«Il timore di una guerra in Gallia è ciò di cui più si parla. Gli Edui, “nostri fratelli”, sono caduti in una battaglia sventurata; gli Elvezi sono senza dubbio in armi e pronti a incursioni contro la nostra provincia».
cicerone, 15 marzo 60 a.C.1
Il 28 marzo del 58 a.C. il popolo degli Elvezi iniziò a radunarsi lungo le rive del fiume Rodano, nelle vicinanze del Lago di Ginevra. Circa 368.000 individui si preparavano a partire. Un quarto di essi erano uomini adulti in età per combattere, il resto donne, bambini e anziani. Desideravano abbandonare le loro case, situate nell’odierna Svizzera, per raggiungere le coste occidentali della Gallia, dove pensavano di trovare nuove terre, più spaziose e fertili, in cui stabilirsi. Il viaggio li avrebbe portati ad attraversare la provincia romana della Gallia Transalpina. All’inizio di quello stesso mese, appena ricevette la notizia dell’imminente migrazione, Cesare si affrettò a partire per la provincia. Fino ad allora era rimasto nei pressi di Roma per seguire da vicino le lotte politiche nel Senato e nel Foro. Gli Elvezi volevano attraversare la Gallia Transalpina perché era la via più facile e breve per raggiungere la loro destinazione. I confini settentrionali della provincia erano minacciati e l’opinione pubblica non avrebbe certo visto di buon occhio un proconsole che tergiversava a Roma mentre era in atto una crisi nella provincia sotto il suo comando. Dopo tutti i rischi che aveva corso per assicurarsi questo incarico, Cesare non poteva permettersi il lusso di un fallimento. Perciò si precipitò verso nord, viaggiando a quella fenomenale velocità che così spesso meravigliava i suoi contemporanei. Con una media approssimativa di centoquarantacinque chilometri al giorno, dopo otto giorni di viaggio giunse sulle rive del Rodano. Una crisi poteva costituire un’ottima opportunità2.
La migrazione non era frutto di una decisione improvvisata, ma era stata pianificata da anni. Il primo a progettarla era stato Orgetorige, descritto da Cesare come l’uomo «più nobile e ricco» della sua tribù. La sua decisione era scaturita, a quanto pare, da una situazione di disagio già esistente. Gli Elvezi erano un popolo numeroso e bellicoso, che si sentiva confinato in una terra circondata da montagne e delimitata dalla provincia romana oltre il Rodano e a est dal Reno. «Perciò riuscivano solo a compiere brevi sconfinamenti ed era per loro difficile muovere guerra ai vicini, con grave sofferenza per un popolo avido di combattere»3. Le razzie erano un fenomeno endemico in Gallia, e gli Elvezi volevano sfruttare, con maggiore facilità, la destrezza dei loro guerrieri nelle scorribande e nei saccheggi. Tuttavia, secondo Cesare, Orgetorige era mosso anche da un altro motivo: riteneva che, se con il suo piano fosse riuscito a riunire tutte le tribù, sarebbe anche diventato il loro re. Gli Elvezi, come molte altre tribù, non erano più una monarchia. A quanto pare, erano governati da un consiglio di capi e da leader eletti o magistrati. Orgetorige aveva convinto molti nobili a sposare la sua causa, ed evidentemente godeva di un notevole sostegno e di un grande potere, come dimostra il fatto che, in quel periodo, furono coniate delle monete con inciso il suo nome, orciitirix. Con l’approvazione dei capi della sua tribù, intraprese una missione diplomatica per convincere altre tribù e preparare il terreno alla migrazione. Poiché gli risultava più semplice trattare con i leader tribali che con magistrati o consigli, riuscì a ottenere l’appoggio di Castico dei Sequani e Dumnorige degli Edui. Queste due tribù dominavano la Gallia centrale, e il loro aiuto, o anche soltanto la loro neutralità, avrebbe reso la migrazione più semplice e aiutato gli Elvezi a insediarsi, una volta giunti a destinazione. Orgetorige riaccese le speranze di Castico e Dumnorige di diventare re delle loro tribù, molto probabilmente promettendo di inviare in loro sostegno dei guerrieri elvetici una volta conclusa la migrazione. Il padre di Castico era stato il leader indiscusso dei Sequani, ed era stato formalmente riconosciuto dal senato come «amico del popolo romano». Dumnorige era il fratello minore del druido Diviziaco, e godeva di un grande seguito nella sua tribù. In segreto, i tre leader fecero un giuramento solenne – che per i Romani era presagio di sventure – per suggellare i loro accordi. Dumnorige sposò anche la sorella di Orgetorige, continuando la sua politica di alleanze matrimoniali (sua madre era stata data in moglie al leader dei Biturigi, la sorellastra e altre parenti avevano sposato vari capi delle tribù vicine). Alleandosi tra loro, i tre leader di quelle che erano le tribù più potenti della Gallia centrale credettero che nessuno sarebbe stato in grado di contrastarli4.
Gli Elvezi ultimarono i preparativi per la partenza. I loro capi avevano previsto che sarebbero occorsi due anni, il 60 e il 59 a.C., per organizzare la migrazione. Si erano procurati bestiame da tiro, comprato o razziato dai loro vicini, e avevano accumulato notevoli scorte di grano da utilizzare durante il viaggio. Rapporti allarmanti del piano in atto giunsero al senato, senza dubbio trasmessi da capi di tribù amiche e dal governatore della Gallia Transalpina. Nel 60 a.C. fu deciso di inviare in Gallia una delegazione, composta anche da un certo numero di uomini che conoscevano l’area e avevano legami familiari in alcune tribù. A quanto pare, fu contattato anche Ariovisto, il re dei Germani, che era intervenuto in Gallia in aiuto dei Sequani e aveva occupato, con i suoi guerrieri e le loro famiglie, un ampio territorio appartenente a questa tribù. Non sappiamo molto delle attività della delegazione romana, ma presto la situazione mutò a favore di Roma. Nonostante il successo diplomatico di Orgetorige, alcuni nobili elvetici vennero a conoscenza dei suoi piani e lo processarono per aver cercato di instaurare la monarchia. Il castigo per il colpevole di questo delitto era essere arso al rogo. Orgetorige decise di intimidire gli altri leader, e il giorno del processo si presentò accompagnato dai suoi guerrieri, dai suoi familiari e dai membri della tribù legati a lui da vincoli sociali o debiti. In totale, gli uomini al suo seguito erano più di diecimila, forse un ottavo dell’intera forza militare degli Elvezi. Si profilava uno scontro tra le istituzioni statali, ancora poco sviluppate, e il consolidato modello tradizionale basato sulla leadership aristocratica. Date le circostanze, ovviamente non fu possibile celebrare il processo, ma gli altri capi non si lasciarono intimidire a lungo, e iniziarono a mobilitarsi per eliminarlo. Tuttavia, prima che scoppiasse una vera e propria guerra civile, Orgetorige morì, forse suicidandosi. Nonostante ciò, la sua morte non alterò i piani degli Elvezi, e i preparativi per la migrazione proseguirono. Forse i Romani non compresero subito che il loro piano, anche dopo la scomparsa del capo che lo aveva ideato, non era affatto mutato. Nel maggio del 60 a.C., Cicerone riteneva – con grande dispiacere del proconsole della Gallia Transalpina, Metello Celere – che il pericolo di una guerra di vaste proporzioni in Gallia fosse stato scongiurato5.
La spiegazione di Cesare circa le ragioni della migrazione, come conseguenza sia del desiderio delle tribù di maggiori opportunità di razzie e saccheggi, sia dell’ambizione personale di Orgetorige, non è stata pacificamente accettata da tutti gli studiosi. Secondo alcuni storici, si tratta di un’interpretazione che nasconde la verità, finalizzata a giustificare le sue successive azioni. È stato osservato, ad esempio, che nei Commentarii non viene menzionato Ariovisto, il re germanico che aveva combattuto al fianco dei Sequani e si era stabilito nelle loro terre. Questo suggerirebbe che il vero intento degli Elvezi era di aiutare le altre tribù a sconfiggere Ariovisto e le sue tribù germaniche. Durante il consolato di Cesare, il re dei Germani era stato riconosciuto «amico del popolo romano» dal senato, e gli amanti delle cospirazioni scorgono in questo la necessità, da parte di Cesare, di ottenere la neutralità o anche la complicità di Ariovisto per attaccare gli Elvezi nel 58 a.C. Una volta sconfitti questi ultimi, cinicamente, avrebbe attaccato il re dei Germani per espellerlo dalla Gallia. Secondo tale interpretazione, Cesare non voleva che gli Elvezi cacciassero Ariovisto perché, se ciò fosse accaduto, non avrebbe più avuto la scusa per intervenire in Gallia6.
Questa ricostruzione non risulta affatto convincente perché è basata per intero su un giudizio a posteriori. In primo luogo, è opinabile che Cesare, nel suo resoconto, potesse distorcere i fatti fino a tal punto. Se lo avesse fatto, si sarebbe esposto alle critiche di chi era al corrente degli eventi. Inoltre è improbabile che Roma vedesse di buon occhio l’espulsione di Ariovisto da parte degli Elvezi. In quel periodo, la provincia della Gallia Transalpina confinava con le tribù degli Edui e dei Sequani, entrambi alleati di Roma, e lo stesso Ariovisto, recentemente, era stato riconosciuto come amico. La provincia smaltiva ancora le conseguenze della ribellione degli Allobrogi, ed era necessario un periodo di stabilità per evitare che il commercio e la riscossione delle imposte ne risentissero ulteriormente. L’arrivo di una potente tribù minacciava di alterare questo delicato equilibrio di alleanze. Esisteva anche il problema di cosa sarebbe accaduto, dopo la migrazione, nei territori appartenuti agli Elvezi. Se le terre abbandonate fossero state occupate da nuovi popoli, provenienti da tribù germaniche, si sarebbe profilata una nuova minaccia per la provincia romana. In generale, i Romani guardavano con sospetto i movimenti dei popoli, molto comuni durante l’Età del Ferro nell’Europa settentrionale, e cercavano di evitare che territori vicini ai propri confini fossero interessati da migrazioni. Tantomeno avevano interesse che alcune tribù stringessero tra loro delle alleanze indipendentemente da Roma.
Pertanto, l’intervento di Cesare sarebbe stato ampiamente giustificato anche se l’intento degli Elvezi fosse stato quello di combattere Ariovisto, e non avrebbe avuto nessun motivo di nascondere tale circostanza. In definitiva, la sua versione dei fatti è molto più plausibile. È ovvio che Castico e Dumnorige ritenessero vantaggioso l’arrivo dei migranti e si aspettassero il sostegno di Orgetorige contro i loro avversari, interni ed esterni alla tribù. Le loro motivazioni erano le stesse che, in passato, avevano spinto i capi dei Sequani a chiamare Ariovisto in Gallia e che, negli anni a venire, avrebbero indotto vari capitribù a chiedere l’aiuto di Cesare. Avere un potente alleato straniero accresceva il prestigio di un capo e il suo aiuto poteva risultare utile in caso di guerra. Sarebbe fuorviante parlare di fazioni pro o antiromane nelle tribù, così come di gruppi favorevoli o contrari ad Ariovisto o agli Elvezi. Ogni leader cercava qualsiasi aiuto reputasse vantaggioso per conquistare il potere all’interno delle tribù. Alcuni leader, e anche i consigli di alcune tribù, ritennero più conveniente allearsi con Cesare e Roma, mentre altri popoli, loro rivali, agirono diversamente7.
Tuttavia, nella primavera del 58 a.C., molti indizi fanno pensare che Cesare non fosse pronto ad affrontare gli Elvezi. Forse fu colto di sorpresa dalle dimensioni o dalla tempistica della migrazione. Disponeva di quattro legioni, ma solo una di queste era stanziata nella Gallia Cisalpina. Le altre tre erano accampate vicino Aquileia, al confine con l’Illiria. Non sappiamo se fosse stato lui o qualcun altro a posizionare lì le legioni, ma in ogni caso Cesare decise di non modificare quella decisione. Anche quando si affrettò a raggiungere il Rodano, non diede l’ordine di richiamare le altre truppe. Ciò porta inevitabilmente a supporre che stesse ancora seriamente pensando a una campagna nei Balcani. Forse si rese conto della gravità della situazione solo quando arrivò nei pressi di Ginevra. Gli Elvezi e i clan loro alleati che si erano uniti alla migrazione avevano ammucchiato tutto ciò che possedevano sui carri ed erano partiti con il fermo proposito di non tornare indietro. Si erano lasciati alle spalle le rovine ancora fumanti delle loro città e villaggi, che avevano deliberatamente incendiato per scoraggiare chiunque esitasse davanti alla difficoltà del viaggio. È possibile che Cesare esageri quando sostiene che ogni insediamento era stato bruciato e nessun capotribù era rimasto nel territorio, ma è comunque evidente che si trattava di un fenomeno di vaste proporzioni.
Secondo Cesare, la cifra di 368.000 uomini era riportata, in caratteri greci, sui registri trovati negli accampamenti degli Elvezi (questo tipo di iscrizioni greco-galliche, in cui la lingua celtica veniva scritta usando l’alfabeto greco, era abbastanza comune nel Sud della Gallia e attesta la presenza di scambi e l’influenza culturale di Massilia). Qualsiasi cifra riportata nei testi antichi deve essere valutata con cautela, dato che per secoli i libri sono stati copiati a mano e i numeri si prestano facilmente ad essere distorti. In casi di questo genere, il desiderio dei Romani di quantificare le loro vittorie in base al numero di nemici uccisi favoriva certamente la tendenza a esagerare. La cifra, senza dubbio molto elevata, suggerisce una densità abitativa molto più alta di quella che si poteva immaginare, anche in una regione talmente sovraffollata da spingere i suoi occupanti a migrare. Tuttavia, dato che sappiamo molto poco dei livelli demografici nel mondo antico, è inutile essere troppo categorici. Se non accettiamo la cifra indicata da Cesare, non possediamo nessun altro dato sul quale basarci. Le ipotesi moderne di cifre più «plausibili» sono soltanto delle congetture. Per quanto la cifra possa essere stata gonfiata da Cesare, o si sia trattato di un errore involontario, resta il fatto che un numero assai elevato di persone e armenti si mise in viaggio. È più probabile che partirono in gruppi separati, dato che formare un’unica lunghissima colonna avrebbe presentato enormi problemi pratici e logistici. Tuttavia, durante il viaggio, in prossimità dei fiumi o dei passi di montagna, i gruppi di migranti tendevano ad ammassarsi8.
È improbabile che Cesare sapesse con esattezza quanti migranti attendevano di attraversare il fiume per entrare nella sua provincia, ma certamente il loro numero superava di gran lunga quello dei legionari al suo comando. Uno dei primi ordini che impartì alle truppe fu di distruggere il ponte che attraversava il fiume nei pressi di Ginevra. Arruolò anche il maggior numero possibile di uomini che poté trovare all’interno della provincia, incluso un contingente di cavalleria reclutato tra le tribù locali. Poco dopo il suo arrivo, ricevette la visita di una delegazione di capi elvetici, che gli chiesero di permettere al loro popolo di attraversare la provincia romana, garantendogli che non ci sarebbero stati saccheggi durante il passaggio. Cesare non intendeva acconsentire alla richiesta. Nei Commentarii approfitta di questo episodio per ricordare ai lettori una battaglia combattuta cinquant’anni prima, nella quale l’esercito romano era stato sconfitto dagli Elvezi. Secondo i Romani, l’attacco non era stato preceduto da alcuna provocazione da parte di Roma e i sopravvissuti erano stati costretti anche a subire l’umiliazione di passare sotto un giogo di lance, un atto che simboleggiava la perdita della loro dignità di guerrieri. La disfatta, risalente al 107 a.C., era avvenuta nel mezzo di una serie di disastrose sconfitte inflitte all’esercito romano dai Cimbri e dai Teutoni. Cesare desiderava impressionare i lettori rievocando l’atmosfera di terrore, ancora viva nel ricordo di molti, che regnava in quegli anni. Ma ora i Romani erano al sicuro perché il nipote di Mario era lì per difenderli.
In realtà, Cesare non disponeva, in quel momento, di forze sufficienti a difenderli, perciò cercò di guadagnare tempo. Disse alla delegazione degli Elvezi che avrebbe riflettuto sulla loro richiesta, invitandoli ad attendere la sua decisione e ritornare alle idi – il giorno 13 – di aprile, che ricorrevano una o due settimane dopo. Durante questo lasso di tempo, ordinò alla legione di costruire una linea difensiva lungo le sponde del fiume Rodano, dal Lago Lemano fino all’inizio del Massiccio del Giura. Fu la prima di una lunga serie di opere ingegneristiche che il suo esercito realizzò in modo efficace e in tempi rapidi. Venne eretto un muro di terra, alto cinque metri e lungo diciannove miglia romane (all’incirca ventotto chilometri), rinforzato, nei punti strategici dove il fiume poteva essere guadato, da fortificazioni presidiate da distaccamenti della legione e da altre truppe reclutate da Cesare. È probabile che il muro si interrompesse per alcuni brevi tratti in cui le accidentalità del terreno rendevano impossibile il guado, ma non ci sono prove a sostegno di quest’ipotesi. Questa tattica non era una novità per l’esercito romano. Crasso aveva utilizzato una barriera fortificata di questo genere nella campagna contro Spartaco, e Pompeo aveva fatto lo stesso con Mitridate. Questo tipo di sbarramento era utile, poiché l’ostacolo avrebbe rallentato il nemico, ma la sua visibilità lo rendeva anche un immediato e inequivocabile segnale di ostilità9.
Quando gli Elvezi ritornarono, Cesare li avvisò che «la consuetudine e il comportamento del popolo romano gli impedivano di concedere il transito per la provincia e che se avessero tentato di passare si sarebbe opposto»10. Le nuove fortificazioni erano la dimostrazione che la sua decisione era irrevocabile. Era impensabile, però, che una massa così numerosa potesse facilmente dissuadersi e cambiare direzione. La sosta forzata lungo le sponde del fiume aveva già innervosito gli Elvezi, che, dopo anni di preparazione e dopo aver distrutto le proprie case, erano determinati a proseguire. Alcuni piccoli gruppi iniziarono ad attraversare il Rodano a nuoto nei punti più facilmente guadabili o utilizzando zattere improvvisate per trasportare persone, animali e veicoli. Forse non si trattava di una mossa decisa dai capitribù per sondare le forze difensive di Cesare, ed è più probabile che fosse un semplice tentativo, data la mancanza di una gerarchia al comando e l’indipendenza reciproca tipica di molte tribù galliche. Senza dubbio, la linea fortificata non subì un assalto concertato. La maggior parte dei tentativi di attraversamento avvenne nottetempo, ma alcuni gruppi furono talmente arditi da provare anche alla luce del giorno. Nessuno riuscì a passare. Gli uomini di Cesare furono in grado di individuare e colpire uno a uno ogni gruppo, centrandoli con una raffica di frecce mentre si facevano strada a fatica nel fiume. Alla fine gli Elvezi dovettero accettare la sconfitta, ma alcuni dei loro leader avevano già trovato un’alternativa, e decisero di arrivare a destinazione seguendo un percorso diverso e più difficoltoso. Il nuovo itinerario prevedeva il valico della catena montuosa del Giura, e l’attraversamento del territorio dei Sequani. Il piano sarebbe stato assai arduo, se i Sequani si fossero opposti, ma l’eduo Dumnorige riuscì a persuaderli a consentire il passaggio degli Elvezi. Dumnorige si avvalse della sua reputazione e dei suoi legami di parentela con uomini potenti. Orgetorige era morto, ma il sostegno dei potenti Elvezi, una volta che si fossero stabiliti nelle loro nuove terre, poteva sempre essere utile. Ancor prima che cominciassero ad avanzare nella nuova direzione, Cesare fu informato dei loro piani11.
Probabilmente fu a questo punto che Cesare decise di iniziare una vera e propria campagna in Gallia contro gli Elvezi. La ragione che adduce nei Commentarii è che gli Elvezi avevano deciso di stabilirsi «vicino ai Santoni, stanziati non lontano dal territorio dei Tolosati, popolazione appartenente alla nostra provincia. Se ciò si fosse verificato, intendeva bene che costituiva un grave pericolo per la provincia l’avere come confinante, in pianure ricchissime di grano, un popolo bellicoso e ostile al popolo romano». A suscitare l’ostilità degli Elvezi erano state in realtà le sue recenti azioni, ma dal punto di vista dei Romani il ragionamento appariva sensato. Come abbiamo visto, l’incursione di nuovi popoli avrebbe come minimo destabilizzato l’equilibrio politico creato dalla diplomazia e dalla potenza militare romana, che aveva garantito la sicurezza nella provincia. Cesare lasciò il suo legato Labieno a capo delle truppe stanziate sul Rodano – forse un’altra indicazione del fatto che la migrazione degli Elvezi avveniva a ondate di gruppi separati e che una massa sparpagliata di gente, veicoli e animali avrebbe impiegato del tempo, prima di instradarsi in una nuova direzione – e si affrettò a raggiungere Aquileia, dove lo attendeva il suo esercito. Erano state arruolate due nuove legioni, l’Undicesima e la Dodicesima, che si aggiungevano alle tre che già erano accampate nella provincia e a quella rimasta a presidiare il Rodano.
Dai Commentarii si ricava l’impressione che le nuove legioni furono create solo dopo l’arrivo di Cesare, ma i numerosi problemi pratici e organizzativi legati al reclutamento lasciano pensare che avesse già impartito l’ordine qualche tempo prima. Forse le nuove truppe erano destinate, in origine, a rafforzare l’esercito per intraprendere una campagna nei Balcani, ma la minaccia imminente degli Elvezi era un pretesto migliore. Cesare non aveva l’autorità di formare nuove legioni, perché in teoria spettava al senato autorizzare un governatore a farlo ma, come già era accaduto in passato, la carenza di potere non lo aveva mai dissuaso dall’agire. Da giovane, come privato cittadino, aveva reclutato truppe per combattere contro i pirati e contrastare l’invasione pontica dell’Asia, e durante il suo mandato di propretore in Spagna, di sua iniziativa, aveva arruolato dieci coorti, l’equivalente di una legione. Senza mai dubitare che le sue scelte fossero intraprese nell’interesse di Roma, Cesare decideva di agire, confidando di ottenere i risultati sperati solo grazie alle proprie capacità. Dato che la creazione delle nuove legioni non era stata autorizzata, il senato non poteva stanziare i fondi per pagare e approvvigionare i soldati, pertanto spettava al proconsole provvedervi, utilizzando le tasse riscosse nella provincia e i ricavi delle vittorie. La maggior parte dei soldati delle nuove legioni sembra provenisse della Gallia Cisalpina. Non erano cittadini romani e perciò, dal punto di vista legale, non avrebbero potuto essere arruolati nell’esercito. In passato, Cesare aveva appoggiato le rivendicazioni degli abitanti della regione, volte a ottenere la cittadinanza. Come governatore, li trattò come se fossero cittadini romani a tutti gli effetti. Fu il primo esempio importante, nella storia romana, di una scelta politica di questo tipo12.
In breve tempo Cesare fu pronto a condurre tutte e cinque le legioni nella Gallia Transalpina. La via più veloce passava attraverso le Alpi, che, nonostante fossero completamente circondate dalle province romane, non erano ancora state conquistate. In una settimana la colonna romana attraversò le montagne, respingendo frequenti imboscate di tribù locali decise a difendere la propria indipendenza, che avevano male accolto questa incursione e, senza dubbio, avevano anche fiutato un’occasione di bottino. Le nuove reclute furono subito messe a dura prova, ma sembra che l’esercito non subì gravi perdite. Dopo aver superato le Alpi, Cesare attraversò il territorio degli Allobrogi, riunendosi con le truppe che aveva lasciato nella provincia. Aveva a disposizione sei legioni che contavano, in totale, tra i venticinque e i trentamila uomini, una forza ausiliaria di cavalleria di quattromila effettivi e alcune truppe di fanteria leggera. Ogni legione era accompagnata da schiavi, alcuni dei quali di proprietà degli ufficiali, che guidavano i carri dei viveri. Molto probabilmente, l’esercito era seguito anche da alcuni simpatizzanti. Era necessario provvedere a sfamare tutti questi uomini, oltre ai cavalli e al bestiame da tiro. Far fronte all’approvvigionamento delle truppe e del loro seguito è sempre stata una delle principali preoccupazioni di qualsiasi comandante. Le operazioni contro gli Elvezi si erano svolte in maniera così rapida che Cesare aveva avuto appena il tempo di prepararsi per l’avanzata, immagazzinando tutto il necessario in depositi nascosti in punti strategici nella Gallia Transalpina. È improbabile che l’esercito portasse con sé ingenti scorte alimentari durante la rapida marcia verso Aquileia. Era primavera, e mancavano ancora alcuni mesi per il raccolto che, in quei climi nordici, come segnala Cesare nei Commentarii, avveniva più tardi. L’esercito non poteva perciò sperare di approvvigionarsi raccogliendo il necessario nei territori che attraversava mentre era in marcia. Furono perciò inviati dei messaggi agli alleati di Roma, in particolare ai potenti Edui, con la richiesta di raccogliere provviste di grano e metterle a disposizione delle truppe.
Nel frattempo, gli Elvezi, dopo aver valicato il passo dell’Écluse, che si trovava in un’area controllata dai Sequani, erano entrati nel territorio degli Edui. Alcuni rappresentanti delle tribù di questi ultimi si recarono da Cesare denunciando le incursioni e i saccheggi compiuti dai migranti. «Gli Edui dicono che in ogni tempo si erano meritata la riconoscenza del popolo romano, tanto che non si sarebbe dovuto lasciar devastare, quasi sotto gli occhi del nostro esercito, le loro campagne, portar via in schiavitù i loro figli, demolire le loro città». Richieste d’aiuto simili provennero anche dagli Ambarri, una tribù alleata degli Edui, e dagli Allobrogi, che di recente si erano ribellati ai Romani ed erano stati sconfitti. Non sappiamo se questi saccheggi furono decisi dai leader degli Elvezi, perché era estremamente difficile tenere sotto controllo una massa sparpagliata, composta da numerosi gruppi divisi tra loro. A causa del prolungamento del viaggio, è possibile che una parte dei migranti fosse rimasta priva di scorte, ma non è neppure da escludere che a iniziare le ostilità fossero state le popolazioni locali, allarmate dall’arrivo di tanti stranieri. In circostanze simili, era inevitabile che si verificassero degli scontri. La necessità di difendere o vendicare gli attacchi subiti da un alleato era uno dei classici motivi addotti dai Romani per iniziare una guerra. Pur trattandosi di un pretesto, questo tipo di giustificazione aveva una sua logica ben precisa: se Roma non voleva o non poteva intervenire in difesa di popoli amici, perché una tribù – ad esempio gli Allobrogi, che in quel momento erano così scontenti – avrebbe dovuto continuare a giudicare vantaggiosa l’alleanza con i Romani? Come console, Cesare aveva approvato una legge che regolava il comportamento dei governatori provinciali e poneva dei limiti alla libertà di inviare un esercito al di fuori della propria provincia, ma nei Commentarii sostenne che, nel suo caso, sussistevano ragioni valide che legittimavano il superamento di tali limiti13.
Cesare raggiunse i migranti nei pressi del fiume Saona. Da venti giorni i membri della tribù avevano iniziato ad attraversare il fiume, con zattere o piccole imbarcazioni, e tre quarti di loro si trovavano già sull’altra sponda. È un altro indizio del fatto che gli Elvezi non si spostavano ordinatamente in un’unica colonna, ma in gruppi sparpagliati lungo il territorio e che si concentravano maggiormente in un luogo solo quando la via di passaggio si restringeva. Nello stesso lato del fiume dove era giunto Cesare si trovavano i Tigurini, il clan degli Elvezi responsabile dell’umiliante sconfitta inflitta ai Romani nel 107 a.C. Nei Commentarii Cesare non perde l’occasione di ricordare nuovamente ai lettori quella disfatta, aggiungendo di avere un motivo personale per vendicarla: il nonno di Calpurnio Pisone, suo suocero, era stato ucciso in quella battaglia. Dopo che i suoi esploratori lo informarono della presenza dei Tigurini, decise di sferrare un attacco a sorpresa, e all’alba si mise alla testa dell’esercito. Ne seguì un massacro, più che una battaglia. I Romani si scagliarono contro i membri della tribù e le loro famiglie, sparpagliati e ignari del pericolo. Molti furono uccisi e i pochi sopravvissuti si dispersero, abbandonando i carri con tutti i loro averi. I Romani costruirono poi un ponte sulla Saona e lo attraversarono in un solo giorno14.
Mentre l’esercito romano continuava ad annientare altri gruppi di Elvezi, i loro capi inviarono al proconsole degli ambasciatori. Per enfatizzare il collegamento con la sconfitta patita nel 107 a.C., Cesare sostiene che la delegazione era guidata dallo stesso capo di quegli anni, un certo Divicone, che doveva essere ormai molto vecchio. Gli Elvezi dichiararono di essere disposti a stabilirsi in qualsiasi territorio Cesare desiderasse e promisero che avrebbero mantenuto la pace con Roma. Tuttavia, non si mostrarono demoralizzati dall’attacco a sorpresa contro i Tigurini e avvisarono i Romani di non disprezzare la loro forza militare, rammentando la battaglia di mezzo secolo prima. Sostennero di aver imparato «dai padri e dagli avi a combattere da prodi, più che con l’inganno o gli agguati»15. Il pubblico romano avrebbe interpretato tali dichiarazioni come una sfida e un rifiuto di riconoscere la supremazia romana e sottomettersi. Cesare rispose che nel 107 a.C. l’esercito di Cassio era stato sconfitto solo perché gli Elvezi avevano attaccato i Romani a sorpresa e senza alcuna motivazione, dato che non erano in guerra. Oltre a quell’antica offesa, ricordò i loro recenti attacchi agli alleati di Roma. Consigliò loro di non fare troppo affidamento sulla loro forza, e disse che gli dèi immortali spesso concedono vittorie effimere ai criminali, prima di infliggere loro un terribile castigo (nonostante Cesare fosse il pontifex maximus, questo è uno dei pochi riferimenti agli dèi presenti nei suoi scritti). Solo se avessero consegnato degli ostaggi come garanzia e riparato i danni arrecati agli Edui e agli altri che avevano saccheggiato, sarebbe stato disposto ad accettare l’offerta di pace. Dopo aver risposto che gli Elvezi «avevano imparato dai loro antenati a ricevere, non a consegnare ostaggi», Divicone e la sua delegazione se ne andarono. È difficile immaginare come Cesare avrebbe potuto accontentare la loro richiesta di terre, dato che la Gallia era già densamente popolata. Inoltre, non poteva assegnare loro alcun territorio al di fuori di quello sotto il dominio romano, ed era impensabile farli stabilire all’interno della provincia. Ovunque si fossero recati, gli Elvezi avrebbero inevitabilmente provocato caos e disordini, e questo danneggiava gli interessi dei Romani16.
I convogli degli Elvezi si rimisero in marcia, e Cesare li seguì, inviando quattromila soldati di cavalleria in avanscoperta. Tra di loro c’era un contingente di Edui, guidati da Dumnorige, lo stesso capotribù che in passato si era alleato con Orgetorige e aveva promesso aiuto agli Elvezi. Mentre la cavalleria avanzava senza la dovuta cautela, cadde in un’imboscata e fu sconfitta da un contingente di cavalieri elvetici numericamente molto inferiore. Dumnorige e gli Edui furono i primi ad essere travolti. Poi anche il resto della cavalleria fu sopraffatto. Incoraggiata da questo primo successo, la retroguardia nemica iniziò a muoversi più lentamente, per provocare altri scontri. Cesare evitò di ingaggiare troppe schermaglie e tenne sotto controllo i movimenti del nemico, annientando alcuni gruppi di Elvezi che si erano staccati dal loro contingente per saccheggiare le terre circostanti. Il suo esercito marciava dietro gli Elvezi per seguire da vicino ogni loro movimento, mantenendo la sua avanguardia a otto o nove chilometri di distanza dalla retroguardia nemica. In quel momento Cesare si trovava ormai distante dalla sua provincia, e il problema degli approvvigionamenti iniziava ad essere preoccupante. Finché l’esercito era rimasto nelle vicinanze della Saona, che costituiva una rotta commerciale, aveva trovato derrate alimentari nelle numerose chiatte che attraversavano il fiume. Ma quando gli Elvezi si erano allontanati dalla Saona, era stato costretto a seguirli. Gli Edui gli avevano promesso del grano – del resto, stava combattendo contro un nemico che aveva invaso e saccheggiato le loro case –, ma fino a quel momento non era arrivato nulla e le ripetute richieste non avevano avuto altro effetto se non continue rassicurazioni che le derrate erano in arrivo. Entro pochi giorni i soldati avrebbero avuto bisogno di viveri che Cesare ancora non aveva. Per brevi periodi di tempo, i soldati potevano accettare razioni ridotte, ma in genere ciò era possibile solo in presenza di una leadership forte e consolidata. Cesare conosceva ancora poco i suoi uomini, e un terzo dell’esercito era completamente privo di esperienza in campo17.
Al fine di scongiurare un disastro, Cesare convocò i capi degli Edui. Al comando della delegazione c’erano i druidi Diviziaco e Lisco, che in quel periodo rivestiva la carica di vergobreto, la magistratura elettiva più importante della tribù. Quando Cesare li ammonì per non aver adempiuto ai loro obblighi nei confronti dell’esercito che si trovava lì per proteggerli, Lisco rispose che la colpa era di uomini potenti che avevano deliberatamente ritardato la raccolta e il trasporto del grano, e che affermavano che era meglio essere dominati dai loro compagni gallici, gli Elvezi, che dai Romani. Questi capitribù trasmettevano informazioni al nemico e minacciavano chiunque osasse opporsi. Lisco non fece nomi, ma Cesare sospettò subito che dietro la vicenda ci fosse Dumnorige. Quindi congedò gli altri capi ed ebbe un colloquio privato con il vergobreto, che si sentì più libero di parlare con franchezza e confermò i sospetti di Cesare. Dumnorige aspirava a diventare re – monete databili a quel periodo, che recano il nome dubnoreix, furono probabilmente coniate da lui stesso – ed era appoggiato da un nutrito gruppo di guerrieri, che manteneva con i proventi del commercio lungo la Saona. La sua complicità con gli Elvezi divenne chiara. Cesare decise che le prove erano sufficienti per infliggergli un severo castigo, ma esitò, perché considerava Diviziaco un prezioso e fedele alleato. Perciò invitò il druido a un colloquio privato nella tenda del suo quartier generale. Non si servì degli interpreti che utilizzava normalmente, ma si fece assistere da Gaio Valerio Procillo, un aristocratico della Gallia Transalpina, il cui padre aveva ottenuto la cittadinanza romana per sé e la sua famiglia. Cesare, che aveva accumulato una certa esperienza nei tribunali di Roma, espose il caso e le prove contro Dumnorige e propose che fossero il fratello o gli Edui a giudicarlo per i suoi crimini. Diviziaco raccontò che il suo giovane fratello, dopo aver ottenuto il suo appoggio per diventare potente, gli si era rivoltato contro, diventando un rivale. Parte della frustrazione di Dumnorige era comprensibile, dal momento che suo fratello Diviziaco aveva recentemente occupato il posto di vergobreto e perciò nessun altro membro della famiglia avrebbe potuto ottenere di nuovo l’incarico. Nonostante ciò, Diviziaco supplicò Cesare di non castigare l’ambizioso parente, non solo per l’affetto che nutriva verso di lui, ma soprattutto perché riteneva che, se avesse appoggiato la decisione dei Romani di punire il fratello, la sua posizione si sarebbe indebolita. Il suo appello fu commosso e insistente. Cesare convocò nella sua tenda Dumnorige e, in presenza del fratello, gli elencò i suoi crimini. Lo informò che, grazie all’intercessione di suo fratello, gli avrebbe concesso un’altra possibilità, ma lo avvisò di evitare, in futuro, di suscitare anche una minima ombra di dubbio sulla sua condotta. Queste trattative riservate diventeranno una costante dell’attività diplomatica di Cesare durante la sua permanenza in Gallia. Come accadeva nella vita politica della capitale, anche in provincia molti provvedimenti adottati da un governatore venivano decisi in privato. Cesare era famoso a Roma per la sua propensione al perdono e la disponibilità a concedere favori. Anche in Gallia, in alcune occasioni, si comportò allo stesso modo, senza mai però fidarsi troppo o peccare d’ingenuità. Dopo la riunione, ordinò di tenere Dumnorige costantemente sotto controllo e che gli fosse riferito qualsiasi suo movimento18.
La rimozione degli ostacoli che impedivano i rifornimenti non aveva risolto il problema nell’immediato, poiché sarebbe stato necessario altro tempo prima che il grano degli Edui arrivasse all’esercito. Cesare doveva concludere rapidamente la campagna, e lo stesso giorno in cui si tenne la riunione con gli Edui credette di aver trovato l’occasione giusta. Le sue pattuglie di esplorazione tornarono per informarlo che gli Elvezi si erano accampati a circa otto miglia di distanza, nelle vicinanze di una zona collinare. Cesare inviò un’altra pattuglia perché effettuasse una ricognizione dettagliata dell’area, e gli riferisse quali difficoltà presentava la salita del pendio collinare da ciascun versante, soprattutto quello più lontano dal nemico. La pattuglia tornò e riferì che la salita non comportava difficoltà. Cesare decise di sferrare un massiccio attacco contro l’accampamento nemico, nella speranza di sfruttare il vantaggio della sorpresa, come aveva fatto con i Tigurini. Labieno fu posto al comando di due legioni – probabilmente le meno esperte – e si mise in marcia nelle prime ore del mattino per posizionarsi sulla collina. Due ore più tardi, Cesare condusse il resto dell’esercito a otto miglia di distanza dall’accampamento nemico. Appena Labieno avesse visto Cesare iniziare l’assalto, avrebbe dovuto sferrare l’attacco dalla collina con le sue legioni. Entrambe le truppe furono guidate da alcuni dei soldati che avevano esplorato l’area di giorno.
Era un piano audace, ma perfettamente realizzabile, la cui strategia potrebbe essere applicata anche da un esercito moderno. Più che in battaglie campali, Cesare aveva molta esperienza in fatto di incursioni e attacchi a sorpresa, dato che aveva condotto le operazioni belliche nella penisola iberica seguendo queste modalità. Anche Mario aveva agito in modo simile, inviando di nascosto un grosso contingente per attaccare alle spalle i Teutoni nella battaglia di Aquae Sextiae nel 102 a.C. Le operazioni notturne comportavano sempre notevoli rischi, tra cui il pericolo di disorientamento delle truppe e lo smarrimento di alcune unità. In questo caso non si verificarono intoppi. Labieno partì e scomparve nell’oscurità. Trascorso l’intervallo stabilito, Cesare lo seguì con il grosso dell’esercito. La cavalleria precedeva la colonna e inviava pattuglie a perlustrare le zone antistanti. Gli esploratori erano al comando di un certo Publio Considio, un ufficiale esperto e con una notevole reputazione militare. Aveva prestato servizio sotto Silla e Crasso, perciò doveva avere più di quarant’anni. Cesare non menziona il suo rango, ma forse si trattava di un tribuno o di un prefetto, sebbene sia stato anche ipotizzato che fosse un centurione. È anche possibile che avesse un legame di parentela con Considio, il senatore che l’anno prima aveva risposto a Cesare di essere troppo vecchio per temere la morte (vedi p. 209)19.
All’alba, il grosso dell’esercito era a soli due chilometri di distanza dall’accampamento nemico. Labieno, posizionato sulla collina, stava aspettando il segnale, ma dal punto in cui si trovava non poteva comunicare con Cesare. Come altre tribù galliche, gli Elvezi attribuivano poca importanza all’esplorazione e al pattugliamento, perciò erano completamente all’oscuro della presenza dei due eserciti romani. In quel momento, Considio tornò al galoppo e riferì che la collina non era stata occupata dai Romani, ma dai Galli. Disse di esserne assolutamente certo, e di aver visto le loro insegne. La notizia significava che Labieno si era perso e non era arrivato a destinazione, oppure che era stato sconfitto. In entrambi i casi, gli Elvezi erano ben preparati al loro arrivo e li stavano aspettando. Cesare ordinò subito alla colonna di fermarsi. Aveva con sé quattro legioni, due delle quali erano probabilmente l’Undicesima e la Dodicesima, ancora inesperte. I soldati, dopo la faticosa marcia notturna, erano sufficientemente freschi per attaccare a sorpresa un nemico impreparato e intralciato dalla presenza di famiglie e averi; forse, però, non sarebbero stati in grado di resistere a una lunga battaglia campale. Attaccare in circostanze simili avrebbe significato combattere in svantaggio numerico su un campo scelto dal nemico. Ordinò alla colonna di ritirarsi su un’altura nelle vicinanze e di formare una linea difensiva in attesa dell’attacco. Passò del tempo. Gli Elvezi levarono l’accampamento e si rimisero in viaggio, del tutto ignari che l’esercito romano si era nascosto così vicino ed era diviso. Labieno seguì gli ordini alla lettera. Doveva attendere che gli uomini di Cesare sferrassero l’attacco prima di ingaggiare battaglia, perciò non si mosse. In ogni caso, con due sole legioni a disposizione, non avrebbe potuto fare molto. Solo a giorno inoltrato, gli esploratori ristabilirono i contatti con il distaccamento di Labieno e confermarono che erano i Romani a occupare la posizione strategica sulla collina, e non il nemico. Cesare ripartì con l’esercito per seguire gli Elvezi, e quella notte si accampò a cinque chilometri di distanza da loro20.
L’errore era imperdonabile. Il piano era fallito miseramente, ma sarebbe accaduto un disastro, se gli Elvezi si fossero accorti della presenza dei Romani e avessero sferrato un attacco contro l’esercito diviso in due. La posizione degli uomini di Labieno sulla collina li rendeva estremamente vulnerabili. Cesare aveva imparato che poteva fare affidamento sul valore e sul buon senso del suo legato, ma non su quello degli altri ufficiali, per quanto buona fosse la loro reputazione. Fu una lezione sui rischi inerenti alle operazioni militari di una certa complessità e sul ruolo che giocava la sorte nell’arte della guerra. Cesare non dice se Considio fu punito per aver perso la testa, ma con la pubblicazione dei Commentarii il suo vergognoso errore divenne di dominio pubblico. Nel suo resoconto, Cesare attribuisce tutta la colpa del fallimento al suo subordinato, il che non sembra del tutto convincente, anche se forse i soldati condividevano il suo punto di vista. Era Cesare che impartiva gli ordini e che aveva fermato l’esercito sulla base di un’informazione sbagliata, lasciando trascorrere molto tempo prima di verificarne l’attendibilità. Nel frattempo, i compagni d’armi delle due legioni di Labieno erano rimasti abbandonati a se stessi. L’inseguimento degli Elvezi continuò, ma la situazione non era delle migliori. Le provviste di grano dovevano arrivare entro due giorni, ma non era possibile esserne certi. Il mattino seguente Cesare ritenne preferibile, in queste condizioni, non proseguire oltre, e diede ordine all’esercito di abbandonare per il momento l’inseguimento degli Elvezi. L’esercito cambiò direzione e si mise in marcia verso Bibracte, che si trovava a circa ventinove chilometri di distanza. Aveva deciso di rifornirsi di scorte e poi tornare all’attacco degli Elvezi. Dato che questi ultimi si spostavano molto lentamente, non sarebbe stato difficile raggiungerli di nuovo21.
Con il senno del poi, fu il momento cruciale della campagna. Alcuni guerrieri che prestavano servizio nelle forze ausiliarie di Cesare disertarono e raggiunsero a cavallo il nemico per informarlo della ritirata dei Romani. Gli Elvezi interpretarono la manovra di Cesare come un segno di debolezza e perciò decisero di inseguirlo. Cesare intuì che avrebbero accelerato il passo per tagliargli la strada, impedendogli di raggiungere Bibracte per rifornire le truppe. La retroguardia romana fu presto sotto attacco. Cesare mandò indietro come rinforzo tutta la cavalleria, utilizzandola come copertura per consentire all’esercito di schierarsi. Occupò una collina vicina e schierò in prima linea le legioni più esperte: la Settima, l’Ottava, la Nona e la Decima. Se anche in questo caso seguì lo schema che divenne poi consueto, è probabile che la Decima occupasse il posto d’onore alla destra della linea. Ogni legione si schierò nella formazione tattica di base, la linea tripla (triplex acies), con quattro coorti in prima linea e tre in seconda e terza. I legionari lasciarono cadere a terra i loro bagagli – che normalmente trasportavano con un bastone appoggiato sulla spalla –, in modo da poter combattere senza intralci. Tolsero dagli scudi i rivestimenti protettivi di pelle, in modo che fossero visibili le insegne di ciascuna legione, e fissarono i pennacchi sugli elmi. Dietro di loro, nella parte più elevata della collina, Cesare schierò le nuove legioni meno esperte, l’Undicesima e la Dodicesima, insieme alla fanteria ausiliaria, con il compito di difendere le salmerie e di scavare intorno ad esse una trincea e un muro di cinta. È probabile che non ebbero tempo di costruire un accampamento in piena regola, come quelli che allestivano gli eserciti romani al termine di un giorno di marcia. Era però importante che i soldati sapessero, mentre combattevano, che i loro averi erano al sicuro, ed è anche chiaro che Cesare non si fidava molto di questi soldati e li riteneva ancora impreparati. Probabilmente le quattro legioni già esperte formarono una linea che circondava la maggior parte dell’altura. Tuttavia, come per la maggior parte delle battaglie di Cesare, è stato impossibile localizzare esattamente il sito della battaglia, pertanto non abbiamo alcuna certezza riguardo alla topografia del luogo. Cesare racconta che il pendio permetteva al nemico di distinguere chiaramente le due legioni e le forze ausiliarie, che occupavano l’intera area dell’altura, dando così l’impressione che i Romani fossero superiori numericamente.
Lo schieramento dell’esercito, che probabilmente richiese parecchie ore, fu coperto dalla cavalleria, ma anche gli Elvezi avevano bisogno di tempo per avanzare e prepararsi alla battaglia. Anche se erano in viaggio da alcune settimane e avevano sviluppato, per forza di cose, un certo grado di coordinazione, era comunque un compito difficile radunare un numero sufficiente di guerrieri per combattere i Romani. Gli uomini avevano al loro seguito anche le famiglie e i gli averi, e posizionarono i loro carri dietro le linee, formando una specie di accampamento. Lentamente, l’esercito degli Elvezi iniziò a schierarsi, ma prima che fossero arrivati alcuni dei loro contingenti, iniziò la battaglia. Cesare non riferisce il numero dei guerrieri che affrontò nella prima fase dello scontro, ma il fatto che gli Elvezi fossero pronti ad attaccare suggerisce che le unità effettive dei due schieramenti fossero all’incirca equivalenti (a meno che i membri della tribù non avessero effettivamente sottovalutato le forze dei Romani). Era frequente, a quell’epoca, che una lunga pausa precedesse il momento dell’attacco. Ciò sottoponeva i soldati a una forte tensione, dato che non c’era altro da fare che attendere. Cesare pensò che era giunto il momento di compiere un gesto eroico: smontò dal cavallo e lo inviò alla retroguardia, insieme a quelli dei suoi due ufficiali superiori, in modo da «rendere il pericolo uguale per tutti e togliere ad ognuno la tentazione della fuga». Catilina aveva compiuto lo stesso gesto nel 62 a.C., prima di iniziare a combattere, quando i suoi seguaci, numericamente inferiori, erano stati accerchiati dall’esercito inviato dal senato. Il gladiatore Spartaco era andato persino oltre, e aveva tagliato la gola a un cavallo purosangue che aveva strappato a un generale romano in un precedente scontro. Un generale a piedi era molto meno mobile e poteva seguire meno facilmente lo sviluppo della battaglia. Cesare aveva sacrificato alcuni vantaggi pratici per motivare i suoi uomini. Nei conflitti successivi non lo fece più. Ciò indica che era consapevole che i suoi legionari non lo conoscevano ancora molto e che la campagna non era andata particolarmente bene negli ultimi giorni. Forse è anche un segno del fatto che non si sentisse ancora sufficientemente sicuro di sé come comandante. Per spronare i suoi uomini, parlò loro, probabilmente spostandosi lungo le linee per rivolgersi separatamente a ciascuna coorte, dato che altrimenti era impossibile che potessero sentirlo tutti22.
La battaglia ebbe inizio a metà pomeriggio, quando gli Elvezi si approssimarono all’altura circondata dallo schieramento romano. Avanzavano in modo ordinato, serrando le proprie file. Spesso gli eserciti cercavano di intimidire i nemici prima dello scontro, spaventandoli con grida di battaglia, squilli di trombe e l’aspetto feroce. Accadeva non di rado che uno dei due eserciti fosse così impressionato da rompere le file e darsi alla fuga prima dell’inizio della battaglia. Questo era uno dei motivi per cui sarebbe stato imprudente esporre le legioni appena arruolate alla tensione della battaglia. In questo caso, la tattica abituale dei legionari esperti era di non scomporsi e restare in silenzio, per intimidire il nemico con la loro calma apparente. Quando gli Elvezi furono abbastanza vicini – probabilmente a una distanza di dieci o quindici metri – le legioni scagliarono i pila, pesanti giavellotti capaci di trapassare gli scudi e, in alcuni casi, persino di perforarne due montati uno sopra l’altro. Alcuni guerrieri caddero, uccisi o feriti, altri dovettero gettare via i loro scudi danneggiati. Lo slancio iniziale dell’attacco era fallito, e i Romani esultarono. Sfruttando il momento favorevole, sguainarono le spade e si gettarono all’assalto. Contavano anche sul vantaggio di aver scelto il campo di battaglia e sull’entusiasmo e l’impeto della carica. Gli Elvezi non si diedero per vinti, e seguitarono a combattere per un po’, prima di iniziare ad arretrare e ritirarsi verso la pianura. I Romani li seguirono in modo ordinato, senza rompere le file, e persero il contatto con i fuggiaschi, che retrocedevano rapidamente verso un’altura dall’altra parte della valle. Ma in quel momento i Romani dovettero affrontare una nuova minaccia. Era giunto un contingente di quindicimila guerrieri, freschi e pronti a combattere, che si lanciò all’attacco del fianco destro dell’esercito, rimasto scoperto. Si trattava dei Boi e dei Tulingi, due popoli alleati degli Elvezi, che erano rimasti nella retroguardia dello schieramento nemico. È poco probabile che fosse una manovra studiata e che il primo attacco fosse solo un tranello per attirare i Romani nella zona pianeggiante, ma fu comunque per gli Elvezi una fortunata coincidenza. Un esercito tribale – come anche un esercito ellenistico, la cui tattica consisteva nel raggruppare tutta la fanteria in un unico schieramento compatto, senza conservare unità di riserva – difficilmente avrebbe potuto fronteggiare una situazione simile, e l’intero schieramento avrebbe rischiato di essere annientato da un nemico nel pieno delle forze. Al contrario, il sistema militare romano dava grande importanza alle unità di riserva, e manteneva, di regola, almeno un terzo delle sue forze lontano dalla linea di combattimento. Le coorti della terza linea si staccarono dalla formazione, creando una nuova falange per affrontare i Boi e i Tulingi. La prima e la seconda linea continuarono a battersi contro gli Elvezi, che, incoraggiati dall’arrivo degli alleati, erano tornati indietro e avevano ripreso a combattere. I soldati dell’Undicesima e Dodicesima legione, che costituivano un’ulteriore riserva, sembra non siano stati utilizzati da Cesare in questa occasione, e rimasero meri spettatori dello scontro23.
La battaglia fu cruenta e proseguì fino a tarda notte ma, dopo lo shock iniziale causato dell’arrivo dei Boi e dei Tulingi, i Romani riacquistarono saldamente il vantaggio. La lotta per la conquista dell’accampamento nemico fu particolarmente aspra, dato che i guerrieri si battevano disperatamente per difendere tutti i loro averi e le loro famiglie. Cesare non riferisce quale fu il suo ruolo durante la battaglia, ma parla semplicemente di come i «Romani» si disposero dal punto di vista tattico e combatterono su due fronti. Possiamo supporre che fece ciò che ci si aspettava da ogni comandante romano: restò in prossimità della prima linea a incitare i soldati, chiamando le truppe di riserva quando era necessario. La vittoria fu totale, ma le perdite romane furono elevate. L’esercito rimase lì tre giorni per occuparsi dei feriti e seppellire i morti. Era stato catturato un certo numero di prigionieri, tra cui un figlio e una figlia di Orgetorige, ma Cesare afferma che centotrentamila persone riuscirono a fuggire durante la battaglia, dirigendosi in fretta a nord-est, verso il territorio dei Lingoni. In quelle circostanze era difficile fare una stima precisa, ma era chiaro che un considerevole numero di migranti era sopravvissuto. È possibile che molti non fossero neppure arrivati nella località teatro dello scontro, ma quelli coinvolti nella battaglia avevano perso la maggior parte dei loro averi. Cesare non li inseguì subito. Non aveva ancora risolto il problema degli approvvigionamenti. Inoltre, volle fermarsi per mostrare la sua preoccupazione per i feriti e i caduti, un gesto di rispetto che aumentò la stima dell’esercito per il suo comandante. Inviò dei messaggi ai capitribù dei Lingoni, ordinando loro di non aiutare gli Elvezi; in caso contrario sarebbero stati trattati come nemici dei Romani.
Tre giorni dopo si rimise in marcia per raggiungere i nemici, ma ben presto gli venne incontro una delegazione degli Elvezi ad annunciare la resa. Cesare ordinò loro di riferire agli uomini della tribù di fermarsi e aspettare il suo arrivo. Essi obbedirono all’ordine, il che dimostrò che non si trattava di una semplice manovra per guadagnare tempo. Quando Cesare arrivò, chiese e ottenne la consegna di ostaggi e la restituzione degli schiavi fuggiti o catturati durante la migrazione. Inoltre, i guerrieri furono obbligati a consegnare le armi. Durante la prima notte, circa seimila uomini fuggirono dal campo, dirigendosi a est verso il Reno. Cesare inviò dei messaggeri alle comunità nelle zone circostanti per ammonirle come aveva fatto con i Lingoni. Quando i fuggitivi furono catturati, negò loro lo stesso trattamento riservato a tutti gli altri, e furono venduti come schiavi. Ordinò agli Elvezi e ai loro alleati di tornare a stabilirsi nelle loro terre di origine. Gli Allobrogi della sua provincia ricevettero l’ordine di rifornire di grano le tribù al loro ritorno, fin quando non avessero ricostruito i villaggi incendiati e ottenuto un raccolto dai campi. I Boi ottennero da Cesare il permesso di stabilirsi all’interno del territorio degli Edui, su richiesta di questi ultimi. Il ripristino della stabilità nei territori confinanti con la Gallia Transalpina aveva avuto però un costo elevato in termini di vite umane. Cesare afferma che, dei 368.000 Elvezi censiti sui registri trovati nel loro accampamento, solo circa 110.000 tornarono a casa; sommando a questi ultimi anche i 32.000 Boi – eccetto quelli caduti in battaglia – che si stabilirono in Gallia, e i 6.000 fuggitivi venduti come schiavi, si ottiene la cifra impressionante di 220.000 morti. Come sempre, non sappiamo fino a che punto queste stime siano esatte, ed è probabile che molti Elvezi fossero fuggiti prima dell’attacco dei Romani, come avevano fatto i Tigurini nella Saona. Tuttavia è evidente che molti – decine di migliaia – furono uccisi. L’orrore che suscita oggi una carneficina di simili proporzioni non deve ingannarci su quella che fu invece, all’epoca, la reazione dell’opinione pubblica romana. Dal loro punto di vista, era stata fermata una pericolosa migrazione di popoli ostili, e la sicurezza regnava di nuovo in una provincia non lontana dall’Italia. Nei Commentarii, Cesare impiega spesso il verbo pacare, che significa ‘pacificare’, e che veniva utilizzato per riferirsi alla sconfitta di qualsiasi popolo avesse rifiutato di sottomettersi alla supremazia romana. La pax era il risultato della vittoria che aveva ristabilito la sicurezza della frontiera settentrionale24.
All’arrivo dell’estate, restavano ancora parecchi mesi per una campagna, ma non il tempo sufficiente per trasferire le truppe fino alla frontiera dei Balcani e iniziare lì delle operazioni militari. Cesare aveva già ottenuto una grande vittoria, ma desiderava altri trionfi e non intendeva restare a lungo inoperoso. Presto si presentò l’opportunità di una nuova campagna. Una delegazione che rappresentava le maggiori tribù della Gallia centrale venne a congratularsi con Cesare per aver sconfitto gli Elvezi. È probabile che, in parte, gli elogi fossero sinceri, ma l’intento era ovviamente quello di mantenere buoni rapporti con una nuova potenza che si trovava nella regione. I delegati chiesero a Cesare il permesso di convocare una riunione di tutte le tribù per poterlo conoscere e presentargli delle petizioni. Si ripeté di nuovo una scena patetica: i capitribù si gettarono ai piedi del proconsole, e il druido Diviziaco si fece portavoce della supplica di proteggerli dal re germanico Ariovisto. I Galli sostenevano che, dopo aver invitato il re nella regione per aiutarli a combattere contro i Sequani, Ariovisto aveva fatto entrare nelle loro terre centoventimila suoi uomini, e aveva preteso ostaggi da tutte le tribù locali. Si lamentarono della sua tirannia, definendolo un «barbaro iroso e selvaggio». Dissero che molti altri Germani erano in arrivo in Gallia per unirsi al loro leader, e chiesero a Cesare di «difendere tutta la Gallia dai soprusi di Ariovisto». I rappresentanti dei Sequani approvarono la richiesta in silenzio. Cesare domandò il perché di tale contegno e Diviziaco gli spiegò che, a causa del timore che ai Germani giungesse voce della loro presenza, essi erano troppo spaventati per pronunciare anche solo una parola. Cesare rassicurò i capitribù presenti alla riunione che si sarebbe occupato del problema, usando la propria auctoritas per convincere Ariovisto a moderare il suo comportamento. In privato, prese la questione molto sul serio, perché sentiva l’obbligo morale di aiutare gli Edui, fedeli alleati di Roma da molto tempo. Inoltre, nei Commentarii espresse la preoccupazione che i Germani iniziassero a muoversi liberamente al di là del Reno e che questi continui spostamenti avrebbero potuto provocare migrazioni di popoli su vasta scala, come quella dei Cimbri e dei Teutoni25.
Furono inviati ambasciatori ad Ariovisto, con l’incarico di chiedergli di incontrare Cesare in una località a metà strada. Il re rifiutò l’offerta, dicendo che era Cesare a doversi recare da lui, se desiderava un colloquio; chiese inoltre il motivo per cui i Romani volevano intervenire nella regione della Gallia che aveva occupato. Cesare gli inviò un nuovo messaggio, per ricordargli i suoi obblighi verso la repubblica e che durante l’anno del suo stesso consolato era stato riconosciuto «re e amico del popolo romano». Questa volta il messaggio fu esplicito: Ariovisto non doveva più permettere ad altri Germani di oltrepassare il Reno per stabilirsi in Gallia e inoltre doveva restituire gli ostaggi agli Edui e non minacciarli più, astenendosi da ulteriori saccheggi nei loro territori. Il rispetto di queste condizioni gli avrebbe consentito di mantenere il rapporto di amicizia con Roma. In caso di rifiuto, Cesare sarebbe stato costretto a intraprendere le azioni necessarie per difendere gli Edui e gli altri alleati della repubblica. La replica di Ariovisto fu altrettanto secca e intransigente. Egli era un re e un conquistatore e, proprio come Cesare, riteneva che nessuno potesse arrogarsi il diritto di imporgli come trattare i vinti. I Romani erano liberi di governare come volevano le loro province, ma egli rivendicava lo stesso diritto sulle terre occupate dai suoi guerrieri. Aveva sconfitto gli Edui, e gli ostaggi non avevano nulla da temere finché i tributi fossero stati versati ogni anno. I suoi guerrieri non erano mai stati sconfitti in Gallia e non temevano nessun nemico. Dopo aver descritto al lettore l’arroganza e l’orgoglio di Ariovisto, Cesare afferma che, nel giro di un’ora dall’arrivo del messaggio del re, giunsero ambasciatori degli Edui a riferire che le loro terre erano state saccheggiate dai Germani. Inoltre, i Treveri, stanziati nella parte settentrionale della Gallia, avevano sparso la voce che i Suebi – la popolazione germanica cui appartenevano Ariovisto e i suoi uomini – si erano radunati in massa nei pressi del Reno e cercavano di attraversare il fiume per penetrare nella Gallia. Lo spostamento interessava un centinaio di tribù e la migrazione era di proporzioni tali da eclissare quella degli Elvezi26.
Cesare decise di agire, ma stavolta si assicurò, prima della partenza, di disporre di sufficienti provviste di viveri. Dato che non aveva più davanti un nemico lento come gli Elvezi, fece marciare l’esercito a ritmo serrato. Dopo tre giorni dalla partenza, un messaggio lo informò che Ariovisto avanzava con il suo esercito in direzione di Vesonzione (l’odierna Besançon), la più grande città dei Sequani. Era quindi chiaro che questi ultimi erano ormai in aperto conflitto con il loro ex-alleato. Il centro tribale si trovava in una posizione vantaggiosa: era protetto dalla conformazione naturale del territorio e offriva riserve abbondanti, molto utili per un esercito. Cesare non voleva che cadesse nelle mani del nemico, e proseguì con marce forzate, giorno e notte, facendo solo brevi soste, finché non raggiunse la città e vi pose un presidio. Concesse alle truppe alcuni giorni di riposo per recuperare le forze e provvide anche al rifornimento di viveri. Negli eserciti, il malcontento tende sempre ad affiorare più nei momenti di inattività, che in quelli di azione. In città iniziarono a diffondersi varie voci:
Le insistenti domande dei nostri e le dicerie dei Galli e dei mercanti, che attribuivano ai Germani enorme prestanza fisica, incredibile valore e addestramento militare – nei molti scontri con loro non avevano potuto sostenere nemmeno l’espressione del volto e lo sguardo intenso – gettarono all’improvviso tanto terrore in tutto l’esercito, da sconvolgere non poco la mente e gli animi di tutti. I primi a spaventarsi furono i tribuni militari, i comandanti dei contingenti ausiliari e gli altri ufficiali che avevano seguito Cesare da Roma, senza possedere grande esperienza militare. Chi adducendo un pretesto, chi un altro, per cui dicevano di essere costretti a partire, chiedevano a Cesare il permesso di andarsene. Qualcuno rimaneva, spinto dalla vergogna e per evitare il sospetto di viltà, ma non riusciva a fingere in volto e a trattenere di tanto in tanto le lacrime. Acquattati nelle tende, lamentavano la propria sorte o commiseravano insieme agli amici il comune pericolo. Dappertutto nel campo c’era chi faceva testamento. Le dicerie e il terrore a poco a poco turbavano anche coloro che, nell’accampamento, avevano lunga pratica militare, soldati o centurioni o ufficiali di cavalleria27.
Alcuni uomini sostenevano di essere preoccupati per le difficoltà inerenti al territorio che l’esercito doveva attraversare durante l’avanzata. Altri erano irrequieti per le scorte di viveri (una perplessità comprensibile, alla luce delle recenti difficoltà durante le operazioni contro gli Elvezi). Un certo numero di ufficiali dichiarò persino che i soldati avrebbero disertato, se Cesare avesse dato ordine di levare le tende. L’episodio dimostra ancora una volta come la devozione dimostrata dai suoi soldati e ufficiali durante le ultime campagne, e soprattutto durante la guerra civile, non nacque appena Cesare arrivò in Gallia, ma si sviluppò nel corso degli anni. È interessante il fatto che Cesare riferisca che a fomentare il malcontento fossero tribuni e ufficiali, ossia uomini appartenenti alla classe equestre o figli di senatori. Ciò rafforza la convinzione che gli appartenenti alle classi più influenti non fossero gli unici destinatari dei Commentarii, e forse neppure i lettori ai quali intendeva principalmente rivolgersi. Dione Cassio sostiene che alcuni di questi uomini si lamentavano che la guerra contro Ariovisto non fosse stata autorizzata dal senato e perciò che stessero rischiando le loro vite unicamente per le ambizioni personali di Cesare28.
Il proconsole convocò un consilium (un consiglio o riunione al vertice). Tutti i centurioni – circa trecentosessanta uomini se l’organico nelle sei legioni era al completo – furono invitati a partecipare, insieme ai più alti ufficiali. Era giunto il momento per Cesare di sfoderare la sua arte oratoria e il suo carisma per conquistare l’esercito, come aveva fatto in passato con il popolo nel Foro. Iniziò rimproverandoli aspramente di aver osato mettere in discussione i piani del loro generale, legittimamente investito dell’imperium conferitogli dal senato e dal popolo romano. Dopo averli scossi con questo severo richiamo alla disciplina, Cesare esaminò i fatti. Il loro nervosismo era ingiustificato, poiché c’era la possibilità che Ariovisto, che era stato riconosciuto da Roma l’anno prima, rinsavisse e non venisse meno ai suoi doveri verso Cesare. Inoltre, se la battaglia fosse stata inevitabile, le legioni romane avevano già sconfitto i guerrieri germanici in passato, quando Mario aveva annientato i Cimbri e i Teutoni e, più di recente, i molti Germani che militavano nell’esercito di schiavi di Spartaco. Ariovisto aveva sconfitto gli Edui e gli altri Galli attaccandoli a sorpresa, con l’inganno e non in un confronto alla pari, ma i suoi rozzi stratagemmi non avrebbero mai funzionato contro un esercito romano. Chi si mostrava preoccupato per le riserve di grano era un insolente che offendeva la sua competenza e la sue capacità, dimenticando che i convogli delle tribù alleate erano già in arrivo e il grano era ormai maturo nei campi. Non era affatto turbato dalle chiacchiere di chi sosteneva che i soldati non avrebbero obbedito all’ordine di levare le tende:
Conosceva, infatti, casi di disobbedienza da parte delle truppe, ma riguardavano comandanti che erano stati abbandonati dalla fortuna o dei quali era stato scoperto qualche misfatto. Cesare aveva già dimostrato la sua onestà nel corso di tutta la sua vita e la sua fortuna nella guerra contro gli Elvezi. Perciò aveva deciso di dar subito l’ordine che intendeva rimandare a più tardi: avrebbe levato il campo la notte successiva, dopo le tre, per accertarsi al più presto se in loro prevaleva il senso del dovere e dell’onore, oppure la paura. E se poi nessuno lo avesse seguito, si sarebbe ugualmente messo in marcia con la sola Decima legione, sulla quale non aveva dubbi: sarebbe stata la sua coorte pretoria29.
Cesare aveva una predilezione particolare per la Decima legione e riponeva la massima fiducia nel suo valore. Tutto il discorso era una sfida all’orgoglio dei centurioni e ai loro reparti. Il tono di Cesare rivelava tutta la sua delusione. Il vero motivo di quelle minacce di disobbedienza erano la vigliaccheria e la mancanza di fiducia nel comandante. La Decima legione si sentì lusingata. I suoi tribuni informarono immediatamente Cesare che la sua fiducia era ben riposta e di essere pronti a obbedire a qualsiasi ordine. Le altre unità non vollero essere da meno, e i loro centurioni chiesero ai tribuni e agli ufficiali superiori di assicurare a Cesare che non era mai esistito nessun rischio reale di disobbedienza30.
All’alba del giorno seguente, come preannunciato, Cesare condusse l’esercito fuori dall’accampamento. Modificò in parte il suo piano, il che suggerisce che considerò alcune critiche giustificate. Invece di procedere attraverso le colline, come aveva deciso inizialmente, seguì il consiglio di Diviziaco e condusse l’esercito attraverso zone aperte e pianeggianti. Questo itinerario allungava il percorso originario di circa ottanta chilometri, ma almeno impedì il verificarsi di una nuova serie di lamentele da parte dei suoi ufficiali. Dopo una settimana, gli esploratori lo informarono che l’esercito germanico si trovava a solo trentotto chilometri di distanza. Presto arrivò una delegazione di Ariovisto per riferire che il re era finalmente disposto all’incontro che prima aveva rifiutato. Nei Commentarii, Cesare sostiene che nutriva ancora la speranza di trovare una soluzione pacifica al problema. Non è detto che si tratti solo di un’affermazione volta a enfatizzare quanto egli fosse prudente e ragionevole. Alcuni comandanti romani, incluso Silla, avevano celebrato l’occasione in cui, schierati con le legioni davanti al nemico, con la loro autorevolezza avevano indotto un re straniero a piegarsi alle condizioni dettate da Roma. Riuscire in una simile impresa era glorioso quanto sconfiggere il nemico in battaglia, nonostante i profitti fossero inferiori, mancando l’opportunità di bottino o schiavi31.
L’incontro ebbe luogo cinque giorni più tardi in una zona neutrale, un’ampia pianura a metà strada tra i due accampamenti. Solo una piccola altura interrompeva l’uniformità del terreno. Nei giorni precedenti, un’intensa attività diplomatica aveva preceduto l’incontro, per stabilirne nei dettagli le modalità e conciliare le esigenze di entrambe le parti. Ariovisto aveva posto come condizione che le due delegazioni fossero accompagnate soltanto da una scorta a cavallo. Cesare, che non si fidava del tutto della cavalleria ausiliaria, prese in prestito i cavalli dei suoi alleati gallici e si fece scortare dai legionari della Decima. Contenti di essere stati di nuovo preferiti al resto dell’esercito, i soldati, scherzando, dissero che il proconsole li aveva fatti diventare dei «cavalieri», giocando sul significato della parola equites, che indicava i membri dell’antico e ricco ordine equestre. I due gruppi si fermarono a duecento passi di distanza l’uno dall’altro. Come aveva chiesto Ariovisto, i due leader si vennero incontro accompagnati da una scorta di dieci uomini a cavallo. La lingua utilizzata fu quella gallica, che Ariovisto aveva imparato durante la sua permanenza a ovest del Reno. Cesare utilizzò probabilmente uno dei suoi interpreti di fiducia. Iniziò ricordando al re il favore che gli aveva reso la repubblica e gli obblighi che ciò implicava. Gli Edui erano da molto tempo fedeli alleati di Roma. Il comportamento dei Germani nei loro confronti era inaccettabile e doveva cessare. La richiesta di Cesare restava la stessa. Nessun popolo doveva più attraversare il Reno e gli ostaggi dovevano essere restituiti agli Edui. Tuttavia, anche la posizione di Ariovisto non era cambiata. Ciò che aveva conquistato gli spettava di diritto, in quanto vincitore. Perché Cesare interveniva in località in cui nessun esercito romano si era mai avventurato prima? Questa era la sua «provincia», proprio come la Gallia Transalpina apparteneva a Cesare. Nessuno dei due doveva intromettersi negli affari dell’altro. Il re chiese a Cesare se, nonostante le sue ostentazioni di amicizia, avesse condotto il suo esercito in Gallia per attaccarlo. Se i Romani non ritiravano le loro truppe, Ariovisto li avrebbe trattati come nemici. Nei Commentarii è anche riportato che il re disse, con tono sarcastico, che, se avesse ucciso Cesare, avrebbe fatto cosa gradita a «molti nobili e capi del popolo romano». In un certo senso poteva essere vero, ma nessuno dei suoi avversari avrebbe gradito essere dipinto come un individuo così poco patriottico da rallegrarsi della sconfitta di un esercito romano, anche se questo avesse significato la morte di Cesare. Dopo aver lanciato questa minaccia, Ariovisto offrì a Cesare il suo appoggio in qualsiasi operazione futura se avesse accettato di ritirarsi32.
Cesare replicò motivando ancora meglio la posizione romana, ma la trattativa si interruppe quando alcuni guerrieri germani iniziarono a lanciare giavellotti e scagliare pietre contro i legionari a cavallo. Cesare decise di non combattere, per non dare l’impressione che i Romani non mantenessero la parola data. Due giorni più tardi, Ariovisto chiese un nuovo incontro o, in alternativa, l’invio di una delegazione romana al suo accampamento. Poiché era restio a rischiare la vita dei suoi più alti ufficiali nella missione, Cesare scelse di nuovo Valerio Procillo per quel delicato incarico. Con lui andò anche Gaio Mezio, un mercante che conosceva già Ariovisto e in passato era stato suo ospite. Questa volta, però, ricevette un’accoglienza meno gentile. Entrambi gli inviati furono denunciati come spie e incatenati33.
Ariovisto aveva chiaramente optato per una soluzione militare della disputa. Il re era un comandante molto esperto nella guerra. Aveva riunito intorno a sé moltissimi guerrieri e formato un esercito più coeso di quello della maggioranza delle altre tribù. Agì con molta cautela. Lo stesso giorno in cui arrestò gli inviati dei Romani, spostò l’accampamento su un’altura a dieci chilometri di distanza da loro. Senza abbandonare quella posizione, la mattina seguente fece spostare una parte dell’esercito e stabilì una nuova base, tre chilometri più indietro rispetto a dove si trovavano i Romani, per bloccare i rifornimenti in arrivo dagli alleati. Durante i cinque giorni successivi, il proconsole condusse le sue truppe davanti all’accampamento di Ariovisto e le schierò in formazione da combattimento. I Germani non si mossero, ma Cesare giudicò poco prudente rischiare un attacco diretto. Forse Ariovisto occupava una posizione strategicamente migliore. In quei giorni ci furono degli scontri, soprattutto tra le cavallerie, ma non si arrivò a una vera e propria battaglia. Al fianco della cavalleria di Ariovisto combattevano truppe scelte di fanteria leggera – i fanti che, nei secoli successivi, sarebbero stati conosciuti tra i Germani come «i cento» (centeni) –, capaci di mantenere il passo con i cavalli per brevi distanze reggendosi alle loro criniere. I guerrieri a piedi erano un supporto efficace per coprire la cavalleria, che, in caso di difficoltà, poteva arretrare per riposarsi e poi tornare di nuovo all’attacco. La tattica e l’abilità dei guerrieri germani dava alla loro cavalleria un notevole vantaggio su quella gallica34.
Cesare non poteva permettersi di restare dov’era perché presto le derrate per l’esercito si sarebbero esaurite. Un attacco diretto era troppo rischioso, così decise di aprire una via di passaggio per gli approvvigionamenti. Dispose l’esercito su tre colonne, ciascuna delle quali, a sua volta, poteva rapidamente adottare il consueto schieramento tattico a tre linee, la triplex acies. Alcuni uomini rimasero a presidiare l’accampamento principale, poiché Cesare intendeva solo creare un avamposto al di là della posizione in cui si trovavano i Germani. I Romani marciarono oltre l’accampamento germanico, fermandosi in un punto a circa novecento metri di distanza dal nemico. Una volta lì, le legioni si schierarono per fronteggiare il nemico. La cavalleria germanica, accompagnata da sedicimila fanti, non tardò ad attaccarli. Ariovisto inviò solo una parte della fanteria. Forse non riuscì a radunare subito un numero maggiore di uomini armati e pronti a intervenire. Cesare ordinò alle coorti della terza linea di iniziare la costruzione di un nuovo accampamento per alloggiare due legioni, mentre la Prima e la Seconda avevano il compito di respingere il nemico, che molto probabilmente non sferrò un attacco a tutto campo, ma si limitò ad azioni di intimidazione e finte. Se il grosso dell’esercito – due terzi delle legioni, la cavalleria e le truppe leggere – partecipò a quest’operazione, numericamente doveva essere almeno pari allo schieramento nemico. Dopo alcune ore di lavoro, venne costruito un accampamento fortificato. Due legioni rimasero lì a presidiarlo, mentre il resto dell’esercito, senza rompere le file, ritornò nell’accampamento principale. Il piccolo forte rendeva più semplice proteggere i convogli di derrate provenienti dalle tribù alleate. La scelta tra una rapida vittoria e un’umiliante ritirata non era più impellente. Cesare poteva permettersi di aspettare il momento e la situazione più propizia per attaccare l’esercito nemico35.
Il mattino seguente, Cesare ordinò alle legioni di uscire fuori dall’accampamento e di formare il tipico schieramento della triplex acies di fronte al nemico. Era un gesto dimostrativo, una tattica che adottava spesso, in quel periodo, per dare coraggio ai suoi uomini e intimidire il nemico. Ariovisto non raccolse l’invito a combattere, e verso mezzogiorno il comandante romano ordinò ai suoi uomini di rientrare nell’accampamento. Più tardi, nel pomeriggio, i Germani si fecero più aggressivi e inviarono delle truppe ad attaccare l’accampamento più piccolo, ma le legioni riuscirono a respingere l’assalto. Quello stesso giorno Cesare interrogò personalmente alcuni Germani che erano stati fatti prigionieri. Questi affermarono che Ariovisto stava evitando uno scontro aperto perché le divinatrici dell’esercito avevano previsto che l’esito sarebbe stato vittorioso solo se avesse atteso la luna piena prima di sferrare l’attacco. Nella maggior parte degli eserciti si celebravano cerimonie e sacrifici prima delle battaglie. Nei Commentarii, Cesare, pur essendo pontifex maximus, non menziona mai i riti religiosi che facevano parte della vita quotidiana dei legionari. Decise di sfruttare la superstizione del nemico. Il giorno seguente lasciò nei due accampamenti solo un piccolo presidio e ordinò a tutto il resto dell’esercito di schierarsi secondo lo schema tipico della triplex acies, probabilmente con la cavalleria posizionata di fianco. Poi fece avanzare l’esercito lungo il declivio fino ad avvicinarsi all’accampamento nemico più di quanto avesse mai fatto in precedenza. La sfida era troppo palese. Ignorarla avrebbe significato farsi umiliare e rischiare che i guerrieri si lasciassero intimidire dal nemico. Ariovisto condusse fuori i suoi uomini, che si schierarono in gruppi secondo le varie tribù e i clan (nei Commentarii ne sono menzionati sette). Dietro le linee c’erano i carri e le donne dei guerrieri, che salutavano i loro uomini, implorandoli di non farle diventare schiave dei Romani36.
In questa battaglia furono schierate tutte e sei le legioni in prima linea. Cesare riteneva che l’Undicesima e la Dodicesima avessero ormai maturato abbastanza esperienza per reggere alla tensione del combattimento. Forse le nuove reclute furono schierate vicino alle unità più esperte, in modo che su entrambi i fianchi avessero una legione di veterani. Ciascuno dei cinque legati di Cesare e il suo questore furono posti al comando di una legione, «perché ogni soldato li avesse a testimoni del proprio valore». Cesare sferrò l’attacco dal fianco destro perché riteneva che da quella parte lo schieramento nemico fosse vulnerabile e più facile da sfondare. La battaglia cominciò all’improvviso. Entrambi gli eserciti si lanciarono subito nel combattimento corpo a corpo, senza il consueto scambio di giavellotti che di solito lo precedeva. Cesare riuscì a sconfiggere il fianco sinistro dello schieramento nemico, ma era troppo impegnato nella mischia, per riuscire a controllare gli altri settori della battaglia. Il fianco destro dell’esercito germanico iniziò a fare arretrare quello sinistro dei Romani, e fu solo grazie al pronto intervento del giovane Publio Crasso, che comandava la cavalleria ed era perciò «più libero degli altri, impegnati fra i due schieramenti», che si evitò il peggio. Crasso fece arrivare le coorti della terza linea, che risolsero la situazione. Subito dopo lo sfondamento del fianco destro del nemico, in tutto l’esercito germanico si diffuse il panico, e i guerrieri si diedero alla fuga. Cesare si mise alla testa della cavalleria, inseguendoli e uccidendoli uno a uno senza pietà. Una fonte posteriore, che probabilmente si riferisce a questa battaglia, sostiene che lasciò aperta una via di fuga a un gruppo di guerrieri che stavano resistendo disperatamente, solo per poterli poi massacrare più facilmente mentre fuggivano. Ariovisto riuscì a fuggire e da quel momento di lui non si seppe più nulla. Due delle sue mogli, una delle quali era la sorella di un re norico, furono uccise durante il massacro e una delle figlie venne catturata. Alcuni fuggiaschi che erano riusciti a scappare attraversando il Reno furono attaccati da altre tribù. I Suebi, che stavano aspettando di congiungersi alle loro tribù in Gallia, tornarono nelle proprie terre. Cesare esultò quando le truppe al suo seguito si imbatterono in Valerio Procillo e riuscirono a strapparlo dalle mani del nemico. Il proconsole scrisse che ciò «lo rallegrò non meno della stessa vittoria». Sicuramente si trattò di un’emozione autentica, ma l’enfasi sull’episodio contribuiva a ricordare al lettore, ancora una volta, la lealtà assoluta di Cesare nei confronti dei suoi amici. Procillo fu senz’altro ancora più felice del proconsole. Il giovane raccontò che i Germani avevano consultato tre volte le divinatrici, per decidere se doveva essere arso sul rogo, e che si era salvato solo per merito della sorte. Anche l’altro prigioniero romano, il mercante Mezio, fu ritrovato illeso37.
La stagione era quasi finita e Cesare aveva concluso – per usare le sue stesse parole – «due campagne di guerra importantissime». È probabile che nessuna delle due fosse stata decisa prima del suo arrivo in provincia, ma che avesse sfruttato le opportunità che si erano presentate. Per il momento aveva concentrato i suoi sforzi in Gallia, e decise di rimanervi anche nell’immediato futuro. Trascorse gran parte dell’inverno nella Gallia Cisalpina, svolgendo le sue funzioni amministrative e giudiziarie di governatore, senza però perdere di vista la situazione politica a Roma. L’esercito non fu congedato e si accampò per l’inverno nel territorio dei Sequani. All’arrivo della primavera, sarebbe stato pronto a addentrarsi nella Gallia per intraprendere nuove campagne38.