«I mercanti non avevano nessun accesso al loro territorio, non vi lasciavano introdurre né vino, né altri oggetti di lusso, giudicando che indeboliscono gli animi e ne allentano il valore».
cesare1
«Tutta la razza oggi chiamata gallica o galata ha la passione della guerra; è irascibile, pronta alla battaglia […], per il resto semplice e senza malizia […]. Quando vengono provocati con un pretesto qualsiasi, sono tutti pronti a sfidare il pericolo, senza avere, per gettarsi nella lotta, altra cosa che la loro forza e la loro audacia. Perciò cadono facilmente negli inganni tesi da coloro che li combattono».
strabone, inizio del I secolo d.C.2
Durante i mesi invernali tra il 58 e il 57 a.C., Cesare reclutò altre due legioni, la Tredicesima e la Quattordicesima. Anche stavolta agì di sua iniziativa e pagò le truppe e il loro equipaggiamento con i fondi di cui disponeva come governatore. In dodici mesi, le dimensioni dell’esercito stanziato nella sua provincia erano raddoppiate. I centurioni delle legioni più esperte ricevettero una promozione e furono trasferiti alle nuove unità. L’assegnazione delle legioni inesperte a ufficiali veterani divenne una prassi seguita da Cesare durante tutte le sue campagne. I trasferimenti creavano dei posti vacanti nelle altre legioni, che dovevano essere ricoperti con promozioni interne o nuove nomine. Nei Commentarii il motivo delle promozioni o delle ricompense concesse ai centurioni è sempre il loro valore militare. Svetonio sostiene che Cesare «non giudicò mai il soldato né per la sua moralità, né per le sue ricchezze, ma soltanto per il suo valore». I tribuni e i prefetti, molti dei quali scelti per raccomandazioni o favori, nell’ultima campagna lo avevano deluso. Non sappiamo se i malumori espressi a Vesonzione, che lo avevano molto contrariato, siano stati sanzionati con espulsioni. Il sistema di clientele che caratterizzava i rapporti all’interno della società romana influiva probabilmente anche sulla nomina dei centurioni, ma le capacità individuali furono sempre il suo criterio di scelta prioritario. I centurioni compresero che il loro valore sarebbe stato sempre ricompensato. Cesare li trattava con grande riguardo e aveva imparato tutti i loro nomi, proprio come facevano i senatori con i passanti nel Foro durante le campagne elettorali. Tra il proconsole e i suoi ufficiali si stabilì un legame basato sulla conoscenza personale reciproca. I centurioni guidavano la prima fila dell’esercito e perciò molti di loro cadevano in battaglia. L’elevato numero di perdite e l’ingrandimento dell’esercito di Cesare contribuirono a garantire che fossero disponibili sempre nuovi posti da assegnare a ufficiali giovani e valorosi da ricompensare. Alla fine delle campagne in Gallia, quasi tutti i centurioni delle sue legioni dovevano a Cesare la loro nomina o la promozione a un grado superiore, o entrambe le cose. Si tratta di un aspetto importante del processo attraverso cui le legioni non furono più solo l’esercito della provincia sotto il suo comando, ma divennero l’esercito di Cesare3.
I mesi invernali venivano impiegati anche per l’addestramento delle truppe. Cesare non era un comandante tirannico, e non seguì il modello tradizionale del generale intransigente che fustiga i suoi uomini e li fa giustiziare per imporre la disciplina. Al contrario, sembra che raramente abbia impartito delle punizioni, e abbia considerato crimini gravi solo la diserzione e l’ammutinamento. Nei mesi in cui non erano in servizio, i suoi uomini erano liberi di comportarsi come volevano. Si dice che in un’occasione Cesare affermò che «i suoi soldati potevano combattere valorosamente anche impomatati». Mario si era comportato con il suo esercito nello stesso modo, e forse Cesare volle ispirarsi al famoso parente o ritenne che questo tipo di atteggiamento fosse quello che più si confaceva a un popularis. In ogni caso, nonostante la loro tolleranza nei periodi di riposo delle truppe, sia Mario che Cesare esigevano dai legionari il massimo rendimento durante le operazioni belliche. Rigorosa disciplina, obbedienza immediata e manovre competenti erano le qualità richieste, e Cesare si assicurava di ottenerle sottoponendo l’esercito a un duro addestramento. Sotto questo aspetto, egli corrispondeva in pieno all’ideale aristocratico del comandante. Il miglior generale era quello che preparava scrupolosamente l’esercito alla battaglia attraverso un rigoroso addestramento. Cesare «teneva l’esercito pronto e all’erta in ogni momento, anche quando non c’era motivo, specialmente nei giorni di pioggia o di festa. Raccomandava alle sue truppe di tenerlo d’occhio, e poi improvvisamente spariva, di giorno o di notte, e accelerava la marcia per affaticare la colonna che lo seguiva»4. Il suo esempio era fondamentale per incoraggiare i soldati a eccellere. Cesare si metteva in testa alla colonna nelle marce di addestramento e nel campo, a volte a cavallo, ma più spesso a piedi, come un comune legionario. Era un gesto con cui voleva dimostrare che non si aspettava da loro nulla di più di ciò che chiedeva a se stesso. Secondo Plutarco, i soldati erano meravigliati:
Colpiva la sua resistenza fisica alle fatiche, giacché sembrava che egli si sottoponesse agli sforzi al di là delle possibilità fisiche. Era esile di costituzione, chiaro e delicato di carnagione e soggetto ad attacchi epilettici. Comunque egli non prese questa sua debolezza a giustificazione di una vita molle, anzi considerò l’attività militare come una cura di questa debolezza. Contrastava i suoi malanni con lunghissime marce, mangiando frugalmente, dormendo sempre all’aperto, faticando, e così manteneva il corpo inattaccabile dai mali. Dormiva perlopiù in carri o lettighe, sfruttando anche il riposo per fare qualcosa. Di giorno andava a controllare i presidi, le città, le fortificazioni, e gli stava vicino uno schiavo di quelli abituati a scrivere sotto dettatura anche durante il viaggio, e dietro di lui un soldato con la spada5.
Quando Cesare si rivolgeva ai legionari, non li chiamava «uomini» o «soldati», ma «compagni d’armi» (commilitones). Erano onesti Romani come lui, che servivano la repubblica e combattevano contro i nemici per conquistare la gloria e il bottino, che Cesare spartiva con grande generosità. Aveva già ottenuto due grandi vittorie. Tra il comandante e il suo esercito si era sviluppata una reciproca fiducia, avevano imparato a conoscersi e a fare affidamento gli uni sugli altri. L’orgoglio individuale dei legionari e quello dell’intero reparto erano molto incentivati. Per ricompensare il valore militare dei migliori, furono costruite armi decorate d’oro o d’argento, considerate da chi le riceveva un segno di distinzione che li rendeva dei legionari speciali. Il sistema militare romano aveva sempre esaltato il coraggio dei propri soldati, ma fu con Cesare che questo ideale raggiunse l’apoteosi6.
Cesare trascorse quasi tutto l’inverno nel Sud delle Alpi ed è probabile che l’addestramento delle truppe fu in gran parte seguito dai suoi legati, tribuni e centurioni. Già in passato aveva difeso i diritti degli abitanti della Gallia Cisalpina, e come governatore fece il possibile per garantirsi il sostegno delle popolazioni di quella regione, soprattutto dell’aristocrazia. Fece entrare nello stato maggiore del suo esercito parecchi cittadini gallici, molti dei quali aristocratici delle tribù della Gallia Transalpina. Oltre a Valerio Procillo, che aveva già svolto un ruolo importante durante la prima campagna, nei Commentarii sono menzionati altri uomini. Anche il padre dello storico gallico Pompeo Trogo, sebbene non nominato, fu al suo servizio, ed ebbe l’incarico di scrivere alcune lettere. È probabile che fosse uno dei vari assistenti addetti a sbrigare la voluminosa corrispondenza del proconsole. Si dice che Cesare fosse in grado di dettare contemporaneamente a due segretari persino mentre passava in rassegna le file dell’esercito. I destinatari dei messaggi erano uomini influenti di Roma, che in molte occasioni venivano anche incontrati personalmente dal suo rappresentante, Balbo. Anche la corrispondenza diretta a Cesare era voluminosa. Plutarco racconta che, sin dal principio delle campagne, molti uomini si mettevano in viaggio per raggiungerlo e chiedergli favori o un impiego nell’esercito. Desideroso di conquistare nuovi alleati, Cesare era quasi sempre disposto a esaudire le loro richieste. Sembra che quelli che lo cercavano fossero in gran parte uomini che non avevano fatto carriera o privi di amicizie influenti7.
Nella Gallia Cisalpina, Cesare intratteneva rapporti di amicizia con i membri dell’aristocrazia locale – molti dei quali possedevano da poco la cittadinanza romana –, ricevendoli e accettando i loro inviti. Svetonio racconta che gli invitati ai suoi banchetti riempivano due sale: in una c’erano i suoi ufficiali e i Greci che facevano parte del suo staff, e nell’altra i civili. In un’occasione, a Mediolanum (l’odierna Milano), fu ospite nella casa di un certo Valerio Metone. Durante il banchetto, vennero serviti degli asparagi conditi con mirra, anziché con olio d’oliva come si usava a Roma. Cesare lì mangiò senza fare commenti o scomporsi, rimproverando i suoi ufficiali che avevano alzato la voce per protestare. Il patrizio, membro di una delle più antiche famiglie romane, era un ospite ideale e la sua compagnia era sempre gradita. Non sappiamo se tra i membri della nobiltà locale ce ne fossero molti in grado di sostenere conversazioni brillanti su temi filosofici o letterari, come si usava nell’élite romana. In ogni caso, anche se i ricevimenti non erano all’altezza dei sofisticati simposi romani, molti dei suoi ufficiali erano uomini eruditi che potevano senz’altro offrirgli una compagnia intellettualmente stimolante. Cesare strinse amicizia anche con il padre del poeta Catullo, la cui famiglia proveniva dalla Valle del Po. Il figlio si era trasferito a Roma con l’intento di intraprendere la carriera pubblica, ma poi l’aveva abbandonata per dedicarsi alla letteratura. Molte sue poesie vertono su tematiche amorose, ma in altre scagliava invettive contro i leader politici del momento, inclusi Catone e Cesare. In una definì Cesare «un vizioso e un ingordo»; in un’altra, ancora più scurrile, sostenne – tra le altre cose – l’esistenza di una relazione omosessuale tra il generale e uno dei suoi prefetti, Mamurra8.
Che bell’accordo tra i due froci spudorati, Cesare e quel finocchio di Mamurra. Ma non è strano: l’uno a Formia, l’altro a Roma, portano impresse le stesse macchie, che non si laveranno mai. Sono due pervertiti, uniti come gemelli, scrittori dilettanti, due saputelli in un solo lettino. Mamurra avido, Cesare arrapato, compagni e rivali quando si tratta di ragazzine. Che bell’accordo tra i due froci spudorati!9
Cesare rimase indignato, ma non ruppe l’amicizia con il padre del poeta. Dopo che Catullo si scusò personalmente, lo invitò di nuovo a cena10. Sembra che nessuno diede troppo credito alla relazione tra Cesare e Mamurra, ma quest’ultimo non era una figura molto amata e attirò le invettive di Catullo anche in altre occasioni. Dopo la vicenda di Nicomede, Cesare mal tollerava questo genere di accuse. In ogni caso, si diceva che anche in Gallia il proconsole avesse conservato l’abitudine di sedurre molte donne. Anni più tardi, durante il suo trionfo, i legionari di Cesare cantavano in coro che in Gallia aveva sperperato in donne il denaro preso in prestito a Roma. Nella descrizione di una ribellione in Renania nel 70 d.C., Tacito menziona un nobile gallo che sosteneva di essere un discendente di Cesare perché una sua antenata era stata, per un certo periodo, l’amante del proconsole durante le campagne galliche. È difficile sapere chi fossero le amanti di Cesare in quegli anni, ma è probabile che la maggior parte di loro appartenesse a famiglie aristocratiche della sua provincia o, in qualche caso, delle tribù di altre zone. È possibile che alcune di esse, specialmente quelle in possesso della cittadinanza romana, fossero istruite e potessero offrirgli lo stesso tipo di avventure intriganti che aveva sperimentato così spesso con le nobili matrone romane. In altri casi, può essersi trattato solo di mero piacere fisico11.
L’ordine dato all’esercito di svernare nel territorio dei Sequani dimostra chiaramente che Cesare non considerava concluso il suo intervento in Gallia. Egli stesso ammette che la presenza delle legioni preoccupava alcuni capitribù, che iniziarono a chiedersi se avessero realmente guadagnato qualcosa dalla cacciata di Ariovisto, o se al dominio del re germanico si fosse sostituito quello dei Romani. Mentre Cesare si trovava nella Gallia Cisalpina, giunsero delle voci, confermate da rapporti, che i Belgi, le tribù che occupavano la Gallia settentrionale, erano i più scontenti e stavano preparando una «cospirazione» contro Roma. Essi erano incoraggiati dai capi di alcune popolazioni gallico-celtiche che, secondo Cesare, aspiravano a diventare re, ma ritenevano molto difficile riuscire a realizzare il loro proposito in una regione dominata da Roma. I Belgi credevano che, se i Romani avessero conquistato – «pacificato» è la parola usata nei commentari – la Gallia centrale celtica, avrebbero inviato le loro legioni ad attaccarli. Con il senno del poi, il loro allarmismo non era ingiustificato. Durante l’anno appena trascorso, Cesare aveva condotto il suo esercito fuori dalla Gallia Transalpina e aveva espulso prima gli Elvezi e poi Ariovisto, dimostrando che Roma era disposta a intervenire ovunque in aiuto dei propri alleati. In passato, i Romani si erano limitati a mantenere alleanze con una serie di territori cuscinetto intorno ai confini della provincia. Cesare aveva deciso di spingere la sfera di influenza di Roma verso nord, sostenendo che era necessario evitare che altre forze prendessero il controllo della regione minacciando la sicurezza della provincia. Era una decisione del tutto razionale, nell’ottica di un governatore romano. Sebbene Cesare interpretasse in modo molto aggressivo il suo ruolo di magistrato della repubblica, tutto sommato continuava a muoversi all’interno dei limiti del mandato. Pompeo aveva agito in modo simile durante le guerre in Oriente, e le campagne di entrambi differivano da quelle dei grandi generali del passato solo per la durata e la dimensione su vasta scala delle operazioni. Inoltre, erano pochi i casi di generali criticati per il loro operato, e quasi nessuno era stato punito. Nei Commentarii Cesare sostiene che i Belgi pianificarono e misero in atto un attacco preventivo per sfidare il potere di Roma. In realtà, anch’egli stava facendo la stessa cosa. Entrambi, in base alla mentalità dell’epoca, avevano le proprie ragioni12.
Cesare utilizza il termine «Belgi» in modo piuttosto generico, riferendosi a tutti i popoli che abitavano nel Nord della Gallia. L’area che occupavano era molto più estesa dell’odierno Belgio, e includeva l’Olanda e buona parte del Nord della Francia. Sembra che i «veri» Belgi fossero le tribù stanziate nelle zone che attualmente corrispondono al Pas-de-Calais e alla Normandia settentrionale. Cesare credeva che i Belgi fossero Galli, ma sosteneva anche che molti di loro discendevano da coloni germanici. Come abbiamo visto, la distinzione tra Galli e Germani non sempre è così chiara come pretendono le fonti antiche, ma è possibile che ciò che riferisce Cesare sia in parte vero. Alla fine del I secolo a.C., Tacito riteneva che i Nervi e i Treveri fossero dei popoli germanici. Nel caso di Cesare, il collegamento con i Germani aveva forse il fine di dipingere i Belgi come un popolo più minaccioso e perciò più meritevole della «pacificazione» romana. Cesare sostiene che una delle tribù si vantava di essere stata l’unica a resistere alla migrazione di Cimbri e Teutoni, e che un’altra diceva di discendere da quei potenti nemici di Roma. I Belgi erano più bellicosi delle altre tribù celtiche, in parte perché erano sempre stati al di fuori della sfera di influenza della cultura romana. Gli autori antichi ritenevano che i lussi importati dalle civiltà più raffinate indebolissero la forza di un popolo, mentre una vita semplice poteva preservare i valori e le virtù naturali. Gli scavi archeologici nell’area hanno confermato che il vino romano era meno diffuso nella Gallia settentrionale di quanto lo fosse tra le popolazioni più vicine alle rotte commerciali. Sembra che i Nervi avessero proibito ogni tipo di importazione, mentre nel resto della Gallia l’aristocrazia tribale apprezzava molto il vino, e possederne anche solo piccole quantità era sinonimo di prestigio e di un elevato status sociale. Le cittadelle fortificate del Nord della Gallia sono meno conosciute degli oppida delle tribù celtiche, ma, in generale, sembra che fossero di dimensioni inferiori e meno sviluppate. Diverse tribù erano governate da re, alcuni dei quali possedevano ancora un notevole potere, mentre altre erano controllate da consigli aristocratici. Pare che in un periodo risalente, all’incirca, alla generazione precedente l’arrivo di Cesare, gran parte della regione e alcune zone della Britannia fossero state controllate da un unico monarca13.
Sebbene quest’unità politica sotto un unico leader non esistesse più, le tribù belgiche avevano deciso di unirsi per affrontare la minaccia rappresentata dai Romani. Durante l’inverno, si erano scambiate degli ostaggi e avevano stabilito di formare un unico esercito, al quale ognuna di esse doveva contribuire con un determinato numero di guerrieri. Galba, il re dei Suessioni, era stato scelto per guidare l’armata perché tutti gli altri leader ammiravano il suo grande talento militare. Prima di iniziare la campagna, Cesare doveva radunare tutto l’esercito, e ordinò alle due nuove legioni, sotto il comando di Quinto Pedio, di raggiungere il resto delle truppe. Il proconsole rimase nella Gallia Cisalpina e si spostò a nord per assumere il comando solo quando, a primavera inoltrata, fu disponibile foraggio a sufficienza. Chiese subito alle tribù alleate informazioni su quanto stava accadendo a nord, e ricevette dei rapporti che confermavano i preparativi dei Belgi. L’esercito romano partì verso nord, marciando con la consueta rapidità, e in sole due settimane giunse in prossimità dei Remi, la prima delle tribù che si riteneva facesse parte dei Belgi. I Remi inviarono degli emissari per rassicurare Cesare che non erano mai stati ostili a Roma, e accettarono senza esitazioni la richiesta di consegnare ostaggi e rifornimenti di grano. Cesare chiese loro informazioni sulle dimensioni dello schieramento nemico che si apprestava a combattere. I Remi furono in grado di fornirgli il numero esatto di ciascun contingente delle tribù. I Bellovaci avevano promesso 60.000 uomini, i Suessioni e i Nervi 50.000 ciascuno, i Morini 25.000, gli Atuatuci 19.000, gli Atrebati 15.000, gli Ambiani e i Caleti 10.000 ciascuno, mentre altre sei tribù riunite insieme ne avevano messi a disposizione 50.000, per un totale di 289.000 guerrieri. Le cifre riferite dai Remi furono annotate scrupolosamente nei Commentarii. In seguito, Cesare non si preoccupò mai di precisare se queste stime fossero esatte. Dalla descrizione delle operazioni belliche si evince che l’armata della lega belgica era una forza molto numerosa ma piuttosto impacciata, e che forse era molto più grande dell’esercito romano. Cesare doveva fare in modo che i vari contingenti delle tribù non riuscissero mai a unire le loro forze. Prese accordi con Diviziaco: gli Edui avrebbero attaccato i Bellovaci per tenerli impegnati a difendere le proprie terre14.
I Remi erano molto legati ai Suessioni, con cui condividevano stesse leggi e costumi; talvolta erano stati anche governati dagli stessi leader. È difficile dire se la loro decisione di schierarsi con i Romani fosse una presa d’atto della propria incapacità di resistere all’improvvisa apparizione di Cesare o se invece si basasse su rivalità e timori tra le tribù. Senza dubbio, i Remi divennero il primo obiettivo della coalizione dei Belgi, il cui esercito era già in marcia per assediare Bibrax, il loro centro più importante (probabilmente l’odierna Vieux-Laon). Cesare avanzò lungo il fiume Aisne, che segnava il confine dei Remi, e si accampò sulla riva dalla parte opposta rispetto ai territori della tribù alleata. Lasciò un distaccamento al comando del legato Sabino dall’altro lato del fiume e fece costruire un forte per proteggere il ponte. Bibrax distava circa tredici chilometri, e il suo leader – uno dei capi che aveva guidato la delegazione che aveva accolto Cesare – avvisò che non avrebbe potuto resistere a lungo se non fossero giunti aiuti. Il proconsole inviò le sue truppe leggere di Numidi, Cretesi e Balearici, che, guidate dagli uomini dei Remi che avevano portato il messaggio, nottetempo riuscirono a entrare di soppiatto nella città. I Belgi utilizzavano dei metodi rudimentali per attaccare le fortificazioni: una pioggia di pietre lanciate con fionde o altri oggetti venivano scagliati per colpire le sentinelle, mentre gli altri guerrieri avanzavano, coprendosi la testa con gli scudi per scalare il muro. Grazie all’intervento degli abili arcieri e frombolieri inviati da Cesare, la loro impresa divenne molto difficile. I Belgi dovettero rinunciare all’assedio e accontentarsi di razziare le aree circostanti e incendiare piccoli villaggi e fattorie sparse nel territorio. Poi avanzarono contro Cesare, accampandosi in un punto a circa tre chilometri dalla posizione romana. Una valle divideva i due schieramenti. Cesare afferma che il loro accampamento, a giudicare dai fuochi accesi, si estendeva per circa tredici chilometri15.
Per alcuni giorni i due schieramenti si osservarono. Ci furono schermaglie tra le cavallerie, che servirono a Cesare per saggiare il valore dei suoi nuovi nemici. Ne trasse la conclusione che i suoi uomini non erano meno abili dei guerrieri belgi, e che anzi sotto molti aspetti erano superiori. L’accampamento si trovava su un’altura che aveva alle spalle il fiume Aisne. Schierò le sei legioni più esperte sul declivio del colle e lasciò le due arruolate per ultime a sorvegliare l’accampamento. Poiché ai fianchi del colle non c’erano barriere naturali di difesa, ordinò ai legionari di scavare, alla base di entrambi i fianchi, due fossati di quattrocento passi (approssimativamente centoventi metri), che si estendevano lateralmente fino all’altezza della linea frontale, formando un angolo retto. Ogni fossato conduceva a un fortino, nel quale collocò catapulte o scorpioni capaci di lanciare dardi a grande distanza con una velocità e precisione assai maggiore di qualsiasi arma balistica dei Belgi. In un’occasione, Silla aveva utilizzato la stessa strategia per proteggere i fianchi del suo esercito contro un nemico numericamente superiore. I Belgi avrebbero dovuto avanzare lungo il pendio per sferrare un attacco frontale ai Romani, che si trovavano più in alto e godevano perciò di una posizione di notevole vantaggio, come aveva dimostrato chiaramente l’anno prima la battaglia di Bibracte. A peggiorare la situazione dei Belgi, in fondo alla valle che si apriva tra i due schieramenti c’erano un ruscello e una zona paludosa. Non si trattava certo di ostacoli invalicabili, ma il loro attraversamento avrebbe rallentato l’attacco e scompigliato le file dello schieramento. Difficilmente i Romani avrebbero dato tempo al nemico di fermarsi, riordinare le proprie file e continuare l’avanzata16.
La posizione di Cesare era molto vantaggiosa e perciò confidava di poter respingere anche il più violento attacco. Nonostante ciò, i Belgi non mostrarono segni di cedimento. Il loro esercito rimase schierato nella parte più lontana della valle, in attesta che i Romani decidessero di attraversare la palude e combattere in una posizione di svantaggio. Era il classico rischio che correva il comandante che schierava le truppe nella posizione migliore: se il vantaggio era troppo ovvio, il nemico era poco incentivato a iniziare il combattimento. Entrambi fecero avanzare le cavallerie, e i cavalieri romani erano in leggero vantaggio sui Belgi quando Cesare decise di ritirarli. Aveva capito che non si sarebbe scatenata una battaglia campale, perciò ordinò alle legioni di ritornare nell’accampamento per riposare. Traendone la stessa conclusione, i comandanti belgi inviarono parte dell’esercito a guadare il fiume Aisne, per interrompere la linea dei rifornimenti romana catturando il forte che proteggeva il ponte, o devastare il territorio dei Remi, loro nuovi alleati, costringendo Cesare a uscire allo scoperto. L’avamposto sul ponte informò Cesare della nuova minaccia ed egli decise di condurre la cavalleria, i Numidi e tutta la fanteria leggera sul lato più lontano del fiume. I pochi guerrieri belgi che avevano già attraversato il fiume furono intercettati e circondati dalla cavalleria, mentre gli arcieri annientarono gli altri che cercavano di attraversare il fiume. Dopo aver subito molte perdite, i Belgi si ritirarono.
Mantenere un esercito tribale sul campo di battaglia per periodi prolungati era un’impresa difficile, dato che la loro organizzazione, dal punto di vista logistico, era limitata all’essenziale. I guerrieri, spesso con famiglie e servitori al seguito, non disponevano di grandi provviste. Nei mesi estivi era possibile procurarsi cibo e foraggio nelle campagne dei dintorni, ma in quantità limitate che presto si sarebbero esaurite, se l’esercito fosse rimasto fermo in un luogo molto a lungo. Anche se le cifre fornite da Cesare vanno prese con cautela, l’esercito dei Belgi nel 57 a.C. era comunque di notevoli dimensioni, e il problema degli approvvigionamenti si aggravò. L’assedio a Bibrax era fallito, così come il tentativo di oltrepassare il fiume e attaccare i Romani alle spalle. Cesare era disposto a combattere contro i Belgi solo da una posizione di vantaggio. Senza dubbio disse ai suoi uomini che la riluttanza dei nemici ad attaccare dimostrava quanto fossero spaventati. Anche Galba e gli altri capitribù belgi rassicurarono i loro guerrieri, interpretando il rifiuto dei Romani di uscire dalle trincee e scendere dal colle come la prova che temevano la potenza delle tribù. Fino a quel momento, la loro campagna non aveva avuto molto successo, ma avevano dimostrato al nemico la loro supremazia numerica e il coraggio dei loro guerrieri. Cesare non aveva osato attaccare il loro esercito al completo. È possibile che Galba e gli altri leader pensassero di aver dato una dimostrazione di forza sufficiente a far desistere Cesare dai suoi progetti di invasione. Azioni dimostrative e gesti intimidatori giocavano un ruolo importante nelle guerre tra le tribù, per cui non dobbiamo necessariamente seguire l’opinione di Cesare, secondo cui la successiva mossa dei Belgi fu dettata da motivi esclusivamente pratici. L’esistenza di problemi concreti era comunque innegabile, dato che i viveri scarseggiavano e i guerrieri non potevano più restare a lungo dov’erano. Inoltre, era giunta notizia che gli Edui erano arrivati in prossimità dei territori dei Bellovaci, come era stato stabilito da Cesare e Diviziaco. I Belgi convocarono un consiglio cui presero parte tutti i capitribù, e decisero di abbandonare il campo e dividersi. Ciascun contingente sarebbe tornato nelle proprie terre per potersi rifocillare, ma sarebbero accorsi in difesa di qualsiasi tribù fosse stata attaccata dai Romani. L’esercito venne sciolto, ma non si ritirò in modo ordinato. Ciascun capo e i suoi gruppi si divisero e si misero in marcia durante la notte17.
Gli avamposti dei Romani segnalarono la rumorosa partenza dei Belgi, ma inizialmente Cesare temette che si trattasse di una trappola. Il fallimento dell’attacco a sorpresa contro gli Elvezi l’anno precedente lo aveva reso molto cauto nell’intraprendere operazioni notturne. All’alba inviò degli esploratori, che confermarono che il nemico stava semplicemente allontanandosi, senza nessun tentativo di coprire la propria ritirata. Cesare ordinò alla cavalleria, comandata da Pedio e Cotta, con il supporto di tre legioni condotte da Labieno, di affrettarsi a raggiungerli. La resistenza fu minima, e molti guerrieri Belgi in fuga furono uccisi o catturati. Per il momento, la grande armata si era dispersa. Le tribù avrebbero impiegato del tempo prima di poter riunire di nuovo le proprie forze, ma Cesare intendeva impedire che ciò accadesse. Il giorno seguente si mise in marcia contro i Suessioni, il cui territorio confinava con quello dei Remi.
Cesare condusse rapidamente l’esercito nella regione dei Suessioni, giungendo a marce forzate alla città di Noviodunum (come per molti altri oppida belgi menzionati nei Commentarii, non conosciamo la sua esatta ubicazione, ma probabilmente si trovava nelle vicinanze dell’odierna Soissons). Avendo appreso da alcuni informatori che la città era quasi priva di difese, Cesare inviò subito i suoi uomini all’attacco. In effetti, il numero di guerrieri che presidiava le mura era esiguo, ma i Romani erano privi di scale e altre macchine d’assedio, e così quei pochi riuscirono a respingere l’attacco. Dopo questo fallimento, Cesare si assicurò che venisse preparato tutto il necessario. Fece costruire ai legionari dei plutei, una rampa e una torre d’assedio per far salire i suoi uomini e consentire loro di oltrepassare le mura. L’accesso alla città non era ancora bloccato, e un certo numero di guerrieri, provenienti dall’armata che si era dispersa, si rifugiò al suo interno. Quando i Suessioni videro le sofisticate macchine d’assedio costruite dai Romani, caddero nel panico e si arresero. Su richiesta dei Remi, le condizioni della resa furono miti. Dovettero consegnare alcuni ostaggi appartenenti alle famiglie più importanti, inclusi due figli del re Galba, e le armi (forse non tutte, ma una quantità simbolica, che rappresentasse il loro disarmo)18.
Cesare doveva continuare ad agire per conservare il vantaggio, e così attaccò subito i Bellovaci. Anche queste tribù resistettero per poco e capitolarono subito. Questa volta fu Diviziaco a intercedere per loro, a causa della lunga amicizia che legava le due tribù. La colpa della recente ostilità dei Bellovaci ricadde su alcuni loro leader che consideravano l’alleanza con Roma e gli Edui una schiavitù. Ma questi capi erano fuggiti in Britannia e non avevano più alcuna influenza. Cesare accolse la supplica e accettò la resa a condizioni ugualmente benevole, però pretese la consegna di ben seicento ostaggi, un numero assai maggiore del consueto. Volle accontentare Diviziaco e gli Edui, ma anche indebolire la coalizione, trattenendo prigioniero il maggior numero di persone possibile. L’elevato numero di ostaggi fa supporre che quasi tutte le famiglie aristocratiche dei Bellovaci mandarono un proprio parente nell’accampamento romano, con il chiaro intento di garantire che non avrebbero mai riaperto le ostilità. Nel De bello Gallico i riferimenti a ostaggi sono frequenti, ma Cesare non menziona mai la sorte toccata a quelli appartenenti alle tribù che violavano i patti stipulati con lui. È probabile che in tali occasioni gli ostaggi venissero giustiziati. Dopo aver affrontato queste due potenti tribù, Cesare attaccò gli Ambiani, una tribù più piccola, che capitolò subito. Più di un terzo delle forze che i Belgi avevano radunato nel corso di un anno era stata sconfitta. Il corso degli eventi era stato decisamente favorevole a Cesare. Tuttavia, le vittorie facili erano terminate e la resistenza si stava riorganizzando19.
Cesare si diresse poi verso nord-est contro i Nervi, la tribù più numerosa tra quelle ancora in armi. Dopo tre giorni di marcia, la colonna romana arrivò a circa sedici chilometri di distanza dal fiume Sambre. Vennero interrogati alcuni prigionieri, che rivelarono che l’esercito tribale era accampato dall’altro lato del fiume. Ai Nervi si erano uniti le tribù degli Atrebati e dei Viromandui, ed erano in arrivo anche gli Atuatuci. Secondo i calcoli dei Remi, i Nervi, gli Atrebati e i Viromandui avevano contribuito con settantacinquemila uomini all’esercito della coalizione dei Belgi radunatosi all’inizio dell’estate. Cesare sostiene che i Nervi disponevano di diecimila uomini in più durante questa battaglia. Come abbiamo visto, l’affidabilità di queste cifre è dubbia. È probabile che i contingenti nemici fossero stati indeboliti dai precedenti scontri e il numero di guerrieri che potevano radunare le tribù si fosse ulteriormente ridotto. Le otto legioni di Cesare disponevano di trenta o quarantamila soldati, oltre ad alcune migliaia di unità di cavalleria e di fanteria leggera. I Nervi e i loro alleati avevano radunato almeno altrettanti uomini, ma è più probabile che il loro vantaggio numerico fosse significativo, sebbene non tale da arrivare ad essere il doppio delle unità effettive di Cesare. I Belgi stavolta erano determinati ad affrontare i Romani. Avevano trasferito le donne, i bambini e tutti quelli non in grado di combattere in alcuni rifugi situati in paludi inaccessibili a un esercito. Inoltre erano riusciti a ottenere delle informazioni da alcuni ostaggi o alleati, Belgi o Galli, in marcia con Cesare. Questi gli avevano riferito il modo in cui le truppe di Cesare si disponevano durante la marcia. Ogni legione procedeva separatamente e sorvegliava le proprie salmerie. Le truppe erano divise in otto sezioni principali, tra le quali si frapponevano schiere di servitori, carri e animali da carico che rendevano difficile schierare rapidamente le linee per la battaglia20.
Questa formazione di marcia rendeva i Romani vulnerabili e i Nervi scelsero accuratamente il campo di battaglia. Come sempre, non è possibile sapere con certezza il luogo in cui avvenne lo scontro, ma è probabile che si trovasse a pochi chilometri da Maubeuge. È possibile che in quel luogo la tribù avesse già sconfitto in passato altri invasori. Evidentemente sapevano che Cesare avrebbe attraversato il fiume, poiché era prevedibile che seguisse l’itinerario più agibile, utilizzato dalle tribù per gli scambi commerciali e gli spostamenti di truppe. Il fiume era stretto su entrambi i lati da basse colline. In quel periodo dell’anno era profondo circa un metro e perciò facilmente guadabile. Nel tratto di fiume più lontano, la valle si apriva di circa duecento passi, ma era molto boscosa e permetteva ai guerrieri di nascondersi. Nella zona del fiume verso cui si approssimavano i Romani, il terreno era interrotto da alte e folte siepi, piantate dai Nervi per impedire assalti di cavallerie nemiche. Questi arbusti costituivano un intralcio al passaggio e limitavano la visibilità; la loro stessa presenza costituiva un chiaro messaggio per gli invasori: una volta oltrepassato quel punto, il loro attacco avrebbe incontrato la resistenza di una tribù orgogliosa della sua reputazione militare. In quell’occasione intendevano dimostrarlo a Cesare, sferrando un attacco a tutto campo appena fosse spuntata la lunga fila di salmerie che seguiva la prima legione21.
I prigionieri – sicuramente catturati dalle pattuglie della cavalleria o dagli esploratori che precedevano l’esercito – avevano avvisato Cesare che sarebbe stato attaccato durante il guado del fiume. Di conseguenza, cambiò la disposizione e l’ordine di marcia, adottando lo schieramento utilizzato quando l’esercito si trovava in prossimità del nemico. Sotto la copertura della cavalleria e delle truppe leggere, mandò avanti le sei legioni già pronte a combattere, libere dall’ingombro delle salmerie, che erano presidiate dalle due nuove legioni rimaste nella retroguardia. In quell’occasione la Decima era la prima della colonna, seguita dalla Nona, l’Undicesima, l’Ottava, la Dodicesima e la Settima. Un gruppo di centurioni accompagnò le pattuglie di esploratori per scegliere un luogo in cui stabilire l’accampamento durante la notte. La costruzione di un accampamento da marcia, protetto da un fossato e da un muro di terra ricavato dallo scavo della trincea, era una prassi di tutti gli eserciti romani, come lo è, per i soldati moderni, ripararsi in trincea alla fine di un combattimento. Erano necessarie ore per costruire un accampamento, ma offriva un riparo sicuro contro un attacco improvviso e veniva tracciato seguendo uno schema sempre uguale, in base al quale ogni unità già sapeva in quale punto si sarebbe collocata. I centurioni scelsero un sito sulla collina più vicina alle sponde del fiume. Prima dell’arrivo delle legioni, la cavalleria e le truppe leggere attraversarono il fiume, creando una copertura. Il grosso dell’esercito tribale rimase nascosto tra la vegetazione. Solo un piccolo gruppo di guerrieri uscì allo scoperto e attaccò i Romani. I Nervi disponevano di pochissimi cavalieri e le forze ausiliarie li respinsero con facilità, ma non osarono inseguire i Belgi che si rifugiavano nei boschi. Quando arrivarono le legioni, iniziarono la costruzione dell’accampamento e poggiarono bagagli, scudi, elmi e pila al suolo, anche se, come era loro abitudine, non si tolsero l’armatura mentre scavavano. Ogni legato controllava il lavoro della legione al suo comando, dato che Cesare aveva dato loro istruzioni – probabilmente era un ordine permanente – di rimanere uniti ai propri uomini finché l’accampamento non fosse stato completato. È possibile che ci fossero dei piccoli distaccamenti armati rimasti di guardia, ma non fu intrapresa alcuna misura seria per proteggere da un attacco i legionari intenti al lavoro.
L’anno prima, per difendere i soldati mentre costruivano un accampamento nelle vicinanze dell’esercito di Ariovisto, Cesare aveva schierato di fronte al nemico la prima e la seconda linea delle legioni, mentre le coorti della terza scavavano. Napoleone e molti altri commentatori hanno giustamente criticato il fatto che non avesse adottato anche qui tale precauzione. Cesare sapeva che i nemici erano ammassati dall’altro lato del fiume e aveva visto la cavalleria e le truppe leggere scontrarsi sulla riva opposta. I Nervi e i loro alleati erano nelle vicinanze, e un attacco era certamente possibile. Forse, però, Cesare lo giudicò improbabile. Il giorno era ormai in gran parte trascorso, e il nemico aveva solo cercato di ostacolare la sua avanzata. Settimane prima, quando aveva affrontato un esercito ancora più grande, aveva evitato di attaccare a causa della difficoltà del territorio, e il fiume sembrava una barriera sicura. Mantenere schierata e armata buona parte delle truppe avrebbe rallentato molto la costruzione del campo (nel 58 a.C. le coorti della terza linea avevano dovuto costruire un accampamento solo per due legioni, non per un intero esercito). Comunque sia, o per scelta o per un’imprudenza – forse provocata dall’entusiasmo per la facile sconfitta delle tre tribù nelle settimane precedenti –, Cesare non fece nulla per proteggere le legioni mentre lavoravano. Le conseguenze per poco non furono fatali22.
I Belgi dimostrarono un grande autocontrollo e attesero il momento opportuno per sferrare l’attacco. I leader dell’esercito, guidati da Boduognato, uno dei capi dei Nervi, avevano stabilito di attaccare non appena fossero apparse la salmerie dei Romani. Anche se queste non seguivano le legioni in testa all’esercito, come avevano previsto, i guerrieri rimasero calmi e solo quando videro la colonna dell’esercito concentrata nel punto più lontano della valle uscirono dai boschi e avanzarono. La cavalleria ausiliaria dei Romani e la fanteria leggera non poteva resistere e arretrò rapidamente. Molti contingenti tribali, schierati di nascosto tra la vegetazione, sbucarono all’improvviso, scendendo rapidamente per il declivio verso il fiume. Nel corso dell’avvicinamento, probabilmente le loro file in parte si scompaginarono, e forse dovettero dividersi in gruppi più piccoli a causa delle siepi dall’altra parte del fiume. In ogni caso, erano più pronti alla battaglia dei Romani, che stavano faticosamente cercando di formare una linea di combattimento. La battaglia contro gli Elvezi e Ariovisto, come la maggior parte delle operazioni su vasta scala di questo periodo, era stata accuratamente preparata, impiegando ore per allineare le truppe e incoraggiarle allo scontro imminente. Questa volta fu diverso. «Cesare doveva fare tutto nel medesimo tempo: inalberare il vessillo che era il segnale di dover correre alle armi, ordinare gli squilli di tromba, richiamare i soldati dai lavori, far tornare quelli che si erano allontanati a cercare materiale per il terrapieno, schierare le truppe, incitarle e dare il segnale dell’attacco»23.
Il proconsole poteva essere in un solo luogo alla volta e, più tardi, rese onore ai suoi legati, che diedero subito disposizioni alle truppe senza aspettare gli ordini. I centurioni e i legionari non si lasciarono prendere dal panico: iniziarono a formare unità improvvisate con i soldati che in quel momento erano nelle vicinanze. Con rapidità sorprendente iniziò a prendere forma uno schieramento, seppure meno ordinato e impressionante del solito – mancava il tempo per togliere i rivestimenti di pelle dagli scudi e attaccare pennacchi e creste sugli elmetti –, che fu in grado ugualmente di ingaggiare battaglia. È alquanto dubbio che l’esercito sarebbe riuscito ad affrontare altrettanto bene una situazione di crisi un anno prima, quando il comandante e le truppe si conoscevano ancora poco e non si era ancora sviluppata quella coesione che nasce dall’addestramento e dalla fiducia dei successi. Cesare stesso si spostò a cavallo da una legione all’altra, iniziando dalla sua preferita, la Decima, che si trovava nel fianco sinistro dello schieramento. Incitò i soldati, spronandoli a non lasciarsi turbare e a ricordarsi del loro valore. I Belgi – da quel fianco erano in gran parte Atrebati – si trovavano a circa novanta metri. Cesare ordinò alla Decima di attaccare, ottenendo buoni risultati. Una raffica di pila fu scagliata contro la prima fila dello schieramento tribale, e gli Atrebati furono costretti a fermarsi. In quel punto, la pendenza del suolo favoriva soprattutto i Romani. I guerrieri, che avevano caricato rapidamente, erano affaticati. La Decima e la Nona riuscirono a farli retrocedere ai piedi della collina. Al centro, l’Undicesima e l’Ottava mantennero la posizione, spingendo i Viromandui verso il fiume. Il fianco destro e il centro dell’esercito belga cedettero, e la Decima e la Nona si lanciarono all’inseguimento del nemico oltre la Sambre, fino alla collina opposta. Ma il grosso delle forze dei Belgi, inclusi i Nervi capeggiati da Boduognato, era piombato sul fianco destro dell’esercito romano. Per gli ufficiali era difficile capire ciò che stava accadendo, la visibilità era limitata dalle siepi; ma il proconsole, per istinto o perché aveva afferrato la situazione, si diresse al galoppo in quella direzione24:
Cesare, terminato il suo discorso alla Decima legione, si diresse verso il fianco destro, dove vide che i suoi erano schiacciati e i soldati della Dodicesima legione, premuti nel punto dove avevano radunato le insegne, si ostacolavano l’un l’altro nell’azione. Tutti i centurioni della quarta coorte erano caduti, il vessillifero era stato ucciso, e l’insegna caduta in mano nemica; anche nelle altre coorti quasi tutti i centurioni erano stati feriti o uccisi, e tra di essi il primus pilus P. Sestio Baculo, valorosissimo combattente, stremato da molte e gravi ferite, al punto di non poter più reggersi in piedi; gli altri soldati erano fiaccati, e alcuni della retroguardia, abbandonati a se stessi, uscivano dalla mischia e schivavano i proiettili; ondate di nemici continuavano ad avanzare dal basso e a premere sui fianchi. Quando vide che la situazione era critica e che non aveva truppe di rincalzo, strappò lo scudo a un soldato delle ultime file – era arrivato senza il proprio –, avanzò in prima linea, chiamò i centurioni per nome, incoraggiò i soldati e diede ordine di procedere e allargare i manipoli, perché i nostri potessero usare le spade con maggiore facilità. Il suo arrivo infuse fiducia ai soldati, li rincuorò, e ciascuno desiderò compiere il proprio dovere sotto gli occhi del comandante anche in quella situazione disperata. La pressione del nemico fu momentaneamente allentata25.
I generali romani di solito restavano nelle vicinanze della prima linea durante il combattimento, rischiando di essere colpiti dalle frecce o di essere attaccati dai guerrieri più audaci, smaniosi di conquistare la fama per aver ucciso il comandante nemico. Esporsi agli stessi rischi dei propri soldati rafforzava il legame tra il generale e il suo esercito. In questo caso Cesare si spinse oltre e si schierò in prima linea, dimostrando il coraggio che ci si aspettava da un comandante, massima espressione della virtus aristocratica e del valore in battaglia. La disponibilità a combattere e, se necessario, a morire assieme ai propri uomini era la conferma della crescente fiducia che si era sviluppata tra Cesare e le proprie truppe. Dalla prima linea, Cesare spronò i soldati – chiamando i centurioni per nome e i legionari semplici come «compagni d’armi» – e rese più compatto lo schieramento. Si raccontavano varie storie su Pompeo che combatteva di fronte ai suoi uomini, del suo impeto eroico mentre abbatteva i nemici con la spada o la lancia, proprio come aveva fatto Alessandro Magno. Pompeo gioiva del paragone con il grande condottiero. Anche Cesare aveva la reputazione di essere molto abile con le armi, ma nei Commentarii non dice mai di aver combattuto personalmente. Forse si trattò di una falsa modestia, con cui intendeva lasciare immaginare al lettore il suo eroismo, suggerito dall’episodio dello scudo preso in prestito. In ogni caso, non sembra che Cesare volesse tanto esaltare le sue prodezze personali, quanto piuttosto attirare l’attenzione del pubblico sul suo ruolo come leader e comandante. Alla fine del racconto, riconosce che la battaglia della Sambre fu vinta dai soldati. In sostanza, furono l’audacia e la disciplina dei legionari ad essere determinanti.
Durante una tregua dai combattimenti, Cesare cambiò la disposizione tattica della Dodicesima e della Settima legione, schierandole più indietro, in modo che formassero una specie di quadrato o un cerchio, e potessero difendersi da attacchi provenienti da qualsiasi direzione. Questi momenti di tregua erano frequenti durante le battaglie, che non avevano lo svolgimento frenetico di quelle dei film hollywoodiani, in cui tutti si scagliano contro gli altri, le file si mescolano subito, i soldati ingaggiano duelli e lo scontro si risolve nel giro di pochi minuti. In genere le battaglie duravano ore. Gli scontri corpo a corpo, fisicamente e mentalmente sfiancanti, sembra esplodessero a intervalli, in modo rapido e brutale, per poi interrompersi e riprendere quando le linee, dopo aver indietreggiato di alcuni metri, recuperavano abbastanza fiato e coraggio per attaccare di nuovo. Quando Cesare arrivò, la linea era stata sfondata, e i soldati della retroguardia si stavano ritirando per sfuggire al nemico. Molti centurioni erano morti o feriti, e la sconfitta sembrava inevitabile. Il suo esempio – e, senza dubbio, anche quello degli altri ufficiali presenti, dato che spronò i centurioni e diede ordine ai tribuni di modificare la formazione – evitò la disfatta imminente. Le due legioni continuarono però a subire una pressione insostenibile. Il collasso totale era solo una questione di tempo26.
Mentre il fianco destro dell’esercito romano era in grave difficoltà, altrove la battaglia era vinta. Le due legioni che marciavano dietro la colonna per difendere le salmerie avvistarono i Belgi che erano riusciti ad aggirare il fianco destro dei Romani e stavano salendo sulla collina per attaccare il campo. L’arrivo di truppe fresche di legionari scoraggiò i Belgi e rianimò i Romani che le videro. Labieno, che era al comando del vittorioso fianco sinistro, di sua iniziativa ordinò alla Decima di tornare indietro e attraversare il fiume per aiutare il resto dell’esercito. La Decima, resasi conto che le cose non stavano andando bene, avanzò velocemente e attaccò la retroguardia dei Nervi. Il fianco destro poté allora avanzare e respingere i guerrieri che incalzavano. Nel frattempo, persino gli schiavi che accompagnavano le salmerie si erano uniti alla cavalleria e alle truppe leggere per respingere i Belgi che si erano avvicinati all’accampamento. I Nervi non si diedero per vinti e molti continuarono a combattere a lungo. Cesare sostiene che alcuni guerrieri salirono persino sui cumuli di cadaveri dei propri caduti per continuare a battersi. Si tratta senz’altro di un’esagerazione, ma testimonia la ferocia di un combattimento che, in quest’occasione, aveva seguito molto da vicino. È altrettanto evidente che la cifra delle perdite inflitte alle tribù – solo cinquecento guerrieri sopravvissuti su sessantamila e solo tre capi tribali su seicento – è molto gonfiata; di fatto, verrà poi smentita dalle sue stesse parole in un libro successivo dei Commentarii. In ogni caso, i Belgi subirono perdite ingenti e la volontà dei Nervi e dei loro alleati di proseguire a combattere fu stroncata. Inviarono degli ambasciatori ad annunciare la resa. Cesare ordinò di restare nei loro territori e di non aggredire le popolazioni vicine. Inviò anche dei messaggi alle tribù vicine, ordinando loro di non approfittare dello stato di vulnerabilità dei Nervi per attaccarli27.
Quando era scoppiata la battaglia della Sambre, gli Atuatuci non avevano ancora raggiunto le altre tribù. Dopo aver appreso la sconfitta, tornarono nelle loro terre, ma non vollero sottomettersi a Roma e si prepararono a una resistenza disperata. Chiamarono guerrieri da altre comunità e decisero di occupare una città fortificata, situata su una collina scoscesa, in una posizione naturale vantaggiosa. Avevano anche accumulato scorte per far fronte a un assedio. Gli Atuatuci confidavano nelle proprie forze, e ne diedero subito la prova facendo incursione nel territorio nemico e attaccando l’esercito romano, che nel frattempo era arrivato e aveva allestito un accampamento fuori dalla città. Cesare ordinò alle legioni di scavare un fossato e di costruire una muraglia che circondasse la collina, rinforzata da ridotte a brevi intervalli, per formare una linea di fortificazioni che si estendesse per circa trecentonovanta metri: da ciò si desume che la roccaforte non doveva essere di grandi dimensioni. Le ridotte contenevano probabilmente armi da lancio del tipo di quelle impiegate presso l’Aisne, che dissuasero subito i nemici dall’uscire fuori dalle mura. Gli Atuatuci erano bloccati, ma non presero molto sul serio le rampe e la torre d’assedio che i Romani stavano costruendo. Cesare racconta che all’inizio deridevano i «nani Romani», perché i Galli disprezzavano la statura bassa dei legionari. Tuttavia, la torre d’assedio era una macchina da guerra che non avevano mai visto prima; quando fu terminata e i Romani iniziarono a farla scivolare sulle rampe e appoggiarla alle mura, tra i Belgi si diffuse il panico. Terrorizzati, inviarono degli emissari per comunicare la resa, supplicando di poter tenere le proprie armi per difendersi dagli attacchi delle popolazioni vicine. Cesare rifiutò la richiesta, ma assicurò loro che li avrebbe difesi, come aveva già fatto con i Nervi, ponendoli sotto la protezione romana e ordinando alle tribù vicine di non compiere atti ostili contro di loro. Gli assediati iniziarono così a gettar giù dalla cima della roccaforte una quantità di armi tale da raggiungere quasi la sommità delle mura28.
Sebbene avessero aperto le porte della città, Cesare fece entrare solo una piccola parte delle truppe. Quando fu sera, ordinò a quei pochi soldati di tornare all’accampamento. Non si aspettava che mantenessero la disciplina anche di notte, nelle strade della città, liberi dalla sorveglianza dei superiori. La paga dell’esercito era bassa e la carriera militare attirava solo i poveri e quelli che non avevano altre possibilità di affermarsi in società. È probabile che nelle legioni si annidassero anche ladruncoli, piccoli delinquenti e altri soggetti che potevano facilmente perdere il controllo. Cesare adottò simili misure anche in altre occasioni. Ordinò che venissero chiuse le porte per proteggere i guerrieri che, arrendendosi, si erano affidati alla protezione romana. Alcuni uomini della tribù, però, ebbero un ripensamento o forse non avevano condiviso la decisione di arrendersi. Durante la notte, iniziarono a equipaggiarsi con armi che avevano nascosto e scudi improvvisati. All’alba attaccarono la linea fortificata di Cesare nel tratto che consideravano meno difeso. Ma i Romani era rimasti all’erta. Le sentinelle accesero le torce già pronte per dare il segnale di correre alle armi. I rinforzi giunsero subito nel tratto di fortificazione sotto attacco, e gli aggressori vennero accolti da una raffica di frecce. Furono tutti uccisi o ricondotti in città. Il giorno seguente, Cesare ritenne l’intera popolazione responsabile della violazione degli accordi. I suoi uomini abbatterono le porte della città e catturarono tutti. Sicuramente questa volta non ci fu la necessità che i legionari mantenessero una ferrea disciplina. Tutti quelli che si trovavano all’interno della città – secondo le stime di Cesare cinquantatremila persone, tra uomini, donne e bambini – furono venduti in blocco a una compagnia di mercanti di schiavi. Accadeva di frequente, a quell’epoca, che i soldati stuprassero la maggior parte delle donne prima che venissero vendute. Tutti i legionari ricevevano una piccola percentuale del ricavato dalla vendita dei prigionieri, mentre ai centurioni e agli ufficiali era riservata una quota maggiore. Il bottino e i prigionieri di guerra erano laute fonti di guadagno, ma raramente sono menzionati nei Commentarii. Cesare sostiene che in Gallia esistevano numerosi luoghi sacri in cui l’oro e gli oggetti preziosi offerti agli dèi erano accumulati sul suolo, in modo che fossero visibili a tutti. Tutte le tribù rispettavano questi sacrari e nessuno osava rubare nulla. Secondo Svetonio, Cesare non si curava delle superstizioni dei Galli e li saccheggiava sempre. Le ricchezze che accumulò in Gallia risanarono le proprie finanze, ma il fine di Cesare non era quello di accrescere le sue fortune, bensì quello di utilizzarle, come aveva fatto sino ad allora, per conquistare nuovi alleati e accrescere la sua popolarità29.
La sconfitta delle tribù del Belgio fu un’altra grandiosa vittoria, che si aggiungeva a quelle dell’anno precedente. Se l’ipotesi secondo cui pubblicò un libro dei Commentarii ogni anno è corretta, il popolo di Roma era già informato dell’umiliazione inflitta agli Elvezi e ad Ariovisto. In città, la notizia di questo nuovo recente successo fu accolta con molto entusiasmo. Cesare riferisce orgogliosamente che il senato decretò quindici giorni di ringraziamento. Era il periodo più lungo che fosse mai stato concesso a un generale. Questa celebrazione era un riconoscimento ufficiale delle sue vittorie, che avrebbe reso assai più difficile ai nemici negare la legittimità del suo incarico. Tuttavia, a Roma non tutto funzionava come Cesare avrebbe voluto. È possibile che Pompeo fosse già invidioso della fama e del successo del genero. Dione Cassio sostiene che aveva cominciato a tramare affinché Cesare fosse richiamato prima della fine dell’incarico quinquennale. Il triumvirato sembrava ormai finito. Il nuovo pericolo che Cesare stava per affrontare non proveniva da nemici stranieri30.