«Quanto a Cesare, molte e non belle dicerie circolano sul suo conto. Una, che ritengo attendibile, sostiene che perdette la cavalleria; un’altra che la Settima fu battuta e lui circondato dai Bellovaci e separato dal resto dell’esercito. Ma finora nulla è certo, e tali storie non sono di dominio pubblico, bensì raccontate segretamente da un gruppo ristretto, e tu sai a chi mi riferisco. Domizio mette la mano davanti alla bocca prima di parlare».
marco celio rufo a Cicerone, ca. 26 maggio del 51 a.C.1
Mentre era in Gallia, Cesare fece di tutto per ricordare ai Romani la sua esistenza e per celebrare i propri successi. I Commentarii costituirono la parte più consistente di tale sforzo, ma non furono la sua unica creazione letteraria durante quegli anni. Agli inizi del 54 a.C., mentre viaggiò dalla Gallia Cisalpina verso nord per ricongiungersi con l’esercito, scrisse un’opera in due volumi chiamata De analogia. Nonostante l’origine greca del titolo, il testo analizzava la grammatica latina e argomentava a favore dell’accuratezza e della semplicità nell’eloquio e nella scrittura, in contrapposizione alla moda dell’epoca di utilizzare parole arcaiche ed espressioni articolate. Fu dedicato a Cicerone e lo esaltò come il più grande oratore di Roma e «praticamente il creatore dell’eloquenza», ma aggiunse anche che non si doveva trascurare l’importanza del linguaggio quotidiano. Sono sopravvissuti solo pochi frammenti dell’opera, ma il fatto che Cesare abbia scritto uno studio così autorevole e dettagliato in un periodo in cui era assorbito totalmente dai problemi in Gallia e dai preparativi della sua seconda spedizione in Britannia denota la sua intelligenza e la sua inesauribile energia. Rispetto ai Commentarii, il De analogia era indirizzato a un pubblico più ristretto, sebbene includesse i numerosi senatori ed equites amanti della letteratura. Il Cesare autore era una figura che molti consideravano meno controversa rispetto al Cesare politico popularis. L’elogio a Cicerone fu spontaneo e scaturì dalla stretta amicizia che si venne a creare dopo il ritorno dell’oratore dall’esilio, che, a sua volta, inviò a Cesare le stesure dei suoi lavori e i due le commentarono insieme, consolidando ulteriormente la loro alleanza politica2.
La letteratura era importante per l’élite romana, ma per raggiungere il resto della popolazione occorrevano altri espedienti. Ci fu una lunga tradizione di uomini distinti, e specialmente di generali vittoriosi, che fecero erigere monumenti in tutta Roma per celebrare le proprie gesta. Nel 55 a.C., durante il suo secondo consolato, Pompeo fece costruire il più grande teatro permanente mai eretto fino a quel momento, per commemorare le sue inaudite vittorie. Fu il primo teatro in muratura della città e, quasi tre secoli dopo, Dione Cassio continuava a considerarlo una delle più spettacolari caratteristiche di Roma. Sulle sue gradinate di pietra poteva accogliere circa diecimila persone (le più previdenti coprivano i gradini con dei cuscini quando assistevano a uno spettacolo). Era situato nel Campo Marzio e sovrastava la fila di templi dedicati ad altri comandanti vittoriosi dei secoli passati. All’interno della struttura furono costruite almeno cinque edicole, la principale dedicata a Venus Victrix (‘Venere vincitrice’) e le altre a divinità che personificano virtù come l’onore (Honos), il coraggio (Virtus) e il successo (Felicitas). Accanto al teatro semicircolare fu costruito un quadriportico che si estendeva su un’area di circa ventiquattromila metri quadrati, e tutto ciò che concerneva gli edifici, dal progetto ai materiali, palesava l’ingente spesa dell’intera realizzazione.
Lo stesso discorso si può applicare agli sfarzosi festeggiamenti che contraddistinsero l’inaugurazione del complesso architettonico. Ci furono esibizioni musicali e spettacoli di ginnastica, così come corse dei carri e combattimenti con gli animali nel vicino Circo Flaminio. In cinque giorni vennero uccisi cinquecento leoni, mentre cacciatori che indossavano armature pesanti si scontrarono con una ventina di elefanti. Le bestie cercarono in tutti i modi di fuggire dall’arena, terrorizzando la folla mentre tentavano di distruggere le cancellate di ferro, ma furono abbattuti. La paura si tramutò subito in simpatia e la gente cominciò a dispiacersi per gli animali e a provare rabbia nei confronti di Pompeo che aveva ordinato la loro uccisione. Per quanto i Romani desiderassero assistere a spettacoli violenti nel circo, la spesa di ingenti quantità di denaro non comportava necessariamente che le persone avrebbero gradito l’esibizione e ringraziato l’uomo che l’aveva resa possibile. In privato, anche Cicerone considerò eccessive le dimensioni del teatro e del portico di Pompeo. Altri senatori conservatori borbottarono che era uno sbaglio dare al teatro – la più greca delle tradizioni – una sede fissa nella città. In passato la maggior parte del pubblico era sempre stata in piedi durante gli spettacoli, ed essi temevano che le sedute avrebbero incoraggiato più cittadini a sprecare le loro giornate come pigri spettatori3.
Anche Cesare aveva un progetto per lasciare il suo segno nella città, e nel 54 a.C. fece avviare i lavori per l’allargamento della parte settentrionale del Foro e per la costruzione della Basilica Giulia, i cui confini sarebbero coincisi con quelli dello stesso Foro. Non soddisfatto, seguì l’esempio di Pompeo e volse la sua attenzione al Campo Marzio, dove sostituì i saepta usati per votare con un imponente edificio decorato con il marmo. Le dimensioni furono immani, con un colonnato di un chilometro e mezzo che correva lungo tutto il lato. Come ulteriore segno della loro nuova alleanza politica, Cicerone aiutò Oppio, il rappresentante di Cesare, nella pianificazione e nell’organizzazione dei progetti. L’enorme costo – Cicerone sostiene che solo per l’acquisto dei terreni necessari all’allargamento del Foro ci vollero sessanta milioni di sesterzi, mentre secondo Svetonio cento milioni – di queste grandi opere fu finanziato con i profitti delle conquiste in Gallia. Una volta terminati i lavori, Roma avrebbe avuto un Foro più grande e spettacolare nel centro della città, con maggore spazio per gli affari pubblici e per i commerci privati, e un luogo decisamente più ampio in cui votare nel Campo Marzio. Nel breve termine, la costruzione di tali progetti diede un impiego retribuito a numerosi cittadini poveri e contratti redditizi alle compagnie che fornivano i materiali.
Cesare in seguito annunciò dei giochi gladiatori in onore di sua figlia. Era la prima volta che simili competizioni si svolgevano per commemorare la morte di una donna: una sorta di continuazione dei precedenti funerali pubblici che aveva fatto celebrare per sua zia Giulia e per Cornelia, la prima moglie. Fu radunato un gran numero di gladiatori per l’evento, dato che Cesare aveva ordinato di salvare la vita agli uomini sconfitti in precedenza nell’arena, i quali furono poi addestrati non nelle solite scuole per gladiatori, bensì nelle case dei senatori e dei cavalieri rinomati per la destrezza nel combattimento armato. Svetonio afferma che Cesare scrisse a questi uomini mentre era in Gallia, chiedendo loro di occuparsi con cura dell’addestramento. Nel 49 a.C. aveva almeno cinquemila di questi combattenti, la maggior parte dei quali si trovava nella scuola gladiatoria di Capua. Essendo un vero uomo di spettacolo, Cesare volle che i giochi fossero qualcosa di speciale, così come i festeggiamenti pubblici che costituirono l’altra parte della commemorazione della figlia. Parte del banchetto fu preparato nella sua casa dai suoi stessi cuochi, ma la maggior parte degli ingredienti fu acquistata nei costosi negozi per i quali Roma era famosa. I commercianti ne beneficiarono e la gente rimase soddisfatta, unendosi con fiducia ai cittadini che avevano già una buona considerazione di Cesare. Anche se i festeggiamenti e i giochi commemorativi per Giulia furono rimandati per molti anni, i loro preparativi furono del tutto pubblici e gli eventi vennero annunciati con largo anticipo4.
Nonostante tutti gli sforzi di Cesare per rimanere al centro dell’opinione pubblica, a volte era difficile per chiunque prestare attenzione a ciò che succedeva a Roma mentre si viveva altrove. Durante gli ultimi anni del decennio le istituzioni della repubblica sembrarono irrimediabilmente compromesse. La corruzione era dilagante. Nella campagna elettorale per il consolato del 53 a.C., due dei candidati si erano coalizzati e avevano offerto dieci milioni di sesterzi per il voto della centuria praerogativa, la centuria della prima classe designata all’apertura delle votazioni nei comitia centuriata, mentre altri tre milioni sarebbero andati ai consoli che nel 54 a.C. avrebbero presieduto le elezioni. Cesare e Pompeo furono entrambi coinvolti indirettamente nello scandalo, e la rivelazione non piacque a nessuno. Le elezioni, tuttavia, non furono indette fino all’estate del 53 a.C., e il senato chiese a Pompeo di supervisionarle. Anche l’anno successivo i candidati furono corrotti, e la situazione diventò più complicata a causa della violenza tra le fazioni di Milone e Clodio, che culminò con l’uccisione del secondo (vedi p. 369). Negli ultimi tempi erano stati uccisi vari assistenti dei senatori nei tumulti politici, e numerosi uomini di spicco erano rimasti feriti. Per un uomo famoso, era un’ignominia morire a causa delle violenze, soprattutto se si trattava di un magistrato e se era in corsa per una carica. La spietatezza dell’assassinio rese ancora più sconvolgente il crimine. Clodio rimase ferito nello scontro iniziale e si rifugiò in una taverna, ma Milone mandò alcuni suoi uomini a prenderlo e a ucciderlo.
I disordini che seguirono, con la famiglia e i sostenitori di Clodio che sfogarono il proprio cordoglio con atteggiamenti distruttivi, indicarono che la repubblica stava scivolando nell’anarchia (in senso quasi letterale, dal momento che il significato originario della parola greca riguardava le sommosse che avevano impedito l’elezione degli arconti, i magistrati supremi di Atene). Il senato si riunì e approvò il suo ultimo decreto, invitando Pompeo a intervenire per proteggere lo stato perché non aveva forze di controllo o truppe per arginare una situazione del genere, mentre Pompeo aveva l’imperium di un proconsole e i soldati ai suoi ordini. Ci furono delle esitazioni sul titolo e sui poteri da conferirgli, e ancora una volta si parlò di dittatura. Altri consigliarono di richiamare Cesare, affinché reggesse il consolato con Pompeo fino a quando la crisi fosse terminata, e tutti i dieci tribuni della plebe appoggiarono la proposta. Cesare scrisse per ringraziarli, ma chiese loro di ritirare il progetto di legge perché era troppo impegnato in Gallia. Alla fine Bibulo – lo stesso Bibulo che era stato collega di Cesare nel 59 a.C. e che non nutriva simpatie né per lui, né per Pompeo – propose che Pompeo venisse nominato console per un anno. Catone appoggiò la mozione, che fu approvata senza problemi, dal momento che gli avversari di Pompeo erano consapevoli che sarebbe stato l’unico modo per ristabilire l’ordine in città. Tuttavia decisero di evitare la parola dittatore e sperarono di rendere chiaro che non sarebbe stato investito di poteri assoluti permanenti com’era successo a Silla, ma era solo una misura temporanea per affrontare la crisi5.
Il terzo consolato di Pompeo fu anomalo sotto molti punti di vista, non ultimo il fatto che non avesse un collega, violando così il principio fondamentale di tale magistratura. Inoltre non fu eletto dal popolo, fu semplicemente nominato. Di solito un console poteva ricorrere solo ai littori per mantenere l’ordine nelle strade, invece Pompeo schierò i propri soldati nella città per presidiarla. Quando Milone venne processato, la corte fu circondata dalle truppe del console, per evitare che i sostenitori dell’imputato creassero disordini durante il procedimento giudiziario. La corte e le sue procedure furono istituite appositamente da Pompeo, per contrastare i recenti abusi elettorali e la violenza politica. I giurati vennero sorteggiati da una rosa di nomi scelti dal console. La colpevolezza di Milone era palese e, sebbene questo non fosse sempre un fattore decisivo nei processi romani, in quel caso l’atteggiamento della corte e degli spettatori fu estremamente ostile. Cicerone accettò di difendere Milone, perché sentiva un legame con l’uomo che era stato l’acerrimo avversario del suo stesso nemico Clodio. Il suo coraggio, però, si incrinò quando si alzò in piedi per parlare e fu subissato dai fischi e dalle urla della folla presente, e non pronunciò più la sua orazione. Milone fu mandato in esilio a Marsiglia, nella Gallia Transalpina. Subito dopo, e in maniera alquanto inopportuna, Cicerone gli inviò il manoscritto del discorso che non era riuscito a sostenere. Il suo cliente gli rispose sarcastico che era contento che non avesse fatto il discorso, altrimenti non avrebbe mai avuto la possibilità di assaggiare lo squisito pesce di Marsiglia. I sostenitori di Clodio esultarono per la condanna, ma numerosi loro colleghi furono processati e condannati nei mesi successivi. Pompeo aveva assunto il suo ruolo seriamente e fece di tutto per controllare la violenza e la corruzione che ormai pervadevano la vita pubblica. A differenza delle altre volte in cui il senato era ricorso al senatus consultum ultimum, nel 52 a.C. non ci furono esecuzioni sommarie e tutto fu disciplinato con i tribunali, sebbene fossero corti create appositamente e che agivano secondo regole nuove6.
La corruzione era diventata cronica, soprattutto nelle campagne elettorali per il consolato. Pompeo approvò una legge che imponeva pene ancora più aspre per gli abusi elettorali. Le somme in gioco, tuttavia, erano enormi, e molti candidati speravano che venisse loro assegnata una provincia ricca dopo il proprio anno di mandato. I loro creditori, poi, potevano essere pagati con i soldi spremuti dagli abitanti della provincia sfortunata e con le tangenti versate dai publicani, che non volevano intromissioni nel loro sfruttamento della gente. Le conseguenze erano negative per le province, ma la maggior parte dei senatori era più interessata all’influenza sulle elezioni. Per spezzare questo circolo vizioso, Pompeo introdusse una legge che imponeva un’attesa di cinque anni tra il consolato e l’assegnazione di una provincia, in modo tale che i creditori sarebbero stati meno inclini ad aspettare così a lungo che venissero pagati i debiti. Questa legge portò inevitabilmente alla carenza di governatori provinciali e nel breve periodo, inoltre, fu necessario affidare il comando a ex-magistrati che avevano deciso di non prenderlo dopo il loro anno di carica. Cicerone fu uno di questi e nel 51 a.C. fu nominato proconsole della Cilicia, un titolo per il quale non mostrò grande entusiasmo. Allo stesso tempo, Bibulo fu mandato a governare la Siria. Pare che le misure di Pompeo abbiano ridotto notevolmente i livelli di concussione e corruzione nelle elezioni consolari del 51, del 50 e del 49 a.C. Catone si candidò per la carica nel 51 a.C., dichiarando che non avrebbe fatto nulla per ingraziarsi l’elettorato. Nonostante fosse molto ammirato, non era mai stato particolarmente popolare e una simile strategia risultava estremamente insolita. Non sorprese quindi che perse con un ampio margine di svantaggio. Pompeo forse non fu entusiasta della candidatura di Catone, ma non poteva controllarne l’esito, e le elezioni in quei tre anni erano state contraddistinte dalle famiglie più influenti. I vincitori furono tre patrizi e tre membri di una delle stirpi plebee più rinomate. I fratelli Marco e Gaio Claudio Marcello vinsero il consolato rispettivamente nel 51 e nel 49 a.C., mentre il loro cugino Gaio fu console nel 50 a.C. Quest’ultimo fu fatto sposare con Ottavia, la nipote di Cesare (la stessa che aveva da poco offerto a Pompeo come possibile moglie). A prescindere dal fatto che fosse o meno al corrente di tale piano, Marcello preferì allinearsi con i cugini, che erano profondamente ostili a Cesare7.
Il terzo consolato di Pompeo fu un altro momento importante della sua grandiosa carriera, ma del tutto non convenzionale. Ancora una volta era stato visto dalla repubblica come l’unico uomo in grado di affrontare una crisi, e perfino i suoi nemici accettarono la necessità della sua presenza. In passato era dipesa da Lepido, da Sertorio, dai pirati, da Mitridate e dall’approvvigionamento di grano, ora era dovuta alla violenza politica nella città. Come al solito, si rivelò all’altezza del compito, ma non sarebbe diventato un senatore romano, se non avesse approfittato anche dell’opportunità di ottenere dei vantaggi personali. Si assicurò di avere una proroga al mandato quinquennale sulle due province spagnole e di mantenere l’imperium e le sue legioni anche dopo la fine dell’anno di consolato. Agli inizi del 52 a.C. Milone e due dei tre candidati alla carica di console furono condannati e mandati in esilio. L’ultimo uomo, Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica, apparteneva a una delle famiglie più influenti di Roma, come indicato dal suo lunghissimo nome. Figlio di un patrizio Scipione – la famiglia da cui povenivano l’uomo che aveva sconfitto Annibale nella seconda guerra punica e quello che aveva distrutto Cartagine nella terza –, era poi stato adottato da un ramo della dinastia dei Metelli, una delle più importanti famiglie plebee. Metello Scipione, così, riuscì a unire una grande ricchezza ai numerosissimi contatti della famiglia e ai prestigiosi antenati. Le sue capacità erano estremamente limitate, ma aveva una figlia affascinante, Cornelia, che era stata la moglie dell’elegante Publio, il figlio di Crasso, ed era rimasta vedova dopo la disfatta di Carre. Pompeo decise di sposarsi per la quarta volta ed ebbe il consenso di Metello Scipione. Le accuse rivolte a quest’ultimo furono ritirate e fu celebrato il matrimonio. Come Giulia, la nuova moglie di Pompeo era così giovane da poter sembrare sua figlia, o addirittura sua nipote, ma il matrimonio si rivelò felice. Cornelia era intelligente, sofisticata e affascinante, nonché molto attraente. Pompeo la adorava e si prodigò sempre volentieri verso una moglie che sembrava davvero innamorata di lui. Aveva cinquantacinque anni, ma per un uomo che aveva raggiunto il successo in giovane età, che era orgoglioso del suo aspetto e avvezzo agli apprezzamenti, non dev’essere stato facile affrontare l’incipiente vecchiaia. Si può supporre che il fatto che abbia sposato due donne molto più giovani di lui l’abbia aiutato a sentirsi ringiovanito. Inoltre, dal punto di vista politico, l’unione fu conveniente, perché il generale dissidente poté allearsi con alcune delle famiglie più influenti dell’élite romana. Anche il padre di Cornelia trasse benefici, dal momento che evitò il processo e ad agosto fu nominato da Pompeo collega consolare8.
Cesare sicuramente rimase deluso dalla decisione del suo ex-genero di cercare un’alleanza matrimoniale altrove. A posteriori, sappiamo che solo due anni e mezzo dopo i due uomini si sarebbero scontrati l’un l’altro, ma non ci sono prove che all’epoca il rapporto tra i due triumviri rimasti si stesse già incrinando in maniera ineluttabile. Non era voluto tornare al fianco di Pompeo nel consolato perché doveva sedare la rivolta e non aveva ancora terminato il riassestamento delle nuove conquiste. Cesare stava cominciando a pensare al proprio futuro e aveva già mostrato l’intenzione di lasciare il comando della Gallia per avere un secondo consolato. Non voleva trascorrere un periodo di pausa come un normale cittadino, durante il quale, tra l’altro, sarebbe stato penalmente perseguibile per questioni relative all’anno in cui era stato console. Alcuni provvedimenti presi da Pompeo nel 52 a.C. sembrarono collidere con il suo obiettivo. L’attesa imposta ai consoli che lasciavano la propria provincia minacciò indirettamente la posizione di Cesare. Fino ad allora, le province che sarebbero state assegnate a nuovi consoli dovevano essere indicate prima delle elezioni, affinché ci fosse abbastanza preavviso – circa diciotto mesi – per il governatore in carica che stava per essere sostitito. Il nuovo sistema prevedeva che a un ex-console, teoricamente, poteva essere assegnata qualunque provincia, comprese quelle di Cesare, e in particolar modo la Gallia Transalpina, il cui governo gli era stato concesso dal senato e non dal voto popolare. Tutto ciò destava preoccupazione, ma si può suppore che gli amici romani di Pompeo e Cesare avessero i mezzi per evitare che accadesse, nonostante i tentativi di uomini come Domizio Enobarbo.
Ancora più inquietante fu una legge approvata da Pompeo che proibiva la candidatura al consolato in absentia, ovvero senza che i candidati fossero in città. Significava che Cesare avrebbe dovuto rinunciare all’imperium e rischiare il processo, se avesse voluto candidarsi per un secondo consolato. All’inizio dell’anno aveva convinto i tribuni che lo avevano voluto al fianco di Pompeo a far approvare una specifica legge che gli garantisse il diritto alla candidatura senza la necessità di dover stare a Roma. I colleghi di Cesare nel senato si affrettarono a ricordare a Pompeo che tale decreto approvato in precedenza sarebbe stato in contraddizione con la sua nuova legge. La tavola di bronzo sulla quale era stata incisa questa legge era già stata depositata negli archivi della repubblica, ma Pompeo scrisse una clausola aggiuntiva e ordinò che venisse allegata alla legge principale. Ovviamente la validità legale di una simile aggiunta era opinabile. L’apparente mancanza di rispetto nei confronti di Cesare potrebbe essere stata involontaria, o forse Pompeo voleva solo ricordare al suo alleato che non poteva dare tutto per scontato. L’alleanza sarebbe durata fino a quando avesse portato benefici a entrambi, e in quel momento nessuno dei due avrebbe tratto vantaggi da una rottura. Dalla fine del 52 a.C. l’intesa si era indebolita rispetto agli anni precedenti, ma continuava a reggere. A Cesare furono dedicati altri venti giorni di festeggiamenti pubblici quando giunsero le notizie della sconfitta di Vercingetorige. Pompeo fece celebrare volentieri le gesta del suo alleato, ma si premurò di commemorare anche i propri successi consacrando un tempio alla Vittoria (Victoria)9.
«Tutta la Gallia è stata conquistata», scrive Irzio all’inizio del libro che inserì per completare i Commentarii sulla guerra gallica di Cesare. Il suo stesso racconto, tuttavia, dimostra che tale affermazione non è del tutto esatta. Numerose tribù ribelli capitolarono dopo la resa di Vercingetorige ad Alesia, ma alcune continuarono ad essere recalcitranti. Il 31 dicembre del 52 a.C. Cesare lasciò gli accampamenti invernali di Bibracte e guidò l’Undicesima e la Tredicesima in una spedizione punitiva contro i Biturigi. L’attacco romano fu improvviso e il proconsole ordinò ai suoi uomini di non incendiare le fattorie e i villaggi come di consueto, per evitare che i pennacchi di fumo preannunciassero alla tribù il loro avvicinamento. I Galli non riuscirono a organizzare un’adeguata resistenza e furono catturati migliaia di prigionieri. I loro territori erano stati devastati nell’estate precedente, quando, per obbedire agli ordini di Vercingetorige, avevano bruciato le proprie città e i depositi di provviste; i Biturigi, perciò, non ebbero alcuna possibilità di combattere e si arresero immediatamente. Furono incoraggiati dalle generose condizioni che Cesare aveva garantito alle altre tribù ribelli, ed egli desiderava estendere la propria clemenza anche a loro. In tali circostanze non c’erano schiavi o bottini da distribuire tra i soldati, così il proconsole diede una ricompensa di duecento sesterzi ad ogni soldato e duemila ai centurioni per premiare la loro ineccepibile condotta in una campagna invernale. Venti giorni dopo guidò la Sesta e la Quattordicesima in un’operazione simile per punire i Carnuti. I Galli fuggirono dalle loro case, Cesare fece alloggiare i suoi uomini negli edifici della città di Cenabo, il luogo del massacro dell’anno precedente, e inviò con frequenza regolare manipoli di fanteria e di cavalleria a saccheggiare le campagne circostanti. Costretti a vivere nascosti e a subire le intemperie invernali, i Carnuti, in poco tempo, si ritrovarono privi di cibo e stremati, e molti cercarono rifugio presso altre tribù10.
Dopo aver lasciato la guida di Cenabo a Trebonio, Cesare richiamò dagli accampamenti invernali la Settima, l’Ottava e la Nona e, dopo aver ordinato all’Undicesima di raggiungerli, si diresse contro i Bellovaci. Questa tribù era rinomata per il suo coraggio e non aveva inviato molti guerrieri al grande esercito di soccorso che aveva cercato di salvare Alesia. Solamente un paio di migliaia di uomini si era unito all’armata su richiesta speciale di Commio, che aveva ottimi rapporti con la tribù, gli altri preferirono contrastare i Romani da soli e a modo proprio. Agli inizi del 51 a.C., i Bellovaci radunarono un esercito molto forte guidato da Correo e supportato da Commio, che aveva rifiutato di arrendersi dopo la disfatta di Alesia. Cesare apprese dai prigionieri che il nemico aveva pianificato di attaccarlo solo qualora fosse stato accompagnato da non più di tre legioni, in caso contrario avrebbe studiato la situazione e atteso un momento migliore. Il proconsole cercò di nascondere la quarta legione dietro il convoglio delle salmerie, nella speranza di trarre in inganno i Bellovaci, spingerli alla battaglia e sconfiggerli velocemente, ma i Galli rifiutarono di combattere e i due eserciti si accamparono uno di fronte all’altro sui pendii opposti di una vallata. Nessuna fazione era intenzionata ad attaccare il nemico in salita sul declivio e a trovarsi in una posizione di svantaggio, ma per sicurezza Cesare ordinò ai suoi legionari di fortificare la postazione in maniera più solida rispetto a un consueto accampamento di marcia. Ci furono numerose schermaglie – entrambe le parti erano appoggiate da truppe germaniche, poiché anche Commio era riuscito a convincere cinquecento cavalieri a unirsi ai Bellovaci (e in un’occasione i Galli fecero un’imboscata e sterminarono un gruppo di foraggiatori dei Remi che combattevano al fianco dei Romani). Cesare decise che le proprie forze erano insufficienti per l’obiettivo e richiamò la Sesta, la Tredicesima e la Quattordicesima. La campagna militare si stava rivelando più difficile del previsto, e appena queste notizie giunsero a Roma cominciarono a diffondersi numerose dicerie riguardo a gravi sconfitte subite dai Romani in Gallia. Quando le pattuglie nemiche riferirono dell’arrivo delle altre legioni, i Bellovaci decisero di allontanarsi e arretrarono, coperti da una barriera in fiamme di balle di fieno e legna secca, che avevano preparato per l’occasione. In seguito continuarono a tendere imboscate agli avversari, senza però mai rischiare lo scontro diretto e tenendo il loro esercito principale sempre a distanza. Durante i giorni successivi inflissero numerosi piccoli colpi agli uomini di Cesare. L’intelligenza svolge un ruolo chiave in simili operazioni e il proconsole intuì un’opportunità quando apprese da un prigioniero che Correo, con mille cavalieri e seimila fanti, si era accampato in in punto per attaccare un gruppo di foraggiatori romani. La cavalleria ausiliaria, una volta avvertita, riuscì a contrastare l’imboscata fino all’arrivo delle legioni accorse in aiuto. La maggior parte dei Galli si dileguò, ma Correo rifiutò di fuggire o di arrendersi e fu ucciso dai giavellotti. Cesare fece avanzare le legioni dirigendosi verso l’accampamento principale dell’esercito che i suoi esploratori collocavano a circa tredici chilometri di distanza.
La morte di Correo e l’arrivo dei fuggitivi spinsero i Bellovaci a inviare a Cesare degli emissari di pace, che tentarono di attribuire tutta la colpa della rivolta al capo morto. Il proconsole disse loro che riteneva improbabile che un singolo uomo potesse essere l’unico responsabile, ma accettò comunque la resa e non inflisse ulteriori punizioni, e i Bellovaci gli consegnarono gli ostaggi. Colpite dalla sua clemenza, numerose altre tribù si arresero durante le settimane successive. C’era un fondo di verità in ciò che Cesare aveva detto riguardo all’influenza di un singolo capo, ma di sicuro era anche consapevole dell’importanza che avevano i leader carismatici nel fomentare una rivolta. Poco dopo guidò un’altra spedizione punitiva contro gli Eburoni, il cui capo, Ambiorige, era ancora in libertà. Anche Commio e il suo seguito erano fuggiti dopo la sconfitta dei Bellovaci, e i Romani li stavano cercando. A un certo punto, Labieno finse di voler negoziare con il re atrebate per poterlo uccidere, ma Commio fu solo ferito e riuscì a fuggire. In seguito venne quasi catturato da un’altra pattuglia di Cesare e si mostrò disposto a pacificarsi, a condizione, però, di non dover incontrare mai più un altro romano. La risposta del proconsole non è riportata, ma alla fine Commio fuggì in Britannia attraversando il mare e si proclamò re di una tribù della costa meridionale, fondando una dinastia11.
Era rimasta un’ultima ribellione degna di nota che coinvolgeva alcune tribù della zona sud-occidentale della regione e che aveva il suo perno nella roccaforte di Uxelloduno, nell’odierna Dordogna. Uno dei due principali leader era Lutterio, l’uomo che aveva eseguito gli ordini di Vercingetorige e aveva assaltato la Gallia Transalpina agli inizi del 52 a.C. Quasi tutta la battaglia fu condotta dai legati di Cesare, che giunse solo alla fine per chiudere la questione e accettò la resa dei Carnuti, i quali, come punizione, dovettero consegnargli il capo della rivolta. Secondo Irzio, Cesare fu costretto a far giustiziare l’uomo perché i suoi soldati volevano ancora vendicare il massacro di Cenabo. Accerchiò i sediziosi nella città e grazie alle capacità ingegneristiche dei suoi legionari riuscì a interrompere l’approvvigionamento idrico dei Galli. Quando i difensori uscirono per arrendersi, Cesare decise che dovevano fungere da esempio, «dal momento che la sua clemenza era diventata già troppo nota», come scrive lo stesso Irzio. Così fece amputare le mani ad ogni guerriero e poi li lasciò liberi affinché fossero un monito per gli altri. Alcuni studiosi contemporanei ritengono meno rilevante il commento di Irzio sulle campagne di Cesare in Gallia rispetto a quello sulla guerra civile, ma tale considerazione deriva da un approccio anacronistico al testo. All’inizio del libro Irzio riporta alcuni esempi dell’indulgenza di Cesare nei confronti delle tribù ribelli che si erano arrese, e sottolinea che tale clemenza incoraggiò le altre a fare lo stesso. Dopo aver ottenuto la vittoria militare, Cesare stabilì anche la pace politica convincendo i vari capitribù che la lealtà a Roma avrebbe apportato solo vantaggi. Questa strategia si rivelò efficace poco dopo, quando Lutterio, che era sfuggito alla cattura a Uxelloduno, fu consegnato ai Romani da un altro capo arverno. Irzio descrisse le azioni di Cesare nell’inverno del 51-50 a.C.:
Cesare, mentre svernava in Belgio, mirava a un unico scopo: tener legate all’alleanza le varie genti e non fornire a nessuno speranze o motivi di guerra. Infatti, niente gli pareva meno auspicabile, alla vigilia della sua uscita di carica, che trovarsi costretto ad affrontare un conflitto; altrimenti, al momento della sua partenza con l’esercito, si sarebbe lasciato alle spalle una guerra che tutta la Gallia avrebbe intrapreso con entusiasmo, liberata dal pericolo della sua presenza. Così, distribuendo titoli onorifici ai vari popoli, accordando grandissime ricompense ai loro principi, non imponendo nuovi oneri, la Gallia, prostrata da tante sconfitte, riuscì con facilità a tenerla in pace, garantendo più lieve l’assoggettamento12.
Anche se aveva sottovalutato la situazione che aveva creato le basi per la grande rivolta del 52 a.C., questa volta riuscì a gestire la diplomazia in maniera impeccabile. L’estate successiva fluì tranquilla. Agli inizi del 49 a.C. lasciò la Gallia, e poco tempo dopo si fece raggiungere dalla maggior parte delle proprie truppe. Tuttavia non ci fu alcuna grande rivolta da quando i Romani ebbero allentato il giogo. I Bellovaci cercarono nuovamente di ribellarsi nel 46 a.C. e furono repressi, per il resto la Gallia rimase pacifica per tutto il decennio successivo13.
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Cesare trascorse nove anni in Gallia, estendendo il dominio romano fino al Reno a est, il Canale della Manica a nord e l’Atlantico a ovest. L’area sarebbe rimasta parte dell’Impero di Roma per quasi cinque secoli, durante i quali regnò la pace all’interno dei suoi confini – interrotta solo da alcune rivolte scatenate dalla prima generazione nata dopo la conquista, dalle occasionali guerre civili romane e, soprattutto negli ultimi anni, dalle periodiche incursioni dei barbari –, e fu generalmente prospera. L’aristocrazia ricevette la cittadinanza romana e già nel secolo dopo la morte di Cesare i discendenti degli uomini che avevano combattuto contro di lui poterono diventare anche senatori. Quando la popolazione, o perlomeno la classe più agiata, cominciò a godere di benefici come i vetri alle finestre, l’acqua corrente, le fogne, le stanze da bagno e il riscaldamento, la cultura gallica si modificò e subì l’influenza delle idee e dei concetti romani diventando quella che è poi stata definita cultura gallo-romana. Il latino si diffuse parecchio, specialmente nelle città e tra l’aristocrazia, così come l’alfabetizzazione e la pratica dei registri scritti. Il sacerdozio druido fu soppresso e vennero proibiti rituali come la decapitazione del nemico e i sacrifici umani, ma numerosi altri aspetti della religione gallica rimasero inalterati, anche se, in alcuni casi, agli dèi e alle dee furono assegnati nomi romani. Col passare del tempo, le vecchie religioni vennero minacciate dall’espansione del Cristianesimo, che, nato come culto segreto, dopo Costantino divenne la religione ufficiale dell’Impero Romano. La nuova fede fu solo una delle conseguenze che derivarono dall’inclusione della Gallia nell’esteso Impero Romano, in cui divenne molto più semplice e sicuro viaggiare e le idee si diffusero rapidamente. L’influenza di Roma sulle popolazioni galliche fu profonda e si rivelò duratura, molto più che in Britannia, dove moltissime tracce della cultura romana svanirono nell’arco di un paio di generazioni, da quando smise di essere una provincia dell’Impero.
Questa è la storia della Gallia dopo le campagne militari di Cesare. Non possiamo sapere cosa sarebbe successo se non fossero state intraprese, e se, per esempio, il proconsole avesse invece deciso di espandersi nell’area balcanica. Sono passati più di duemila anni, ma le ipotesi restano innumerevoli. Nonostante le possibilità espansionistiche di Roma fossero relativamente limitate nel I secolo a.C., è molto probabile che i Romani a un certo punto sarebbero comunque riusciti a conquistare la Gallia, ma forse non con la stessa velocità e intensità utilizzate da Cesare nelle sue campagne. Il dominio romano apportò molti vantaggi alla regione e alle altre province. In fondo non è assurdo affermare che le condizioni di vita delle relative popolazioni furono migliori rispetto al passato o al periodo che seguì la caduta dell’Impero. Numerosi difetti della società romana vennero assimilati anche dalle altre culture, inclusa quella gallica. La schiavitù ne è un chiaro esempio. I violenti spettacoli nelle arene, una delle principali caratteristiche dell’influenza romana come la letteratura, l’arte e il teatro, non furono però molto comuni. Cesare non può essere considerato il responsabile dell’imperialismo di Roma e della diffusione della sua cultura, sebbene ne sia stato un entusiasta fautore. La conquista della Gallia non costituì il coronamento di un obiettivo a lungo termine, gli servì solamente per raggiungere la gloria da tempo desiderata. Solo la casualità e le circostanze lo portarono a focalizzare l’attenzione su tale regione.
Se i vantaggi apportati dal dominio romano sono discutibili, la natura brutale della conquista non lo è affatto. Plutarco sostiene che durante le campagne di Cesare vennero uccisi più di un milione di Galli, mentre altrettanti uomini furono catturati e, nella maggior parte dei casi, venduti come schiavi. Plinio, insistendo sulle vittime causate dalle legioni di Cesare durante la guerra civile, afferma che i suoi soldati trucidarono un milione e centonovantaduemila avversari durante la battaglia, sebbene non lo consideri un motivo di vanto per la sua fama, mentre Velleio Patercolo scrive che nelle campagne galliche morirono quattrocentomila nemici «e ne furono catturati molti di più». È difficile sapere su cosa siano basate tali cifre: il totale delle vittime nemiche menzionato nel De bello Gallico non è così elevato, mentre nei commentari sulla guerra civile spesso Cesare non riporta dati del genere. Anche se è poco credibile che fosse noto l’esatto numero delle perdite subite dalle tribù galliche, forse fu possibile risalire al numero di prigionieri catturati e venduti come schiavi attraverso la consultazione dei registri dell’epoca. L’esagerazione di queste cifre sembra alquanto ovvia, ma permette comunque di avere un’idea sull’orribile costo in vite umane delle vittorie romane. Il loro impatto fu sconvolgente per la Gallia, alcune aree furono devastate e impiegarono decenni per tornare alla normalità. Nel 50 a.C. Cesare stabilì che la rendita annuale versata dalla sua nuova provincia dovesse ammontare a quaranta milioni di sesterzi, una somma inferiore a quella pagata per acquistare i terreni necessari all’ampliamento del Foro. Tale cifra, probabilmente, si basò anche sulla spesa sostenuta in otto anni di intense campagne militari. Si può solo immaginare la destabilizzazione sociale che conseguì, come nel caso dell’esecuzione dell’intero consiglio direttivo dei Veneti ordinata da Cesare. Era assolutamente pragmatico – nonché amorale – nel propendere per la clemenza o per la spietatezza. Durante il periodo della conquista in Gallia, i suoi soldati commisero azioni terribili, a volte eseguendo gli ordini, come quando massacrarono gli Usipeti e i Tencteri, in altri casi spontaneamente, come la strage di donne e bambini ad Avarico. Altri eserciti romani guidati da comandanti diversi avevano già compiuto atti simili in passato e avrebbero continuato a farlo anche in futuro. Nell’antichità, infatti, quasi tutti gli eserciti hanno commesso atrocità, talvolta anche peggiori. Tale constatazione non intende giustificare le azioni di Cesare, cerca solamente di contestualizzarle. All’epoca, la guerra era caratterizzata da un’estrema crudeltà14.
Cesare si era impegnto per molti anni nella speranza di ottenere un mandato importante e quando, nel 58 a.C., gliene fu assegnato uno, colse al volo l’opportunità per concretizzare le sue aspirazioni di guerra e di conquista. Nelle campagne successive si dimostrò un generale di talento, uno dei migliori mai visti a Roma. Il suo stile di comando fu tipicamente romano: controllava lo scontro da una posizione poco distante dalla linea di battaglia, gestendo le riserve e incoraggiando gli uomini, mentre al contempo osservava la loro condotta. La sua strategia verteva sull’aggressività, prendeva l’iniziativa e la manteneva, confidando nel successo finale anche quando tutto sembrava volgersi a suo sfavore. Anche questa era una peculiarità dell’attitudine romana alla guerra, e molte decisioni, che agli occhi di un contemporaneo potrebbero apparire imprudenti, non venivano considerate tali dalla maggior parte dei senatori. Tra gli altri generali a lui coevi, solamente Pompeo avrebbe potuto eguagliarlo dal punto di vista dei successi e della destrezza, poiché Lucullo, nonostante fosse stato un grande esperto della tattica, non ebbe la stessa autorità decisionale di Cesare. Entrambi i comandanti utilizzarono la stessa aggressività nelle loro campagne militari, che comunque non sempre ebbero un successo immediato. Anche Cesare a volte vacillò nelle sue prime battaglie, e solo dopo molti anni di servizio e di vittorie costanti riuscì a guadagnare la fiducia delle sue legioni grazie al proprio carisma, alla generosità e alla competenza. Ci furono errori e fallimenti, soprattutto nelle disorganizzate spedizioni in Britannia, nella perdita degli uomini di Cotta e Sabino e nella sconfitta di Gergovia, ma Cesare convinse i propri uomini che alla fine sarebbero sempre riusciti a vincere. I numerosi successi ottenuti in otto anni di intense campagne rafforzarono la fiducia dei legionari. Nel 50 a.C. aveva creato un esercito che gli era totalmente fedele. Godeva inoltre di un’immensa gloria e aveva accumulato una ricchezza strepitosa, che gli permise di spendere grandi somme a Roma per accrescere il numero dei propri sostenitori. Restava da capire soltanto se tutto ciò gli sarebbe bastato per tornare nella capitale ed essere al fianco di Pompeo nella carica di console15.