una volta, che desiderava integrarsi nell’élite senatoria e che non era affatto un rivoluzionario. Si rivolse perciò a Catone, e gli chiese il permesso, per sé e suo figlio, di sposare le sue nipoti, figlie di Servilia. Le due ragazze e la loro ambiziosa madre rimasero costernate davanti al rifiuto opposto da Catone, che con quel gesto rafforzò la sua reputazione di uomo che anteponeva sempre i severi dettami della virtù al mero opportunismo politico. Catone perse l’occasione di allearsi all’uomo più ricco e al comandante più famoso del senato, ma l’episodio accrebbe quell’alone leggendario che, con le sue azioni e il suo atteggiamento, aveva sapientemente costruito intorno al suo personaggio8.
In quegli anni Pompeo aveva due obiettivi fondamentali. Il primo era quello di fare in modo che ai suoi veterani, dopo il congedo, fosse assegnata della terra. Nel 70 a.C. era stata approvata una legge agraria in favore dei soldati che avevano combattuto in Spagna al suo fianco, ma l’efficacia di quel provvedimento era stata molto limitata, poiché il senato non aveva allocato sufficienti risorse per rendere possibile una distribuzione adeguata delle terre. Il secondo obiettivo era di ottenere la ratifica del riassetto amministrativo delle province d’Oriente, ossia di tutto il sistema di norme e regolamenti che aveva promulgato dopo la vittoria su Mitridate. In realtà, la competenza a decidere su tale materia spettava a un comitato interno al senato e, dato che Pompeo aveva agito di sua iniziativa, scavalcando l’autorità preposta, il fatto che avesse svolto un lavoro eccellente non lo esonerava da aspre critiche. Lucullo, che aveva dovuto aspettare per anni il suo trionfo, era ancora talmente irritato da Pompeo (che lo aveva sostituito al comando), che decise di interrompere il suo volontario ritiro dalla vita pubblica per ostacolarlo e iniziò a criticare ogni modifica apportata alle norme che a suo tempo aveva stabilito. Pompeo voleva che il suo riassetto delle province d’Oriente fosse ratificato in blocco con un’unica legge. Lucullo, Catone e molti altri senatori di spicco pretendevano invece che ogni singolo regolamento fosse discusso e trattato separatamente. Durante il consolato di Pisone, nel 61 a.C., non fu deciso nulla, in parte perché il console fu molto assorbito dalle questioni legate al giudizio contro il suo amico Clodio. Quando Pompeo si rese conto che la vittoria di Metello Celere alle elezioni per il consolato del 60 a.C. era certa, cercò di assicurarsi almeno che fosse affiancato da un collega più malleabile. L’uomo prescelto fu un altro dei suoi ex-legati, Lucio Afranio, un homo novus. Nonostante fosse un buon ufficiale, Afranio era più noto come ballerino, che per le sue doti politiche, e come console fu un fallimento totale. Cicerone, che come lui era un «uomo nuovo», considerò la sua candidatura una barzelletta poco divertente. Più capace si dimostrò invece uno dei tribuni di quell’anno, Lucio Flavio, che fu ben lieto di assecondare i desideri di Pompeo e propose una nuova legge agraria che prevedeva la distribuzione di terre ai veterani e ai molti cittadini di Roma ridotti in miseria. Metello Celere si mise a capo dell’opposizione e la sua invettiva contro la legge fu talmente aspra, che il tribuno ordinò che venisse incarcerato. Il console era un politico talmente scaltro che seppe sfruttare la situazione a suo vantaggio: convocò una riunione del senato nella prigione in cui lo avevano rinchiuso. Flavio reagì collocando la panca tribunizia davanti all’entrata per impedire a chiunque l’ingresso. Metello non si lasciò intimidire, e ordinò ai suoi assistenti di aprire un varco nel muro della prigione, per consentire ai senatori di entrare. Pompeo comprese che Flavio era andato troppo oltre e gli ordinò di liberare il console. L’episodio mette in luce uno scrupolo per le convenzioni quasi ridicolo, simile a quello che aveva caratterizzato lo scontro tra Catone e Nepote nel 62 a.C., sul podio del Tempio di Castore e Polluce. In questa occasione, il confronto terminò prima di sfociare nella violenza. Si cercò di nuovo di intimidire Metello, minacciandolo di non assegnargli una provincia, ma il tentativo fallì e il progetto di legge fu definitivamente abbandonato9.
Dopo due anni, Pompeo non era riuscito a realizzare i suoi due principali obiettivi. La conferma del riassetto in Oriente e l’assegnazione delle terre ai veterani erano misure lungimiranti, dalle quali la repubblica avrebbe tratto beneficio. Metello si oppose al progetto di legge soprattutto perché non intendeva favorire in nulla l’uomo che aveva divorziato dalla sua sorellastra Mucia, ma anche per il prestigio che acquistava opponendosi a Pompeo. Metello aveva un carattere ostinato. Suo nonno era diventato famoso per essere stato l’unico senatore a rifiutarsi di giurare obbedienza a una legge di Saturnino, episodio che gli era costato l’esilio. L’ostilità di Lucullo era invece motivata dai danni che riteneva di aver subito a causa di Pompeo nel 66 a.C., mentre Catone e altri senatori erano inclini a vanificare le iniziative di Pompeo per ridimensionarlo ed evitare che tanta ricchezza e fama gli permettessero di assumere una posizione di supremazia nella repubblica. Ma Pompeo non era l’unico senatore a sentirsi frustrato in quegli anni. Crasso, che inizialmente aveva gioito delle difficoltà del suo rivale, si trovò a dover fronteggiare la stessa cricca di senatori, decisa a bloccare un progetto di legge per lui di estrema importanza. All’inizio del 60 a.C. scoppiò un conflitto di interessi tra il senato e l’ordine equestre, i cui membri erano a capo delle più grandi compagnie di publicani. Questi avevano acquistato il diritto di riscuotere le imposte in Asia e nelle altre province orientali ma, a causa del protrarsi degli anni di guerra, non avevano realizzato incassi neppure sufficienti a pagare le somme promesse all’erario pubblico. Sconcertati dalla prospettiva di registrare delle perdite, anziché i profitti che normalmente derivavano dall’attività di riscossione delle tasse, i publicani volevano rinegoziare le condizioni contrattuali, riducendo l’ammontare dovuto allo stato. Crasso, che era politicamente legato ai publicani più influenti e probabilmente possedeva partecipazioni in molte delle loro società, li appoggiò con entusiasmo. Cicerone considerava la loro richiesta vergognosa, ma era disposto ad accettarla perché riteneva necessario placare l’ordine equestre per mantenerlo dalla parte del senato. Una nuova legge anticorruzione, che aveva appena introdotto severe multe contro i cavalieri – ma anche contro i senatori – che facevano parte delle giurie, era stata accolta come una grave offesa dai membri dell’ordine. Catone, che non era altrettanto disposto a contenere la propria indignazione, si oppose con fermezza ai publicani, e riuscì a convincere il senato a rigettare la richiesta. Cicerone lamentò che Catone «con le più virtuose intenzioni e la probità più austera […] è di nocumento allo stato; i suoi consigli sono più adatti alla chimerica città di Platone che alla feccia del popolo di Romolo»10.
Pompeo e Crasso, i due uomini più ricchi e influenti della repubblica, furono entrambi messi con le spalle al muro da un pugno di uomini appartenenti alle famiglie nobili che dominavano il senato. Pompeo, in particolare, era stato persino rifiutato quando aveva provato a entrare in questa ristretta élite. Una piccola minoranza di aristocratici stava impedendo l’approvazione di riforme necessarie, ragionevoli e popolari, e di altre misure che, seppur discutibili, erano politicamente opportune. A causa dell’inerzia delle sue istituzioni, la repubblica si stava alienando le simpatie dei cittadini di ogni ceto sociale. Alcuni decenni più tardi, uno degli ex-comandanti di Cesare avrebbe iniziato la narrazione della guerra civile nell’anno del consolato di Metello Celere e Afranio. Con il senno del poi, sappiamo che il 60 a.C. venne considerato da molti l’anno in cui la crisi della repubblica divenne irreversibile11.
Nell’estate del 60 a.C. Cesare tornò dalla Spagna. Aveva quarant’anni e – presumibilmente con la stessa dispensa ottenuta in passato per candidarsi con due anni di anticipo rispetto alle consuetudini – poteva concorrere alle elezioni per il consolato del 59 a.C. È evidente che stava progettando da tempo la propria candidatura. Impossibilitato a presentarsi di persona, sembra che abbia scritto ad alcuni senatori influenti, incluso Cicerone. Cesare intratteneva una fitta corrispondenza con molti, ed è un peccato che solo una piccola parte di essa si sia conservata. Si diceva che fosse in grado di dettare a più assistenti contemporaneamente, e fu il primo che, anche quando si trovava a Roma, scrisse ad amici e alleati che erano in città. Forse comunicò il divorzio a Pompea inviandole una nota scritta di suo pugno. È anche probabile che fu per via epistolare che raggiunse un accordo con un altro senatore per condurre una campagna elettorale congiunta. Il candidato in questione era Lucio Lucceio, uomo mediocre e privo di carisma, ma con notevoli mezzi finanziari. L’unione tra le sue risorse economiche e la popolarità di Cesare era una combinazione che poteva risultare vincente. All’inizio di giugno del 60 a.C., prima ancora di essere arrivato a Roma, Cesare era già considerato il favorito nella corsa al consolato, il che spinse Cicerone a dire, riferendosi a lui, che «i venti sono ora molto favorevoli». Evidentemente le lettere che Cesare gli aveva scritto erano piaciute all’oratore, che, a sua volta, scrisse all’amico Attico che sperava di «rendere Cesare migliore» perché potesse giovare alla repubblica12.
Quando Cesare arrivò alle porte di Roma, si trovò nella stessa condizione di Pompeo due anni prima: non poteva attraversare il pomerium finché non avesse celebrato il trionfo per le campagne in Spagna. Un trionfo, con la sua spettacolare parata e i festeggiamenti che lo accompagnavano, avrebbe di certo aumentato le possibilità di vittoria elettorale. L’elettorato e, più in generale, la società romana, ammiravano la gloria militare più di ogni altra cosa. Lo sfoggio trionfale del valore bellico sarebbe stato un’ottima pubblicità, utile anche in futuro, poiché era molto probabile che il comando di una guerra importante venisse affidato a un console già di successo. Cicerone amava sostenere che una grande carriera da avvocato valeva quasi quanto la gloria militare, però non c’è dubbio che in fondo sapesse che la sua opinione non era condivisa dalla maggioranza dell’elettorato. In ogni caso, la legge stabiliva che tutti gli aspiranti a un incarico pubblico dovevano recarsi di persona a una riunione nel Foro per presentare la propria candidatura. Era necessario del tempo per organizzare in maniera adeguata una celebrazione trionfale, che poteva avvenire solo in determinati giorni stabiliti dal senato. La data delle elezioni era già stata fissata e Cesare, per candidarsi, avrebbe dovuto oltrepassare il pomerium e rinunciare al trionfo. Chiese perciò una dispensa per potersi candidare senza recarsi di persona nel Foro. È probabile che abbia inoltrato la richiesta al senato con una lettera, o attraverso un intermediario, dato che non esistono testimonianze che il senato sia stato convocato in uno dei templi esterni al pomerium per permettergli di partecipare alla riunione. Secondo Svetonio, la sua richiesta incontrò un’ampia opposizione. Altre fonti sostengono che Catone fu il più determinato oppositore, il che non sorprende affatto. La sua tattica di prolungare l’intervento fino alla chiusura del dibattito, già sperimentata in passato, funzionò bene anche stavolta e fece in modo che Cesare non potesse celebrare il suo trionfo se non rinunciando al consolato per l’anno seguente13.
Le manovre di Catone ebbero però un effetto diverso da quello sperato. Quando Cesare capì ciò che stava accadendo, rinunciò immediatamente al trionfo e attraversò il pomerium per poter entrare in città e presentare la sua candidatura. Fu una scelta decisiva e di cruciale importanza. Il trionfo era uno dei più grandi onori ai quali un aristocratico potesse ambire, e veniva ricordato per sempre esponendo delle insegne commemorative nel portico della casa del trionfatore. Pompeo, la cui carriera era stata del tutto convenzionale, aveva celebrato tre trionfi, ma si trattava di un fatto eccezionale, poiché a quell’epoca era difficile conquistare più di un trionfo. Inoltre, pochissimi propretori nel I secolo a.C. avevano ottenuto tale onore, e persino per i consoli era diventato un evento abbastanza raro. Se Cesare vi rinunciò, fu perché era assolutamente convinto di essere destinato a più grandi imprese. Aveva fatto tutto il possibile perché gli accordassero un trionfo per le conquiste in Spagna, e certamente desiderava celebrarlo, ma riteneva che il consolato fosse un traguardo molto più importante.
Le ragioni di Catone meritano di essere tenute in considerazione, tanto più che, a prima vista, le sue manovre potrebbero sembrare insensate e, con il senno del poi, basate su un calcolo del tutto errato. Il massimo risultato che poteva ottenere era quello di ritardare di un anno la candidatura di Cesare, permettendogli di celebrare un trionfo che avrebbe sicuramente reso ancora più probabile la sua vittoria alle elezioni successive. Forse Catone sperava che nei dodici mesi successivi i debiti di Cesare lo avrebbero mandato in rovina. Tuttavia, poiché era appena tornato dalla provincia, come tutti i governatori romani, specialmente quelli che avevano condotto guerre vittoriose, ne ricavò certo dei profitti. I suoi debiti erano troppo ingenti per essere saldati, e Cesare aveva bisogno delle finanze di Lucceio per la campagna elettorale, ma, tutto sommato, è probabile che le sue condizioni economiche fossero migliori rispetto a quando era partito. Come privato cittadino, Cesare avrebbe potuto essere processato e forse Catone sperava che venisse condannato dal tribunale delle estorsioni. Ma la maggior parte dei governatori veniva assolta da questo tipo di accuse, e inoltre è anche probabile, come abbiamo visto, che Cesare fosse innocente, anche se tale eventualità non era un fattore decisivo nei processi di questo genere. In realtà, c’erano delle ragioni personali per ritardare di un anno la candidatura di Cesare. Marco Calpurnio Bibulo, genero di Catone, era candidato al consolato quello stesso anno, e Cesare lo aveva già completamente eclissato nel 65 a.C., quando entrambi avevano ricoperto la carica di edile. Bibulo aveva poco talento e, confrontandosi di nuovo con un uomo brillante e capace come Cesare, sarebbe apparso ancora mediocre. A causa delle leggi che fissavano un’età minima per ciascun incarico, accadeva spesso che molti senatori, più o meno coetanei, si trovassero più volte, nel corso della carriera, a competere tra loro per la stessa carica. Sia Cesare che Bibulo erano stati pretori nel 62 a.C., ma in quell’occasione non si era verificato tra i due nessun attrito. Posticipare la candidatura di Cesare al consolato avrebbe dato a Bibulo, almeno per una volta, la possibilità di essere al centro dell’attenzione. Al tempo stesso si sarebbe evitato il pericolo che «l’uomo nuovo» Lucceio, giovandosi della popolarità del suo alleato, rischiasse di relegare Bibulo in terza posizione. Perdere le elezioni era una grave umiliazione per un aristocratico.
Perciò era sicuramente conveniente per la famiglia di Catone bloccare la richiesta di Cesare. Non dobbiamo però neppure sottovalutare gli attriti personali che esistevano tra i due. Non si rischia di esagerare, dicendo che Catone detestava Cesare ed era convinto che dietro il suo apparente fascino si celasse ben altro. La relazione extraconiugale che Servilia intratteneva da molto con Cesare offendeva i sentimenti del fratellastro. L’aristocrazia romana non giudicava negativamente i senatori che facevano politica mossi dall’odio personale, a condizione che le loro azioni non risultassero eccessive. Catone, in questo caso, stava semplicemente sfruttando l’opportunità di mettere in difficoltà un suo nemico. Inoltre, ogni volta che riusciva a far cambiare opinione al senato o impediva che venisse approvata una qualche misura, la sua reputazione migliorava. In quel momento aveva solo trentacinque anni e la carica più importante che aveva rivestito era il tribunato, ma era già una delle voci più influenti del senato. Catone incarnava, come il suo famoso antenato, un modello di antiche virtù. Nulla poteva dissuaderlo dalle sue opinioni, e non temeva di esprimerle, anche quando erano contrarie a ciò che pensava la maggioranza. È improbabile che, già nel 60 a.C., ritenesse Cesare un nemico della repubblica e, come ci confermano le lettere di Cicerone, anche la maggioranza del senato, prima delle elezioni, non lo considerava una minaccia. L’unico indizio dell’esistenza di qualche sospetto si ebbe quando il senato decretò quali province i consoli avrebbero governato al termine del mandato del 59 a.C. Una legge voluta da Gaio Gracco stabiliva infatti che dovevano essere decise prima delle elezioni. In quest’occasione, il senato assegnò ai due consoli i «boschi e i pascoli d’Italia» (silvae callesque). Le regioni rurali dell’Italia avevano certamente sofferto molto negli ultimi decenni, ma si trattava di una provincia del tutto priva di importanza, indegna di un console, e ancor meno di due. L’ipotesi che questa decisione fosse stata presa per tenere due consoli di riserva nel caso di una guerra in Gallia non sembra plausibile, dato che, nella prassi, ciò non era mai avvenuto. Secondo le fonti si trattava di un insulto a Cesare, ma non va dimenticato che anche Bibulo, in caso di vittoria alle elezioni, avrebbe subito la stessa umiliazione14.
I consoli erano eletti dai comitia centuriata, che avevano una composizione molto diversa dalle altre assemblee tribali. Cesare aveva già ottenuto un successo nei comitia quando era stato eletto pretore, ma la competizione per il consolato era molto più agguerrita di quella per la pretura, in cui i posti a disposizione erano otto. Le elezioni consolari si tenevano solitamente alla fine di luglio, e a Cesare restavano poche settimane per la campagna elettorale. I comitia centuriata si riunivano nel Campo Marzio, seguendo una procedura che ricordava da vicino quella del sistema militare di Roma dei tempi più antichi, come ad esempio l’usanza di issare una bandiera rossa sul Colle del Gianicolo, già menzionata a proposito del processo contro Rabirio (vedi p. 146 e sgg.). Le modalità con cui il magistrato che presiedeva l’adunanza impartiva all’assemblea le istruzioni per il voto erano simili a quelle degli ordini militari. Il console dichiarava aperte le operazioni pronunciando un’orazione, seguita da una formula solenne. Prima dell’inizio delle votazioni, si teneva una riunione informale o contio, ma non sappiamo se i candidati avessero la possibilità di tenere un discorso per rivolgere un ultimo appello all’elettorato. In base al reddito registrato durante l’ultimo censimento, i votanti erano suddivisi in centurie. L’elemento tribale consisteva però solo nel fatto che ciascuna delle centurie era composta da uomini appartenenti alla stessa tribù. Le votazioni iniziavano con le settanta centurie della prima classe, seguite dalle diciotto dell’ordine equestre. Ogni centuria eleggeva due nomi dalla lista dei candidati. Le centurie erano in totale centonovantatré, ma il risultato delle elezioni poteva già essere definitivo, come spesso accadeva, dopo il voto della seconda classe. I membri della prima erano certamente proprietari terrieri, ma non sappiamo esattamente quale fosse, in quel periodo, il livello di reddito richiesto per farne parte. Sarebbe errato pensare che fossero tutti molto ricchi. In alcuni casi il loro reddito era pari a quello dei cavalieri, ma ce n’erano altri che potevano contare solo su mezzi relativamente modesti. Non esistono elementi per ritenere che tra di loro ci fosse un legame di tipo corporativo o che formassero una classe sociale nel senso moderno del termine. La decisione delle centurie che votavano per prime influiva sul voto delle successive, tanto che, molto spesso, sembra che prevalesse la tendenza a scegliere il candidato più votato dalle precedenti. A pesare maggiormente era la decisione di una centuria della prima classe, che, in base a un sorteggio, veniva chiamata a votare per prima. Si trattava della centuria praerogativa, e si credeva che il candidato più votato da questa avrebbe vinto le elezioni15.
Come in altre elezioni, anche le votazioni dei comitia centuriata avvenivano nei saepta (letteralmente ‘ovile’), la struttura temporanea di recinzioni in legno, senza copertura, che ospitava ciascuna delle tribù votanti e che si estendeva su una vasta area. Non sappiamo quanti fossero gli aventi diritto al voto che partecipavano abitualmente alle elezioni. Più di novecentomila cittadini erano stati inclusi nell’ultimo censimento; di questi, varie centinaia di migliaia vivevano a Roma o vi trascorrevano una parte dell’anno. Data la dimensione dei saepta, è praticamente impossibile che la maggior parte di essi, inclusi i residenti in città, potesse in realtà votare. Le stime sul numero di persone che potevano essere ospitate all’interno delle recinzioni – mere congetture, interamente basate sulla rapidità delle operazioni di voto, dato che l’intera procedura doveva concludersi al tramonto – oscillano tra un massimo di settantamila o cinquantacinquemila persone a un minimo di trentamila. Gli studiosi tendono a sottolineare che si tratta di cifre sovrastimate, e che il numero reale potrebbe essere assai più basso, ma si tratta solo di ipotesi. Ciò che possiamo affermare con certezza è che soltanto una minoranza degli aventi diritto al voto partecipava alle elezioni. Allo stesso modo, è arduo stabilire se i partecipanti al voto fossero tendenzialmente sempre gli stessi, come è stato spesso ipotizzato. Le elezioni consolari erano senza dubbio un avvenimento importante, e molti cittadini provenienti da ogni parte d’Italia si recavano appositamente a Roma per partecipare. Ovviamente il viaggio poteva essere affrontato solo dai più ricchi, ma la loro presenza poteva essere determinante per il voto della prima classe e dei cavalieri. I risultati delle elezioni erano pur sempre imprevedibili, ed era estremamente raro che la vittoria di due candidati fosse considerata certa. La centuria praerogativa, scelta a sorte il giorno stesso delle elezioni, aggiungeva un ulteriore elemento di incertezza al risultato16.
Durante la sua campagna elettorale, Cicerone aveva deciso di visitare la Gallia Cisalpina per conquistare il voto dei cittadini più ricchi della provincia, e durante tutta la sua vita mantenne contatti con molte comunità in Italia. Quando le amicizie e i favori fatti in passato non bastavano, la soluzione poteva essere il denaro. C’erano uomini in grado di influenzare i voti dei membri della loro tribù, sia che votassero congiuntamente, sia che lo facessero uno a uno all’interno della centuria. Nel 61 a.C. molti dissero di aver visto questi uomini, nel giardino della casa di Pompeo, ricevere denaro in cambio dell’appoggio al suo candidato, Afranio. Nel 60 a.C. la corruzione fu meno palese, ma sicuramente tutti i candidati continuarono a farne uso. Lucceio finanziò la propria campagna e quella di Cesare, mentre Bibulo poteva contare anche sull’appoggio di alcuni senatori di spicco. Anche Catone dava la sua approvazione, come aveva fatto con suo cognato, quando si era astenuto dal processarlo per brogli elettorali, nel 63 a.C., mentre aveva attaccato Murena. Come qualsiasi altro senatore, anteponeva il successo della sua famiglia a tutto il resto. Secondo Svetonio, Catone e gli altri sostenitori di Bibulo erano spinti ad agire anche per paura di quel che Cesare avrebbe potuto fare se l’altro console eletto fosse stato un suo alleato. Può trattarsi però di una valutazione fatta con il senno del poi, poiché è probabile che le alleanze e lo status familiare di Bibulo fossero fattori molto più importanti17.
Il giorno delle elezioni Cesare risultò primo con un notevole margine di vantaggio. Bibulo arrivò secondo, lasciando fuori Lucceio, che non ottenne nulla, nonostante tutti i soldi spesi. Sicuramente molti elettori votarono sia Cesare che Bibulo. Cesare aveva raggiunto la carica più alta della magistratura. Si trattava ora di vedere quali azioni avrebbe intrapreso e quale sarebbe stato il suo atteggiamento durante i dodici mesi di consolato.
Nel dicembre del 60 a.C., poche settimane prima dell’entrata in carica di Cesare come console, avvenuta il primo gennaio 59 a.C., Cicerone ricevette un visitatore nella sua villa di campagna. Si trattava di Lucio Cornelio Balbo, un cittadino romano di Gades, in Spagna, che aveva fatto parte dell’entourage di Cesare durante il suo governatorato nella penisola iberica, e che ora agiva come suo rappresentante politico. Balbo parlò principalmente della legge agraria che Cesare voleva presentare durante il suo consolato. Cicerone aveva sempre provato l’istintiva avversione del proprietario terriero davanti a qualsiasi ipotesi di ridistribuzione. La sua opposizione aveva contribuito notevolmente a bloccare il progetto di legge presentato da Rullo tre anni prima. Questa volta poteva scegliere di opporsi alla nuova legge, di assentarsi per rimanere neutrale, oppure di appoggiarla. Scrisse ad Attico una lettera in cui spiegava che Cesare si aspettava il suo sostegno. Balbo lo aveva assicurato che «Cesare seguirà la mia opinione e quella di Pompeo e si adopererà per far riconciliare Crasso e Pompeo». Se Cicerone avesse aderito a questo accordo, avrebbe avuto la prospettiva di una «stretta alleanza con Pompeo e, se lo desidero, anche con Cesare, una riconciliazione con i miei nemici, la pace con il popolo e la sicurezza nella vecchiaia». Cesare stava accuratamente preparando il terreno al suo anno di consolato, e cercava di avere dalla sua parte quanti più alleati possibile. Cicerone, nonostante i suoi successi come console, restava pur sempre un «uomo nuovo», non accetto alla ristretta élite delle famiglie più influenti del senato; inoltre l’esecuzione dei cospiratori, da lui ordinata nel 63 a.C., lo esponeva a possibili attacchi per abuso di potere. Nel corso dell’ultimo decennio si era più volte presentato come un sostenitore di Pompeo. Era chiaro che Pompeo avrebbe appoggiato la legge agraria di Cesare e che i due volevano assicurarsi il sostegno delle sue doti oratorie per aiutare la loro causa18.
Dopo un periodo di riflessione, Cicerone rifiutò. Fu sicuramente una delusione per Cesare, ma dopotutto l’appoggio dell’oratore non era fondamentale, perché aveva trovato già due alleati molto più potenti. Balbo aveva accennato a Cicerone la possibilità di un’alleanza tra Pompeo e il suo storico nemico, Crasso. In effetti, durante quei mesi, Cesare riuscì nel suo intento, e strinse con i due un patto in base al quale, per usare le parole di Svetonio, «non si poteva fare niente, nell’ambito dello stato, che dispiacesse a quei tre»19. Quest’alleanza politica è universalmente nota come primo triumvirato – il secondo triumvirato sarà formato da Marco Antonio, Ottaviano e Lepido nel novembre del 43 a.C. per opporsi agli assassini di Cesare. «Triumvirato» significa semplicemente un’alleanza di tre uomini. Diversamente dal secondo, che fu formalmente sancito da una legge che attribuiva ai triumviri i poteri dittatoriali, il primo, tra Crasso, Pompeo e Cesare, fu un accordo privato e, all’inizio, fu anche tenuto segreto. La circostanza che nel dicembre del 60 a.C. Balbo menzionasse la mera eventualità di una possibile riconciliazione tra Pompeo e Crasso non deve essere considerata come una prova che il triumvirato non si fosse già costituito, ma implica soltanto che non era stato ancora reso pubblico. Già da parecchio tempo Cesare era politicamente legato a Crasso. Quest’ultimo aveva investito molto su di lui e, offrendosi come garante per i suoi debiti, lo aveva salvato in un momento in cui la disastrosa situazione economica di Cesare rischiava di impedirgli la partenza per governare la Spagna Ulteriore. Quanto a Pompeo, Cesare aveva sempre apertamente proclamato il suo sostegno alle proposte di legge in favore del grande generale. Sicuramente lo conosceva anche personalmente – il mondo dell’aristocrazia romana era piccolo ed entrambi avevano trascorso a Roma gran parte degli anni tra il 70 e il 67 a.C. –, benché non vi sia menzione, nelle fonti, di un’amicizia stretta tra i due. Cesare aveva sedotto la moglie di Pompeo mentre questi era assente in terra straniera, il che sicuramente non lo aveva reso molto gradito agli occhi del marito. Tuttavia Cesare aveva avuto un’avventura anche con la moglie di Crasso, senza che questo intralciasse l’alleanza politica con lui. In quegli anni, Pompeo e Crasso erano entrambi frustrati. Avevano compreso che tutta la loro ricchezza e influenza non bastava per ottenere ciò che volevano. Pompeo, per realizzare i suoi obiettivi, aveva bisogno di un console più brillante e determinato di un Pisone o un Afranio. Cesare aveva rinunciato a un trionfo, pur di ottenere subito il consolato. Un sacrificio del genere sarebbe stato ricompensato solo se, al termine della carica, avesse avuto l’opportunità di grandi imprese militari che «i boschi e i pascoli» d’Italia non potevano certo offrirgli. In vista di questo obiettivo aveva quindi bisogno di sostenitori molto influenti. Un’alleanza solo con Pompeo o con Crasso, data l’ostilità esistente tra i due, avrebbe provocato l’opposizione di uno dei due a Cesare. Catone, Bibulo e i loro alleati avrebbero sicuramente ostacolato ogni sua manovra, e quindi non poteva permettersi il lusso di un altro nemico potente. La soluzione, semplice e geniale, fu di far alleare Crasso e Pompeo, poiché nessuno avrebbe potuto sconfiggerli se avessero unito le loro forze. Catone e gli altri nobili che avevano ostacolato e irritato i due uomini più potenti della repubblica avevano creato le condizioni per rendere possibile tale alleanza. Tuttavia, non c’è dubbio che furono necessari tutta l’abilità diplomatica e il carisma di Cesare per convincere i due vecchi nemici che unendosi e sostenendo il suo consolato avrebbero potuto ottenere ciò che volevano20.
Le trattative per costituire il triumvirato iniziarono forse per via epistolare, ma è improbabile che qualsiasi decisione sia stata presa prima del ritorno di Cesare in Italia nell’estate del 60 a.C. Sicuramente nessun accordo fu concluso prima delle elezioni, poiché fu solo dopo il suo successo elettorale che Cesare divenne credibile e rafforzò la sua posizione nelle trattative. Non è chiaro se Pompeo e Crasso apparirono in pubblico insieme per sostenerlo durante la campagna elettorale. Comunque, anche se lo fecero, non si trattò di un fatto particolarmente significativo. Accadeva spesso che politici tra loro nemici sostenessero lo stesso candidato con cui avevano legami di amicizia. In ogni caso, in pochi devono aver sospettato l’esistenza di una patto fra i tre prima del gennaio del 59 a.C. Più tardi, invece, divenne talmente ovvio da provocare l’indignazione generale e le consuete grida di allarme sulla fine della repubblica. Varrone, l’erudito che nel 70 a.C. aveva istruito Pompeo sulle procedure senatorie e più tardi aveva prestato servizio come suo legato, scrisse un libello che denigrava il «mostro a tre teste». Un secolo e mezzo dopo, Plutarco affermò categoricamente che l’accordo dei triumviri, specialmente quello tra Cesare e Pompeo, fu la causa principale della guerra civile e della fine della repubblica, nonché un mezzo di cui Cesare si servì per conquistare un potere così grande da eliminare infine anche Pompeo. Quest’opinione, espressa a posteriori, sebbene sia stata condivisa anche da altri, ha il difetto di considerare ineluttabile ciò che sarebbe accaduto. Plutarco aveva però in qualche modo compreso che il triumvirato non era un’alleanza basata su ideali e ambizioni politiche comuni. Pompeo, Crasso e Cesare perseguivano fini diversi tra di loro. Pompeo voleva la ratifica del suo riassetto delle province d’Oriente, mentre lo scopo di Crasso era quello di avvantaggiare gli esattori delle imposte in Asia. Cesare era il più giovane e meno influente dei tre, e aveva bisogno di un forte sostegno per riuscire a realizzare qualcosa – visto il prevedibile ostruzionismo del collega con cui condivideva il consolato – e ottenere per sé un importante governo in provincia al termine del mandato. In realtà, Cesare era uno strumento nelle mani degli altri due, il magistrato di cui servirsi per introdurre e far approvare le leggi che essi desideravano. In cambio lo avrebbero ricompensato. Ciascuno di loro sapeva che anche gli altri avrebbero tratto vantaggio dall’accordo, ma a condizione che ognuno raggiungesse lo scopo che si era prefissato. In definitiva, era un matrimonio di convenienza che erano liberi di sciogliere qualora cessasse di essere vantaggioso. Se lo considerassimo come un’alleanza stabile o permanente, rischieremmo di interpretare in modo errato degli eventi di quell’anno e dei successivi. Dione Cassio sostiene che i triumviri fecero un giuramento solenne, ma è molto probabile che lo scrisse per fare propaganda. Prestare un giuramento segreto era considerato dai Romani di cattivo auspicio. Si dice che Catilina lo avesse fatto con i suoi seguaci. Nei secoli successivi, fu una delle accuse rivolte contro i primi cristiani21.
I due consoli detenevano un eguale potere ma, a mesi alterni, uno dei due aveva diritto di precedenza sul collega. Il primo turno spettava a chi era arrivato primo alle elezioni, perciò fu Cesare, quando entrò in carica con Bibulo il primo gennaio del 59 a.C., a celebrare l’inizio dell’anno della repubblica con sacrifici e preghiere. Ciascuno dei due consoli era accompagnato da dodici littori che trasportavano i fasci, simbolo del potere del magistrato. Spettava quindi al console di turno quel mese fregiarsi dei fasci. In segno di rispetto verso il collega, Cesare stabilì, al principio dell’anno, che quando Bibulo avesse portato i fasci, i suoi littori avrebbero camminato dietro di lui, e che solo un funzionario subalterno, l’accensus, lo avrebbe preceduto. Si trattò di uno dei tanti gesti sensati con i quali Cesare iniziò il suo mandato. Stabilì anche che le sue proposte e i suoi discorsi, come quelli di tutti gli altri senatori, fossero resi noti a tutti. Tutti i dibattiti del senato dovevano essere annotati e pubblicati nel Foro. In passato si era proceduto a registrarli solo saltuariamente, ad esempio in occasione di alcuni dibattiti durante il consolato di Cicerone22.
Tuttavia, la sua priorità assoluta era la legge agraria, e probabilmente il disegno di legge fu letto in senato già il primo o il secondo giorno di gennaio. Era necessario agire rapidamente, perché il progetto di legge doveva essere pubblicato ventiquattro giorni prima della convocazione dell’assemblea popolare. Se Cesare voleva che venisse votata a gennaio mentre deteneva i fasci, ogni giorno era prezioso: il senato non poteva riunirsi il 3 o il 4 gennaio. Sin dalla fine dell’anno precedente si era impegnato a preparare accuratamente il progetto di legge per assicurarsi la sua approvazione. Come abbiamo visto, Balbo si era recato in visita da Cicerone per ottenere il suo appoggio. Cesare, memore del fallimento delle riforme agrarie di Rullo e Flavio, escluse dal progetto di legge i terreni demaniali della Campania, l’ager Campanus, che fornivano all’erario ingenti entrate. Alcune clausole prevedevano espressamente che la proprietà privata sarebbe stata rispettata. Una commissione avrebbe supervisionato l’acquisizione e la distribuzione delle terre ai veterani di Pompeo e ai cittadini più poveri di Roma. I commissari erano autorizzati a comprare terreni solo dai proprietari disposti a venderli, al prezzo fissato dall’ultimo censimento. Le acquisizioni sarebbero state finanziate utilizzando una parte del ricco bottino di guerra di Pompeo. Altre clausole riconoscevano espressamente la legittimità di tutti i terreni già occupati, per evitare che si diffondessero timori circa indagini sulla legalità o meno del diritto di proprietà. Veniva anche stabilito che i nuovi coloni non potessero vendere la terra loro assegnata prima di venti anni, con l’obiettivo di creare nuove comunità che si stabilissero in modo permanente nel territorio. La commissione sarebbe stata composta da venti membri, in modo da rendere impossibile che uno o due di loro si trovassero in una posizione dominante, ma era previsto che alcune decisioni fossero prese da un consiglio interno di cinque membri. I commissari sarebbero stati scelti con elezioni, e la legge vietava apertamente che Cesare ne facesse parte, in modo da evitare il sospetto che potesse trarne dei vantaggi personali. Le leggi romane tendevano ad essere lunghe e complesse. Una delle eredità più durature dell’antica Roma è il suo farraginoso e difficile linguaggio giuridico. Prima di leggere il testo completo della legge in senato, Cesare annunciò di essere disponibile a cambiare qualsiasi clausola che fosse oggetto di contestazioni23.
Il progetto di legge era ben articolato e pragmatico. Poco o nulla nel testo poteva lasciare spazio a eccezioni fondate, e i senatori erano consapevoli che i loro interventi nel dibattito sarebbero stati pubblicati. È molto probabile che il 2 gennaio Cesare iniziò a chiamare i singoli senatori a esprimere il loro parere. Crasso, il primo dei consolari a parlare, sicuramente si espresse in favore della legge, così come Pompeo, che fu forse il secondo ad essere interpellato. Gli altri, inclusi gli ex-pretori, preferirono evitare di esporsi pubblicamente e, seppure con una certa ritrosia, si dichiararono favorevoli. Solo quando furono chiamati a parlare gli ex-tribuni, e arrivò il turno di Catone, il sostegno stentato e privo di entusiasmo registrato sino a quel momento si trasformò in aperta opposizione. Catone, pur essendo costretto ad ammettere che la proposta di legge era ben congegnata, sostenne che in quel momento giungeva inopportuna e che quell’anno sarebbe stato un errore varare una riforma. Alcuni dei primi a intervenire avevano già cercato di rallentare la discussione, introducendo questioni secondarie, ma Catone era un vero maestro nel manipolare i dibatti del senato. Appena gli fu data la parola, iniziò a illustrare la sua posizione, senza mai interrompersi, e continuò a parlare per ore. Era ovvio che intendeva di nuovo prolungare il proprio intervento fino a quando il senato non avesse dichiarato chiusa la sessione, impedendo così la votazione. Aveva già utilizzato con successo la stessa tecnica in passato.
Questa volta Cesare perse la sua calma proverbiale e ordinò ai suoi assistenti di bloccare Catone e arrestarlo. Per quanto tale decisione possa sembrare estrema, non esisteva un altro modo per evitare che un membro del senato continuasse a parlare quando gli era stata data la parola, e Catone non era certo un personaggio che poteva essere facilmente zittito. Il gesto mise a nudo tutta la frustrazione di Cesare. Fu subito chiaro che aveva commesso un errore. Catone sapeva come sfruttare la situazione a proprio vantaggio, recitando il ruolo dell’integerrimo difensore della repubblica che si rifiutava di chinare il capo davanti alla «tirannia». Il dibattito proseguì per un po’, ma quasi tutto il senato gli mostrò solidarietà. Marco Petreio, un senatore che aveva sconfitto Catilina nella battaglia del 62 a.C. e aveva prestato trent’anni di servizio nell’esercito, si alzò e abbandonò l’aula. Cesare pretese una spiegazione del motivo per cui si stava allontanando prima della votazione. Il vecchio veterano rispose seccamente che preferiva stare in prigione con Catone, piuttosto che restare lì con Cesare. Il console comprese di aver commesso un errore nel valutare la situazione. Probabilmente sperava che Catone si appellasse a uno dei tributi per far porre il veto sul suo arresto, ma Catone era troppo contento di sfruttare a suo favore la prigionia per dare a Cesare una scappatoia così facile. Il console dovette infine ordinare il suo rilascio, e la giornata terminò senza che si riuscisse a votare la mozione di sostegno alla legge in senato24.
Catone aveva vinto di nuovo e la sua reputazione crebbe. Tuttavia, il suo trionfo fu vano. Come altri successi della sua carriera, alla lunga non fece altro che peggiorare la situazione. Questa volta, infatti, non aveva di fronte un Pisone o un Afranio, che potevano essere facilmente ostacolati o bloccati. Cesare, dopo essersi sforzato di apparire conciliante, dichiarò che, poiché il senato non avrebbe deciso nulla, si sarebbe rivolto direttamente al popolo romano. Forse già il giorno successivo organizzò un incontro nel Foro, e tentò di nuovo di fare appello alla ragionevolezza. Convocò il suo collega Bibulo ai Rostra e, davanti alla folla, gli chiese la sua opinione sulla legge agraria. È difficile stabilire con esattezza chi assisteva a questi comizi pubblici, se i presenti rispecchiavano davvero l’opinione del popolo, oppure erano aggregazioni simili ai militanti degli attuali partiti politici. Da un lato, nulla impediva a un cittadino – o persino a chi non lo era – che in quel momento si trovava a Roma di assistere ai comizi. D’altro canto, però, lo spazio nel Foro era limitato e non poteva accogliere che una piccolissima parte della popolazione. È poco probabile che più di cinquemila persone potessero effettivamente ascoltare il dibattito, sebbene alcune parti del Foro, più capienti, potessero ospitare un maggior numero di gente. La maggioranza degli storici dà per scontato che il magistrato che convocava la riunione si assicurasse che fosse composta, in gran parte, da suoi sostenitori. Ciò è molto probabile, ma l’ipotesi che potesse esercitare un controllo assoluto sullo svolgimento dei comizi deve essere presa con cautela, dato che non conosciamo il modo in cui venivano organizzati. In questo caso, il clima che si respirava era certamente favorevole a Cesare. Ma Bibulo ribadì quanto aveva già detto Catone: quali che fossero i meriti del progetto di legge, non dovevano esserci innovazioni durante quell’anno di consolato. Cesare tentò invano di convincere il suo collega, e si rivolse al popolo dicendo che avrebbe avuto la legge, se Bibulo fosse stato d’accordo. Si unì poi al coro di richieste che incitavano il suo collega ad acconsentire ma, nonostante le pressioni, Bibulo reagì urlando: «Anche se la volete tutti, quest’anno non avrete la legge!». Dopo questo commento insensato, Bibulo si allontanò adirato25.
I magistrati romani, come i senatori, non erano eletti per rappresentare qualcuno, perciò non dovevano rispondere delle loro azioni all’elettorato. In questo senso la politica romana è radicalmente diversa dalle moderne democrazie, dal punto di vista sia pratico che teorico. Nonostante ciò, si riteneva che la volontà del popolo di Roma fosse sovrana e che un console che si rivolgeva in modo così sprezzante agli elettori commettesse un grave errore. Da questa prospettiva, Cesare era riuscito a sfruttare la situazione a suo favore, mettendo Bibulo in difficoltà. Non convocò più nessun magistrato alla riunione – o alle riunioni, perché è possibile che ne abbia organizzato più di una – ma invitò solo i senatori più illustri, iniziando da Crasso e Pompeo. Entrambi appoggiarono calorosamente la legge, dando per la prima volta un’evidente dimostrazione pubblica del loro sostegno congiunto al console. Pompeo parlò della necessità di ricompensare con le terre i soldati che sotto il suo comando avevano combattuto valorosamente per Roma. Ricordò anche che la distribuzione sarebbe stata in gran parte finanziata con il bottino di guerra conquistato dall’esercito. Cesare intervenne di nuovo, facendo in modo che la folla supplicasse Pompeo di farsi garante dell’approvazione della legge. Sempre sensibile alle adulazioni, quest’ultimo rispose a Cesare proclamando che se qualcuno avesse osato «sguainare la spada» per impedire l’approvazione della legge «avrebbe incontrato il suo scudo» (o, in un’altra versione, «la sua spada e il suo scudo»). Era una minaccia poco velata. La folla reagì acclamandolo con entusiasmo, ma molti senatori si allarmarono. Catone e Bibulo avevano bloccato la legge in senato, ma quell’ostacolo non era stato un deterrente. Cesare non era certo meno tenace e determinato di loro. Come aveva già fatto Tiberio Gracco nel 133 a.C., presentò la legge direttamente al voto, anche se non era stata approvata dal senato. Fu fissata una data alla fine di gennaio per sottoporre la legge agraria al voto dell’assemblea tribale. La propaganda di Cesare era stata efficace e le previsioni erano favorevoli. Nonostante Catone e Bibulo si presentassero come i paladini della repubblica, in realtà erano i portavoce di una ristretta minoranza di cittadini, e probabilmente le loro opinioni erano poco condivise al di fuori del senato, dove potevano contare sul sostegno di molti dei patrizi più illustri e influenti26.
Il giorno in cui l’assemblea tribale fu chiamata al voto, sin dalle prime ore del mattino, i sostenitori di Cesare, Pompeo e Crasso iniziarono a occupare i punti strategici intorno al Foro. Tra di essi c’erano probabilmente anche alcuni veterani dell’esercito di Pompeo, che avevano tutto l’interesse che la legge venisse approvata. Alcuni portavano delle armi, ma le tenevano, almeno in parte, nascoste. È poco probabile che ci fossero abbastanza legionari per controllare tutti i punti di accesso al Foro. Quando si fece giorno, molti altri cittadini si unirono alla folla che si era formata davanti al Tempio di Castore e Polluce. La scelta di questo luogo per il raduno che precedeva l’assemblea suggerisce che era attesa una partecipazione molto alta al voto, perché da quella parte del Foro c’era più spazio che davanti ai Rostri. Non dobbiamo dimenticare che la distribuzione delle terre sembrava godere di un vasto consenso popolare e quelli che sostenevano attivamente l’opposizione, seppure agguerriti, erano in realtà molto pochi. Pompeo, schierandosi pubblicamente a favore della riforma, aveva convinto i molti che avrebbero potuto dubitare delle ragioni di Cesare. È difficile stabilire se i presenti fossero intimiditi dallo schieramento di guardie che circondavano il Foro o se, al contrario, si sentissero protetti dalla loro presenza. Cesare si rivolse al popolo dal podio del tempio, per spiegare, ancora una volta, che la legge era necessaria. Nel bel mezzo del discorso, arrivò il console suo collega, Bibulo, accompagnato da Catone, tre tribuni in carica e un gruppo di loro sostenitori. La folla si scostò per lasciarli passare. Dione Cassio sostiene che si trattò in parte di un gesto dovuto al rispetto che ispirava la magistratura, e in parte si pensava che Bibulo avesse cambiato idea e deciso di non opporsi più alla legge. Quando raggiunse Cesare sul podio del tempio, memore della terribile esperienza di aver condiviso con lui la carica di edile, Bibulo dichiarò che la sua opinione non era affatto cambiata. La presenza dei tribuni insieme a Catone suggeriva che intendeva porre il veto e impedire che si tenesse l’assemblea. Forse pensò anche di annunciare di aver visto un cattivo presagio, per bloccare la votazione. Ma ormai era troppo tardi per eccezioni simili: i responsi dovevano precedere l’ordine di dividersi in tribù, che probabilmente era stato già impartito da Cesare27.
La folla reagì subito in maniera ostile. Il caos e la violenza che seguirono furono senza dubbio innescati dai militanti armati. Non appena Bibulo provò a parlare contro Cesare, fu spinto giù dalla scalinata del tempio. I suoi littori furono sopraffatti e i loro fasci vennero spezzati (un’umiliazione di notevole gravità per un magistrato). Secondo Appiano, Bibulo scoprì il collo e gridò che se non fosse riuscito a fermare Cesare, quell’assemblea avrebbe segnato la sua morte. Il suo tentativo eroico finì in farsa quando fu colpito al volto da un cesto di letame. Poi alcuni del suo seguito e, a seconda delle versioni, anche uno o più tribuni furono colpiti da frecce.
Diversi assistenti di Bibulo rimasero feriti. Il fatto che non ci furono vittime fa pensare che Cesare e i suoi alleati evitarono eccessi nell’uso della forza. Ricoprire il console di escrementi senza ferirlo rafforza l’impressione che si trattava di azioni ben concertate, diversamente dagli altri episodi violenti che si erano susseguiti a partire dal 133 a.C. Catone, rimasto illeso, fu l’ultimo ad andarsene. Mentre si allontanava, continuò a voltarsi indietro, imprecando contro i suoi concittadini. Appiano sostiene che fu portato via con la forza da alcuni sostenitori di Cesare, ma riuscì a liberarsi, tornò indietro e si arrese soltanto quando vide che nessuno era disposto ad ascoltarlo. Poi l’assemblea poté finalmente deliberare e il progetto di legge venne approvato a stragrande maggioranza. La nuova legge conteneva una clausola che obbligava i senatori a giurare di accettare tutte le sue clausole e a non cercare di apportare modifiche. Chi avesse disobbedito sarebbe stato punito con l’esilio. Di lì a poco – forse entro cinque giorni, dato che generalmente era questo il termine previsto da clausole simili contenute in altre leggi – tutti avevano prestato il giuramento. Metello Celere, il console che l’anno prima aveva convocato il senato nella cella della prigione in cui era rinchiuso, dopo una certa riluttanza infine cedette. Si dice che Cicerone riuscì a persuadere Catone, facendogli notare che avrebbe servito meglio Roma, se non fosse andato in esilio. Subito dopo le votazioni, Bibulo convocò una riunione del senato per protestare contro l’operato di Cesare. È probabile che la riunione si tenne il primo di febbraio, giorno in cui assunse i fasci. Bibulo chiese al senato la condanna di Cesare, e forse anche l’emanazione del senatus consultum ultimum per destituirlo dalla carica, come era accaduto con Lepido nel 78 a.C., ma le sue aspettative furono disattese. Nessun senatore era disposto a opporsi a Cesare e alla sua legge, dato l’entusiasmo con cui erano stati accolti dal popolo. Inoltre, molti senatori erano strettamente legati ai suoi sostenitori, Pompeo e Crasso28.
Bibulo si ritirò in privato e non si mostrò più come console per tutto il resto dell’anno. Si dedicò a scrivere libelli diffamatori e denunce contro Cesare, Pompeo e i loro alleati e dava poi ordine di esporli nel Foro. Non osò più farsi vedere in circolazione. Presto si iniziò a parlare del «consolato di Giulio e di Cesare», invece che di Bibulo e Cesare. Svetonio riporta dei versi che all’epoca divennero popolari:
Non Bibulo, ma Cesare ha fatto la tal cosa.
Non ricordo che Bibulo, da console, abbia fatto qualcosa.
In realtà Bibulo non rimase del tutto inerte: continuò a tentare di bloccare Cesare. I consoli avevano il compito di decidere la data dei festeggiamenti che si tenevano ogni anno in un giorno prestabilito. Bibulo iniziò a fissarli negli stessi giorni previsti per la riunione delle assemblee popolari, per cercare di impedirne lo svolgimento. Tuttavia, poiché il collega non era obbligato ad accettare le sue decisioni, Cesare lo ignorò sistematicamente. Non poteva però evitare che Bibulo proclamasse feste di ringraziamento per i comandanti più valorosi cui il senato aveva accordato tale onore. Durante questi periodi era vietato lo svolgimento di qualsiasi attività istituzionale, e così Cesare e i suoi alleati persero parte dell’anno. Lo stratagemma si rivelò però insufficiente a bloccare ogni iniziativa, e così Bibulo inviava di continuo i suoi portavoce ad ogni riunione o assemblea indetta da Cesare, per annunciare di aver visto cattivi presagi che imponevano la sospensione di ogni attività in corso. La pratica di osservare il cielo era una tradizione sacra e antica, ma l’annuncio era meno efficace se non veniva fatto dal console personalmente. Si trattava di una farsa e tutti ne erano consapevoli, ma alcuni riti arcaici – come abbiamo visto nel caso della bandiera abbassata sul Gianicolo, che aveva posto fine al processo di Rabirio – conservavano ancora una certa importanza nella vita pubblica. La validità delle leggi di Cesare fu perciò messa in dubbio, ma la questione era piuttosto complessa e gli stessi Romani sembravano incapaci di trovare una risposta. Cesare era pontifex maximus e Pompeo faceva parte degli àuguri, l’ordine sacerdotale incaricato di interpretare la volontà degli dèi29.
Cesare si rifiutò di tenere in considerazione le dichiarazioni di Bibulo perché aveva assoluta necessità di far approvare molti provvedimenti. Nonostante l’ostruzionismo del collega, durante il suo anno di mandato furono introdotte molte nuove leggi, ma non sappiamo in che ordine vennero approvate. La legge agraria aveva contribuito a realizzare uno degli obiettivi di Pompeo, e anche il riassetto delle province d’Oriente da lui voluto fu finalmente sottoposto al voto dell’assemblea tribale e ratificato. Fu forse durante una delle adunanze indette per discutere dell’approvazione di questa legge che Lucullo pronunciò un discorso contro Cesare. La replica del console fu così aspra e minacciosa, che il vecchio console, atterrito dall’invettiva, si prostrò davanti a Cesare, supplicando pietà. Crasso ottenne una legge che riduceva di un terzo le somme che i publicani dovevano versare per il diritto di riscossione delle imposte in Asia. Tuttavia, Cesare ammonì le società esattrici, invitandole, per il futuro, ad agire con maggiore prudenza. Forse anche Cesare trasse dei vantaggi dalla soluzione di questa vicenda; più tardi, Cicerone sostenne che ricompensò i suoi assistenti con delle partecipazioni nelle maggiori compagnie. Il buon governo delle province era sempre stato uno dei temi a lui più cari: in molti processi famosi aveva sostenuto l’accusa contro governatori oppressivi. Presentò un progetto di legge che stabiliva specifiche regole di condotta per i governatori provinciali, migliorando la normativa in materia, che risaliva all’epoca di Silla. Questa legge, che in seguito Cicerone definì «eccellente», si rivelò molto efficace e rimase in vigore per secoli. Negli anni precedenti, sia Cesare che Crasso avevano cercato di assicurarsi degli incarichi speciali in Egitto. Anche Pompeo, che si era personalmente occupato del riassetto amministrativo di buona parte del Mediterraneo orientale, era molto interessato a quel territorio. Nel 59 a.C. i triumviri fecero in modo che la repubblica riconoscesse Tolomeo XII, figlio illegittimo di Tolomeo XI, come erede al trono. Tolomeo XII, soprannominato Aulete, ‘il flautista’, non era amato dal popolo egizio, ma aveva pagato una tangente stratosferica a Pompeo e Crasso. Svetonio parla di seimila talenti, che equivalgono alla impressionante cifra di trentasei milioni di denari. Varie leggi vennero presentate a nome di Cesare e furono tutte denominate Leges Iuliae, qualsiasi fosse la materia di cui si occupavano, mentre altre furono proposte da tribuni compiacenti. Tra questi va ricordato Publio Vatinio. Descritto nelle fonti come uno scaltro avventuriero, in un’occasione condusse una folla davanti alla casa di Bibulo, intimandogli di uscire e annunciare in pubblico i suoi cattivi presagi. Vatinio era un sostenitore di Cesare, ma sarebbe un errore considerarlo un mero strumento nelle mani del console, perché, come ogni senatore, era mosso da ambizioni personali. In cambio del suo aiuto, Vatinio ottenne da Cesare favori e ricompense, tra cui anche partecipazioni nelle compagnie esattrici già menzionate. Cicerone sostiene che alla fine dell’anno Cesare commentò, ironicamente, che Vatinio non aveva fatto nulla «gratis» durante il suo tribunato30.
Nonostante il gran numero di leggi che propose e fece approvare nel 59 a.C., quell’anno Cesare trovò il tempo di dedicarsi anche ad altro. Era ancora profondamente innamorato di Servilia, e in quei mesi le regalò una perla del valore di un milione e mezzo di denari, pagata forse con i soldi estorti a Tolomeo. Dopo il divorzio da Pompea nel 62 a.C., Cesare non si era risposato. Le fonti non dicono se Cesare e Servilia desiderassero unirsi in matrimonio. Ma, dal momento che il divorzio da Silano e le nozze con Cesare avrebbero richiesto l’approvazione di Catone, la loro unione non era possibile. Giulia, l’unica figlia di Cesare, aveva raggiunto l’età per sposarsi. Verso la fine di aprile o l’inizio di maggio del 59 a.C., vennero annunciati due matrimoni. Il primo fu quello di Cesare con Calpurnia, figlia di Lucio Calpurnio Pisone, che divenne così il candidato favorito per il consolato dell’anno seguente, assicurandosi l’appoggio dei triumviri. Questa mossa garantì a Cesare un successore che avrebbe protetto i suoi interessi. Politicamente, il matrimonio ottenne il successo sperato e l’unione, da quel che sappiamo, fu anche abbastanza felice. La coppia trascorse però la maggior parte del tempo separata, poiché Cesare fu lontano da Roma per quasi tutto il resto della sua vita, impegnato in campagne militari. Il secondo matrimonio fu quello tra Giulia e l’alleato politico di suo padre, Pompeo Magno, che aveva sei anni più di Cesare. La differenza di età tra marito e moglie era elevata persino per gli standard dell’epoca. Anche Pompeo aveva divorziato a causa dell’infedeltà della moglie, che lo aveva tradito con molti uomini, compreso il suo nuovo suocero. Il matrimonio aveva una chiara connotazione politica e fu annunciato in fretta. Giulia avrebbe dovuto sposare, di lì a pochi giorni, Quinto Servilio Cepione. La data delle loro nozze era stata già programmata e la rottura della promessa di matrimonio causò il comprensibile risentimento di Cepione; ciò spinse Pompeo a dargli in moglie sua figlia, che a sua volta dovette rompere la promessa fatta a Fausto Silla, figlio del dittatore. La creazione di uno stretto legame familiare tra Cesare e Pompeo viene generalmente considerata un indizio del fatto che il console iniziava ad avere qualche dubbio sulla lealtà del suo alleato. Dione Cassio e altre fonti danno per certo che si trattò di un’iniziativa di Cesare, che aveva corso molti rischi per far approvare le leggi volute da Pompeo, e doveva assicurarsi l’appoggio del potente alleato prima di partire per il governo di una provincia. Cesare aveva bisogno dell’aiuto di Pompeo anche per riuscire a ottenere una provincia importante. Tuttavia, il matrimonio potrebbe essere considerato una prova del successo del triumvirato. Cesare aveva dato prova del suo valore e questo giustificava la creazione di un legame politico più stabile. La nuova moglie di Pompeo era giovane, bella e intelligente, e sembrava aver ereditato molto del fascino paterno. Il quarantasettenne marito si innamorò subito della sua giovanissima sposa. Sembra che il suo affetto venisse corrisposto e che si sia trattato di un matrimonio felice. A Pompeo piaceva essere adorato, e ricambiò l’affetto di sua moglie con la stessa devozione che lei gli dimostrava31.
Dalla metà di aprile fino a maggio inoltrato, molti senatori avevano l’abitudine di allontanarsi da Roma e di ritirarsi nelle loro ville in campagna. Di conseguenza, durante quelle settimane, era molto raro che si riunissero il senato o le assemblee popolari. Probabilmente, prima dell’inizio di questa sospensione ufficiosa dell’attività politica, Cesare aveva già presentato un’altra legge agraria che riguardava le terre di proprietà dello stato in Campania escluse dalla prima riforma. La commissione istituita dalla prima legge agraria era stata già eletta e aveva iniziato i lavori, ma forse la quantità di terreni disponibili in tempi rapidi sul mercato si era rivelata insufficiente. Forse Cesare aveva già previsto sin dall’inizio che sarebbe stato necessario ricorrere anche alla distribuzione delle terre statali oppure si rese conto solo in seguito che la prima legge non sarebbe bastata a risolvere il problema. Perciò non sappiamo se Cesare avesse davvero sperato di convincere il senato ad appoggiare la legge agraria, o se voleva solo mettere i senatori in cattiva luce davanti all’elettorato. In ogni caso, soltanto con la seconda legge agraria fu possibile assegnare le terre e far trasferire in Campania ventimila cittadini, selezionati tra i più poveri di Roma (o, meglio, ventimila famiglie, dato che solo gli uomini sposati con tre o più figli potevano beneficiare della legge). L’incarico di sovrintendere all’attuazione del provvedimento fu probabilmente affidato agli stessi commissari che si erano occupati della precedente legge. È interessante notare l’enfasi posta sulle famiglie – diventerà un elemento costante dei piani di colonizzazione di epoca imperiale –, con il chiaro intento di favorire i cittadini ritenuti più meritevoli e bisognosi. I senatori dovettero di nuovo giurare solennemente di far rispettare la legge e di non abrogarla32.
All’incirca nello stesso periodo in cui fu presentata la nuova legge agraria, il tribuno Vatinio avanzò un’altra proposta, che attribuiva a Cesare un comando straordinario di cinque anni sull’Illiria e la Gallia Cisalpina. Queste due province erano presidiate da tre legioni e offrivano anche il vantaggio di essere vicine all’Italia. A Cesare veniva concesso il privilegio di scegliere i suoi legati, tra cui almeno uno con imperium di propretore. Le leggi furono entrambe approvate, presumibilmente verso la fine di maggio. Con una votazione del senato, l’incarico di Cesare fu esteso anche alla Gallia Transalpina, che in quel momento era rimasta priva del governatore designato, Metello Celere, morto a causa di una malattia ancor prima di insediarsi. Un incarico di cinque anni al comando di un potente esercito – nella Gallia Transalpina era stanziata un’altra legione – e la possibilità di compiere imprese militari nei Balcani o nella stessa Gallia, dove negli ultimi anni la situazione stava peggiorando, era esattamente ciò che Cesare desiderava. A Bibulo toccarono «i boschi e i pascoli d’Italia», anche se non assunse quell’incarico, e per circa un decennio non governò nessuna provincia. Ciascuno dei triumviri aveva realizzato i propri obiettivi ma, finché sussisteva il pericolo che l’ostilità nei loro confronti si trasformasse in aperta opposizione, non c’era alcuna garanzia che il loro successo sarebbe stato duraturo. Nel peggiore scenario ipotizzabile, un magistrato, l’anno seguente o in quelli successivi, avrebbe potuto far dichiarare invalide tutte le leggi promulgate durante il consolato di Cesare. Di conseguenza, i triumviri continuarono a provare un certo nervosismo e stroncarono senza mezzi termini qualsiasi critica.
All’inizio di aprile, Gaio Antonio, il collega consolare di Cicerone, fu accusato di estorsione durante il suo mandato come governatore della Macedonia. Nel 63 a.C. questa ricca provincia era stata assegnata a Cicerone, che l’aveva ceduta ad Antonio per assicurarsi la lealtà di lui verso la repubblica durante la congiura di Catilina. Sebbene non nutrisse una grande stima per Antonio, e forse non credesse neppure alla sua innocenza, l’oratore decise di difenderlo. L’accusa, sostenuta da Cesare e probabilmente anche da Crasso, vinse la causa e Antonio dovette andare in esilio. Durante la sua arringa, Cicerone fece l’errore di criticare apertamente i triumviri e denunciò lo stato di malessere della repubblica. Ciò accadde di mattina. Il pomeriggio dello stesso giorno, Clodio, suo nemico giurato – lo stesso che aveva violato la festa della Bona Dea per sedurre la moglie di Pompeo – fu «degradato» da patrizio a plebeo. Clodio fu adottato da un plebeo con una cerimonia presieduta da Cesare nelle vesti di pontifex maximus e officiata da Pompeo come augure. Clodio aveva cercato più volte, negli anni precedenti, di acquisire lo status plebeo per candidarsi al tribunato, carica preclusa ai patrizi. Già da parecchio tempo aveva iniziato a farsi chiamare Clodio, versione plebea di «Claudio», il suo nome patrizio. L’aspetto farsesco della cerimonia fu accentuato dal fatto che il plebeo che lo aveva adottato era più giovane di lui33.
Cicerone trascorse il resto di quell’anno alternando periodi di inquietudine e di momentaneo ottimismo. Per buona parte del mese di aprile rimase nella sua villa ad Anzio, «ritirato», come disse lui stesso. Ma non era l’unico. Le presenze in senato diminuirono drasticamente per il semplice motivo che molti evitavano di comparire. In un’occasione sembra che Cesare avesse chiesto a un anziano senatore come mai i presenti fossero così pochi quel giorno. Il vecchio, un certo Considio, rispose che gli altri avevano paura delle bande armate di Cesare. Quando il console chiese perché lui continuasse a presentarsi in senato, Considio gli rispose che un vecchio, cui resta poco da vivere, non ha più timore della morte. Cicerone si rallegrò della nuova legge agraria, poiché riteneva che la vendita delle terre pubbliche in Campania avrebbe fatto perdere ai triumviri l’appoggio di molti senatori. La ridistribuzione, secondo l’oratore, avrebbe anche sottratto ingenti risorse alla repubblica. Tuttavia, se la dismissione delle terre riduceva le aree tassabili e le entrate dell’erario, era pur vero che il bottino di guerra di Pompeo compensava ampiamente le perdite. I triumviri tentarono di nuovo di convincere Cicerone a unirsi a loro. Cesare gli offrì un posto come legato in Gallia, ma né questa, né altre proposte lo dissuasero dalla convinzione che i triumviri rappresentassero un male per la repubblica. Cicerone era fortemente critico anche verso Catone, le cui iniziative avevano solo peggiorato le cose, nonché verso i nobili più importanti, che non lo avevano appoggiato fino in fondo. Alla fine di aprile, cominciò a sperare in un mutamento dell’equilibrio politico. Scrisse ad Attico: «Se il potere del senato era detestato, cosa pensi che accadrà ora che non è passato nelle mani del popolo, ma di tre estremisti? Vedrai che entro breve elogeranno non solo coloro che non hanno mai commesso sbagli, ma anche Catone, nonostante i suoi tanti errori di giudizio»34. Il 18 aprile giunse voce a Cicerone che Clodio intendeva candidarsi al tribunato, e che aveva dichiarato pubblicamente che avrebbe annullato tutte le leggi di Cesare. Questo voltafaccia forse era dovuto al fatto che non aveva ottenuto un incarico molto remunerativo in Egitto e che invece gli era stato offerto un posto poco interessante in Armenia. Stando ai pettegolezzi, Cesare e Pompeo negavano persino di aver mai celebrato la cerimonia di adozione di Clodio. Erano notizie confortanti, ma a maggio Cicerone scrisse parole durissime contro Pompeo, sostenendo persino che aveva ordito un complotto per instaurare la tirannia. Più tardi, quello stesso anno, un giovane senatore che nel Foro mosse la stessa accusa contro Pompeo fu quasi linciato, ma non è chiaro se furono i sostenitori dei triumviri o la folla ad aggredirlo. Cicerone definì questo senatore, Gaio Catone, come «un giovane privo di senso politico, tuttavia… un Catone», parole che dimostrano chiaramente quanto potere possedeva a Roma un nome famoso35.
Poco più tardi, durante l’estate di quello stesso anno, Cicerone scrisse che l’oppositore più tenace dei triumviri era Gaio Scribonio Curione, figlio dell’omonimo console del 76 a.C. Come Gaio Catone, anche Curione era giovane. Sorprende che i triumviri non fossero apertamente criticati dai senatori più illustri o da ex-magistrati. Si tratta di un altro segnale della mancanza di voci autorevoli nel senato di quegli anni, in gran parte dovuta alle molte perdite causate dalla guerra civile e dai disordini più recenti. Tuttavia, in alcune occasioni, furono cittadini privati a protestare. Pompeo fu fischiato quando si sedette nel posto d’onore a lui riservato per assistere ai giochi indetti da Gabinio, il tribuno che lo aveva aiutato a ottenere il comando straordinario contro i pirati e che, più tardi, era stato al suo servizio come legato. Durante una rappresentazione teatrale, un attore fu applaudito calorosamente quando recitò, con particolare enfasi, la battuta: «La nostra miseria ti ha reso magno», chiaramente alludendo a Pompeo. Secondo Cicerone:
L’ingresso di Cesare è stato accolto molto tiepidamente; ma poi è arrivato il giovane Curione, ed è stato salutato con un’ovazione simile a quelle riservate a Pompeo quando ancora esisteva la repubblica. Cesare si è profondamente offeso; pare che abbia scritto una lettera a Pompeo, che si trova a Capua. I triumviri sono furibondi contro gli equites che hanno applaudito in piedi Curione; ormai si sono resi nemici di tutti36.
Gli editti al vetriolo di Bibulo, spesso infarciti di volgarità, venivano avidamente letti da molti cittadini. Secondo Cicerone, quando venivano pubblicati, nel Foro si radunava una grande folla. Il fatto che tanti provassero gusto a leggerli non implica però che fossero solidali con quel console che si era rintanato in casa. In ogni epoca, la satira politica ha spesso divertito anche quelli che non ne condividevano il contenuto. Inoltre i Romani avevano uno spiccato senso dell’umorismo e apprezzavano anche le invettive più triviali. Cesare era il bersaglio principale degli insulti del collega, eppure non sembrava affatto infastidito. Pompeo non tollerava altrettanto bene le critiche, perciò il 25 luglio tenne un discorso nel Foro per difendersi contro le calunnie di Bibulo. Cicerone giudicò patetica la sua comparsa in pubblico. Pur continuando a sperare di poter riallacciare rapporti di amicizia con un uomo che in passato aveva tanto spesso elogiato, non poté fare a meno di notare che Pompeo, difendendosi, non aveva ottenuto altro che attirare ancora di più le invettive di Bibulo. Pompeo, in quel periodo, rassicurava di continuo Cicerone che non aveva nulla da temere da Clodio. Quest’ultimo aveva evidentemente rinunciato al piano di annullare le leggi di Cesare (ammesso che avesse davvero avuto intenzione di farlo e non si fosse trattato invece solo di una trovata elettorale per ottenere il tribunato). In autunno, Cicerone si convinse, o volle credere, che Pompeo fosse pentito dei disordini causati all’inizio dell’anno e che rimpiangesse di essersi allontanato dall’élite del senato37.
Verso la fine dell’estate, o all’inizio dell’autunno, si verificò uno strano incidente, in parte non chiaro. Vezio, che nel 62 a.C. aveva accusato Cesare di complicità nella congiura di Catilina, e che per questo era stato percosso e incarcerato (vedi p. 172), fu condotto in senato e dichiarò di essere a conoscenza di un altro «complotto». Aveva stretto rapporti di amicizia con Curione, che gli aveva rivelato l’esistenza di un piano per uccidere Pompeo (o, in un’altra versione, sia Cesare che Pompeo). Curione lo aveva riferito a suo padre, che aveva subito avvisato Pompeo. Venne perciò convocata una riunione del senato per interrogare Vezio. Questo accusò Bibulo, e forse anche Cesare, di aver incitato Curione ad assassinare Pompeo. Fece il nome di molti altri cospiratori, tra i quali il figlio di Servilia, Bruto, che aveva allora poco più di vent’anni. Vezio e almeno un altro tra gli uomini nominati potevano avere un movente credibile, dal momento che Pompeo aveva ordinato l’esecuzione dei loro padri durante la guerra civile. Uno dei servi di Bibulo avrebbe dovuto consegnare al giovane cospiratore un pugnale per mettere in atto il piano. A quell’epoca, Cicerone riteneva che dietro Vezio si celasse Cesare, e che il suo proposito fosse quello di annientare Curione, colpevole di aver criticato i triumviri. Curione si difese dalle accuse in modo convincente, mentre Pompeo aveva già ringraziato Bibulo, alcuni mesi prima, di averlo avvisato della cospirazione ordita contro di lui. La versione dei fatti di Vezio suscitò molti dubbi e, dopo che, in base alle sue stesse ammissioni, fu trovato un pugnale nascosto nel Foro, venne imprigionato. Il giorno seguente, Cesare e Vatinio lo convocarono a un’adunanza pubblica sui Rostri. Stavolta Vezio non fece più il nome di Bruto. Cicerone, riferendosi senza dubbio alla relazione di Cesare con Servilia, osservò in modo scaltro: «Si ebbe la sensazione che fosse intervenuta una richiesta di intercessione nottetempo»38.
La morte di Vezio avvenne in circostanze oscure. Secondo Plutarco si trattò di suicidio, ma sul suo collo erano visibili segni di strangolamento. Svetonio sostiene che Cesare stava dietro l’intera vicenda e lo fece avvelenare. Alcuni anni dopo Cicerone incolpò Vatinio. In tempi più recenti, l’opinione degli storici sull’accaduto appare divisa. Alcuni hanno ritenuto responsabile Cesare, altri hanno suggerito Clodio o addirittura lo stesso Pompeo. In ogni caso, la vicenda contribuì senz’altro ad accrescere il nervosismo di Pompeo, sempre ossessionato dal timore di essere assassinato, e a rafforzare la sua lealtà al triumvirato, nonostante le raffiche di insulti di Bibulo e l’indesiderata popolarità che provocavano. Tuttavia, l’inserimento del nome di Bruto tra i cospiratori rende estremamente improbabile che dietro la vicenda ci fosse Cesare. Il fatto che Bruto non venne nominato il giorno successivo è però un indizio che l’informatore subì delle pressioni. Vezio agì forse di sua iniziativa, sperando di ricavarne pubblicità o di rimettere in sesto le proprie finanze con la ricompensa promessa agli informatori. È probabile che Cesare abbia cercato di usarlo, ma abbia compreso molto presto che c’era poco da guadagnare da un uomo così inaffidabile. È verosimile che possa anche aver dato l’ordine di uccidere il prigioniero, un uomo che in passato lo aveva attaccato, ma non esistono prove che lo dimostrino39.
Bibulo riuscì nell’intento di rinviare le elezioni consolari da luglio a ottobre. Nonostante avesse diritto a presiederle, preferì non comparire e lasciò il compito a Cesare. I consoli eletti per il 58 a.C. furono il nuovo suocero di Cesare, Calpurnio Pisone, e Gabinio, entrambi favorevoli ai triumviri. I mesi successivi erano decisivi per Cesare. Se con il passare del tempo le sue leggi avessero continuato ad essere rispettate, sarebbe diventato sempre più difficile sollevare obiezioni sulla loro validità. Terminato il consolato, Cesare rimase per alcuni mesi a Roma, o nelle sue vicinanze, per seguire con attenzione il corso degli eventi. Clodio era stato eletto al tribunato ma, dato che il suo cambiamento di status da patrizio a plebeo dipendeva dalla legittimità degli atti compiuti da Cesare come console, era chiaro che aveva tutto l’interesse a difenderne la validità. Dione Cassio sostiene che quando Bibulo riapparve in pubblico, nell’ultimo giorno del suo consolato, Clodio gli impedì di parlare, bloccandolo come aveva fatto Metello Nepote con Cicerone nel 63 a.C. Due dei nuovi pretori attaccarono Cesare, che si presentò in senato per rispondere alle loro critiche. In occasione del dibattito, pronunciò tre discorsi che vennero poi pubblicati, ma purtroppo sono andati perduti. In ogni caso, dopo tre giorni, il senato non aveva ancora preso alcuna decisione. Uno dei nuovi tribuni tentò di processarlo, ma fu bloccato dagli altri. Fu solo nel marzo del 58 a.C. che Cesare poté finalmente partire per la Gallia, dove era sorto un problema che richiedeva la sua attenzione immediata40.
Cesare aveva conseguito dei risultati importanti durante il suo consolato. Era stato approvato un ambizioso programma di ridistribuzione delle terre che proseguì per tutto quel decennio. Pompeo aveva ottenuto la ratifica del suo riassetto delle province orientali e Crasso un alleggerimento del canone di appalto per gli esattori delle tasse. Cesare, alleandosi con i due, era riuscito a ottenere questi risultati affrontando un’opposizione che non si era fatta ammorbidire dal suo atteggiamento inizialmente conciliatorio. Era stato un anno turbolento e, in alcuni momenti, si era registrato un livello di tensione molto alto. Nelle sue lettere, Cicerone aveva espresso il timore di un’imminente guerra civile e dell’instaurazione di un regime tirannico. Anche se ciò non accadde, molte tradizioni e consuetudini che regolavano la vita pubblica avevano perso importanza. La determinazione con cui Bibulo e Catone si erano opposti a Cesare aveva contribuito a infrangerle, tanto quanto la determinazione del console a procedere a tutti i costi. Tuttavia, per il momento Cesare aveva vinto, e la possibilità di conquistare la gloria militare era diventata un traguardo raggiungibile. Aveva ottenuto un mandato prestigioso e di una certa durata in provincia. La sfida che ora lo attendeva era quella di conquistare delle vittorie per la repubblica. Se i suoi trionfi militari fossero stati eclatanti – e Cesare credeva fermamente che sarebbe stato così –, anche i suoi acerrimi oppositori avrebbero dovuto riconoscere i grandi servigi da lui resi alla repubblica e gli episodi più controversi del suo consolato sarebbero stati dimenticati e perdonati. Con l’approvazione della Lex Vatinia gli erano state assegnate la Gallia Cisalpina e l’Illiria. La successiva aggiunta della Gallia Transalpina lo rese ancora più soddisfatto. Al colmo della gioia per il suo successo, dichiarò in senato che «aveva ottenuto tutto ciò che desiderava, nonostante le opposizioni e le lamentele dei suoi avversari, e che da quel momento in poi avrebbe potuto farsi beffe di tutti». Un senatore replicò che sarebbe stato difficile farlo per una donna, riferendosi alla vecchia storia di Nicomede, che gli editti di Bibulo avevano riportato in auge. Cesare rispose, con l’aria di stare allo scherzo, che non era così difficile perché «Semiramide […] aveva regnato in Siria e le Amazzoni, in passato, avevano dominato gran parte dell’Asia». La pesante battuta e la replica beffarda e sicura di Cesare rappresentano il degno epilogo di quell’anno41.