«Riunitosi alle sue coorti presso il fiume Rubicone, che segnava il confine della sua provincia, si fermò per un attimo e, considerando quanto stava per intraprendere, si rivolse a quelli che gli erano più vicini dicendo: “Siamo ancora in tempo a tornare indietro, ma se attraverseremo il ponticello, dovremo sistemare ogni cosa con le armi”».
svetonio, fine del I secolo d.C.1
«Grazie a tali concessioni, quello [Cesare] è così cresciuto in potenza che al momento attuale la speranza di resistergli è riposta in un solo cittadino [Pompeo]; vorrei tanto che questo cittadino avesse già prima provveduto a sbarrargli il controllo di forze tanto numerose e non che tentasse di fronteggiarlo ora che quello domina a tutto campo».
cicerone, 9 dicembre del 50 a.C.2
La conquista della Gallia aveva dato a Cesare fama e ricchezza. Nel 50 a.C. non ci fu nessuna grande rivolta: la serie di devastanti sconfitte inflitte a tutte le tribù e gli attenti sforzi diplomatici del proconsole contribuirono a creare un’altra stabile provincia per la res publica. L’accettazione del dominio romano da parte di quasi tutti i capitribù non dipese solamente da una questione di lealtà personale nei confronti di Cesare, dato che in seguito al suo assassinio, avvenuto sei anni dopo, non ci fu comunque alcuna nuova ribellione. Al pari di qualsiasi altro comandante romano di successo, ottenne numerosi benefici personali, ma le sue vittorie apportarono grandi vantaggi anche a Roma, che ebbe ufficialmente una nuova fonte di entrate, sebbene non compensasse i costi necessari a presidiare la provincia. Diventò molto più sicuro viaggiare nella Gallia Transalpina e percorrere le importanti rotte terrestri che giungevano in Spagna, mentre la stessa Italia si ritrovò decisamente più protetta dalle invasioni delle tribù settentrionali che seguivano i percorsi dei Cimbri e dei Teutoni. Non c’era il rischio di minacce imminenti da questa direzione, e Cesare non ebbe simili preoccupazioni strategiche quando avviò le sue campagne militari, ma anche da questo punto di vista la conquista della Gallia si rivelò assolutamente vantaggiosa per la repubblica. Nel corso della Storia, comunque, l’espansionismo ha sempre portato molti più benefici ai singoli individui che agli Stati, e lo stesso avvenne nel caso dell’imperialismo romano. Il commercio con la Gallia era importante già prima dell’arrivo di Cesare, ma le sue campagne permisero ai mercanti romani di estendere i propri traffici in nuovi mercati – per esempio in Britannia – e di operare in condizioni molto favorevoli nella nuova provincia. Gli ufficiali e il seguito di Cesare si arricchirono in maniera anche più rapida grazie alla sua generosità e alla spartizione del bottino e degli schiavi. Non era un uomo avaro, spese grandi somme della sua nuova ricchezza nella costruzione di edifici e nell’organizzazione di spettacoli pubblici e, su un piano più personale, elargì numerosi prestiti senza interessi e regalò denaro ad alcuni uomini per avere il loro sostegno. Molte persone che non erano mai state in Gallia trassero benefici dalla sua conquista.
Le vittorie galliche apportarono vantaggi alla repubblica e agli individui, però furono tutti minimizzati dal cambiamento immediato e irreversibile che subirono la fortuna e il prestigio di Cesare. Nel 50 a.C. era diventato più ricco, si era creato un’estesa rete di amicizie e clientele e vantava una quantità di gloriosi successi eguagliata solo da Pompeo. Per molti anni aveva manifestato le intenzioni di tornare a Roma per avere un secondo consolato e il suo successo elettorale era praticamente garantito, dal momento che aveva sempre goduto di una grande popolarità tra i votanti e possedeva ormai abbastanza denaro per poter contare sul loro favore. Una legge molto vecchia, ripristinata da Silla durante la sua dittatura, stabiliva che dovevano passare almeno dieci anni tra due consolati. Si era fatta un’eccezione con Pompeo nel 52 a.C., una delle tante fasi non convenzionali della sua carriera, ma la legge continuava ad essere in vigore e Cesare non voleva un trattamento preferenziale. Decise di candidarsi alle elezioni nell’autunno del 49 a.C. per conseguire il consolato nel gennaio del 48 a.C., dieci anni dopo la scadenza del suo primo mandato. Le controversie di quell’anno continuavano a perseguitarlo e Cesare sapeva che sarebbe stato processato appena fosse diventato un normale cittadino, per questo motivo desiderava passare direttamente dall’incarico proconsolare a un secondo consolato. La legge proposta dai dieci tribuni nel 52 a.C. – accolta inizialmente con un po’ di riluttanza – gli aveva dato la possibilità di candidarsi aggirando le consuete regole per entrare in città. Pompeo e Crasso lo avevano già fatto nel 71 a.C., rimanendo in attesa con i loro eserciti nei pressi di Roma e attraversando il confine prestabilito solo dopo aver ottenuto il consolato. Una volta diventato console – affiancato possibilmente da un collega, un uomo fidato come Labieno o qualche altro suo legato – Cesare avrebbe potuto presentare un progetto legislativo per ricompensare con possedimenti terrieri i suoi ufficiali e per consolidare il suo insediamento in Gallia, nonché altre proposte di legge per accrescere la propria popolarità in varie fasce della società. Se fosse tornato al centro della vita pubblica, avrebbe avuto un anno di tempo per conquistare il favore dei suoi nemici politici, o al massimo per diventare ancora più potente e dissuaderli dall’attaccarlo in tribunale. Non sappiamo quali fossero i suoi piani per il futuro, e probabilmente anche lui li ignorava in quel momento, voleva solo aspettare il corso degli eventi. Un’opzione avrebbe potuto essere un nuovo comando provinciale, forse contro i Parti per vendicare la disastrosa sconfitta di Crasso, oppure un incarico simile a quello di Pompeo, che gli permettesse di mantenere l’imperium e controllare le legioni stazionando nei dintorni di Roma3.
Quando giunse il momento, però, nulla andò come Cesare aveva previsto. Non ebbe un secondo consolato, né riconoscimenti per il suo successo in Gallia e per i giochi in onore di sua figlia e, invece di essere considerato, al pari di Pompeo, uno degli uomini più illustri della repubblica, tornò come un ribelle. I suoi avversari politici avevano idee del tutto diverse sulle modalità del suo ritorno, così come lo stesso Pompeo. Ci furono dei tentativi di negoziazione, delle proposte di compromesso, ma alla fine si rivelò impossibile trovare una soluzione che fosse accettabile per tutti. L’ostinazione, l’orgoglio e i sospetti dei vari implicati, così come gli annosi livori personali, condussero in un vicolo cieco, e neanche l’ottimista convinzione che alla fine gli oppositori avrebbero ceduto riuscì a sbrogliare la situazione. Alcuni avevano presagito la possibilità di una guerra civile già un anno prima del suo scoppio effettivo, ma solo un numero esiguo di persone coinvolte la auspicava davvero. La maggior parte, tra cui Cesare e Pompeo, fu trascinata gradualmente e con ritrosia in una situazione in cui alla fine credette di non avere più alcuna valida alternativa. È difficile stabilire il momento in cui lo scontro diventò davvero inevitabile. La guerra civile non si scatenò a causa di problemi significativi o di ideologie contrastanti, ma dipese esclusivamente dalle posizioni personali e dalla dignitas delle varie personalità coinvolte, in particolar modo quella di Cesare. Quando, negli anni successivi, a Roma si consolidò il dominio degli imperatori, alcune persone credettero che Cesare avesse pianificato la rivoluzione e l’instaurazione della monarchia già durante la propria giovinezza. Nessuna testimonianza supporta tale tesi, mentre le sue azioni non alludono minimamente a un simile piano. Cesare desiderava solo un ritorno pacifico per assumere un ruolo preminente nella repubblica e per far sì che il suo prestigio, la sua influenza e auctoritas fossero riconosciuti da tutti i senatori, anche da quelli che lo disprezzavano. Il ricorso all’uso della forza armata per proteggere la propria posizione fu un fallimento politico sia per Pompeo che per Cesare4.
La pressione su Cesare era aumentata gradualmente. Nel 55 a.C. Catone condannò le sue azioni contro gli Usipeti e i Tencteri, ma le probabilità che il senato assecondasse davvero la sua richiesta e destituisse il proconsole favorendo i Germani furono minime. Il triumvirato era stato rinnovato a Lucca, e Pompeo, Crasso e Cesare – soprattutto i primi due, che vivevano a Roma – erano troppo potenti e nessuno osava opporsi. A Domizio Enobarbo si poté negare il consolato solamente per un anno, ma la sua ambizione di sostituire Cesare al comando in Gallia fu stroncata senza molte difficoltà. La morte di Giulia indebolì il legame tra Cesare e Pompeo, mentre quella di Crasso alterò in maniera sostanziale gli equilibri della vita pubblica romana, poiché molte personalità di rilievo erano in debito nei suoi confronti per prestiti e favori ricevuti in passato, e il figlio Marco era troppo giovane e inesperto per gestire la rete di clientele e amicizie politiche del padre. Alcuni di questi uomini si schierarono con Pompeo, altri con Cesare, ma i legami non poterono avere immediatamente la stessa forza di quelli avuti con Crasso, che aveva impiegato molti anni e numerosi sforzi per incrementare il suo capitale politico e finanziario. La maggior parte dei detrattori di Cesare in passato era stata ostile anche a Pompeo, soprattutto quando nel 52 a.C. cercò di farsi nominare unico console con una mozione di Bibulo respinta poi da Catone. Quest’ultimo continuò a sottolineare la propria indipendenza politica e disse schiettamente a Pompeo che gli avrebbe dato dei consigli per il bene della repubblica senza che ciò potesse implicare un’amicizia personale tra loro, un episodio che indubbiamente contribuì a non fargli ottenere il consolato. Pompeo, però, grazie al suo nuovo matrimonio e alla volontà di ripristinare l’ordine nello stato, riuscì a guadagnarsi le simpatie di numerosi senatori importanti, ai quali piaceva essere conosciuti come i «buoni» (boni) – o a volte gli «ottimati» (optimates) – e che provenivano perlopiù da famiglie molto illustri. Nel 52 a.C. appoggiarono volentieri Pompeo per arginare la violenza che stava turbando la vita pubblica, soprattutto perché, a parte Milone, praticamente tutti i condannati nei processi del nuovo tribunale erano sostenitori di Clodio. Catone disse addirittura che Milone meritava l’assoluzione perché aveva tutelato il bene della repubblica uccidendo il suo rivale5.
Nel 51 a.C. Marco Claudio Marcello diventò console e cominciò a sferrare attacchi contro Cesare, che era il suo nemico personale. Il motivo di tale ostilità non è molto chiaro, sebbene un fattore essenziale fu senza dubbio il risentimento per il monopolio esercitato dai triumviri su tutti gli incarichi più importanti. Normalmente, la possibilità di servire la repubblica e di raggiungere la gloria doveva essere appannaggio degli uomini provenienti dalle grandi famiglie aristocratiche (come lo stesso Marcello, suo fratello e suo cugino). Un attacco a Pompeo sarebbe stato troppo rischioso in quel momento, data la sua potenza, mentre Cesare sembrava vulnerabile. Marcello dichiarò apertamente di voler richiamare Cesare dal suo comando, dal momento che la sua grande vittoria su Vercingetorige, festeggiata pubblicamente a Roma, aveva sancito la fine della guerra in Gallia. Tale giustificazione era necessaria perché la legge di Crasso e Pompeo del 55 a.C. aveva prorogato di altri cinque anni l’incarico di Cesare. Marcello affermò anche che la nuova legge di Pompeo sui mandati provinciali sostituiva quella dei tribuni che garantiva a Cesare la possibilità di candidarsi per un secondo consolato senza dover ritornare in città. Agli inizi di marzo Pompeo espresse la propria disapprovazione in merito alle intenzioni del console. Oltre al legame esistente con Cesare, ritenne del tutto offensivo che la sua legge venisse messa in discussione in quel modo, soprattutto perché la stessa includeva delle clausole che proibivano sue modifiche nelle successive riunioni del senato o dell’assemblea. Rese chiaro che non avrebbe mai appoggiato alcun tentativo di richiamare Cesare prima della scadenza legale del suo incarico di proconsole.
A luglio il senato interrogò Pompeo riguardo alla legione «prestata» a Cesare dopo la sconfitta di Cotta e Sabino e gli intimò di riportarla sotto il proprio comando diretto. Con ritrosia Pompeo dichiarò che lo avrebbe fatto, ma rifiutò di subire costrizioni e non fissò alcuna data precisa per il ritorno delle sue truppe. Marcello continuò a fare pressioni e, dopo un rinvio, il primo di settembre riuscì a ottenere una discussione sul problema della provincia di Cesare. Il senato si riunì all’esterno del confine ufficiale della città affinché potesse partecipare al dibattito anche Pompeo, il quale affermò nuovamente che non era compito del senato discutere riguardo a tale questione in quel momento. Suo suocero, Metello Scipione, presentò una mozione per rinviare la discussione al 30 marzo del 50 a.C. e Pompeo fu chiaramente d’accordo. Marcello riuscì a fissare un altro incontro il 29 settembre per approfondire l’argomento, e Pompeo vi partecipò nuovamente. Il console presentò una mozione simile a quella di Scipione per posticipare il dibattito sulle «province consolari» al primo di marzo o a partire da quella data, e fu approvata. Furono affrontate anche altre questioni, una per evitare che i tribuni ponessero veti alla decisione di quella seduta e un’altra per avviare la procedura di congedo per i soldati di Cesare che avevano raggiunto il termine legale di servizio – che in quel periodo era all’incirca di sedici anni – o che avevano altri motivi per ottenere un congedo onorevole. Entrambe le proposte furono bloccate da due o più tribuni, così come un’altra che riguardava le nomine dei comandi provinciali propretoriani e che avrebbe coinvolto anche gli uomini che attendevano di occupare gli incarichi che si sarebbero liberati alla scadenza del mandato di Cesare6.
La vittoria di Marcello fu parziale. Cesare continuò ad essere considerato il legittimo governatore delle sue tre province quando terminò il mandato del console, ma all’inizio dell’anno aveva mostrato segni di frustrazione all’idea di poter agire nel senato esclusivamente attraverso i suoi delegati. Nel 59 a.C., con la riforma agraria da lui attuata, aveva istituito una colonia a Como, nella Gallia Cisalpina, a nord del fiume Po, e durante il suo periodo in Gallia aveva trattato i Transpadani come cittadini romani, nonostante avessero solamente lo status latino. Marcello ordinò la fustigazione di un ex-magistrato della colonia, una punizione che fu risparmiata ai cittadini, e poi gli disse di tornare da Cesare e di «mostrargli le sue frustate». Fu un atto riprovevole, che disgustò Cicerone quando ne venne a conoscenza e che indica fino a che punto Marcello detestasse Cesare. Sebbene non fosse riuscito a richiamare il proconsole dal suo incarico, aveva sollevato varie questioni in merito al suo futuro. Alcuni commenti di Pompeo durante e dopo il dibattito del 29 settembre incoraggiarono gli avversari di Cesare: dichiarò che non avrebbe permesso la destituzione di Cesare prima del primo marzo del 50 a.C., ma che dopo tale data il suo atteggiamento sarebbe stato diverso. Questa affermazione lascia intendere che quello stesso giorno sarebbe scaduto il mandato che Cesare aveva avuto grazie alla legge fatta approvare da lui e da Crasso. Quando gli domandarono come si sarebbe comportato se un tribuno avesse posto dei veti alla decisione del senato, la risposta di Pompeo implicò una scarsa complicità con il suo alleato ed ex-suocero. Disse che non importava che Cesare si opponesse al senato di persona o attraverso un tribuno, entrambe le opzioni sarebbero state scorrette. Cicerone non si trovava a Roma in quel periodo, era andato controvoglia a governare la Cilicia, come previsto dalle nuove regolamentazioni introdotte nel 52 a.C. Fortunatamente uno dei suoi corrispondenti – lo stesso Celio Rufo che aveva difeso con successo nel 56 a.C. e che era diventato un edile – gli inviò un resoconto dettagliato in cui è menzionata un’ultima domanda posta a Pompeo: «Disse un altro: “E se volesse allo stesso tempo essere console e avere il comando di un esercito?”. Al che Pompeo rispose in modo mite: “E se mio figlio volesse bastonarmi?”. Tali parole hanno fatto venire il sospetto a molti che Pompeo sia in lite con Cesare»7.
L’esatta scadenza del mandato provinciale di Cesare è stata una questione a lungo dibattuta negli ambienti accademici e non è mai stata del tutto risolta. È evidente che il primo marzo del 50 a.C. avesse una qualche attinenza perché Pompeo indicò tale data per poter valutare una possibile sostituzione. Ciò indica che la legge che nel 55 a.C. permise la proroga dell’incarico di Cesare fu approvata nel febbraio di quello stesso anno. Pertanto i cinque anni concessi a Cesare cominciarono nel 55 a.C. e terminarono il primo marzo del 50 a.C., giorno chiamato dai Romani «calende di marzo». A partire da quel momento, il senato avrebbe potuto nominare un nuovo governatore e l’incarico di Cesare sarebbe terminato appena fosse arrivato il sostituto. Cesare chiaramente interpretò la legge in maniera diversa, convinto che la dilazione quinquennale fosse cominciata quando era terminato il mandato originario. Ad ogni modo, pare che non fece alcun annuncio formale sull’ipotetica scadenza del proprio incarico. È possibile che la stessa legge fosse imprecisa perché fu stilata di fretta e in un momento in cui l’alleanza del triumvirato era ancora salda. La situazione si complicò ulteriormente quando i dieci tribuni approvarono il progetto di legge che garantiva a Cesare la possibilità di candidarsi alle elezioni senza dover stare necessariamente a Roma. Ciò significava che non sarebbe stato sostituito in Gallia fino al momento delle elezioni, un periodo di circa diciotto mesi, se la fine del suo incarico era nel marzo del 50 a.C., e che avrebbe aspettato le elezioni consolari dell’autunno del 49 a.C.8
Domizio Enobarbo desiderava da tempo il comando in Gallia e aveva attaccato il consolato di Cesare sin da quando era pretore. Anche Catone espresse con veemenza le sue critiche e affermò ripetutamente le sue intenzioni di portare Cesare in tribunale per gli avvenimenti del 59 a.C., giurando che ci sarebbe riuscito. Negli ultimi tempi insisté affinché Cesare subisse un processo simile a quello di Milone, con il tribunale circondato da soldati armati. Anche Bibulo continuava a serbare rancore, sebbene in quel periodo, come Cicerone, fosse stato mandato in Siria a governare la provincia. Marcello, suo fratello e suo cugino gli erano tutti ugualmente ostili, e neanche Metello Scipione nutriva simpatie nei suoi confronti. Erano tutti accomunati dal desiderio di impedire che Cesare tornasse per un secondo consolato ed evitasse il processo. Eppure, nonostante l’odio profondo, tutto sarebbe stato inutile, se Pompeo avesse deciso di appoggiare Cesare, perché con il suo sostegno il proconsole avrebbe potuto ottenere qualsiasi cosa. Pompeo aveva l’imperium proconsolare e un esercito schierato in Spagna, perciò senza di lui non ci sarebbe stata nessuna forza con la quale minacciare Cesare, e ancor meno la possibilità di contrastarlo qualora si fosse giunti al conflitto armato. I rivali di Cesare non sarebbero riusciti a ottenere nulla senza il sostegno di Pompeo, come dimostrato chiaramente dal fallimento di Marcello, che aveva tentato invano di richiamare il proconsole dalla Gallia nel 51 a.C. Allo stesso modo, anche Cesare avrebbe faticato a rimanere al comando e a tornare a Roma come aveva pianificato, se non avesse avuto l’appoggio di Pompeo o, almeno, una situazione di neutralità. Come spesso accadeva in simili circostanze, nessuno sapeva quali fossero le intenzioni di Pompeo. Nell’autunno del 51 a.C., Celio aveva già sospettato un’incrinatura tra i due triumviri rimasti. La posizione di Pompeo era estremamente forte e, alla fine, la sua più grande preoccupazione divenne quella di capire come trarre profitto da tale predominio e come preservarlo. Cesare aveva bisogno del suo aiuto per riuscire a ottenere ciò che voleva, così come i suoi avversari, ai quali Pompeo si era avvicinato negli ultimi anni. Se Cesare fosse tornato con tutta la gloria e la ricchezza derivanti dalle sue vittorie in Gallia, avrebbe raggiunto il suo stesso potere, e forse, con il passare del tempo e grazie alla sua abilità politica, l’avrebbe anche superato. Tuttavia, se Cesare fosse stato estromesso dalla vita pubblica, come auspicavano Catone, Domizio, i Marcelli e i loro alleati, questi avrebbero fatto a meno anche di lui e avrebbe potuto ritrovarsi relegato all’impotenza politica, com’era accaduto quando era tornato dall’Oriente nel 62 a.C. In quel momento Pompeo era comunque in una posizione di vantaggio, e dimostrò a Cesare e ai suoi avversari che avevano bisogno del suo aiuto, ma non lo garantì a nessuno9.
Il nuovo anno sembrò propizio per i nemici di Cesare. Un altro Marcello divenne console dopo essere stato assolto da un’accusa di corruzione elettorale e il suo collega fu Lucio Emilio Lepido Paolo, figlio del Lepido che si era ribellato nel 78 a.C. e che era stato messo a tacere da Pompeo. Nonostante le sue origini, neanche lui nutriva simpatie nei confronti di Cesare, ma ad ogni modo fu interamente occupato nella ricostruzione della Basilica Fulvia-Aemilia, un magnifico monumento dedicato a un antenato della sua famiglia. Uno dei nuovi tribuni fu Curione il Giovane, che nel 59 a.C. era stato uno dei pochi a criticare pubblicamente il triumvirato. In quel periodo ebbe uno stretto rapporto di amicizia con Celio, l’attivo corrispondente di Cicerone. Entrambi erano membri illustri di una generazione di Romani noti per la loro vita dissoluta, che, unita alle loro grandi ambizioni, gli procurò spesso molti debiti. Marco Antonio fu un altro esponente di questo gruppo di giovani libertini, e pare che Curione sia stato il primo a introdurlo ai piaceri della prostituzione, del vino e di uno stile di vita caratterizzato dal lusso e dalla stravaganza. Le conseguenze non tardarono ad arrivare e Marco Antonio si ritrovò pesantemente indebitato. Il padre di Curione gli proibì di mettere piede nella sua casa a meno che il suo stesso figlio non si mostrasse disposto a pagare i debiti dell’amico. Di recente Curione aveva speso una somma esorbitante per organizzare i giochi funebri in onore di Curione il Vecchio morto nel 53 a.C. Fece costruire anche un anfiteatro di legno che girava e si divideva in due teatri semicircolari, per permettere la visione di spettacoli differenti. Poco tempo dopo sposò la vedova di Clodio, l’energica e coraggiosa Fulvia. Questi giovani uomini – che erano ancora «adolescenti» nel senso romano del termine – erano dotati di talento, però la generazione precedente non si fidava molto di loro.
Celio era convinto che Curione stesse pianificando un attacco a tutto campo contro Cesare, ma una delle sue prime azioni da tribuno fu la proposta di un nuovo progetto per distribuire le terre ai poveri. L’ostilità dei consoli bloccò la sua applicazione, così propose un disegno di legge per offrire gratuitamente il grano ai cittadini romani e un programma quinquennale per costruire nuove strade in Italia. Nello stesso periodo iniziò a palesare l’intenzione di appoggiare la causa di Cesare negli incontri pubblici. In seguito si vociferò che Cesare avesse comprato il suo aiuto saldando i suoi enormi debiti con l’oro proveniente dai bottini della Gallia. Velleio Patercolo fa riferimento a delle dicerie sul versamento di una tangente di due milioni e mezzo di denari, mentre Valerio Massimo menziona l’esorbitante somma di quindici milioni. I pettegolezzi sicuramente esagerarono la cifra, ma in un certo senso Cesare fece per Curione ciò che Crasso aveva fatto tempo addietro per lui, coprendo i suoi immani debiti per avere un alleato politico. Si disse anche che Paolo ricevette una somma di nove milioni di denari per completare i suoi progetti edili. Entrambi gli uomini erano ambiziosi aristocratici romani che pensarono ai propri interessi quando decisero di supportare Cesare, perché in quel momento credettero che avrebbero tratto vantaggi dal suo appoggio. Curione probabilmente rimase frustrato dall’arenamento delle sue proposte di legge e non ebbe alcun motivo per supportare gli esponenti più illustri del senato10.
I profitti delle vittorie permisero a Cesare di ottenere utili amicizie tra i magistrati. Quando Marcello, come stabilito, sollevò la questione del mandato di Cesare il primo marzo del 50 a.C., il suo collega non lo appoggiò, ma il vero contrattacco fu guidato da Curione, che criticò soprattutto la posizione di Pompeo. Il tribuno argomentò che, se Cesare doveva essere sostituito nel suo comando in Gallia, allora, per il bene della repubblica, sarebbe stata opportuna anche la contemporanea rinuncia di Pompeo al proprio incarico straordinario nelle province spagnole. Era una proposta che aveva già presentato in diverse riunioni pubbliche con l’approvazione della folla. Cesare era sicuramente d’accordo con la tattica utilizzata da Curione, ed è probabile che gliel’avesse suggerita lui stesso. Il comando in Spagna era stato rinnovato nel 52 a.C. e mancavano ancora molti anni alla sua scadenza, perciò non c’erano le basi legali per una simile proposta, però servì a ricordare che Pompeo aveva assunto una posizione senza precedenti e lo pose sullo stesso piano di Cesare, sottolineando che o entrambi o nessuno dei due dovevano godere degli onori che aveva loro concesso il popolo romano. Da un punto di vista più personale, servì a dimostrare a Pompeo che era anche nel suo interesse mantenere l’alleanza con Cesare, dal momento che la sua posizione non era così forte come lui pensava. L’aggiunta di questo elemento nella discussione raddoppiò i rischi, ma in parte frenò anche l’iniziativa degli avversari di Cesare. All’inizio rimasero stupefatti, e per vari mesi ci fu uno stallo perché Curione pose il veto a tutti i tentativi del senato di agire contro Cesare. Ad aprile Celio scrisse nuovamente a Cicerone:
Quanto alle cose pubbliche, tutta la questione riguarda le province: pare che Pompeo abbia affermato con il senato di volere che Cesare parta dalle Gallie alle idi [il 13, nda] di novembre. Curione è determinato a rischiare tutto, piuttosto che a permettere questo, ha abbandonato tutti gli altri progetti. I nostri, poi, che ben conosci, non vogliono portare la cosa all’estremo. Tutto l’affare si riassume in questo: Pompeo, come se non volesse attaccare Cesare, ma solo sostenere ciò che gli pare ragionevole, disapprova il comportamento di Curione. Ma ad ogni modo non vuole che Cesare sia nominato console prima di aver rinunciato all’esercito e alla provincia. Curione lo incalza e critica tutto il suo secondo consolato. Ricorda le mie parole: se daranno addosso a Curione, Cesare verrà a difenderlo; se invece avranno paurà dell’avversario, Cesare rimarrà nella provincia fino a quando vorrà11.
Si ignora il motivo per il quale Pompeo stabilì che il comando di Cesare doveva terminare il 13 novembre. Non fu una grande concessione, perché il proconsole avrebbe dovuto comunque aspettare quasi un anno prima delle elezioni consolari dell’autunno del 49 a.C. Sarebbe stato accettabile se avesse voluto candidarsi al consolato nelle elezioni del 50 a.C., ma non sembrava intenzionato ad aggirare la legge che imponeva un intervallo di dieci anni tra due consolati. Ad ogni modo, e date le circostanze, probabilmente non avrebbe mai rischiato di prendere una simile iniziativa. A giugno Celio riferì che Marcello aveva proposto delle negoziazioni con i tribuni, ma il senato respinse ogni compromesso. Curione continuò a insistere sul fatto che il comando di Cesare non doveva essere discusso in modo indipendente e che il proconsole meritava un trattamento simile a quello di Pompeo. Un anno prima si era parlato di un ipotetico ritorno di Pompeo in Spagna, mentre in quel periodo si valutò la possibilità che o lui o Cesare dovessero andare a combattere contro i Parti. Cicerone temeva che Cesare potesse invadere le province orientali di Roma prima della scadenza del suo mandato da governatore in Cilicia, consapevole che, una volta avviato l’attacco, sarebbe stato disonorevole per lui abbandonare il proprio incarico. Quell’estate il senato decise di prendere una legione dall’esercito di Pompeo e una da quello di Cesare e di inviarle sul confine partico per rinforzare le truppe romane. Pompeo decise di mandare quella che aveva prestato a Cesare nel 54 a.C. e che da allora lo aveva seguito nelle sue campagne militari. Per Cesare significò la perdita di due legioni, ma prima della loro partenza diede a ciascun soldato duecentocinquanta denari, una somma superiore al salario di un anno. L’intera faccenda sembrò ancora più sospetta quando le unità tornarono in Italia insediandonsi, e nessuno fece alcuno sforzo per inviarle all’estero. Un giovane membro della famiglia Claudia aveva radunato le truppe in Gallia ed era tornato a Roma affermando che nell’esercito di Cesare regnava lo scontento. Era esattamente ciò che Pompeo voleva sentire.
Subito dopo Pompeo si ammalò e, poiché la febbre non accennava a diminuire, si trattò probabilmente di malaria. In maniera apparentemente spontanea, in tutta l’Italia le persone cominciarono a pregare e a fare offerte per far guarire l’uomo che aveva compiuto gesta per il bene della repubblica. Quando guarì, la folla esultò gioiosa e si accalcò lungo la strada che da Napoli conduceva a Roma per salutarlo. Pompeo era sempre stato adorato, dalle sue mogli, dai suoi soldati e dalla gente in generale, e si sentì profondamente commosso. In maniera pericolosa, però, interpretò quell’entusiasmo come l’appoggio incondizionato alla sua causa da parte del popolo. Mentre era ancora malato, inviò un messaggio al senato, con l’intenzione di dimettersi dal suo incarico, assicurando che Cesare avrebbe fatto lo stesso. Curione fu entusiasta dell’idea, a patto che fosse lui il primo a lasciare il mandato. Ad agosto Celio informò Cicerone della possibilità di una guerra civile: «Se nessuno dei due dovesse partire per una guerra in Partia, vedo grandi discordie nel futuro, che verranno risolte con il freddo dell’acciaio e la forza bruta. Entrambi sono pronti nello spirito e con gli eserciti»12.
L’idea di un conflitto, a parte pochi sostenitori, non entusiasmava nessuno, e lo dimostrò la discussione sull’argomento che il senato ebbe il primo di dicembre. Curione propose nuovamente che sia Cesare che Pompeo dovessero abbandonare i loro mandati contemporaneamente. Il console Marcello divise tale proposta in due mozioni separate: la prima, sulle dimissioni di Cesare, fu approvata dalla stragrande maggioranza, mentre la seconda, su quelle di Pompeo, fu respinta con un ampio margine. Quando Curione chiese al senato di votare un’unica mozione sulle dimissioni di entrambi, il risultato fu del tutto eloquente. Solamente ventidue senatori votarono contro, mentre più di trecentosettanta la appoggiarono. I pedarii «degli ultimi banchi» furono fedeli al proprio nome e votarono con i piedi, nonostante la maggior parte delle personalità più influenti si trovasse tra i ventidue che avevano votato contro. Marcello abbandonò l’assemblea dichiarando: «Siate schiavi di Cesare, se è ciò che volete!», e i voti furono ignorati. Non fu una vittoria per Cesare, dal momento che la maggioranza voleva che lui lasciasse il suo esercito e le sue province, e che Pompeo mantenesse l’incarico. Alla fine, comunque, le votazioni dimostrarono soprattutto che il senato desiderava la pace. Era evidente che non appoggiava la causa di Cesare, ma non era neanche disposto a correre il rischio di una guerra civile per colpa di Pompeo, o addirittura di Catone, Domizio e dei loro alleati. In quel periodo Cicerone era tornato in Italia dalla sua provincia e la sua opinione era simile: credeva che le richieste di Cesare fossero assolutamente eccessive ma, nonostante ciò, preferiva assecondarle, piuttosto che rischiare una disgregazione della repubblica. Come molti altri, ricordava i giorni bui della lotta tra Silla e i sostenitori di Mario, e non voleva che si ripetesse una situazione simile. Dal suo punto di vista, esisteva ancora la possibilità di raggiungere un compromesso e una soluzione pacifica. Forse c’era, ma l’atteggiamento degli implicati nella disputa si era indurito a tal punto da rendere la guerra ormai inevitabile13.
C’era un nucleo di senatori eminenti che detestava Cesare per questioni personali o politiche. La maggior parte di quest’odio era abbastanza irrazionale, e dipendeva dai ricordi del suo comportamento da popularis quando fu edile e pretore, o del suo turbolento consolato. Per Catone e i suoi alleati, Cesare era paragonabile a un Catilina che non aveva mai palesato la sua infamia. Avevano visto il fascino che esercitava sulle persone – sulle mogli degli altri uomini così come sulla folla che si riuniva nel Foro –, però credevano di aver capito ciò che si celava dietro al suo carisma, e il fatto che nessun altro se ne rendesse conto li faceva sentire ancora più frustrati. La passionale relazione che Cesare ebbe con la sorellastra di Catone non fece che acuire il risentimento di quest’ultimo. Catone, suo genero Bibulo e suo cognato Domizio Enobarbo si erano scagliati contro Cesare in passato e avevano avuto i loro momenti di successo. La maggior parte delle volte, però, erano riusciti solo a farlo diventare sempre più potente, fino a quando, nel 59 a.C., si erano fatti sovrastare del tutto. Disprezzavano Cesare, e il fatto che avesse un talento eccezionale nella vita pubblica e nel comando degli eserciti era ancora più umiliante. Appio Claudio, fratello maggiore di Clodio, aveva collaborato con Cesare per molto tempo ed era ossessionato dal voler preservare la dignità della sua antica discendenza patrizia. Una delle sue figlie era sposata con Bruto, figlio di Servilia e nipote di Catone, mentre un’altra era la moglie del figlio maggiore di Pompeo. L’opposizione a Cesare non proveniva solamente dalla numerosa famiglia di Catone, poiché famiglie come quelle dei Marcelli e dei Lentuli non volevano che il successo elettorale di cui godevano in quel momento potesse eclissarsi a causa sua. A Metello Scipione interessava sia onorare i suoi famosi antenati – reali o adottati – che sfruttare i vantaggi apportati dall’alleanza matrimoniale con Pompeo.
Fondamentalmente nessun senatore romano accettava che un altro uomo lo superasse quanto a gloria e influenza. La loro ostilità non dipese dalle azioni di Cesare: la maggior parte sarebbe stata felice di lodare le stesse imprese, specialmente le vittorie in Gallia, se solo fossero state fatte da un altro uomo, o meglio, da più uomini, per evitare che un singolo individuo acquisisse troppo prestigio. Gli uomini delle famiglie illustri erano cresciuti nella convinzione di meritare la guida della repubblica, ma la potenza di Cesare li aveva privati di tale diritto. Ora, finalmente, avevano la possibilità di porre fine alla sua carriera, magari in un tribunale che condividesse la loro stessa opinione sull’accusato e sulla necessità di sbarazzarsi di lui o, in caso contrario, con l’uso della forza armata. L’appoggio di Pompeo avrebbe facilitato l’applicazione di tale vendetta, pertanto la sua anomala posizione in quel momento non destava troppe preoccupazioni. In futuro avrebbero potuto disfarsi anche di lui, o almeno limitare il suo predominio. Pompeo aveva fomentato gli avversari di Cesare sin dalla prima volta che aveva lasciato intendere di non voler assecondare ad ogni costo le sue richieste. Pare che Catone confidò sinceramente che si evitasse la guerra civile e, quando scoppiò, fece tutti gli sforzi possibili per attenuare la sua violenza. Sperò che Cesare fosse costretto ad arrendersi con la forza. L’atteggiamento dei suoi alleati, invece, fu meno chiaro, e alcuni si augurarono di trarre profitto dalla guerra. Cicerone rimase sorpreso e piuttosto disgustato dall’aggressività mostrata da molti di questi uomini. Inoltre non capiva il motivo di un simile accanimento, dopo che per molti anni gli avevano permesso di diventare così potente14.
L’atteggiamento di Pompeo fu diverso. Alla fine sarebbe stato comunque contento del ritorno di Cesare nella vita pubblica, a condizione che non fosse stato considerato suo pari o, peggio, superiore. Questo desiderio si era intensificato con il passare dei mesi e con gli sforzi fatti da Curione per porre i due uomini sullo stesso piano. Era riuscito ad accettare il paragone con Crasso perché quest’ultimo era più anziano di lui e aveva combattuto con Silla e, cosa ancora più importante, aveva sempre confidato nel fatto che il proprio carisma e le sue prodezze militari – tre trionfi rispetto alla semplice ovazione di Crasso – gli avessero dato un grande vantaggio sul rivale. Cesare era solamente sei anni più giovane di lui ma, quando Pompeo aveva già schierato e guidato i suoi eserciti alla vittoria, egli non era ancora nessuno, e da questo punto di vista la sua carriera era indietro di decenni. Provava più simpatia per Cesare che per Crasso, forse perché all’inizio non lo considerava un rivale. Anche dopo i successi di Cesare in Gallia, in Germania e in Britannia, continuò comunque a considerarlo un alleato di minore importanza. Dopotutto lui era riuscito a vincere in tre continenti – Europa, Asia e Africa – e aveva sconfitto molti avversari, alcuni dei quali romani, e non solo tribù barbare. «E se mio figlio volesse bastonarmi?», era una risposta che implicava non solo la facilità con la quale contrastare la minaccia, ma anche l’assurda probabilità che una simile cosa sarebbe potuta accadere. Pompeo non voleva la guerra civile, ma non aveva dubbi che sarebbe riuscito a vincerla se, nel peggiore dei casi, fosse stata inevitabile. In quel periodo cominciò a vantarsi che gli sarebbe bastato sbattere i piedi a terra per far spuntare gli eserciti dal suolo italico. Alla fine Cesare avrebbe capito che doveva rispettare Pompeo, accettare le condizioni che gli avrebbe posto per tornare a Roma e confidare nella sua amicizia per avere la protezione nei tribunali. L’attacco di Curione alla sua posizione lo aveva reso meno incline a concedere troppe garanzie al proconsole della Gallia. Cesare probabilmente lo aveva capito, ma poteva essere ancora utile a Pompeo, il quale era consapevole che Catone e i suoi alleati non gradivano molto neanche lui.
Cesare in seguito affermò che fu costretto a combattere la guerra civile per difendere la sua dignitas, la sua reputazione. Dal suo punto di vista, le leggi approvate durante il suo consolato erano state necessarie ed efficaci, soprattutto le riforme agrarie. Da allora si era sempre impegnato a servire bene la repubblica, difendendo i suoi interessi e i suoi alleati, ed estendendo il potere romano in regioni che prima del suo arrivo non avevano mai visto una legione. Per questi risultati il senato lo aveva premiato con ben tre celebrazioni pubbliche dalla durata senza precedenti. Ora volevano accorciare prematuramente il suo mandato – almeno nella sua opinione –, mentre la legge proposta dai dieci tribuni nel 52 a.C., che esprimeva il volere popolare, stava per essere accantonata sia nel dettaglio che nello spirito. I suoi nemici, ignorando i suoi successi, non vedevano l’ora di attaccarlo e condannarlo a causa di vicende avvenute un decennio prima, durante il consolato. I grandi uomini della repubblica non erano mai stati portati in tribunale. Pompeo non era mai stato perseguito da quando era giovane, anche prima di aver radunato le sue legioni. Nessuno aveva mai osato processare Crasso. Il semplice fatto di essere costretto a difendersi avrebbe comportato un duro colpo all’orgoglio e all’auctoritas di Cesare. Il rischio che potesse essere condannato era anche concreto, soprattutto se il tribunale fosse stato controllato dai nemici. Durante il consolato il suo comportamento era stato abbastanza controverso, sebbene la colpa o l’innocenza raramente fossero i fattori determinanti nei giudizi dei tribunali romani. La sorte di Milone ne era un esempio, così come quella di Gabinio, l’uomo che durante il suo tribunato nel 67 a.C. assicurò a Pompeo il comando contro i pirati, e che durante il consolato con Calpurnio Pisone, il suocero di Cesare, consolidò la posizione del triumvirato. In seguito andò a governare la Siria e, su propria iniziativa, portò l’esercito in Egitto per restaurare al trono il deposto Tolomeo XII, un’impresa che si rivelò estremamente redditizia. Però era un personaggio molto impopolare e, nonostante la sua ricchezza e l’appoggio di Pompeo, quando tornò a Roma nel 53 a.C. fu condannato e costretto all’esilio.
Cesare avrebbe potuto facilmente subire un destino simile, ma dal momento che sarebbe stato attaccato sul piano politico, ogni cenno di vulnerabilità avrebbe sollecitato ulteriori processi. Se avesse abbandonato il suo mandato e si fosse fidato della protezione di Pompeo, avrebbe comunque corso un grande rischio. Anche se avesse deciso di supportare Cesare, non c’era la certezza che Pompeo sarebbe riuscito a salvarlo, e l’esilio di Cicerone era stata la dimostrazione della sua discutibile affidabilità. Se Cesare avesse lasciato il suo incarico, avrebbe potuto mantenere l’imperium e il comando di alcuni distaccamenti di truppe, e stazionare nei pressi di Roma per aspettare le celebrazioni del suo trionfo, che sicuramente gli sarebbero state dedicate per le sue vittorie in Gallia. Fino a quando non fosse entrato in città e avesse abbandonato il suo imperium, avrebbe evitato ogni processo. Ma non c’era alcuna garanzia che se avesse agito in questo modo gli sarebbe stato permesso di candidarsi comunque al consolato, come previsto dalla legge dei tribuni. Mentre manteneva il comando di tre province e di un esercito di dieci legioni, la sua posizione per negoziare era molto forte e, dopo più di un anno di continui attacchi al suo mandato, era molto restio a sacrificare tale vantaggio. Sapeva che i suoi nemici volevano distruggerlo e le intenzioni di Pompeo erano sempre state difficili da interpretare. Alla fine del 50 a.C. Cesare si sentì con le spalle al muro e fu poco disposto a fidarsi troppo del suo vecchio alleato15.
Un secolo dopo il poeta Lucano avrebbe scritto che «Cesare non poteva accettare qualcuno che lo superasse, né Pompeo qualcuno che lo eguagliasse». Per lui la guerra civile fu praticamente inevitabile dopo che la morte di Giulia aveva spezzato lo stretto legame che li univa, mentre quella di Crasso nella Partia aveva eliminato il timore che uno dei triumviri si ritrovasse a combattere da solo contro gli altri due. Questa convinzione fu abbastanza diffusa nell’antichità e pare attendibile, anche se implica che la guerra civile fu davvero inevitabile e tale certezza è piuttosto vaga. Anche negli ultimi mesi che precedettero lo scoppio della guerra, sia Cesare che Pompeo credettero che l’altro avrebbe ceduto o offerto almeno delle condizioni accettabili. La lunga disputa aveva eroso la fiducia reciproca e ciò rese molto più difficile ogni possibilità di compromesso; la posta in gioco era aumentata, così come il loro nervosismo per il pensiero di poter commettere un errore all’ultimo minuto. Il risultato delle elezioni autunnali accrebbe ulteriormente la tensione. Il terzo Marcello sarebbe diventato console all’inizio del nuovo anno, affiancato da un collega proveniente da un’altra nobile famiglia. Avevano battuto Servio Sulpicio Galba, che era stato un legato di Cesare per quasi tutta la durata delle campagne in Gallia, uno dei pochi patrizi a servire il proconsole con simile costanza. Appio Claudio e Calpurnio Pisone, il suocero di Cesare, divennero censori. Il primo cominciò a epurare il senato da tutti gli uomini che riteneva inadeguati, azione che fu vista con ironia, data la sua stessa dubbia reputazione, e si accanì soprattutto su quelli che venivano considerati alleati di Cesare. Sallustio, il futuro storico, fu espulso in quel periodo e si unì immediatamente a Cesare. Pisone e il console Paolo scagliarono un attacco contro Curione, ma ci fu una rissa in senato, durante la quale il tribuno strappò la toga del censore. Rimase vuoto anche un posto nel collegio sacerdotale degli àuguri e Domizio Enobarbo non tollerò di essere stato battuto da Marco Antonio nella corsa a tale incarico, perché quest’ultimo era stato anche eletto tribuno per l’anno successivo. Quasi tutti gli avversari di Cesare erano uniti solamente dall’odio nei suoi confronti, le loro azioni non erano affatto coordinate. Tuttavia, la sensazione generale che il proconsole della Gallia fosse vulnerabile fomentò la loro ostilità e rese Cesare ancora più nervoso e sospettoso. L’atteggiamento di entrambe le parti difficilmente avrebbe potuto portare a un accordo16.
Marco Antonio svolse un ruolo fondamentale negli avvenimenti che seguirono e vale la pena soffermarsi su questo stravagante personaggio. Si era già dimostrato un soldato coraggioso e di talento quando aveva guidato la cavalleria di Gabinio durante le operazioni in Egitto e in Giudea. Nel 52 a.C. divenne un questore di Cesare e fu in servizio nelle campagne contro Vercingetorige, così come nelle rivolte dell’anno successivo. I due uomini avevano un legame di parentela, perché la madre di Antonio, pur appartenendo a un altro ramo della dinastia, era una Giulia, il cui fratello, Lucio Giulio Cesare, fu console nel 64 a.C. Fedeli alla tradizione romana, sia il padre che il nonno di Antonio si chiamavano entrambi Marco Antonio. Suo nonno fu uno dei più grandi oratori della sua epoca, ma venne giustiziato nell’87 a.C., durante le epurazioni che seguirono il ritorno a Roma di Mario. A suo padre fu dato un incarico speciale per affrontare il problema dei pirati nel 74 a.C., ma non ebbe la stessa quantità di risorse che successivamente vennero assegnate a Pompeo e fu sconfitto. Poco dopo, quando Antonio aveva solo nove anni, morì. Sua madre si risposò subito e il ragazzo passò la maggior parte della sua adolescenza nella casa del patrigno Lentulo, uno dei congiurati catilinari che furono giustiziati per ordine di Cicerone nel 63 a.C. Probabilmente non fu questo il motivo principale per cui Antonio non tollerò mai l’oratore, ma non ci sono prove che l’intensa rivalità tra i due si sia sviluppata molto tempo dopo. Dopo la morte di Cesare, la retorica di Cicerone – in particolar modo le sue rinomate Filippiche, una serie di orazioni al vetriolo ispirate a quelle pronunciate in passato dal famoso oratore Demostene per mettere in guardia gli Ateniesi dalla minaccia costituita dal padre di Alessandro Magno, il re Filippo II di Macedonia – contribuì parecchio a rovinare la reputazione di Antonio. Eppure, nonostante le esagerazioni e i pregiudizi, altre fonti sostengono che la condotta di Antonio procurò davvero una grande quantità di materiale con cui Cicerone poté lavorare. Come già sottolineato, secondo la tradizione fu Curione a introdurre Antonio ai festini, al vino e alle donne (vedi p. 423). A prescindere dal fatto che sia vero o meno, non ci sono dubbi che Antonio fu entusiasta di tali piaceri e non mostrò il minimo autocontrollo. Era un uomo molto passionale, sembrava sempre sul punto di perdere la testa e metteva una gran forza in tutto quello che faceva. La sua oratoria e le sue doti nel combattimento – così come il suo attaccamento al vino e alle donne – sembravano irradiare un’energia che proveniva più dalla sua personalità che dall’abilità o dall’addestramento. Era un uomo grande e corpulento, e gli piaceva essere paragonato a Ercole, come Pompeo apprezzava quando lo equiparavano ad Alessandro. Durante il suo tribunato, fu difficile ignorare il carattere spigoloso di Antonio, e per gli avversari di Cesare fu ancora più difficile contrastarlo. Tuttavia, per le negoziazioni più delicate, Cesare doveva fare affidamento su uomini come Balbo, il cavaliere spagnolo che in privato si comportava come suo agente. Antonio difficilmente sarebbe riuscito a trasmettere l’impressione che Cesare fosse disposto ad accettare un compromesso e che non stesse pianificando di giungere a un secondo consolato17.
Anche i pettegolezzi e la disinformazione svolsero il loro ruolo nella crisi crescente. A ottobre cominciò a circolare la voce che Cesare avesse concentrato quattro legioni nella Gallia Cisalpina e fu interpretata come l’indizio che si stava preparando alla guerra. In realtà aveva solamente una legione nella provincia, la Tredicesima, che, secondo Cesare, era lì per proteggere le zone di confine dagli assalti dei barbari. Agli inizi di dicembre, poco dopo che l’indignato Marcello aveva abbandonato la seduta del senato in cui si volevano disarmare entrambi gli uomini ed evitare il conflitto, giunse a Roma la notizia che Cesare aveva già riunito tutto il suo esercito e invaso l’Italia. La storia non era vera, ma il console forse non lo sapeva e incitò il senato ad agire. Con l’aiuto di Curione e della schiacciante maggioranza restia a scatenare una guerra, il senato rifiutò. Accompagnato dai consoli eletti, ma non dal suo collega, Marcello andò da Pompeo e gli consegnò una spada, chiedendogli di proteggere la repubblica. Gli fu conferito il comando delle due legioni fatte rientrare dalla Gallia con la scusa della guerra in Partia e gli furono date disposizioni per radunare ulteriori truppe. Nessuna di queste azioni fu legale, dal momento che il senato aveva respinto il provvedimento e non aveva concesso poteri straordinari. Pompeo disse che avrebbe accettato l’incarico e combattuto qualora si fosse rivelato necessario. Cominciò a reclutare le truppe, ma non diede avvio ad alcuna azione offensiva; in parte perché i soldati non erano ancora pronti per combattere, ma anche a causa della scoperta che la diceria non aveva alcun fondamento.
La vita pubblica continuò a Roma come se non fosse successo nulla. Cesare, di fatto, non aveva minacciato nessuna guerra, perciò i suoi rivali non ebbero alcuna intenzione di essere considerati i promotori di un conflitto. È probabile che Marcello e Pompeo fossero più interessati a lanciare un segnale, a inviare un messaggio ai senatori per dimostrare ad essi la loro sicumera, e a Cesare la loro determinazione a reagire qualora li avesse provocati. Continuavano a sperare che avrebbe ceduto. Cesare era in una posizione svantaggiosa perché non poteva abbandonare la propria provincia per negoziare personalmente e doveva affidarsi alle lettere o ai suoi delegati. Curione cercò di convincere il senato ad approvare un decreto che condannasse le azioni di reclutamento di Pompeo e consigliasse agli onesti cittadini di rifiutare la chiamata alle armi. Questo tentativo fallì e, poiché l’anno di tribunato cominciava e finiva in anticipo rispetto al normale ciclo politico, il suo incarico terminò e partì per consultarsi direttamente con Cesare. Le intenzioni degli uomini di Cesare venivano minuziosamente esaminate, così come ciò che realmente facevano e dicevano. Il 6 dicembre, Irzio, il fidato rappresentante di Cesare, giunse in città, ma se ne andò dopo poche ore. Non fece visita a Pompeo e non attese l’incontro con Metello Scipione che era stato fissato per la mattina successiva. Pompeo disse a Cicerone che interpretò tale atteggiamento come il segno che la rottura con Cesare fosse ormai insanabile. Tuttavia, sebbene sia lui che gli altri fossero consapevoli dell’inevitabilità della guerra, continuavano ad augurarsi di non doverne essere gli iniziatori18.
Il primo di gennaio si insediarono i nuovi consoli. Lentulo, che aveva enormi debiti e, secondo Cesare, si vantava di voler essere un secondo Silla, si rivelò più radicale di Marcello. Marco Antonio, tuttavia, diventò tribuno e, insieme a Quinto Cassio Longino, uno dei suoi colleghi, assunse il ruolo di Curione. Solo grazie all’insistenza di questi uomini fu letto ad alta voce un messaggio di Cesare nel senato, anche se i consoli non permisero una discussione su di esso. Nella lettera il proconsole riepilogò tutti i vantaggi ottenuti dalla repubblica grazie alle sue vittorie e si mostrò nuovamente disposto ad abbandonare il proprio comando, a condizione che anche Pompeo facesse la stessa cosa, e lasciò intendere che, in caso contrario, avrebbe dato avvio alla guerra. Cicerone, che era appena tornato dai dintorni di Roma, la descrisse come una «lettera feroce e minacciosa». Fu posta ai voti una mozione avanzata da Metello Scipione che costringeva Cesare ad abbandonare il suo incarico in un giorno prestabilito, altrimenti sarebbe stato considerato un nemico pubblico. Venne approvata, ma Antonio e Cassio misero il veto all’istante. In privato, i toni di Cesare erano molto più concilianti e pare che abbia scritto e inviato rappresentanti a molte figure di spicco del senato, incluso Catone. Si rese disponibile a cedere la Gallia Transalpina e tutte le sue legioni tranne due, purché gli fosse permesso di mantenere il resto del suo comando e di usufruire del privilegio concessogli dai tribuni nel 52 a.C. Tale compromesso avrebbe bilanciato le forze comandate da Pompeo in Italia, ostacolando la possibilità di fargli combattere una guerra aggressiva. Cicerone venne coinvolto nelle negoziazioni perché credeva che si dovesse fare di tutto per evitare il conflitto e sentiva che la schiacciante maggioranza dei senatori era d’accordo con lui. Parlò sia agli avversari che agli amici di Cesare, il quale accettò un’ulteriore concessione: avrebbe mantenuto solamente il comando della Gallia Cisalpina e di una legione. Ma non era ancora sufficiente. Catone dichiarò di non poter acconsentire a nulla che fosse stato deciso in privato invece che davanti all’intero senato, però né lui né i suoi alleati più stretti erano disposti ad accettare qualcosa che avrebbe permesso a Cesare di ottenere senza problemi un secondo consolato. Alla fine di dicembre, Cicerone credeva che Pompeo fosse ormai determinato a intraprendere la guerra. Le fonti sono contraddittorie, ma probabilmente egli rifiutò la prima proposta, mentre la seconda – solo la Gallia Cisalpina e una legione – lo soddisfece, però la decisione di Catone, Metello Scipione e degli altri annullò la sua. In generale, era difficile per chiunque avere fiducia in quel clima saturo di sospetti e odio, e la lontananza non aiutava. La figura di Cesare al comando di un esercito di veterani in Gallia risultava sinistra anche per i più moderati. Le sue capacità persuasive non riuscivano a influire a tale distanza19.
Le assemblee del senato finivano sempre in un vicolo cieco, con Antonio e Cassio che ponevano veti alle continue mozioni contro Cesare presentate dai consoli. La situazione era complicata, ma il comportamento di Antonio non faceva che peggiorarla ulteriormente. Era un uomo che lottava sempre per contenere le proprie passioni. Anni dopo Cicerone avrebbe detto di lui che «come sempre, vomitava parole» quando pronunciava un discorso. Alcune settimane prima il tribuno era stato particolarmente caustico durante un’orazione in senato, attaccando l’intera carriera di Pompeo e minacciando il conflitto armato. In seguito Pompeo commentò: «Come credete che agirebbe lo stesso Cesare, se dovesse riuscire a controllare la repubblica, se già ora il suo debole e spregevole questore si comporta in questo modo?». Dopo una delle riunioni del senato Pompeo convocò tutti i senatori nella sua casa all’esterno del confine cittadino per confermare il suo appoggio e la volontà di combattere qualora fosse stato necessario. Pisone, il suocero di Cesare, chiese un permesso di sei giorni per poter andare insieme a uno dei pretori nella Gallia Cisalpina e parlare direttamente con Cesare, prima che il senato adottasse ulteriori misure. Altre voci suggerirono una delegazione più numerosa, ma Lentulo, Catone e Metello Scipione si pronunciarono contro tale proposta e l’idea fu abbandonata. Il 7 gennaio del 49 a.C., invece, il senato approvò il senatus consultum ultimum, facendo appello «ai consoli, ai pretori, ai tribuni della plebe e a tutti i proconsoli che si trovavano nei paraggi della città, affinché la repubblica non subisse alcun danno». Non veniva menzionato in maniera specifica il nome di Cesare – mentre il riferimento ai proconsoli serviva chiaramente a posizionare Pompeo al centro della questione –, ma il suo obiettivo era palese per tutti. Cesare dichiarò che Lentulo, Pompeo, Catone e Scipione, insieme a molti altri suoi avversari, erano ormai determinati a combattere la guerra. Forse alcuni lo erano davvero, ma per altri la guerra rappresentava l’ultimo modo per dimostrare a Cesare che avrebbe raggiunto il suo fine solo con lo scontro armato e che gli conveniva quindi cambiare idea. L’ultimo decreto del senato sospese la legge normale e non fu soggetto a veto. Lentulo avvisò Antonio e Crasso che non avrebbe potuto garantire la loro incolumità qualora fossero rimasti a Roma. Insieme a Curione, che probabilmente era tornato per portare il messaggio di Cesare letto il primo gennaio, i due tribuni si travestirono da schiavi e abbandonarono clandestinamente la città nascosti in un carro20.
Non si può stabilire con certezza la cronologia precisa di ciò che accadde nei giorni che seguirono. Cesare aveva trascorso del tempo nella Gallia Cisalpina, dove era arrivato in anticipo rispetto al solito, per appoggiare Marco Antonio nel suo tentativo di essere eletto augure – o almeno così affermò – e poi, dal momento che al suo arrivo l’elezione era già avvenuta, fece propaganda elettorale per farlo diventare tribuno. In seguito stazionò a Ravenna, vicino al confine della sua provincia. Aveva con sé la Tredicesima e circa trecento cavalieri. Numerose fonti sostengono che la legione era praticamente al completo, composta da cinquemila uomini, ma la loro attendibilità è abbastanza discutibile, poiché è più probabile che il numero dei suoi uomini fosse decisamente minore. Dall’inizio dell’autunno Cesare aveva dispiegato altrove le sue truppe, lasciando alcune legioni nella provincia transalpina per contrastare ogni possibile minaccia dell’esercito di Pompeo in Spagna, mentre altre tre o quattro erano pronte per marciare e raggiungerlo a sud delle Alpi. Infatti aveva deliberatamente evitato di radunare un esercito, per evitare che i suoi avversari lo accusassero di voler intraprendere una guerra. Sembra che Pompeo, nonostante la sua grande esperienza militare, si convinse che Cesare non fosse pronto a invadere l’Italia. Sulla strada che da Ravenna conduce a Rimini, il confine tra la provincia cisalpina e l’Italia era segnato dal Rubicone, un piccolo fiume che ancora oggi non è stato identificato con certezza. Cesare venne subito a conoscenza degli attacchi nei suoi confronti fatti in senato agli inizi di gennaio, così come dell’approvazione dell’ultimo decreto e della conseguente fuga dei tribuni. Le notizie probabilmente lo raggiunsero prima degli stessi fuggitivi. Ad ogni modo, decise di agire.
Nei Commentarii è trattato per sommi capi ciò che avvenne in seguito, e il Rubicone non viene affatto menzionato, ma fonti successive forniscono una descrizione più dettagliata. Cesare trascorse la giornata a Ravenna, occupandosi con calma dei suoi affari quotidiani, come se nulla di insolito stesse per accadere. Era probabilmente il 10 gennaio, sebbene sia impossibile avere la certezza in merito a questo episodio cruciale nella storia del mondo antico. Su ordine di Cesare, alcuni centurioni e legionari si travestirono da cittadini con le armi nascoste sotto gli abiti per poter superare i controlli di Rimini. Il proconsole passò alcune ore a osservare i gladiatori che si allenavano e a ispezionare i progetti di una scuola gladiatoria che voleva costruire. Quando calò la notte, fece un bagno e andò a cena, salutando innanzitutto i numerosi ospiti che aveva invitato. Molto prima del solito, si scusò e se ne andò, chiedendo loro di restare e di aspettare il suo ritorno. Alcuni ufficiali e assistenti erano stati avvisati in precedenza e lo incontrarono all’esterno; uno di questi fu Asinio Pollione, il quale in seguito scrisse una storia della guerra civile che fu utilizzata come fonte da Plutarco e forse anche da Svetonio. La Tredicesima e la cavalleria avevano già ricevuto l’ordine di seguirlo appena fossero state pronte. Cesare e numerosi suoi ufficiali viaggiarono in un carro che, secondo Svetonio, era trainato da una coppia di muli presi in prestito da una panetteria delle vicinanze. Si diressero in piena notte verso Rimini e Svetonio sostiene che durante il viaggio ci fu un momento comico perché si persero nell’oscurità e vagarono senza meta fino all’alba, quando trovarono una guida che indicò loro la giusta via. Plutarco e Appiano non accennano a tale avvenimento, ed entrambi affermano che all’alba Cesare e i suoi uomini erano già a Rimini. In un momento della mattina dell’11 gennaio, superò le coorti in marcia e giunse sul fiume Rubicone. Prima di attraversare il ponte, pare che si fermò, rimase un po’ di tempo in silenzio immerso nei suoi pensieri e poi cominciò a parlare agli ufficiali, tra i quali c’era Pollione. Parlò di ciò che lui avrebbe subito se non avesse fatto quel passo e del prezzo che il mondo romano avrebbe pagato se invece l’avesse compiuto. Svetonio afferma che apparì davanti a loro un essere soprannaturale che suonò prima un flauto, poi afferrò una tromba da uno dei trombettieri militari, la fece squillare con forza e attraversò il fiume incitando le truppe a seguirlo. Sembra improbabile che Pollione fosse la fonte di questo aneddoto irrealistico. È più plausibile che egli abbia ripetuto solamente le ultime parole pronunciate da Cesare prima di attraversare il ponte, anche se pure in questo caso ci sono numerose versioni leggermente differenti. Plutarco sostiene che parlò in greco, citando un verso del poeta Menandro, «Sia lanciato il dado!» (Ἀνερρίφθω κύβος), mentre Svetonio suggerisce la più rinomata locuzione latina «Il dado è tratto» (Iacta alea est)21.
La frase da giocatore d’azzardo era appropriata, dal momento che stava per intraprendere una guerra civile accompagnato da poco più di un decimo delle sue forze militari. Anche quando furono radunate tutte le sue truppe, i nemici continuarono comunque ad avere più risorse. Sebbene a posteriori sappiamo che vinse Cesare, la sua vittoria non era affatto scontata – e neanche probabile – in quel momento. Decise di combattere perché, rispetto a quello a cui sarebbe andato incontro, tutte le alternative erano comunque peggiori. La repubblica era ormai dominata da una fazione che ignorava il normale rispetto della legge e rifiutava di riconoscere i poteri e i diritti del tribunato. Cesare, tuttavia, fu abbastanza sincero nell’affermare che la sua decisione dipese soprattutto dagli attacchi che tale fazione aveva scagliato contro di lui. Il mondo romano stava per sprofondare nel caos e nello spargimento di sangue perché un singolo individuo era determinato a proteggere la propria dignitas così come altri volevano distruggerla. Durante i diciotto mesi precedenti, le poste in gioco erano state aumentate da entrambe le parti. Gli atteggiamenti si erano inaspriti, i sospetti si erano moltiplicati e la fiducia era diminuita troppo per permettere un reale accordo. La guerra civile iniziata nel gennaio del 49 a.C. non si sarebbe scatenata senza l’odio profondo e quasi ossessivo provato nei confronti di Cesare da uomini come Catone, Domizio Enobarbo e altri, che li rese risoluti nell’impedire il suo ritorno nella vita pubblica in qualità di console. Tale odio, inoltre, non sarebbe stato rilevante, se Pompeo non avesse scorto l’opportunità di dimostrare la propria supremazia e di costringere questi uomini e Cesare a concedergli vari privilegi per placarlo. La contesa, in fin dei conti, non sarebbe cominciata, se Cesare non avesse dato tanta importanza al suo prestigio e alla sua posizione. Le vicende della sua vita, fino a quel momento, avevano dimostrato che era disposto a correre dei rischi se ci fosse stata la possibilità di avere un tornaconto vantaggioso. Solamente in rare occasioni – come quando fu sollevato dall’incarico di pretore – aveva accettato di farsi da parte, e anche in quel caso lo aveva fatto perché sarebbe stato chiaramente l’unico modo per continuare la carriera. Nel 49 a.C. non prese in considerazione un’opzione simile o, qualora l’avesse valutata, gli sembrò che essa potesse comportare molti più rischi rispetto a quelli implicati in una lotta armata. Il sistema di valori dell’aristocrazia romana celebrava la determinazione e ammirava in particolar modo i generali che non si arrendevano facilmente. Nonostante la discutibile legalità delle azioni dei suoi avversari, la cosa importante, alla fine, era una sola: a nord del Rubicone Cesare aveva un imperium legittimo, a sud del fiume, no. Appena lo attraversò, diventò inevitabilmente un ribelle, a prescindere dai motivi che lo avevano spinto a compiere quel gesto. Da questo punto di vista, i suoi nemici ottennero una vittoria e poterono subito affermare di dover combattere per il bene della repubblica. Erano ormai determinati ad annientarlo con la forza, così come, in precedenza, era accaduto con Catilina, e prima ancora con Lepido. Cesare non era riuscito a ottenere ciò che voleva attraverso la mediazione politica, e il fatto che dovette ricorrere all’aiuto dell’esercito fu la prova di tale fallimento. Il dado era stato lanciato, ma all’epoca nessuno sapeva quale numero sarebbe comparso, una volta che si fosse fermato.