«Da mio fratello Quinto e da Cesare, il 24 ottobre ho ricevuto lettere che erano state consegnate al corriere in partenza dai lidi più vicini della Britannia il 25 settembre. Sistemate le cose sull’isola, ricevuti gli ostaggi, senza aver fatto preda, ma imposto, comunque, un tributo, essi riconducevano indietro l’esercito dall’isola».
cicerone, fine ottobre del 54 a.C.1
«Il primo fra tutti i Romani che penetrò in Britannia con un esercito fu il divo Giulio. In uno scontro vittorioso atterrì gli abitanti e si impadronì della costa: è d’altra parte evidente che ha indicato, ma non consegnato, l’isola ai posteri».
tacito, 98 d.C.2
Nel 56 a.C. il ritmo delle operazioni era rallentato, ma Cesare era determinato a ritrovare lo slancio avuto nei due anni precedenti. Durante i mesi invernali sembrò finalmente aver deciso che la Britannia sarebbe stata il suo prossimo obiettivo, sempre che non lo avesse già pianificato in precedenza. La riteneva una sfida necessaria perché i Galli erano stati aiutati militarmente dalle tribù di quell’isola durante le guerre contro di lui. Vi erano certamente stretti legami commerciali tra le tribù della costa settentrionale della Gallia e i popoli della riva opposta del canale, e in passato forse c’erano stati anche dei legami politici, ma nel suo racconto sulla sconfitta dei Veneti e di altre tribù costiere Cesare non fa riferimento a una partecipazione massiva da parte dei Britanni. Fra le tribù dell’Europa del Nord, tuttavia, era abbastanza comune che i singoli guerrieri venissero assoldati come mercenari dai capi di altre tribù: è dunque molto probabile che alcuni Britanni avessero già combattuto contro le legioni di Cesare. Alla fine, comunque, l’idea che le tribù britanniche potessero essere una minaccia militare per gli interessi di Roma in Gallia costituiva solo un pretesto, perché era altro ad attirare l’attenzione di Cesare. Si vociferava che la Britannia fosse ricca di risorse naturali, il che offriva la prospettiva di una guerra redditizia. Svetonio afferma che la passione personale di Cesare per le perle fu un ulteriore incentivo, poiché egli era convinto – erroneamente, come si scoprì in seguito – che sulle coste della Britannia se ne trovassero esemplari particolarmente pregiati. Ma più importante delle eventuali ricchezze era la gloria che avrebbe conquistato il primo generale che fosse riuscito a condurre un esercito romano in territori fino ad allora inesplorati. Il fascino della Britannia era inoltre legato al fatto che si trovasse al di là del mare, un’isola affacciata su un immenso oceano che si credeva delimitasse i confini del mondo abitabile. Nessun greco o romano sapeva molto della Britannia o dei suoi popoli e, in assenza di dati concreti, si diffusero storie su strane creature e costumi bizzarri, per certi versi molto simili ai racconti sul Nuovo Mondo che circolavano all’epoca dell’esplorazione europea. Un successo in Britannia, comunque, avrebbe senza dubbio catturato l’attenzione dei Romani di ogni ceto e condizione sociale3.
Come sempre, Cesare trascorse l’inverno nella Gallia Cisalpina e si trovava ancora lì quando ricevette la notizia di una nuova migrazione. Due tribù germaniche, gli Usipeti e i Tencteri, avevano lasciato le loro terre a est del Reno e, una volta attraversato il fiume, erano arrivati in Gallia. Cesare sostiene che a spostarsi fossero quattrocentotrentamila persone, da cui risulterebbe una forza complessiva di oltre centomila uomini combattenti, se si dovesse applicare lo stesso rapporto degli Elvezi, secondo il quale c’era un guerriero ogni tre donne, figli o altre persone a carico. Come sempre, si tratta di numeri che vanno presi con cautela perché possono indicare semplicemente che era in atto un «considerevole spostamento» di quelle popolazioni. Molto probabilmente, come gli Elvezi, le tribù non migravano formando un’unica ed enorme colonna, ma si sparpagliavano in molti gruppi su un’area estesa. Ancora una volta, le cause della migrazione erano la guerra e i saccheggi, ma in questo caso le due tribù fuggivano dalle continue depredazioni inflitte dai loro vicini più numerosi e potenti, i Suebi. Questo grande gruppo di tribù alleate pare avesse formato una grande confederazione ed è stato spesso descritto da Cesare come il più feroce e pericoloso dei popoli germanici. Al suo interno erano presenti numerosissimi guerrieri, metà dei quali erano disposti a combattere praticamente ogni anno. Le tribù germaniche si premuravano di lasciare disabitate ampie porzioni di territorio vicino ai loro confini come segno della loro forza militare e come deterrente per qualsiasi incursione. Nei Commentarii viene spesso ripetuta la diceria secondo cui nessun altro popolo osava insediarsi a meno di novecento chilometri dai confini dei territori dei Suebi, e Cesare non si è mai preoccupato di smentire o confermare tale affermazione. Eppure, nonostante non riuscissero a contrastare gli assalti dei vicini numericamente superiori, gli Usipeti e i Tencteri erano comunque dei popoli avvezzi alla guerra e la loro avanzata venne ostacolata blandamente dalla tribù belgica dei Menapi, che presidiarono i guadi del fiume per cercare di bloccarli. I Germani finsero di ritirarsi, marciando verso est per tre giorni, ma poi rimandarono subito indietro la cavalleria, che, con il favore della notte, sferrò un attacco a sorpresa. I Menapi, tratti in inganno, si dispersero e non riuscirono a opporre una resistenza organizzata. Le loro imbarcazioni furono sottratte e utilizzate per trasportare i migranti dall’altra parte del fiume. Le due tribù germaniche furono in grado di sopravvivere per il resto dell’inverno grazie al cibo sottratto ai Menapi, trovando rifugio nei villaggi che avevano invaso4.
Cesare decise di anticipare la partenza per unirsi alle proprie truppe. Prima del suo arrivo, i migranti avevano cominciato nuovamente a spostarsi verso sud, nelle terre degli Eburoni e dei Condrusi. La campagna che ne seguì divenne subito fonte di polemiche: in senato, Catone attaccò pubblicamente le azioni di Cesare, accusandolo di gravi negligenze. Pertanto, ancora più del solito, il racconto presentato nei Commentarii era volto a difendere ogni sua mossa e a dimostrare che si era comportato in modo onorevole e sensato, con la consueta prudenza ed efficacia. Tuttavia, anche il suo critico più severo doveva riconoscere che l’arrivo delle due tribù germaniche era una minaccia per gli interessi di Roma. Negli ultimi tre anni, Cesare aveva esteso il potere romano a tutta la Gallia. La regione non era ancora stata annessa formalmente come provincia e le tribù avevano continuato ad autogovernarsi, ma praticamente tutti, apertamente o in maniera implicita, riconoscevano il dominio di Roma. I Menapi erano una delle poche eccezioni e dovevano ancora sottomettersi e consegnare gli ostaggi a Cesare, ma gli Eburoni e i Condrusi probabilmente lo avevano già fatto nel 57 a.C. Sin dall’inizio, il proconsole aveva sottolineato la sua disponibilità a proteggere i popoli alleati da qualsiasi nemico, spiegando in ogni campagna sia i vantaggi che derivavano dall’alleanza con Roma, sia la terribile punizione che spettava a chiunque si opponesse alle sue legioni.
I migranti introdussero un elemento nuovo e destabilizzante negli equilibri di potere che si erano venuti a creare. Non c’era alcun territorio disabitato in Gallia dove potessero stabilirsi, e avevano già dimostrato di essere disposti a utilizzare la forza contro chiunque li avesse ostacolati. Le tribù singole, o più probabilmente i loro capitribù, potevano decidere di accogliere i nuovi arrivati, dal momento che questi guerrieri, per numero e reputazione, sarebbero stati una grande risorsa come alleati. Proprio lo stesso motivo aveva portato alcuni capi gallici ad accogliere Ariovisto, gli Elvezi e lo stesso Cesare. Tale scelta era più motivata per le tribù che non avevano tratto alcun beneficio da quando la regione era finita sotto il controllo dei Romani, e in particolare per quelle recentemente sconfitte dalle legioni. Si prospettavano nuove rivalità e conflitti all’interno e tra i vari popoli, aggravate dall’eventualità che i vincitori potessero ottenere l’appoggio germanico invece che quello dei Romani. Quando Cesare aveva espulso Ariovisto dalla Gallia aveva pubblicamente annunciato il suo rifiuto che le tribù germaniche oltrepassassero il Reno. Come abbiamo già visto, tendeva a esasperare la distinzione tra Galli e Germani, presentando sempre questi ultimi come una potenziale minaccia per Roma. Nonostante le esagerazioni, comunque, non inventò del tutto né le differenze tra i popoli, né la minaccia che essi costituivano per gli interessi della repubblica. I Romani non avevano mai accettato le incursioni di altri popoli nelle regioni limitrofe alle loro frontiere5.
Quando Cesare raggiunse il suo esercito in Gallia, ebbe ulteriori ragguagli sui migranti. Molte di queste informazioni, oltre che dai precedenti rapporti ricevuti mentre era a sud delle Alpi, provenivano dai suoi legati, ai quali aveva lasciato il comando degli accampamenti invernali. Questi ultimi pare che non abbiano compiuto nessuna azione diretta contro i Germani, in parte perché le campagne militari erano sempre difficili durante i mesi invernali, ma soprattutto perché i legati non potevano mostrarsi troppo intraprendenti, ed era considerato inopportuno che avviassero un’importante operazione in maniera autonoma. Cesare ricevette alcuni rapporti anche dalle tribù alleate. In un brano dei Commentarii racconta che era sua abitudine soggiornare nelle case di nobili locali mentre era in viaggio in Gallia. Era un modo efficace per dimostrare quanto apprezzasse la loro amicizia, dato che l’ospitalità giocava un ruolo fondamentale nella cultura gallica, ma lo aveva anche aiutato a comprendere il loro temperamento e le loro opinioni. Come accadeva a Roma, molte delle più grandi trattative di un magistrato romano venivano condotte in privato. In generale, diverse sue fonti presentavano un quadro preoccupante. Alcuni capitribù avevano già incontrato i migranti germanici in cerca di un’alleanza, offrendo dei territori in cambio del loro aiuto militare. Cesare convocò i capi di tutte le tribù in un incontro, durante il quale si impegnò a fornire i soliti contingenti di cavalleria e gli approvvigionamenti di grano, ma non rivelò di essere al corrente che alcuni capi erano in trattativa con i Germani. Se fosse riuscito a sconfiggere rapidamente le due tribù, tali negoziati non avrebbero avuto più alcuna rilevanza. L’esercito romano si radunò e si mise in marcia verso nord6.
Quando la colonna di soldati si trovava a pochi giorni di marcia dalle tribù germaniche, venne raggiunta da una loro delegazione. Gli emissari raccontarono di essere stati cacciati dalle loro case dai Suebi e chiesero a Cesare di concedere loro dei territori, o almeno di garantire l’occupazione di quelli che sarebbero riusciti a prendere con la forza. Come al solito, il suo racconto pone l’enfasi sull’orgoglio dei barbari, che dichiararono di non temere nessuno all’infuori dei Suebi e di essere disposti a combattere, se Cesare avesse rifiutato. Il proconsole rispose «come parve opportuno», ma mise in chiaro che non avrebbe consentito loro di insediarsi in Gallia. Tuttavia consigliò di stabilirsi tra gli Ubi, un’altra tribù germanica che viveva sulla riva destra del Reno. Anche gli Ubi erano incalzati dai Suebi e avevano recentemente inviato degli ambasciatori a Cesare per chiedere sostegno. I delegati delle due tribù decisero di riferire questa offerta al loro popolo e di tornare da lui con una decisione entro tre giorni, ma nel frattempo gli chiesero di fermare la sua avanzata. Cesare rifiutò, sospettando che fosse uno stratagemma per guadagnare tempo, poiché sapeva che la maggior parte della cavalleria germanica era impegnata in saccheggi e incursioni alla ricerca di foraggio7.
I Romani proseguirono fino a giungere a una ventina di chilometri dal principale accampamento tribale. Probabilmente impiegarono tre giorni, dal momento che Cesare incontrò di nuovo la stessa delegazione che tornava, come stabilito. Gli inviati chiesero nuovamente di fermarsi e attendere, ma le legioni continuarono ad avanzare. Cesare ascoltò la loro supplica e ordinò alla cavalleria in avanscoperta di non ingaggiare battaglia con i Germani che incontravano; doveva difendersi solo se attaccata. Inoltre i Germani chiesero il permesso di mandare dei delegati agli Ubi, in modo da poter negoziare l’insediamento per conto proprio. Reiterarono la proposta che venissero concessi loro tre giorni. Cesare rimase scettico davanti alle loro motivazioni, ritenendo che fossero semplicemente un altro pretesto per guadagnare tempo e aspettare il ritorno degli incursori germanici. I suoi sospetti non erano infondati, perché, anche qualora i Germani cercassero sinceramente di raggiungere un accordo in modo pacifico, era pur sempre loro interesse negoziare da una posizione più vantaggiosa. Allo stesso modo, se avessero deciso di combattere, avrebbero potuto fare affidamento sulle truppe che avevano sferrato l’attacco contro i Menapi, nelle quali probabilmente erano presenti i loro guerrieri migliori. Inoltre, se gli incursori fossero tornati con viveri e foraggio, sarebbe stato più semplice per le tribù sostentarsi durante i giorni delle negoziazioni e delle manovre militari.
Cesare fece una modesta concessione, dicendo che sarebbe avanzato solo per sei chilometri durante il giorno, e si diresse verso una posizione in cui il suo accampamento avrebbe avuto un approvvigionamento idrico adeguato. Nel frattempo, gli scontri fra le cavallerie delle due fazioni erano già iniziati. I Germani avevano circa ottocento cavalieri di guardia all’accampamento, mentre Cesare ne aveva cinquemila ma, se la cavalleria era impegnata nei pattugliamenti, non poteva impiegarli tutti nello stesso luogo. Tuttavia, considerata la probabile superiorità numerica apportata dalle truppe ausiliarie galliche, che montavano cavalli di stazza maggiore rispetto ai loro avversari, è eclatante il fatto che i Germani si trovarono subito in vantaggio. Cesare racconta che i Germani furono i primi a caricare, costringendo alla ritirata parte della cavalleria gallica, che indietreggiò finché non fu raggiunta dai suoi rinforzi. Fu allora che molti Germani smontarono da cavallo per combattere a piedi, talvolta aiutati dai fanti che spesso affiancavano i cavalieri di alcune tribù germaniche. I Galli, in difficoltà, si ritirarono, gettando nel panico gran parte delle truppe ausiliarie e della cavalleria alleata, che, in preda al terrore, tornò al galoppo verso l’unità militare principale, situata probabilmente a diversi chilometri di distanza. Cesare sostiene che furono i Germani a rompere la tregua, sferrando un attacco ingiustificato contro i suoi ignari alleati. In un altro passaggio dei Commentarii osserva che i Germani cavalcavano senza sella e disprezzavano i cavalieri che la utilizzavano, come quelli gallici, e anche per questo li attaccarono immediatamente. Non si saprà mai la verità su quanto è accaduto e forse neppure all’epoca fu molto chiaro. Sia i Galli che i Germani erano guerrieri individualisti per i quali contava lo sfoggio personale del valore e della destrezza. I loro comandanti avevano difficoltà a imporre una rigida disciplina a uomini del genere, e quando veniva reclutato un gran numero di guerrieri provenienti da tribù diverse c’era sempre il rischio che la violenza diventasse inevitabile. Le schermaglie potevano facilmente degenerare in duelli o combattimenti tra gruppi. Durante le campagne galliche, i guerrieri germanici sconfissero sistematicamente i loro avversari gallici, e ciascuno di questi successi incrementò ulteriormente il loro orgoglio. In questo caso, una delle rare occasioni in cui il proconsole specifica il numero delle vittime, furono uccisi settantaquattro alleati gallici di Cesare. Tra questi, ci fu anche Pisone Aquitano, il cui nonno era stato il re della sua tribù e riconosciuto dal senato come «amico del popolo romano». Pisone, durante la ritirata, tornò indietro per salvare il fratello, ma mentre i due fuggivano venne disarcionato dal cavallo, circondato e ucciso. Anche suo fratello, dopo aver attaccato nuovamente i nemici, morì8.
Secondo Cesare, l’attacco dimostrò che le tribù germaniche stavano agendo in maniera sleale, prolungando i negoziati di pace fin quando non sarebbero stati abbastanza forti per attaccare. Vero o meno che fosse, intraprendere una battaglia in quel momento non era di certo nel loro interesse. Poiché temeva che le voci su quello scontro si ingigantissero, trasformandolo in una grave sconfitta che avrebbe provocato malumori tra le tribù galliche, Cesare convocò i suoi legati e il questore, ordinando un attacco a tutto campo per il giorno seguente. La mattina dopo, mentre le legioni si preparavano a combattere, giunse una grande delegazione di Germani, composta da tutti i principali comandanti e capitribù. Volevano scusarsi per gli scontri del giorno precedente e spiegare che non era loro intenzione rompere la tregua in quel modo, ed erano ancora interessati a negoziare. I Commentarii insistono sul «tradimento e la dissimulazione» dei leader germanici, e affermano che, in un raro momento di emozione, «Cesare si rallegrò» perché si erano affidati a lui. Dimenticando lo sdegno per i propri ufficiali catturati – e questa era la differenza fondamentale, perché quelli erano romani ed erano i suoi uomini –, fece arrestare gli emissari. Le legioni partirono, marciando in tre colonne che potevano facilmente disporsi nello schieramento a tre linee della triplex acies, e percorsero i tredici chilometri che li dividevano dall’accampamento dei Germani. Gli Usipeti e i Tencteri, privi dei loro comandanti, furono colti di sorpresa, e quello che seguì fu più simile a un massacro che a una battaglia9:
I rumori e la confusione davano il segno del timore che regnava tra i nemici; i nostri, irritati dal proditorio attacco del giorno precedente, fecero irruzione nel campo avversario. Qui, chi riuscì ad armarsi in fretta per un po’ oppose resistenza, combattendo tra i carri e le salmerie; gli altri invece, ossia le donne e i bambini, si diedero a una fuga disordinata. Al loro inseguimento Cesare inviò la cavalleria.
I Germani, uditi i clamori alle spalle, quando videro che i loro uomini venivano massacrati, gettarono le armi, abbandonarono le insegne e fuggirono dall’accampamento. Giunti alla confluenza della Mosa con il Reno, dove non avevano più speranze di fuga, molti vennero uccisi, gli altri si gettarono nel fiume e qui, vinti dalla paura, dalla stanchezza, dalla forte corrente, morirono10.
Durante quel combattimento impari, l’esercito di Cesare non subì gravi ripercussioni e ci furono solo pochi feriti. I Commentarii non forniscono cifre riguardo ai Germani, ma è probabile che le loro perdite furono considerevoli: molti vennero uccisi o catturati per essere venduti come schiavi. Un numero ancora maggiore si diede alla fuga, lasciando tutti i propri averi nei carri abbandonati. Se, com’è plausibile, le due tribù non si trovavano in un unico accampamento, ma erano divise in gruppi sparpagliati in una zona piuttosto ampia, è probabile che alcuni di essi riuscirono a fuggire con più facilità. L’unico gruppo organizzato di fuggitivi fu una banda di predoni a cavallo che riattraversò il Reno e si rifugiò tra i Sigambri. Dopo l’annientamento e la dispersione dei rispettivi popoli, ai capitribù fu concessa la libertà, ma scelsero di restare nell’accampamento romano, piuttosto che affrontare eventuali ritorsioni da parte dei Galli, ai quali avevano saccheggiato i territori11.
I Romani festeggiarono la facile vittoria che li aveva liberati dal «timore di una guerra così terribile». Il successo rafforzò l’egemonia romana in Gallia, che Cesare aveva stabilito con le precedenti campagne. La rapidità con cui si era conclusa la battaglia rendeva concreta la possibilità di intraprendere quello stesso anno la spedizione in Britannia desiderata da Cesare. Dal punto di vista pratico, la vittoria fu un bene per la repubblica ma, quando la notizia della vicenda giunse nella capitale, non fu accolta positivamente da vari senatori.
È probabile che un primo resoconto sia giunto a Roma attraverso le lettere scritte dagli uomini dello stato maggiore di Cesare o, in maniera più o meno diretta, dai mercanti che trattavano con l’esercito. Catone sferrò il suo attacco, concentrandosi non tanto sul massacro, quanto sulla convinzione che il proconsole avesse violato la tregua, catturando degli ambasciatori e sferrando un attacco a sorpresa. I Romani attribuivano grande valore alla loro «lealtà» (fides), contrapposta, secondo loro, alla disonestà degli altri popoli. Nonostante le loro testimonianze non fossero quasi mai immacolate, erano tuttavia consapevoli che sarebbe stato utile per i negoziati futuri onorare i trattati e gli altri accordi ufficiali. Su un piano più essenziale, il rapporto privilegiato che Roma vantava con gli dèi, di cui erano dimostrazione i suoi straordinari successi in guerra, si imperniava sulla virtù e sul rispetto di obblighi sacri e giuramenti. In senato «Catone li esortò a consegnare Cesare nelle mani di coloro che aveva colpito, in modo che la contaminazione del suo crimine non si rivoltasse su tutti loro e non cadesse sulla città. Disse: “Però dobbiamo sacrificare agli dèi, affinché la punizione per la follia e l’incapacità del generale non ricada sui suoi soldati, ma risparmi la città”»12.
In passato, in rare occasioni i magistrati romani considerati colpevoli per qualche motivo erano stati consegnati ufficialmente al nemico straniero. Il caso più recente si era verificato nel 137 a.C., quando il console Gaio Ostilio Mancino aveva permesso che il suo esercito venisse circondato dai Celtiberi, fuori dalla città di Numanzia. Mancino aveva salvato la vita dei suoi soldati arrendendosi. Il suo esercito fu libero di andare, ma i Romani avrebbero dovuto accettare una pace che favoriva i Numantini. Di conseguenza, il senato rifiutò di ratificare il trattato e ordinò che Mancino, come suo garante, fosse incatenato e lasciato fuori dalle mura di Numanzia (i Celtiberi la considerarono una magra consolazione e lo ignorarono; Mancino tornò a Roma e, poiché era un esponente dell’aristocrazia romana, commissionò una statua che lo rappresentava nudo e in catene, la quale venne esposta in casa sua, in modo che fosse ben visibile, per ricordare ai visitatori dell’epoca che era stato disposto a sacrificarsi per il bene della repubblica). Catone non aveva degli esempi abbastanza validi per paragonare Cesare a uomini come Mancino. In passato, i Romani consegnavano i loro uomini al nemico quando cercavano di giustificare le ultime sconfitte o volevano evitare dei trattati svantaggiosi. Cesare aveva ottenuto una vittoria dopo l’altra, e finché continuò per questa strada era impensabile che il senato accogliesse la richiesta di Catone, in particolare durante il consolato di Pompeo e Crasso. Eppure c’era un evidente stato di agitazione tra i senatori, e forse, proprio durante tale occasione, votarono per inviare una commissione incaricata di «indagare sullo stato delle province galliche»13. Per quanto ne sappiamo, tale commissione non fu mai effettivamente inviata. Cesare si sentì ovviamente umiliato dalle critiche di Catone, così, per difendersi, inviò una lettera a un amico, affinché fosse letta ad alta voce durante un’assemblea del senato e «quando fu letta, con i suoi numerosi improperi e attacchi a Catone, quest’ultimo si alzò in piedi e, senza mostrare alcun segno di rabbia o aggressività, ma con raziocinio e ponderazione, fece notare che le accuse contro di lui non erano altro che ingiurie e sberleffi presentati da Cesare in maniera volgare e infantile»14. Catone era un attore troppo abile per non riuscire a volgere la situazione a proprio vantaggio. Se Cesare avesse presenziato alla sua orazione, avrebbe potuto essere più persuasivo, o quantomeno si sarebbe reso conto di essere in difficoltà nella discussione e avrebbe cambiato tattica. In quegli anni, fu proprio questo motivo a indebolire la sua posizione: non poter partecipare alle riunioni del senato o agli incontri pubblici a Roma. Dopo quella lettera, Catone lanciò un feroce attacco contro tutte le imprese di Cesare. Per il momento, lui e tutti coloro che condividevano la sua ostilità verso Cesare non poterono fare di più, ma le loro continue critiche non mostravano segni di cedimento e restavano sempre in sottofondo, anche quando la repubblica celebrava ufficialmente le imprese del proconsole15.
La notizia della strage dei Tencteri e degli Usipeti non giunse a Roma in tempi brevi, quindi è improbabile che questi dibattiti si siano svolti prima della fine del 55 a.C. Subito dopo il suo successo, Cesare decise di attraversare il Reno con il suo esercito, per dare una dimostrazione di forza mirata a dissuadere qualsiasi altra tribù germanica dall’invasione della Gallia. Gli Ubi gli avevano già consegnato gli ostaggi e chiesto la sua protezione dai Suebi, fornendo ulteriori spiegazioni per giustificare la spedizione. La tribù si era offerta di dargli delle imbarcazioni per traghettare l’esercito oltre il fiume, ma il proconsole riteneva tale piano «troppo rischioso, per la sua dignità personale e per quella del popolo romano». Invece ordinò alle legioni di mettersi all’opera per costruire un ponte, il cui progetto è descritto minuziosamente nei Commentarii, poiché per i Romani le capacità ingegneristiche dei loro soldati contavano quasi quanto il loro successo sul campo di battaglia. In dieci giorni il ponte fu ultimato e i fortini presidiati in modo massiccio, per proteggere entrambe le estremità. Nonostante la descrizione fornita da Cesare, l’esatta collocazione del ponte rimane un mistero, come anche alcuni dettagli sulla sua costruzione; tuttavia è probabile che fu eretto a metà strada tra le città di Coblenza e Andernach16.
Una volta attraversato il fiume, le legioni non trovarono nessun avversario da affrontare. I Sigambri avevano già evacuato i loro territori, dirigendosi nelle foreste disabitate, spinti dalle due tribù migranti che avevano cercato rifugio presso di loro. In modo analogo i Suebi avevano abbandonato i loro insediamenti e inviato le proprie famiglie e le mandrie nei boschi, dove potevano nascondersi meglio. Ai loro guerrieri fu ordinato di adunarsi in un luogo prestabilito al centro della regione che controllavano, dove il loro esercito si sarebbe confrontato con i Romani. Cesare non intendeva penetrare in profondità nel loro territorio, né cercava lo scontro. Per diciotto giorni saccheggiò quelle terre, incendiando campagne e villaggi e razziando o distruggendo i raccolti. Poi si ritirò sulla sponda occidentale del Reno e abbatté il ponte dietro di lui. Aveva dimostrato ai Germani di quella regione che l’esercito romano era agguerrito e capace di raggiungere e attaccare i loro territori in qualunque momento. La fine subita dagli Usipeti e dai Tencteri e, ancora di più, la sconfitta di Ariovisto, rappresentavano una terribile minaccia per ogni tribù che tentava di stabilirsi in Gallia. Cesare garantì ai capi degli Ubi che, se fossero stati nuovamente attaccati dai Suebi, sarebbe tornato in loro aiuto. Per il momento, la frontiera gallica era al sicuro17.
La stagione estiva era quasi giunta al termine, ma Cesare era ancora determinato a lanciare un attacco contro la Britannia. Poteva trattarsi anche di un rapido assalto organizzato velocemente, con la prospettiva di svernare in Gallia. La flotta realizzata per combattere i Veneti, insieme a tutte le imbarcazioni catturate in quella campagna militare e a quelle fornite dai suoi alleati, furono radunate sulle coste dei territori che appartenevano ai Morini (oggi Passo di Calais). Cesare marciò con le sue legioni per incontrarli e il suo arrivo spinse questo popolo, che in precedenza gli era stato ostile, a decidere che la pace con Roma sarebbe stata una mossa prudente in quel momento. Oltre alle navi a remi, il proconsole aveva poco meno di cento imbarcazioni a vela, che avrebbe adibito a mezzi di trasporto, ma non era una quantità sufficiente per l’impresa da affrontare. Cesare decise di caricare le navi con le salmerie indispensabili e pochissime provviste di cibo, dal momento che in quel periodo dell’anno avrebbe potuto rifornirsi direttamente dai raccolti maturi nei campi. Due legioni, la Settima e la Decima, furono ammassate su ottanta imbarcazioni. È probabile che ogni legione fosse composta da non più di quattromila uomini, per farne salire in media cento su ogni nave. Forse, sulle navi da guerra, alcuni legionari fecero anche da rematori. Altre diciotto imbarcazioni furono messe a disposizione della cavalleria, perché disponevano di uno spazio abbastanza ampio per diverse centinaia di soldati e per i rispettivi cavalli. Gli ufficiali, il loro seguito e qualunque bene ritenessero indispensabile, navigarono sulle anguste galee da guerra. Rispetto agli eserciti che aveva guidato negli ultimi anni, Cesare decise di invadere la Britannia con questa piccola forza militare. Gran parte dell’esercito restò in Gallia e consistenti colonne di soldati furono inviate, sotto la supervisione dei suoi legati, a sottomettere i Menapi e i Morini che non si erano ancora arresi. Un’ulteriore forza fece da guarnigione al suo porto d’imbarco, che molto probabilmente si trovava nei pressi dell’odierna Boulogne-sur-Mer (sembra che le terre che circondano Calais non fossero state ancora bonificate). Dopo tutti questi preparativi, i Romani non salparono prima della fine del mese di agosto18.
Durante le settimane prima della partenza, Cesare aveva cercato di raccogliere quante più informazioni possibili sulla Britannia e i suoi abitanti, ma di fatto scoprì pochissimi dati utili. Interrogò i mercanti che erano stati sull’isola, ma essi affermarono di saperne poco. Cesare progettava lo sbarco sull’estremità sud-orientale della Britannia, mentre in quel periodo i principali porti commerciali si collocavano molto più a ovest; uno dei più importanti era quello di Hengistbury Head. I mercanti conoscevano realmente poco del suo obiettivo, ma è anche probabile che fossero tendenzialmente restii a fornirgli informazioni. Il commercio in Britannia pare fosse principalmente una prerogativa dei Galli; pochi Romani operavano su queste rotte. Molti fra questi uomini venivano dalle tribù costiere della Gallia, che di recente erano state sopraffatte da Cesare. Il loro rancore per l’intervento di Roma sull’isola era del tutto ragionevole, perché temevano che avrebbe aperto il mercato alla concorrenza romana. Non essendo riuscito a ottenere informazioni di grande utilità, Cesare inviò una nave da guerra per fare una ricognizione oltre il canale. Uno dei suoi ufficiali, Gaio Voluseno, fu posto a capo della spedizione. Fece ritorno dopo cinque giorni con una serie di osservazioni sulla costa ma, dal momento che non aveva voluto rischiare lo sbarco, i dettagli contenuti nel rapporto erano limitati. La costa sud-orientale della Britannia era molto diversa a quell’epoca, e gran parte di essa, come le paludi di Romney, era ancora sotto il livello del mare. Thanet era una vera e propria isola, e le lagune intorno al Canale di Wantsum avrebbero favorito un approdo sicuro per gli invasori. Ma pare che Voluseno non lo avesse capito. La notizia delle mire di Roma raggiunse le tribù britanniche e un certo numero di capi inviò dei messaggeri all’accampamento di Cesare, sulla costa gallica. Esse accettarono l’alleanza con Roma, assicurando la solita consegna di ostaggi come garanzia. Il proconsole decise di mandare un emissario con le delegazioni e affidò il compito a Commio, un capotribù gallico che aveva nominato re degli Atrebati. Riteneva che Commio fosse un personaggio influente, perché era in contatto con le tribù britanniche. In realtà si dimostrò di discutibile valore, dato che al suo arrivo in Britannia fu quasi subito imprigionato e Cesare non ricevette alcun rapporto sulla sua missione. In un certo senso, quando partì per la Britannia navigò verso l’ignoto, ma era impaziente di salpare e di ottenere qualcosa di più concreto e spettacolare, e forse meno controverso, prima della fine dell’anno. Quando i venti furono favorevoli, guidò le navi da guerra e le legioni fuori dal porto19.
Fin dall’inizio la partenza si rivelò problematica. La cavalleria non si era ancora imbarcata e, mentre si affrettava a raggiungere un altro porto e a salire sulle diciotto imbarcazioni che le erano state assegnate, le condizioni meteorologiche erano mutate. Nonostante la sua esperienza con le navi da guerra nel Mediterraneo orientale, Cesare aveva del tutto sottovalutato la potenza e l’imprevedibilità del mare, e in particolare del Canale della Manica. Le imbarcazioni sulle quali si trovava la cavalleria non furono in grado di seguire il resto della flotta di Cesare: il convoglio principale era partito prima dell’alba e le navi in prima linea erano approdate in Britannia, probabilmente da qualche parte nei pressi della moderna Dover, in tarda mattinata. Forse Voluseno aveva individuato un rifugio naturale a Dover ed è molto plausibile che Cesare lo avesse scelto per il suo sbarco. Tuttavia, in questo punto la spiaggia era sormontata da alte scogliere, sulla cui cima c’erano numerosissimi guerrieri britannici in attesa. Cesare rimandò l’ancoraggio fino al tardo pomeriggio, quando la maggior parte delle navi sparse del suo convoglio si era nuovamente radunato. I suoi ufficiali superiori raggiunsero a remi la nave ammiraglia per incontrarlo. Cesare disse che per la natura dell’operazione era necessario soprattutto che rispondessero rapidamente ai suoi segnali. Una volta al completo, il convoglio di navi avrebbe dovuto percorrere undici chilometri lungo la costa per raggiungere un luogo adatto allo sbarco, individuato probabilmente da Voluseno nella sua precedente perlustrazione. Non appena la flotta romana si mosse, i Britanni la seguirono, ma solo la loro cavalleria e i carri furono in grado di stare al passo delle navi e di ostacolare lo sbarco. La spiaggia individuata da Voluseno, forse vicino a Deal o a Walmer, era ampia e priva di scogliere imponenti, ma i Britanni, a differenza dei Romani, conoscevano il territorio e il flusso delle maree. Appena i legionari tentarono di sbarcare, i carri e i cavalieri piombarono loro addosso per attaccarli. Le imbarcazioni da carico non erano state progettate per far sbarcare persone o merci direttamente sulla spiaggia e si incagliarono dove l’acqua era ancora abbastanza profonda, perciò i legionari dovettero raggiungere la riva a nuoto, oberati dalle armature. Erano vulnerabili ai dardi, che non potevano schivare facilmente o deviare con gli scudi, e giunsero a riva sparpagliati in piccoli gruppi e in condizioni inadatte a preparare una resistenza organizzata. Non ci sono prove del fatto che i legionari fossero stati sottoposti a un addestramento speciale per questa operazione. Cesare commenta che in quell’occasione le sue truppe veterane non riuscirono a dimostrare entusiasmo e aggressività, ma, date le circostanze, era difficile che l’assalto alla spiaggia potesse suscitare in loro qualunque slancio20.
Cesare diede un segnale alle sue navi da guerra, ordinando ai capitani di avvicinarsi il più possibile alla spiaggia, in modo che gli equipaggi, dai ponti delle navi, potessero bombardare i Britanni con le frombole, gli archi e tutta l’artiglieria da lancio. Tale mossa contribuì a ridurre la pressione sulla fanteria intenta nell’assalto, sebbene i suoi risultati continuassero ad essere scarsi:
Ma, visto che i nostri soldati, soprattutto per la profondità dell’acqua, esitavano, l’aquilifero della Decima legione, dopo aver pregato gli dèi di dare felice esito all’impresa, gridò: «Saltate giù, commilitoni, se non volete consegnare l’aquila al nemico: io, da parte mia, avrò fatto il mio dovere verso la repubblica e il comandante». Lo disse a gran voce, poi saltò giù dalla nave e cominciò a correre contro i nemici. Allora i nostri, vicendevolmente spronandosi a non permettere un’onta così grave, saltarono giù dalla nave, tutti quanti. Anche i soldati delle navi vicine, come li videro, li seguirono e avanzarono contro i nemici21.
I combattimenti che seguirono furono cruenti. La linea del fronte romano era esausta, tanto che i legionari si accodavano al primo ufficiale o portastendardo che incontravano, proprio come avevano fatto quando erano stati sorpresi sulla Sambre. Mentre si creava una linea di combattimento approssimativa, Cesare, che osservava gli scontri dal ponte della sua nave ammiraglia, inviò a riva altri gruppi di uomini sulle scialuppe a remi e sui battelli da ricognizione per fornire rinforzi ai gruppi decimati. Anche se i Britanni resistettero strenuamente, i carri e la cavalleria, per natura, non erano adatti a disporsi strategicamente per mantenere la loro posizione e alla fine ripiegarono, riuscendo a fuggire grazie alla loro mobilità. È interessante il fatto che Cesare non abbia citato il nome dell’eroico aquilifero (aquilifer), sebbene tendesse a celebrare più le gesta collettive della Decima legione che quelle dei singoli che la componevano. Presumibilmente, l’aquilifero non apparteneva a una classe sociale abbastanza elevata da giustificarne la menzione. L’esercito però lo conosceva e sapeva che, nonostante l’omissione del nome, Cesare, in qualità di generale romano, lo avrebbe comunque premiato con una promozione, decorandolo e offrendogli una lauta ricompensa22.
Cesare raggiunse la spiaggia. Senza la cavalleria, però, non era limitata solo la sua capacità di inseguire il nemico sconfitto, ma anche quella di esplorare e raccogliere informazioni sul territorio circostante. Le legioni costruirono un accampamento, probabilmente in una zona poco distante dalla spiaggia. Come di consueto, le scialuppe a remi furono ormeggiate a riva, mentre le imbarcazioni da carico vennero ancorate al largo. Per fortuna, nonostante la tenace resistenza del nemico, il successo dell’approdo era stato sufficiente a intimidire le tribù vicine, i cui capi si recarono da Cesare e gli consegnarono spontaneamente gli ostaggi che aveva richiesto. È probabile che il proconsole avesse preteso anche delle provviste di grano. Commio, liberato dai suoi rapitori, tornò da Cesare con una trentina di seguaci, insieme ad alcuni Britanni, i quali avrebbero fornito ai Romani almeno una piccola unità di cavalleria. Secondo i Commentarii, «questi eventi portarono alla pace». C’erano ancora delle cose, però, che Cesare non poteva prevedere. Quattro giorni più tardi, le imbarcazioni da trasporto su cui si trovava la cavalleria ripartirono dalla Gallia per raggiungere l’accampamento di Cesare, ma furono sorprese da una tempesta che le costrinse a tornare indietro. Il tempo era peggiorato, come spesso accade ancora oggi nel canale alla fine dell’estate, ma i Romani o, come sostiene Cesare, non erano stati avvisati, o non avevano ascoltato i consigli dei marinai gallici, avvezzi alla navigazione in quel tratto di mare. Dovette trattarsi di una tempesta particolarmente violenta, che investì in pieno la flotta romana: dodici navi andarono completamente distrutte e la maggior parte delle restanti subì diversi danni più o meno gravi. L’esercito di Cesare attraversò un momento assai difficile, data la scarsità delle risorse alimentari e l’isolamento dal continente. I Britanni si resero subito conto della sua vulnerabilità e decisero di sferrare un nuovo attacco. I capitribù abbandonarono di soppiatto l’accampamento romano e, sapendo che le legioni non avevano più cibo, ordinarono di interrompere l’approvvigionamento di grano. I Romani avrebbero patito la fame e sarebbero stati costretti alla resa, o ad attaccare in condizioni svantaggiate. Se li avessero annientati durante questa prima spedizione, avrebbero potuto ragionevolmente sperare che gli invasori non avrebbero mai più fatto ritorno23.
Mentre alcuni uomini lavoravano per riparare il maggior numero di navi possibile, ogni giorno squadre di legionari uscivano a mietere il grano nei campi vicini all’accampamento. Dopo aver esaurito le risorse a disposizione nelle aree limitrofe, i foraggiatori dovettero allontanarsi per cercarne altre, ed era del tutto prevedibile dove si sarebbero spinti. I Britanni prepararono un’imboscata, nascondendosi nei boschi che circondavano i campi di grano. Dopo diversi giorni, gli addetti all’approvvigionamento della Settima furono improvvisamente attaccati da un’ingente forza militare, costituita soprattutto da carri e cavalieri. I carri erano da tempo caduti in disuso fra i Galli, mentre in Britannia e in Irlanda continuarono ad essere utilizzati per diversi secoli. Si trattava di un armamentario costoso, accessibile solo all’aristocrazia tribale. Mentre i guerrieri aristocratici combattevano, un auriga disarmato si occupava della guida del carro, tirato da due cavalli di piccola taglia. I cambiamenti sociali, insieme al crescente numero di unità di cavalleria disponibili, costituiscono i motivi che con ogni probabilità determinarono la scomparsa dei carri nell’Europa continentale. I carri britannici erano rapidi e leggeri, ma non certo in grado di colpire il nemico a una velocità fulminea (la leggenda secondo cui alle ruote dei carri venissero montate delle falci non trova alcun riscontro attendibile nelle fonti antiche). Cesare fornì una descrizione dettagliata delle tattiche dei carri, sapendo che il suo pubblico sarebbe rimasto affascinato da questi veicoli esotici, che ricordavano tanto quelli degli eroi omerici:
La loro tecnica di combattimento con i carri è la seguente: prima corrono in tutte le direzioni, scagliano frecce e con i loro cavalli e lo strepito delle ruote gettano il panico tra le file avversarie, che si disuniscono; poi, quando riescono a penetrare tra gli squadroni di cavalleria, scendono dai carri e combattono a piedi. Nel frattempo, gli aurighi a poco a poco si allontanano dalla mischia e piazzano i carri in modo tale che i loro compagni, nel caso siano incalzati da un gran numero di nemici, abbiano la possibilità di mettersi rapidamente in salvo. Così, nelle battaglie si assicurano la mobilità dei cavalieri e la stabilità dei fanti. Grazie alla pratica e all’esercizio quotidiano sono capaci di frenare, anche in pendii a precipizio, i cavalli lanciati al galoppo, di moderarne la velocità e di cambiare direzione in poco spazio, di correre sopra il timone del carro e di cambiare, di tenersi fermi sul giogo dei cavalli e poi, da qui, di ritornare sui carri in un attimo24.
I carri permettevano ai guerrieri aristocratici di apparire in modo spettacolare sul campo di battaglia: erano piattaforme mobili da cui venivano lanciati i dardi, che consentivano ai guerrieri di scendere per il combattimento corpo a corpo, e poi ritirarsi, se necessario. Provenivano da un’antica tradizione bellica che celebrava la prodezza e l’eroismo individuale dei guerrieri. Inoltre, i carri uniti alla cavalleria leggera rendevano i Britanni avversari pericolosi, soprattutto contro un nemico che combatteva esclusivamente a piedi. Alcuni dei legionari addetti all’approvvigionamento furono subito uccisi, e gli altri, circondati, furono un facile bersaglio per i giavellotti lanciati dagli avversari, quasi impossibili da schivare. Gli avamposti, che si trovavano all’esterno dell’accampamento romano, come previsto dalla normale routine militare, riferirono di aver visto levarsi un’enorme nuvola di polvere in direzione del luogo in cui si erano recati i raccoglitori di grano ed era molto più grande di quella prodotta normalmente dai legionari in marcia. Cesare, intuendo l’accaduto, partì immediatamente con gli avamposti per salvare i suoi uomini. Prima di andarsene, ordinò a due coorti di presidiare l’accampamento, e al resto dell’esercito di seguirlo non appena si fosse equipaggiato e schierato. Quella in Britannia fu una spedizione dalle dimensioni assai ridotte, se paragonate a quelle delle precedenti campagne militari; tuttavia è sorprendente che un proconsole al comando di otto legioni e diverse truppe ausiliarie abbia condotto personalmente in battaglia una forza militare composta da meno di mille uomini. L’arrivo di queste coorti fu sufficiente a respingere i Britanni. Cesare rimase per un po’ schierato in formazione davanti al nemico, ma poi tornò con i foraggiatori e i rinforzi nell’accampamento principale. I Britanni avevano ottenuto una piccola vittoria e, soprattutto, avevano impedito ai Romani di raccogliere il grano dai loro campi. Incoraggiati da questo successo, radunarono le loro forze per sferrare un attacco decisivo contro l’accampamento romano. Cesare fece schierare le sue legioni per affrontarli, insieme alla piccola truppa di cavalleria fornita da Commio, posizionandosi nella pianura vicino alle fortificazioni. Schierate in massa, le legioni poterono sfruttare al meglio le loro forze e i Britanni furono rapidamente annientati, anche se pochissimi di loro furono catturati dagli inseguitori. Gli uomini di Cesare dovettero accontentarsi di incendiare le fattorie e i villaggi circostanti25.
La sconfitta bastò a convincere molti capitribù britannici che era più conveniente chiedere la pace. Stavolta Cesare pretese il doppio degli ostaggi e ordinò ai Britanni di riaccompagnarlo in Gallia, perché non era più disposto a posticipare il suo ritorno. In qualche modo, tutto l’esercito fu stipato sulle navi da guerra superstiti e sulle sessantotto imbarcazioni da carico che erano state rimesse in sesto. L’equinozio d’autunno era ormai vicino, ma Cesare aveva la fortuna dalla sua e, in un breve momento in cui il tempo fu clemente, salpò poco dopo la mezzanotte. Tutte le navi fecero ritorno, tranne due che finirono fuori rotta e sbarcarono sulla costa dei Morini. Alcuni guerrieri locali, considerandole una facile preda da saccheggiare, iniziarono ad attaccarle e, nel momento in cui la notizia si diffuse, ne accorsero altri. Quando Cesare ne fu informato, inviò tutta la cavalleria dell’esercito in soccorso delle due navi, che furono ricondotte in salvo senza subire alcuna perdita. Il giorno seguente Labieno guidò la Settima e la Decima legione, ormai esauste, in una rapida spedizione punitiva contro la tribù. A differenza del 56 a.C., l’estate era stata secca e quindi l’estensione e le insidie delle paludi nella regione si erano ridotte. I Morini si arresero subito. I Menapi erano già stati sconfitti dalle legioni prima della partenza di Cesare per la Britannia26.
Sotto molti aspetti, la prima spedizione in Britannia si era rivelata un fallimento e per poco non si era trasformata in una catastrofe. Non era neanche servita ad approfondire molto la conoscenza delle tribù dell’isola, poiché, durante le poche settimane che vi avevano trascorso, i Romani erano stati costretti ad agire in un’area ristretta della regione. Come era accaduto anche in Gallia, alcuni capitribù presi in ostaggio o rifugiati nell’accampamento erano stati di qualche aiuto. Non sappiamo quanti di loro avessero attraversato il canale con i Romani durante l’inverno, ma sembra che tra essi ci fosse almeno un principe che era stato espulso dalla sua tribù. Dal 54 a.C. Cesare ottenne maggiori informazioni sull’isola, sebbene insufficienti a giustificare lo sforzo impiegato per ottenerle. I preparativi per la prima spedizione, avviati al termine della stagione estiva, si erano rivelati inadeguati e le forze militari coinvolte troppo ridotte per l’obiettivo da raggiungere. La responsabilità di tali errori fu di Cesare. In un certo senso, difficilmente si potrebbe considerare questa campagna un successo, ma come al solito Cesare e il suo esercito dimostrarono una grande abilità nel reagire a una serie di situazioni difficili. Tuttavia, alla fine dell’anno Cesare capì che, in termini di propaganda, la spedizione in Britannia aveva avuto un esito strepitoso. All’arrivo della notizia, Roma era impazzita, entusiasta all’idea che le proprie legioni avessero ormai raggiunto quell’isola esotica e misteriosa. Il senato decretò venti giorni di festeggiamenti in onore di Cesare, cinque in più di quanti gliene aveva concessi alla fine del 57 a.C., dopo tre campagne di autentico valore. Questo riconoscimento formale delle sue imprese da parte della repubblica fu la risposta migliore agli attacchi di Catone, che presumibilmente furono mossi nella stessa seduta. L’anno si era concluso bene, ma Cesare aveva già deciso di tornare in Britannia l’estate successiva. Era curioso di conoscerne i luoghi, e soprattutto le ricchezze di cui tanto si parlava. La reazione di Roma fece diventare ancora più allettante una seconda spedizione, ed è probabile che la durata delle celebrazioni avesse reso necessario essere all’altezza di una simile acclamazione27.
La seconda spedizione fu organizzata in modo più scrupoloso. Prima della fine dell’inverno, Cesare mise all’opera gli artigiani delle sue legioni per far costruire altre navi. Vennero realizzate secondo un progetto standard: delle navi da trasporto robuste, con la chiglia bassa, dotate sia di vele che di remi. Nei mesi successivi furono create seicento di queste imbarcazioni, utilizzando corde, attrezzature ed equipaggiamenti forniti dalle province spagnole, che dall’inizio del 54 a.C. erano sotto il controllo di Pompeo. Inoltre furono costruite altre ventotto galee da guerra. Come al solito, Cesare trascorse l’inverno nella Gallia Cisalpina per svolgere le sue funzioni amministrative e giurisdizionali. Quando stava per partire e ricongiungersi con l’esercito, fu dissuaso dalle notizie sui saccheggi nell’Illiria. Accorse nella provincia, aumentò i tributi locali e costrinse la tribù responsabile a placarsi. Poi si diresse a nord per ispezionare gli accampamenti invernali dell’esercito, elogiando gli ufficiali e gli uomini per il loro zelo nella costruzione delle navi. Diede disposizioni affinché l’intera flotta si radunasse a Porto Izio (quasi certamente l’odierna Boulogne-sur-Mer), pronta per salpare verso la Britannia. Prima che la campagna potesse avviarsi, fu nuovamente bloccato, questa volta a causa di una disputa interna ai Treveri, i cui capi rivali si contendevano il predominio. Cesare si avviò con quattro legioni di fanteria leggera e ottocento cavalieri per appoggiare le rivendicazioni del capo che preferiva. Il suo rivale si arrese e prontamente consegnò i duecento ostaggi richiesti, tra cui il figlio e altri parenti stretti. L’accordo soddisfece Cesare, il quale non ebbe alcuna intenzione di posticipare ancora l’attacco in Britannia. Tornò sulla costa e predispose gli ultimi preparativi. Poiché questa volta aveva pianificato di portare con sé un maggior numero di forze, voleva assicurarsi che la situazione in Gallia rimanesse pacifica in sua assenza. I capi di tutte le tribù si riunirono nel suo accampamento, accompagnati dai quattromila cavalieri che aveva richiesto per l’anno successivo. In questo modo le legioni sarebbero state aiutate da un’adeguata forza di cavalleria. Questi guerrieri, e in particolar modo gli aristocratici che li guidavano, costituivano inoltre ulteriori ostaggi per tenere placati i loro popoli.
Tra di loro c’era un contingente di Edui guidati da Dumnorige, fratello minore di Diviziaco, il druido. Nel 58 a.C. Cesare aveva avuto degli ottimi motivi per sospettare delle sue ambizioni e lo aveva posto sotto osservazione. Recentemente era stato informato da un altro aristocratico gallico che Dumnorige, in una seduta di consiglio, aveva affermato che il proconsole era intenzionato a proclamarlo re degli Edui. Nonostante fosse contraria a sottomettersi alle regole di un monarca, la maggior parte dei capitribù evitava di contraddire qualunque decisione presa da Cesare, e non si preoccupò di controllare la veridicità di tale affermazione. Solo metà della cavalleria gallica lo avrebbe accompagnato in Britannia, ma Cesare aveva già deciso che Dumnorige sarebbe sicuramente andato con lui, dal momento che lo considerava un uomo «bramoso di rivoluzione». Il capo eduo provò a tirar fuori una serie di scuse, adducendo le precarie condizioni di salute, il timore della navigazione e perfino un tabù religioso che gli impediva di abbandonare la Gallia. Cesare rimase irremovibile, così Dumnorige cercò di incitare gli altri capi gallici a unirsi a lui nel suo rifiuto di andare in Britannia. Sosteneva che i Romani avevano l’intenzione di ucciderli tutti durante il viaggio verso l’isola, una volta separati dalle loro tribù. Gli altri capi informarono il proconsole di tali congetture e, dal momento che i venti sfavorevoli ritardarono la partenza per quasi un mese, non mancò il tempo per le cospirazioni e i pettegolezzi. Alla fine Dumnorige e i suoi guerrieri uscirono di soppiatto dall’accampamento e fuggirono lo stesso giorno in cui il tempo cambiò e cominciò l’imbarco. Cesare fu colto di sorpresa, ma immediatamente ordinò a un gran numero di cavalieri di inseguirli. Nonostante fosse impaziente di partire, decise di aspettare fino a quando non gli avessero consegnato il capo eduo. Chiese ai suoi uomini di riportarglielo vivo, ma di ucciderlo qualora avesse opposto resistenza. Dumnorige non mancava di coraggio, e sfidò i suoi assalitori proclamando a gran voce di essere un «uomo libero di un popolo libero». Pur non avendo nessuno dei suoi guerrieri dalla sua parte, scelse di combattere e venne ucciso. Fu una dimostrazione palesemente spietata del potere di Cesare e del fatto che neanche uno degli aristocratici più ricchi della Gallia fosse capace di opporsi alle sue decisioni. Non viene detto se Diviziaco abbia avuto un ruolo attivo negli eventi dopo il 57 a.C., ma è probabile che non fosse più vivo per poter implorare la grazia per il fratello. Alla fine, comunque, Dumnorige era un personaggio scomodo e Cesare non voleva ritardare la partenza, così ordinò la sua morte28.
Le forze della seconda invasione furono decisamente maggiori. Cesare portò con sé cinque legioni – tra cui la Settima e la Decima – e metà della cavalleria ausiliaria e alleata. Le altre tre legioni, insieme ai restanti duemila cavalieri, vennero lasciate sotto il comando di Labieno. Il loro compito era quello di presidiare i porti, di assicurarsi che i convogli del grano potessero essere inviati all’esercito in Britannia quando necessario, e di controllare le tribù. La flotta romana salpò al tramonto, ma ancora una volta Cesare e i suoi ufficiali sottovalutarono la potenza della Manica. Il vento calò e le maree li portarono fuori rotta. La costruzione di un simile numero di navi in così breve tempo fu di sicuro un risultato notevole, ma non tutte poterono essere equipaggiate con navigatori esperti. Il modello delle nuove imbarcazioni, pur essendo adatto al trasporto di uomini, cavalli ed equipaggiamenti, e al loro sbarco sulle spiagge, non era però ideale per affrontare delle condizioni meteorologiche avverse. La fornitura di remi, tuttavia, si dimostrò estremamente vantaggiosa, in special modo se combinata con l’efficienza dei legionari nei lavori pesanti. Solamente con l’aiuto dei remi le navi romane riuscirono ad approdare sulla spiaggia. Cesare narra che lo sbarco avvenne nel luogo più adatto, ma la sua ubicazione non è chiara. Alcuni hanno ipotizzato che fosse ormai a conoscenza del Canale di Wantsum e l’avesse sfruttato, ma ciò non risulta del tutto plausibile alla luce degli eventi che seguirono. Una lettura più logica sembra suggerire che il luogo fosse attiguo alla spiaggia scelta l’anno precedente, se non proprio la stessa. Ovunque fosse, i Britanni si erano adunati per affrontarli, ma si scoraggiarono alla vista delle centinaia di navi che si avvicinavano, e si ritirarono. La maggior parte della flotta approdò a mezzogiorno. I Romani cominciarono a sbarcare e la prima cosa che fecero fu marcare i confini e costruire l’accampamento dietro la spiaggia. Le pattuglie uscirono alla ricerca dei prigionieri, che subito li informarono della ritirata dell’esercito britannico in una nuova posizione nell’entroterra29.
Cesare decise di sferrare un attacco immediato e marciò con quaranta coorti e millesettecento cavalieri nell’oscurità. I restanti legionari, uniti alla cavalleria, rimasero nell’accampamento sotto la guida di Quinto Atrio. La flotta romana era perlopiù ancorata, e Cesare confidava che sarebbe stata al sicuro in quella «baia ampia e calma». La colonna romana avanzò parecchio, percorrendo una ventina di chilometri prima dell’alba, quando riuscì a scorgere i Britanni dietro la riva di un fiume (molto probabilmente lo Stour, vicino l’odierna Canterbury). Sulle colline boscose c’era un’area cinta da mura – forse la roccaforte di Bigbury Wood –, dove era in attesa il principale esercito tribale. Piccoli gruppi della cavalleria, carri e guerrieri in avanscoperta uscivano di continuo da questa fortezza per scagliare dardi contro i Romani. Simili tattiche erano senza dubbio efficaci nei conflitti tra tribù, ma non costituirono un problema per le legioni esperte. Cesare attaccò: la sua cavalleria, facendo disperdere i Britanni, permise alla Settima di assaltare direttamente la roccaforte. I legionari formarono la rinomata testudo, o testuggine, con gli scudi sovrapposti sulle loro teste per creare una copertura capace di fermare quasi tutti i proiettili, anche i più pesanti. Le tribù poterono fare ben poco contro la complessa ingegneria adoperata dai Romani negli assedi. Fu creata una semplice rampa sotto le mura e la fortezza venne assaltata; ci fu solo un breve inseguimento dei nemici in fuga. Nonostante i suoi uomini fossero stremati dopo l’attraversamento del canale, la notte di marcia e la battaglia, Cesare volle comunque che, come di consueto, costruissero un accampamento, che fu terminato nella notte30.
La mattina seguente Cesare inviò tre unità indipendenti alla ricerca dei nemici. In simili occasioni era normale incendiare e saccheggiare durante l’avanzata fino a quando i capi locali non intervenivano per stipulare un accordo. Cesare era convinto che i Britanni non sarebbero stati capaci di riformare un esercito subito dopo la loro sconfitta, e che pertanto era meglio coprire aree più estese con un maggior numero di unità. Pare che non abbia accompagnato nessuna di queste truppe e sia rimasto nell’accampamento, dove si trovava quando giunse un messaggero di Quinto Atrio. Le notizie non erano buone: nella notte precedente c’era stata una tempesta che aveva flagellato la flotta all’ancora, causando numerosi danni. Cesare richiamò le tre unità e tornò indietro per controllare i danni, scoprendo che quaranta imbarcazioni erano state colpite irrimediabilmente. Dalle file delle legioni vennero chiamati gli artigiani, che furono rimandati nell’accampamento principale per lavorare alle riparazioni. Inviò anche un messaggio a Labieno, in Gallia, per ordinargli di impegnare i suoi legionari nella costruzione di altre navi. Dopo dieci giorni di lavoro intenso, quasi tutte le imbarcazioni furono nuovamente utilizzabili. Altri soldati scavarono un canale ed eressero una palizzata che dall’accampamento giungeva fino alla spiaggia. Le imbarcazioni riparate vennero rimorchiate a riva e trascinate sulla sabbia, per far sì che tale fortificazione le proteggesse. Il problema principale di Cesare rimaneva la mancanza di un porto nel quale le navi potessero stare al riparo ed essere caricate e scaricate con facilità. Il Canale di Wantsum, vicino all’isola di Thanet, sarebbe stato il luogo ideale, ma i danni subiti a causa dell’ultima tempesta rendevano poco plausibile il suo utilizzo da parte dei Romani. Forse non ne erano a conoscenza, o ignoravano il modo per entrarci e navigarlo. In tutta la Storia, le condizioni meteorologiche hanno sempre creato enormi problemi alle invasioni marittime, come nel caso dei porti artificiali «Mulberry» trasportati in Normandia dai britannici, dagli americani e dai canadesi nel 1944, che pure subirono gravi ripercussioni nell’assemblaggio a causa delle violente tempeste che si scatenarono dal 19 al 23 giugno, poco dopo il D-Day. Sebbene sia difficile pensare a cosa avrebbe potuto fare per ovviare a tale problema, c’è qualcosa di sprezzante nel modo in cui Cesare non abbia fatto nulla per modificare i suoi piani nel 54 a.C., nonostante il disastro arrecato alla sua flotta dalla tempesta dell’anno precedente. La nuova fortificazione sarebbe stata utile a difendere le navi dagli attacchi nemici, ma offriva poca protezione contro la furia degli elementi. Molti studiosi hanno criticato questa incapacità di apprendere dall’esperienza. La maggior parte delle critiche è giustificabile, ma, a meno che non avesse rimandato le imbarcazioni nei porti della Gallia nella speranza che sarebbero riuscite a ritornare al momento opportuno, l’unica alternativa valida sarebbe stata quella di evitare del tutto la seconda spedizione. Però Cesare era risoluto, per motivi che erano essenzialmente politici e personali. In entrambe le spedizioni britanniche la sorte l’aveva quasi fatto capitolare, ma in ogni caso riuscì a sottrarsi alla sventura31.
La pausa diede ai Britanni il tempo di rimettersi in sesto. Numerose tribù che normalmente erano rivali si coalizzarono per fronteggiare insieme il pericolo comune e nominarono un comandante chiamato Cassivellauno. Cesare racconta solo che proveniva da una tribù a nord del Tamigi, non si sa nient’altro su di lui, né si può essere certi delle sue origini. Quando Cesare si ricongiunse con l’esercito principale nell’accampamento dell’entroterra e riprese l’avanzata, le sue pattuglie furono perseguitate da gruppi di guerrieri sui carri e cavalieri. Nei combattimenti corpo a corpo, specialmente in quelli tra numerose truppe schierate, i legionari romani e la cavalleria ausiliaria dimostrarono costantemente la propria superiorità, ma numerosi uomini in avanscoperta furono attirati in imboscate e patirono atrocità. Cassivellauno si fomentò e sferrò un grande attacco ai Romani quando smisero di marciare per rafforzare il loro accampamento. Cesare inviò due coorti per aiutare gli avamposti, ma servivano più rinforzi per respingere i Britanni, e uno dei suoi tribuni venne ucciso nel combattimento. Il giorno successivo, gli attacchi dei Britanni non furono molto pressanti e Cesare mandò tre legioni guidate da uno dei suoi legati alla ricerca di foraggio. Quando i legionari si sparpagliarono per adempiere al proprio dovere, i carri e la cavalleria britannica ne approfittarono per sfruttare tale debolezza. I Romani, tuttavia, si riunirono velocemente e respinsero il nemico. In breve tempo le tribù britanniche si dispersero e la resistenza non fu impegnativa32.
Cesare decise di attaccare i territori di Cassivellauno e marciò verso il Tamigi. Non è chiaro il punto esatto in cui lo attraversò – forse all’altezza dell’attuale centro di Londra –, ma i suoi uomini guadarono il fiume e affrontarono i guerrieri che difendevano la riva opposta. Il comandante britannico volle evitare un’altra battaglia campale e decise invece di disturbare il nemico facendo affidamento sugli aurighi. Cesare sostiene che ce ne fossero quattromila, ma sembra un’esagerazione, dal momento che implicherebbe l’uso di ottomila cavalli. I carri furono condotti nei campi che sarebbero stati percorsi dai Romani; distrussero o nascosero le provviste di cibo, tendendo imboscate e causando uno stillicidio di perdite tra i raccoglitori di Cesare, che fu poi costretto a tenere sempre uniti tutti i suoi uomini nella colonna principale. Per fortuna, come era già avvenuto in Gallia, il proconsole riuscì a ottenere l’appoggio di un alleato locale, il principe Mandubracio, della tribù dei Trinovanti – che viveva a nord del Tamigi, nell’Anglia orientale –, il cui padre era stato ucciso da Cassivellauno. Lui venne esiliato e alla fine si unì all’esercito romano. I Trinovanti si arresero a Cesare e gli chiesero di ristabilire il regno di Mandubracio, consegnando volentieri sia gli ostaggi che il cibo. Il loro esempio fu subito seguito da altre cinque piccole tribù, i cui nomi non sono noti. La fragile alleanza fra le tribù britanniche si stava sgretolando sotto la pressione delle annose ostilità. Con l’aiuto di questi nuovi alleati, Cesare scoprì la collocazione della base principale di Cassivellauno, nascosta tra boschi e paludi. Immediatamente marciò con le legioni verso quel luogo e assaltò la roccaforte, catturando numerosi prigionieri. Fu un duro colpo per la reputazione del comandante britannico, il quale, allo stesso tempo, aveva riunito le tribù del Kent per sferrare un attacco a Quinto Atrio e alle coorti che presidiavano le navi, ma fu respinto con pesanti perdite33.
In seguito a queste sconfitte, Cassivellauno decise di concordare la pace. Era ormai quasi la fine di settembre e il proconsole desiderava risolvere le questioni e tornare in Gallia. I negoziati furono facilitati dalla presenza di Commio, che ancora una volta accompagnò Cesare. Il comandante britannico promise gli ostaggi e un tributo annuale, e assicurò che non avrebbe attaccato Mandubracio e i Trinovanti. Mentre attendeva solamente che gli venissero consegnati gli ostaggi, Cesare cominciò a fare imbarcare l’esercito. Tuttavia, nonostante tutte le navi fossero state riparate, mise in dubbio che ci fosse abbastanza spazio per trasportare sia i soldati che il gran numero di ostaggi e schiavi catturati. Il proconsole, così, decise di fare due traversate. La prima procedette senza difficoltà, però si rivelò impossibile far tornare indietro le imbarcazioni vuote. Per lo stesso motivo, nessuna delle navi costruite o recuperate da Labieno era stata capace di raggiungere l’esercito in Britannia. Dopo aver aspettato per molti giorni, Cesare decise che sarebbe stato troppo rischioso rimanere dove si trovava. Era già settembre ed era molto probabile che le condizioni meteorologiche sarebbero peggiorate, facendo aumentare le possibilità che potesse rimanere bloccato in Britannia con solo una piccola parte del suo esercito. Dopo aver ammassato le truppe nelle imbarcazioni rimaste, salparono di notte per giungere in Gallia all’alba. Cesare lasciò la Britannia per non tornarci mai più. Ci sarebbe voluto più di un secolo, prima che un altro esercito romano invadesse l’isola e la trasformasse in una provincia34.
In entrambe le spedizioni britanniche Cesare aveva evitato il disastro, sebbene di pochissimo. Ovviamente il tributo annuale promesso dalle tribù britanniche non fu mai pagato o fu presto interrotto. I commerci tra la Britannia e i territori romani aumentarono costantemente negli anni dopo le invasioni di Cesare, spostandosi dalle vecchie rotte sud-occidentali verso quelle sud-orientali che egli aveva visitato. L’annientamento dei Veneti probabilmente contribuì parecchio a tale spostamento, ma sembra anche che numerosi mercanti romani riuscirono a giungere in Britannia con il passare degli anni. Le tribù che erano state sottomesse da Cesare, comunque, non poterono in alcun modo essere considerate parte dell’Impero di Roma (nonostante le occasionali affermazioni dei propagandisti romani). Nella capitale, Cicerone evidenziò l’immediata consapevolezza che le campagne britanniche non avevano prodotto i risultati a lungo sperati. Non c’era argento, né alcun «bottino, eccetto gli schiavi; tra i quali dubito che si possano trovare degli scrivani o dei musicisti» (ovvero quelli più remunerativi). Egli, tuttavia, rimase entusiasta dell’intera operazione e scrisse con fervore riguardo al resoconto di suo fratello sulla spedizione, dal momento che Quinto Cicerone era ormai diventato uno dei legati di Cesare. Nonostante fosse influenzato da questo coinvolgimento familiare, il suo umore sembrava rispecchiare quello di molti Romani. Le spedizioni in Britannia resero Cesare ancora più celebre agli occhi dell’opinione pubblica, affascinata dall’esotismo e dai racconti dei carri e dei barbari che si dipingevano i corpi di blu con la tintura di guado. Dal punto di vista della propaganda, gli sbarchi furono dei successi indiscutibili, nonostante gli esiti opinabili e i rischi corsi. Gli attacchi di Catone del 55 a.C. avevano palesato la difficoltà di Cesare nell’affrontare i suoi avversari quando non poteva confrontarsi personalmente con loro nel Senato o nel Foro. Nessuno, però, poteva mettere in discussione il fatto che Cesare stesse approfittando dell’opportunità avuta per rendersi degno di gloria e per accumulare una ricchezza spropositata. Anche se i profitti delle spedizioni britanniche erano stati abbastanza deludenti, il risultato cumulativo di cinque anni di campagne vittoriose lo avevano trasformato da debitore sull’orlo della rovina a uno degli uomini più ricchi della repubblica35.