«Ma dimmi, cosa vuol dire tutto questo? Che cosa sta accadendo? Sono avvolto dalle tenebre. Il rapporto dice: “Manteniamo la posizione di Cingoli; abbiamo perso Ancona; Labieno ha defezionato da Cesare”. Stiamo parlando di un generale del popolo romano, oppure di Annibale? […] E dice che fa tutto questo per il proprio prestigio personale. Ma dov’è il prestigio personale, se non dove la nobiltà morale ha messo salde radici?».
cicerone, ca. 17-22 gennaio del 49 a.C.1
«Vediamo se in questo modo riusciamo a ottenere il sostegno di tutti e una vittoria duratura, dato che gli altri per la loro crudeltà non sono riusciti a evitare l’odio, né a conservare la vittoria, eccetto uno, Lucio Silla, che comunque non voglio imitare. Questo è un nuovo tipo di conquista, basata sulla clemenza e sulla generosità».
cesare, inizi di marzo del 49 a.C.2
All’inizio della guerra civile Cesare radunò la Tredicesima legione e fece un discorso ai propri uomini. Nel suo resoconto ci dice che parlò delle ingiustizie subite dai suoi nemici, e di come questi avessero circuito con l’inganno il suo vecchio amico e alleato Pompeo, ormai invidioso dei suoi successi. Davanti ai legionari il proconsole evidenziò soprattutto il disprezzo mostrato nei confronti dei tribuni della plebe, il cui diritto di veto era stato del tutto ignorato, un sopruso che neanche Silla aveva mai osato compiere. Non mise in discussione la facoltà del senato di approvare il senatus consultum ultimum, però negò la necessità di tale atto in quel momento e sottolineò che non era mai stato utilizzato in simili circostanze, ma solo quando la repubblica era stata direttamente minacciata. Secondo altre fonti, per supportare le proprie argomentazioni mostrò alle truppe Antonio e Cassio che indossavano ancora i travestimenti utilizzati per fuggire da Roma, e quella visione pare che abbia impressionato profondamente i soldati, i quali provarono prima compassione per loro e poi un’intensa rabbia nei confronti degli uomini che non avevano rispettato il collegio di magistrati creato innanzitutto per proteggere i cittadini comuni. Così, quando Cesare ebbe terminato il suo discorso, i legionari gridarono di essere pronti a vendicare i torti subiti da lui e dai tribuni. Non è chiaro se l’episodio sia avvenuto a Ravenna o a Rimini, dopo l’attraversamento del Rubicone, ma l’aspetto più importante fu la reazione delle truppe. La Tredicesima era stata creata da Cesare sette anni prima, e da allora aveva sempre combattuto al suo fianco; i soldati confidavano che, come era già successo in passato, li avrebbe condotti alla vittoria, e ricordavano la sua generosità nella spartizione dei bottini, i suoi elogi e le sue onorificenze. A un certo punto il loro salario annuale di base venne quasi raddoppiato, passando da centoventicinque a duecentoventicinque denari. Molti uomini della Tredicesima provenivano dal Nord del Po e, nonostante avessero solo lo status latino, Cesare li aveva trattati come cittadini romani a tutti gli effetti. I suoi ufficiali, tanto la mezza dozzina di tribuni quanto la sessantina di centurioni, dovevano a lui i loro gradi e le loro promozioni, e a quelli che in origine erano stati raccomandati da Pompeo fu permesso di andarsene incolumi e con tutti i propri averi, nel caso in cui la loro coscienza li avesse spinti a onorare la vecchia fedeltà, ma non sappiamo quanti uomini decisero di approfittare di questa possibilità. Tutte le truppe, della Tredicesima come di tutto l’esercito, avevano ottenuto grandi vantaggi da Cesare e ne avrebbero avuti altri in futuro, soprattutto possedimenti terrieri per i veterani in congedo, mentre un senato dominato dallo schieramento opposto difficilmente sarebbe stato generoso a tal proposito. Da un punto di vista prettamente pragmatico, quindi, l’esercito che aveva combattuto in Gallia fu direttamente interessato alla vittoria di Cesare quando la guerra civile era diventata ormai inevitabile. I soldati, inoltre, conoscevano e si fidavano del loro comandante dopo aver lottato al suo fianco così a lungo, mentre pochissimi sapevano chi fossero i suoi nemici romani.
La fedeltà delle truppe di Cesare durante la guerra civile – e perfino dopo la sua morte – fu davvero ammirevole, ma non la si può considerare con facilità una cosa scontata: fu dovuta soprattutto al legame che si venne a creare tra il generale e i soldati durante le campagne militari in Gallia e che il proconsole ebbe cura di coltivare e ricompensare. Ma sarebbe un errore considerarlo l’unico motivo, o negare che la politica ebbe comunque la sua importanza. È probabile che soprattutto gli ufficiali fossero a conoscenza di ciò che stava succedendo a Roma, e alla fine quasi tutti gli uomini di Cesare si convinsero di essere stati maltrattati come lui da un gruppo di senatori la cui condotta era in contraddizione con il loro stesso ruolo di capi della repubblica. Molti Romani, sia poveri che aristocratici, avevano una grande considerazione delle funzioni del tribunato, e il senso della giustizia, unito alla fedeltà e agli interessi personali, contribuirono a motivare l’esercito di Cesare e a farlo combattere senza esitazione contro i propri concittadini per ripristinare il legittimo ordine delle cose3.
La schiacciante maggioranza delle truppe di Cesare non impiegò tanto tempo per riflettere e decidere da quale parte stare, ma per molti Romani la scelta fu alquanto difficile: da quando erano cominciate le ostilità, solo un piccolo numero di persone era direttamente implicato nella disputa, e perfino alcuni di quelli che all’inizio erano sembrati i più faziosi in seguito decisero di fare un passo indietro. Uno di questi fu Gaio Claudio Marcello, il console che nel 50 a.C. aveva consegnato la spada a Pompeo e gli aveva chiesto di difendere la repubblica, ma che allo scoppio della guerra civile decise di rimanere neutrale, forse perché desiderava sposare la nipote di Cesare. Calpurnio Pisone non avrebbe potuto schierarsi contro il genero, ma, soprattutto nei primi mesi, non ebbe neanche una parte attiva nella guerra. I legami familiari e le vecchie amicizie svolsero un ruolo fondamentale nel determinare le alleanze, ma nel ristretto mondo dell’élite romana molti uomini erano legati in qualche modo ai capi di entrambe le fazioni, e la decisione per loro non fu semplice. La maggior parte non voleva compromettersi con nessuno degli implicati, ma il ricordo della contesa tra Silla e i seguaci di Mario dimostrava che, anche se si fossero rifiutati di prendere parte, non sarebbero comunque stati al sicuro. Bruto, il figlio di Servilia, si era sempre rifiutato di parlare con Pompeo perché era stato il mandante dell’esecuzione di suo padre nel 78 a.C., durante la ribellione di Lepido, ma in quel momento decise che Cesare, l’amante di sua madre, aveva sbagliato, e si dichiarò disponibile a combattere sotto il comando dell’assassino del padre. In parte fu una questione di principio, ma sulla sua decisione influirono soprattutto i legami familiari, perché era il nipote di Catone ed era cresciuto nella sua casa, e condividevano lo stesso amore per la filosofia, mentre sua moglie era una delle figlie di Appio Claudio4.
Nell’esercito cesariano ci fu un’importante defezione quando a metà gennaio Labieno decise di schierarsi dalla parte del nemico. Cesare lo considerava il suo legato migliore, dal momento che aveva combattuto insieme a lui in Gallia sin dall’inizio della campagna e si era rivelato il più talentuoso dei suoi ufficiali. Rispetto agli altri legati, ebbe anche maggiore rilievo nei Commentarii. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che Labieno fosse stato pretore prima di andare in Gallia, forse nel 60 a.C., ma non esiste alcuna prova in merito; qualora fosse vero, probabilmente aveva una cinquantina d’anni quando scoppiò la guerra civile e, pertanto, avrebbe potuto aspirare al consolato ancora per molto tempo. Per essere al servizio di Cesare, aveva rimandato la sua carriera politica durante tutto il periodo delle campagne in Gallia e, pur avendo ottenuto un po’ di gloria, la parte del leone l’aveva sempre fatta il proconsole. Numerose sue operazioni indipendenti, soprattutto quelle contro le tribù ribelli nel 54, nel 53 e nel 52 a.C., gli sarebbero valse di sicuro la fama, se fosse stato lui il governatore della provincia e non un semplice subordinato. Era anche diventato molto ricco durante le campagne galliche, poiché Cesare era molto più propenso a condividere la ricchezza che la gloria, ma è probabile che il proconsole volesse ricompensare ulteriormente Labieno e farlo diventare suo collega nel consolato del 48 a.C. Cicerone deplorò la nuova fortuna di Labieno, e potrebbe anche aver attirato lo scherno di Catullo, qualora fosse davvero lui il «Mentula» – ‘cazzone’ o ‘testa di cazzo’ – contro cui si scagliò nei suoi poemi. Già nell’estate del 50 a.C. erano circolate delle voci maliziose riguardo alla lealtà del legato, ma Cesare decise comunque di dargli fiducia e lo inviò nella Gallia Cisalpina, al confine con l’Italia e quindi ancora più vicino alle influenze nemiche. Alla fine la mossa fallì e Labieno si unì agli avversari. In realtà, potrebbe semplicemente essere tornato a una precedente lealtà, dal momento che era originario del Piceno, una regione dominata dalla famiglia di Pompeo. Esistono delle tesi sulla possibilità che in passato avesse militato con Pompeo e appoggiato la sua carriera, ed è abbastanza plausibile, ma l’insoddisfazione personale potrebbe aver avuto la stessa importanza. Nel corso della Storia, i generali di successo sono sempre stati inclini a mostrare un’estrema fiducia in se stessi, così come a denigrare le doti altrui e ad essere invidiosi della fama degli altri uomini (basti pensare ai generali di Napoleone e ai comandanti alleati nella Seconda Guerra Mondiale, e ci sono molti altri esempi). Labieno aveva sacrificato i migliori anni della sua vita per essere al servizio di Cesare e probabilmente sentì di non essere stato abbastanza ripagato. Durante le campagne galliche, in molte occasioni i Romani avevano vinto grazie alle sue prodezze e alla sua competenza, ma Cesare se ne era sempre arrogato il merito. Dalle fonti in nostro possesso emerge un carattere irritante e antipatico, e la sua decisione potrebbe essere dipesa dal risentimento accumulato a causa del suo ruolo di secondo piano e dalla convinzione che la sua bravura non fosse stata abbastanza riconosciuta. Forse si convinse anche che il suo ex-generale, non potendo più fare affidamento sulle sue doti, avrebbe di sicuro perso la guerra. Cesare, comunque, venuto a conoscenza della defezione di Labieno, decise di non vendicarsi in alcun modo e diede disposizioni affinché gli venissero inviati tutti i suoi bagagli5.
La possibilità di trarre benefici e vantaggi personali scegliendo la giusta fazione con cui schierarsi fu senz’altro importante per molti uomini costretti a dover fronteggiare la guerra. All’inizio dell’agosto del 50 a.C., Celio Rufo, il corrispondente di Cicerone, espresse il suo cinico punto di vista:
Credo che tu non abbia dimenticato che in una lite domestica, che si risolve attraverso le vie istituzionali e senza ricorrere al conflitto armato, gli uomini devono sposare la causa più onorevole; tuttavia, quando è in atto una guerra, sul campo di battaglia sposano quella più potente e si schierano con la fazione più incisiva. In questo conflitto prevedo che Pompeo potrà fare affidamento sul senato e sugli «avvocati», mentre quelli pieni di timore e con poca speranza si uniranno a Cesare, il cui esercito è incomparabilmente più forte6.
Fedele alle proprie parole, Celio si unì alla fazione con l’esercito più forte, invece che a quella sostenuta dagli uomini più distinti e che appoggiava la causa migliore, ma non tutti condividevano la sua opinione sugli equilibri di potere. Cesare aveva dieci legioni, tutte veterane delle campagne in Gallia, insieme all’equivalente di altre due legioni composte dalle ventidue coorti radunate nella Gallia Transalpina, e agli ausiliari e alleati provenienti dalla Gallia e dalla Germania. D’altra parte, considerando le perdite dovute ai combattimenti, agli incidenti e alle malattie, è improbabile che ognuna delle legioni – specialmente quelle in servizio da più tempo – avesse lo stesso numero di effettivi di una legione al completo. Cesare aveva circa quarantacinquemila legionari all’inizio del 49 a.C., ma tale cifra è sovrastimata, perché il numero degli effettivi si aggirava attorno alle trentamila o trentacinquemila unità; ad ogni modo, prendendo in considerazione ogni singolo uomo, questi soldati erano migliori di tutte le truppe a disposizione del nemico. Le due legioni che erano state tolte a Cesare erano accampate nell’Italia meridionale: una di queste, la Prima, aveva prestato giuramento a Pompeo quando era stata formata, ma l’altra – in origine la Quindicesima, poi rinominata Terza – era stata creata da e per Cesare, ed entrambe avevano prestato servizio in tre campagne in Gallia. Pompeo capì subito che le ottimistiche notizie sulla loro insubordinazione nei confronti del vecchio comandante non erano altro che fantasie. Per il momento, almeno, non si sentì abbastanza sicuro da guidare questi uomini in battaglia contro i loro ex-commilitoni e il loro ex-generale. Pompeo poteva contare su sette legioni già schierate e addestrate nelle province spagnole ma, non avendo mai combattuto una guerra vera e propria, erano alquanto inesperte e quindi non avevano la fiducia necessaria posseduta invece dagli uomini di Cesare dopo anni di vittorie. Inoltre si trovavano molto lontano e non poterono partecipare alle fasi iniziali del conflitto. Nel lungo periodo, Pompeo e i suoi alleati potevano fare affidamento su un maggior numero di risorse rispetto a Cesare quanto a soldati, denaro, animali ed equipaggiamento. Erano sicuri che sarebbe arrivata una marea di reclute da tutta l’Italia, e con i consoli dalla loro parte potevano attingere direttamente dai beni pubblici. All’estero, Pompeo aveva clienti e contatti in Spagna, nel Nordafrica e in tutto l’Oriente, ai quali poteva chiedere di inviare soldati e di contribuire finanziariamente alla causa. Ci sarebbe voluto del tempo per mobilitare tutte queste risorse, per radunare un esercito o più eserciti, per equipaggiarli e fornire loro il supporto logistico, come per trasformare le nuove reclute in soldati veri e propri. Pompeo e i suoi alleati adottarono una politica inflessibile nei mesi che precedettero la guerra perché erano assolutamente convinti di possedere la forza militare per annientare Cesare. In fin dei conti, fu probabilmente una valutazione esatta, purché il loro avversario avesse dato loro il tempo per prepararsi.
La notizia che Cesare aveva attraversato il Rubicone lasciò attoniti i suoi avversari, perché il mese di gennaio era un periodo difficile per avviare una campagna e sostentare un esercito in battaglia. Nonostante le voci che circolavano da tempo, probabilmente sapevano che la maggior parte delle sue truppe si trovava ancora a nord delle Alpi e può essere anche che, dopo aver approvato il senatus consultum ultimum e avviato la mobilitazione, molti oppositori di Cesare si aspettassero davvero un suo ripensamento davanti alla loro unità e alla loro indiscutibile forza. Pensarono che avrebbe atteso la stagione consona alle campagne e che si sarebbe premurato di radunare tutte le sue forze militari prima di agire, o che forse sarebbe rimasto in una posizione difensiva, nella speranza di continuare le negoziazioni. Dopo il 7 gennaio, il senato si riunì numerose volte all’esterno del confine della città per permettere a Pompeo di rassicurare i senatori. A suo suocero, Metello Scipione, fu dato il comando della Siria, mentre Domizio Enobarbo era in procinto di partire per la Gallia Transalpina, dove avrebbe assunto l’incarico di proconsole. Nei Commentarii Cesare sottolinea che i suoi oppositori non si degnarono di ratificare tutte queste nomine con un voto dell’assemblea popolare, come da prassi. Sia Scipione che Enobarbo celebrarono le normali cerimonie di un magistrato a cui veniva assegnato un comando e poi si diressero verso le loro province, così come i propretori a cui vennero affidati altri comandi, tra i quali anche quello della Gallia Cisalpina. Gli avversari di Cesare avevano deciso apertamente di usare la forza contro di lui, ma non erano ancora organizzati: le reclute erano in marcia, si stavano radunando armi ed equipaggiamenti, ma era impossibile dire che l’Italia fosse preparata a fronteggiare un’invasione. Neanche Cesare era pronto, nel senso che avrebbe sicuramente preferito disporre subito di un maggior numero di truppe per agire. Aveva ordinato ad altre formazioni di raggiungerlo, ma avrebbero tutte impiegato del tempo per arrivare e, poiché i suoi avversari erano ancora impreparati, se avesse aspettato troppo a lungo avrebbe dato loro la possibilità di rafforzarsi. Perciò, essendo sempre stato restio a ritardare un’operazione, a meno di non trarne un chiaro vantaggio, Cesare avanzò soltanto con la Tredicesima legione7.
Rimini, nella quale si erano già infiltrati i suoi uomini, non gli oppose resistenza. Si fermò lì per un po’ di tempo, ma inviò Antonio con cinque coorti a occupare Arezzo e ne mandò altre tre rispettivamente a Pesaro, Fano e Ancona. Non ci fu alcun combattimento. Le notizie dell’attraversamento del Rubicone giunsero a Roma intorno al 17 gennaio, e Pompeo e i suoi principali alleati, appena capirono di non avere ancora le forze necessarie per fermare Cesare, abbandonarono immediatamente la città, che rimase senza i magistrati supremi e il normale corso dell’attività politica si interruppe temporaneamente. Molti senatori che non si erano ancora schierati con nessuna delle due fazioni, memori dello spargimento di sangue che seguì l’entrata in città di Mario e Silla, se ne andarono con loro, altri, invece, lasciarono Roma e si rifugiarono nelle loro case in campagna, cercando semplicemente di non attirare troppo l’attenzione. Durante questo periodo alcuni inviati non ufficiali raggiunsero Cesare a Rimini. Uno di questi fu Lucio Giulio Cesare, figlio dell’ex-console che aveva prestato servizio come suo legato per molti anni, che gli consegnò un messaggio di Pompeo, nel quale ribadiva che le sue azioni non erano motivate da ostilità personale, ma erano imposte dal suo dovere nei confronti della repubblica. Il vecchio alleato chiedeva a Cesare di abbandonare spontaneamente il comando e di evitare la guerra civile, e una richiesta simile fu consegnata anche dal pretore Lucio Roscio. Cesare rispose affermando che desiderava solamente esercitare i propri diritti, che gli erano stati garantiti legalmente dal popolo romano e, dato che i suoi nemici stavano radunando le truppe da tempo, dichiarò che avrebbe accettato un compromesso solo se Pompeo fosse tornato nella sua provincia, e se entrambi avessero lasciato il loro incarico e sciolto nello stesso momento i propri eserciti e le altre truppe in Italia. Chiese ancora una volta a Pompeo di andare da lui e incontrarlo di persona. Il 23 gennaio Lucio Cesare ritornò da Pompeo, che in quel momento si trovava a Teano, in Puglia. Cicerone, due giorni dopo, scrisse che le condizioni di Cesare
sono state approvate, purché ritiri le sue truppe dalle città che ha occupato all’esterno dei confini della sua provincia. Gli è stato detto che, se lo farà, torneremo nella città e risolveremo la questione in senato. Spero che sia possibile rimanere in pace, giacché lui è intimorito dalla sua mossa avventata e noi dalla forza delle sue truppe8.
Cesare ricevette alcune lettere che lo informavano dell’offerta: come da lui stesso affermato, doveva «tornare in Gallia, abbandonare Rimini e sciogliere il suo esercito», e lo considerò un «accordo ingiusto». Non veniva citata alcuna data per la partenza di Pompeo verso le sue province o per la rinuncia al suo incarico e lo scioglimento dei suoi eserciti, ed era evidente che, in pratica, ciò che gli stavano chiedendo era di rinunciare al vantaggio militare guadagnato con l’invasione improvvisa. I suoi avversari volevano che si ritirasse per potergli dare nuovamente fiducia e ascoltare in maniera comprensiva le sue richieste nelle future assemblee del senato, ma non c’era alcun motivo per credere che la situazione sarebbe cambiata, rispetto a ciò che era emerso nei dibattiti degli ultimi diciotto mesi. Pompeo e i suoi alleati dubitavano che Cesare avrebbe accettato le loro condizioni, e nell’attesa di una sua risposta continuarono il reclutamento delle truppe. Cesare, a sua volta, non si fidava di loro a tal punto da fare il primo passo verso la pace e ritornare nella sua provincia, e pare che rimase particolarmente frustrato dalla ritrosia di Pompeo ad accettare un incontro faccia a faccia. In passato entrambi avevano avuto un rapporto cordiale e Cesare sembrava fiducioso di poter raggiungere un vero accordo con il suo ex-genero, ma Pompeo non era del tutto sicuro di poter resistere alle capacità persuasive di Cesare. Inoltre era restio a concordare un incontro perché temeva morbosamente di poter essere ucciso ed era ossessionato dai ricordi della precedente e brutale guerra civile. Alla fine, tuttavia, la sua riluttanza potrebbe essere dipesa semplicemente dalla relazione con Catone e con gli altri nuovi alleati, poiché la loro alleanza era recente, mentre l’amicizia con Cesare era durata molto a lungo. A prescindere dai suoi sentimenti, Pompeo sapeva che quegli uomini non avrebbero creduto alla sua buona fede se avesse incontrato Cesare in privato. Catone aveva già fatto pressioni sul senato per nominare Pompeo comandante supremo fino a quando la crisi non fosse finita e il proconsole ribelle non fosse stato sconfitto, ma questa opzione fu respinta dai consoli e dagli ex-consoli, che erano troppo orgogliosi per poter prendere ordini da qualcun altro. Le gelosie e i sospetti tra gli alleati costituivano un ostacolo per il raggiungimento di un accordo tanto quanto la diffidenza tra i nemici9.
Cesare riprese la sua avanzata. Lo informarono che Gubbio era difesa da una guarnigione di cinque coorti comandate dal propretore Quinto Minucio Termo, ma che i cittadini erano dalla sua parte, e alle due coorti che erano con lui a Rimini si unì quella che presidiava Pesaro e furono inviate in città sotto il comando di Curione. Termo immediatamente si ritirò, le sue nuove reclute disertarono e tornarono a casa, e gli uomini di Curione furono accolti a Gubbio a braccia aperte. Confidando nell’appoggio locale, Cesare si diresse verso Osimo e invase immediatamente il Piceno, considerato il cuore dei territori della famiglia di Pompeo, dove ci fu solo una piccola schermaglia, nella quale le truppe di Cesare catturarono alcuni prigionieri, ma in generale la popolazione non fece nulla per contrastare i Romani ribelli. La causa contro Cesare godeva di uno scarso appoggio popolare e il suo esercito non saccheggiò i territori, né fece qualcosa che potesse creare ostilità. Perfino alcuni soldati di Pompeo decisero di unirsi a lui. Molte comunità, inoltre, ricordavano i doni che Cesare aveva distribuito grazie ai profitti della campagna in Gallia: rimase particolarmente soddisfatto quando anche la città di Cingoli, che più delle altre aveva goduto dei favori di Labieno, gli aprì le porte spontaneamente10.
Ormai era febbraio, e Cesare aveva radunato i distaccamenti della Tredicesima ed era stato raggiunto dalla Dodicesima. Ad Ascoli un’altra guarnigione di Pompeo fuggì prima del suo arrivo, e non incontrò alcuna seria opposizione fino a quando giunse a Corfinio, dove al comando c’era Domizio Enobarbo, che non era ancora riuscito ad avvicinarsi alla sua provincia e che insieme ai suoi subordinati aveva radunato una forza di oltre trenta coorti, ma composta interamente da nuove reclute. Pompeo non voleva che fosse Enobarbo a difendere la città, perché sapeva che, nel momento in cui le sue truppe senza esperienza si fossero scontrate con i veterani di Cesare, la disfatta sarebbe stata inevitabile. Egli si trovava molto più a sud, in Puglia, con la Prima e la Terza e con le altre nuove reclute, e non aveva il potere di dare ordini a Enobarbo, perciò gli inviò solo alcune lettere, nelle quali lo sollecitava ad abbandonare la città e a raggiungerlo, ma Domizio Enobarbo era ostinato e gli rispose chiedendogli di avvicinarsi alla sua posizione. Nell’esercito di Cesare, invece, non ci furono divisioni simili sulla strategia da adottare. Si avvicinò a Corfinio e scacciò alcune coorti nemiche che avevano cercato di abbattere un ponte fuori dalla città. Subito dopo Antonio fu inviato con un quarto dell’esercito a Sulmona, i cui cittadini avevano chiesto aiuto a Cesare, e con un’altra vittoria in cui non ci fu alcuno spargimento di sangue, il comandante di Pompeo fu catturato e portato da Cesare, che però lo liberò all’istante. Nel frattempo l’esercito cesariano aveva cominciato a creare riserve di cibo per prepararsi all’assedio di Corfinio, e tre giorni dopo ricevette ulteriori rinforzi, quando fu raggiunto dall’Ottava e dalle ventidue coorti radunate nella Gallia Transalpina e addestrate ed equipaggiate come i legionari. Le truppe furono impiegate per costruire una linea di circonvallazione sormontata da torrette che racchiudesse la città.
Prima che la palizzata fosse terminata, Domizio Enobarbo ricevette un’ultima lettera di Pompeo in cui affermava di non avere alcuna intenzione di accorrere in aiuto di Corfinio così Enobarbo, capendo che le probabilità di successo sarebbero state quasi nulle, annunciò pubblicamente che gli aiuti stavano arrivando, mentre in privato pianificò la propria fuga. Il suo atteggiamento sempre più furtivo, però, smascherò la verità ai suoi legionari e fu organizzato un consiglio composto dai tribuni e dai centurioni – ovvero quasi duecento persone se le trentatré coorti erano al completo – e dai rappresentanti dei soldati ordinari per discutere sulla questione. Alcuni soldati appartenevano alla tribù dei Marsi e avevano uno stretto legame con il comandante perché la sua famiglia possedeva molti territori nella regione; perciò all’inizio la loro lealtà fu incondizionata, e minacciarono perfino di usare la forza contro gli altri legionari che non volevano appoggiare Enobarbo. Il loro atteggiamento, però, cambiò quando si convinsero che il loro leader stava davvero progettando la fuga. Enobarbo fu arrestato dai suoi stessi uomini, che immediatamente inviarono dei messaggeri a Cesare per arrendersi e consegnargli la città. La notizia fu ricevuta con grande soddisfazione, perché, nonostante fosse convinto che sarebbe riuscito a espugnare la città, l’assedio lo avrebbe comunque impegnato per varie settimane, mentre in questo modo il problema fu risolto in soli sette giorni. Cesare, tuttavia, non volle varcare subito le mura perché stava calando la notte e non si fidava appieno del comportamento dei suoi legionari nelle buie strade della città, dal momento che non avevano ancora saccheggiato e devastato i territori attraversati, come era già successo tante volte in passato, e temeva di non riuscire a fermarli. Ordinò invece alle truppe di schierarsi per tutta la notte attorno a Corfinio, per evitare che qualcuno fuggisse. Quasi all’alba, Publio Cornelio Lentulo Spintere, uno degli ufficiali di Pompeo che era stato console nel 57 a.C., si arrese, e poco dopo fu seguito dagli altri superiori.
Il ritratto di Enobarbo fatto da Cesare non è per nulla lusinghiero, ma anche quelli di altre fonti non sono da meno: si narra che decise di suicidarsi e chiese al suo medico di fornirgli del veleno ma, quando venne a sapere che Cesare non stava giustiziando i suoi prigionieri più importanti, si pentì immediatamente del gesto avventato e si sentì risollevato quando il medico lo informò che il sorso che aveva bevuto era del tutto innocuo. Domizio Enobarbo andò poi ad arrendersi davanti all’uomo che considerava l’acerrimo avversario da più di un decennio, e insieme a lui si arresero altri cinquanta senatori ed equites pompeiani, probabilmente il 21 febbraio. Cesare li convocò, ripeté loro che era stato trattato in maniera ingiusta e illegale e che era stato costretto alla guerra, e ricordò alcuni dei favori personali che aveva fatto a loro in passato. Dopo questo discorso, furono tutti liberati. Cesare aveva già utilizzato la stessa politica all’inizio della campagna, però mai fino ad allora un gruppo così numeroso di personalità distinte aveva beneficiato della sua clemenza. Enobarbo aveva con sé sei milioni di sesterzi di denaro pubblico per pagare i salari delle sue truppe, che i magistrati della città consegnarono a Cesare, il quale, però, ordinò che venissero ridati ai nemici, per evitare che si pensasse che fosse «più interessato alla ricchezza degli uomini piuttosto che alle loro vite». Ai soldati che si arresero fu chiesto di unirsi a lui e di prestare un giuramento, e queste legioni, subito dopo, sarebbero andate a combattere per Cesare in Sicilia e in Africa sotto la guida di Curione11.
L’atto di clemenza di Corfinio divenne famoso, e la moderazione di Cesare costituì la parte centrale della sua campagna propagandistica. Tutti credevano che si sarebbe comportato come Silla o Mario, o anche, sebbene fossero in pochi a dirlo, come il Pompeo a cui era stato dato il soprannome di «giovane carnefice». I suoi soldati, invece, dovettero sottostare a una rigida disciplina, non saccheggiarono e combatterono solo quando si scontrarono con una resistenza organizzata. Anche i suoi acerrimi nemici vennero liberati, seppure sia Lentulo che Enobarbo in seguito si scagliarono di nuovo contro di lui. La schiacciante maggioranza della popolazione italica ignorava i motivi per i quali era in atto la guerra civile, e sia Pompeo, sia Cesare erano molto rispettati da quasi tutti i cittadini e venivano considerati dei grandi servitori della repubblica. Se le legioni di Cesare avessero razziato e ucciso durante il loro cammino in Italia, la popolazione si sarebbe certo sollevata contro di lui, perciò la sua politica di clemenza aveva un senso essenzialmente pratico. Gli eserciti non erano spuntati dal suolo italico, come promesso da Pompeo alcuni mesi prima. Un senatore suggerì causticamente che era giunto il momento che il grande uomo cominciasse a sbattere i piedi a terra. Pompeo capì subito che Roma era indifendibile e a un certo punto giunse alla conclusione che Cesare non poteva essere sconfitto in Italia con due sole legioni veterane di cui comunque non si fidava del tutto e che erano supportate da reclute inesperte. Così pianificò di spostare la guerra altrove, attraversando il mare con le sue forze militari verso la Grecia, dove, con l’aiuto delle province orientali, avrebbe potuto radunare e addestrare un massiccio numero di truppe. Gli altri senatori non avrebbero condiviso una decisione simile, e per questo motivo, oltre che per nascondere le sue intenzioni a Cesare, all’inizio tenne l’idea per sé. La resistenza di Corfinio aveva fatto perdere l’equivalente di tre legioni, ma Pompeo riuscì a concentrare le restanti forze a Brindisi, dove requisì vari vascelli mercantili e diede avvio all’imbarco e al trasferimento degli uomini e degli equipaggiamenti sull’altro lato dell’Adriatico. Era un lavoro lungo e complicato, ma Pompeo aveva sempre eccelso nella capacità organizzativa e realizzò il compito con la sua solita destrezza12.
Cesare arrivò nei pressi di Brindisi il 9 marzo. Aveva con sé sei legioni, le veterane Ottava, Dodicesima e Tredicesima, insieme a quelle composte dalle nuove reclute e alle coorti provenienti dalla Gallia Transalpina, alcune delle quali furono subito formalmente convertite in una legione, la «Legio V Alaudae», il cui nome fa riferimento alle allodole, forse per la sua peculiare cresta piumata o per il disegno dello scudo. A Pompeo rimanevano soltanto due legioni in retroguardia che attendevano di essere imbarcate per la Grecia. Cesare ordinò ai propri uomini di costruire delle barriere galleggianti per chiudere la stretta entrata del porto, mentre i soldati di Pompeo misero in pratica le proprie abilità ingegneristiche per contrastarli. Ci furono ulteriori tentativi di negoziazione, ma non ebbero alcun esito perché Pompeo, ancora una volta, rifiutò la richiesta di Cesare di avere un incontro personale. Alla fine, quando furono pronti, i pompeiani abbandonarono la città durante la notte del 17 marzo e Pompeo riuscì a fuggire con tutti i suoi uomini, eccetto due navi che si incagliarono sulle barriere costruite dai legionari di Cesare. La popolazione locale – che secondo Cesare fu finalmente libera di esprimere il proprio risentimento contro i pompeiani, ma che senza dubbio lo fece anche per evitare di essere maltrattata dai legionari – indicò il punto in cui erano state poste le trappole costruite dal nemico per ostacolare e ferire gli uomini di Cesare. Pompeo era partito con una forza considerevole, con la quale nel tempo avrebbe potuto davvero creare un grande esercito e, una volta pronto, invadere l’Italia dalla Grecia, come aveva già fatto Silla con grande successo. Come diceva spesso Pompeo: «Silla l’ha fatto, perché non dovrei riuscirci anch’io?»13.
In quel momento Cesare non poteva seguirlo. I pompeiani avevano adunato e portato via con sé un gran numero di vascelli mercantili presi da tutta la regione, e ci sarebbe voluto molto tempo per mettere insieme e trasportare nuove navi da altre parti. A Cesare non piaceva aspettare, mettersi sulla difensiva e lasciare l’iniziativa ai suoi avversari. Era ormai primavera e quindi era cominciata la stagione per le campagne militari, il periodo in cui gli eserciti potevano agire con più facilità. La maggior parte del suo esercito, circa sette legioni e numerose forze ausiliarie e alleate, era ancora a nord delle Alpi, mentre le migliori legioni di Pompeo si trovavano nella penisola iberica, prive del loro comandante e guidate dai suoi legati. In quel momento erano ancora ferme, ma difficilmente sarebbero rimaste inattive a lungo, specialmente se Cesare avesse radunato tutte le sue forze e deciso di attraversare il mare per invadere la Grecia. Non aveva bisogno di una flotta navale per raggiungere la Spagna, così come le forze nemiche che stazionavano in questa provincia non avrebbero avuto grandi difficoltà a marciare verso la Gallia o l’Italia. Al contrario, Pompeo avrebbe avuto bisogno di molto tempo per formare e addestrare un esercito, perciò non c’erano delle reali possibilità che sarebbe riuscito a invadere l’Italia dalla Grecia nel 49 a.C. I pompeiani, comunque, non rimasero immobili e progettarono di tagliare l’approvvigionamento di viveri che giungeva in Italia dalle province. La sconfitta degli eserciti in Spagna avrebbe privato Pompeo delle sue truppe migliori e lo avrebbe indebolito, anche se non sarebbe stata decisiva per le sorti della guerra, ma ad ogni modo era vantaggiosa e, soprattutto, possibile. Senza esitazione Cesare decise di attaccare i pompeiani in Spagna. Scherzò sul fatto che stesse andando a combattere contro «un esercito senza generale» e che poi si sarebbe scontrato con «un generale senza esercito», una volta diretto verso la Grecia per affrontare Pompeo. Nel frattempo, Curione sarebbe andato a presidiare la Sicilia per garantire che le eccedenze di grano venissero inviate in Italia, e un’altra forza partì per conquistare la Sardegna14.
Cesare aveva il controllo militare di tutta l’Italia, dal momento che nessuna città gli oppose resistenza, ed era impaziente di partire per la Spagna perché il tempo non giocava a suo favore e con il passare dei mesi Pompeo sarebbe diventato sempre più forte. La maggior parte dei magistrati era partita con i suoi avversari, così come alcuni importanti senatori, mentre molti altri erano rimasti in Italia, ma non si erano ancora schierati con nessuna fazione. Cesare voleva che il senato si riunisse normalmente, per dare l’impressione che gli organi dello stato erano in funzione anche durante quel periodo di crisi. Mentre i suoi nemici si proclamavano i veri rappresentanti della repubblica, Cesare voleva contestare tale affermazione, dimostrando che il senato continuava a funzionare a Roma, la sua sede naturale, e rendendo chiaro che la propria causa era legittima, perché non lottava contro la repubblica, bensì contro uno schieramento che aveva usurpato il potere. Per questo motivo volle che il maggior numero possibile di senatori assistesse all’assemblea convocata il primo di aprile. Cicerone era ancora in Italia, e con una serie di lettere i sostenitori di Cesare cercarono di convincerlo ad andare all’incontro, ma l’oratore aveva fatto di tutto per evitare che la situazione degenerasse nella guerra civile ed era rimasto sconcertato nel vedere l’entusiasta aggressività dei suoi colleghi. Quando cominciò la guerra, fu costernato dalla velocità con la quale venne abbandonata Roma, e provò ulteriore disgusto quando capì che Pompeo aveva anche progettato di andar via dall’Italia. Cicerone provava una vecchia e profonda lealtà nei confronti di Pompeo, e fin dall’inizio il suo istinto e il suo giudizio gli avevano imposto che, qualunque cosa fosse successa, alla fine si sarebbe schierato dalla sua parte. Pompeo spesso lo aveva deluso, come le volte in cui non lo aveva elogiato a sufficienza, o come quando si era alleato con Crasso e Cesare e, soprattutto, quando lo aveva abbandonato al suo destino nel momento in cui Clodio lo costrinse all’esilio. Rimaneva, tuttavia, un profondo affetto, così come la speranza che un giorno quel grande uomo sarebbe stato all’altezza delle aspettative dell’oratore e avrebbe mostrato tutto il suo potenziale per apportare benefici alla repubblica. D’altra parte, da quando era tornato dall’esilio, Pompeo e altri lo avevano incoraggiato a stringere amicizia con Cesare e, al di là della fitta corrispondenza, del coinvolgimento nei progetti edilizi di Cesare e del servizio di Quinto in Gallia, Cicerone ricevette anche un ingente prestito da Cesare. Durante i mesi che precedettero la guerra, questa somma lo aveva inquietato molto, perché non voleva che si credesse che fosse stato comprato da Cesare, e ancora meno che si fosse schierato contro di lui per eludere il debito15.
Cicerone non aveva apprezzato la nomina a governatore della Cilicia, ma si era comunque premurato di eseguire correttamente i propri doveri. In una campagna contro le tribù del Monte Amanus, l’oratore – o meglio, i suoi legati più esperti – aveva vinto una piccola battaglia e, pur non essendo un uomo militare, aveva disperatamente desiderato di ottenere un premio per questo successo. Nel 50 a.C. il senato gli aveva dedicato un ringraziamento pubblico, che solitamente precedeva una celebrazione più importante. Catone si era opposto alla mozione, e in seguito si preoccupò di informare Cicerone che lo aveva fatto perché pensava che sarebbe stato meglio onorarlo per la sua corretta e onesta amministrazione, che sicuramente aveva avuto molto più valore per la repubblica. All’inizio anche Curione si oppose, perché i giorni di ringraziamento ostacolavano il normale svolgimento degli affari pubblici e forse temeva che gli avversari di Cesare volessero usare simili espedienti per manipolare il calendario e trarre dei vantaggi. Cesare, però, ordinò subito al tribuno di appoggiare la proposta e alla fine la mozione venne approvata con facilità. Il sale fu sparso sulle ferite quando Catone riuscì a far approvare una mozione per celebrare con venti giorni di ringraziamenti le gesta di Bibulo, che aveva combattuto sulle stesse montagne di Cicerone, al confine tra la Cilicia e la Siria da lui governata, ma aveva ottenuto pochissimi successi, subendo invece più di un’importante sconfitta. La celebrazione delle sue azioni era già discutibile, ma il fatto che dovesse durare così a lungo era del tutto assurdo, poiché avrebbe ricevuto un numero di giorni celebrativi maggiore rispetto a quello mai concesso a Pompeo ed eguagliato solo da Cesare. Cicerone assecondava l’ipocrisia necessaria per avere successo in politica. Il suo predecessore in Cilicia era stato Appio Claudio, che aveva saccheggiato la provincia per trarre dei vantaggi personali e in privato l’oratore aveva descritto le sue azioni come quelle di «una bestia selvaggia», però fu sempre scrupolosamente educato, perfino cordiale, nei suoi rapporti con Claudio. Le azioni di Catone, comunque, lo amareggiarono. Dopo il voto Cesare scrisse a Cicerone per congratularsi con lui, per augurargli delle degne celebrazioni e per biasimare la doppia moralità del suo vecchio rivale16.
Cicerone si trovò in una posizione difficile quando cominciò la guerra civile. Non aveva ancora lasciato il suo imperium proconsolare perché non poteva farlo fino a quando non fosse stato celebrato l’agognato trionfo, perciò continuava ad essere assistito dai littori e aveva ancora il diritto di comandare le truppe. Nonostante disapprovasse profondamente l’atteggiamento e il comportamento di Pompeo, Catone, Domizio Enobarbo e dei loro colleghi, sentì di non potersi schierare contro questi uomini o non appoggiare i consoli legalmente eletti quell’anno. Gli venne affidato il compito di reclutare truppe, ma lo ritenne subito inutile e non ebbe alcun ruolo attivo nella campagna. Considerò l’attraversamento del Rubicone da parte di Cesare un crimine sconvolgente, ma il suo atteggiamento si ammorbidì quando venne a sapere della clemenza con cui erano stati trattati i pompeiani catturati e gli scrisse per elogiarlo, soprattutto per come si era comportato con Lentulo, che lo aveva appoggiato nel 63 a.C. Senza poter comunicare con Pompeo che si trovava a Brindisi – anche se bisogna riconoscere che Cicerone non fece alcuno sforzo per raggiungerlo, perché detestava la sua strategia di abbandonare l’Italia –, attese il corso degli eventi in una delle sue ville di campagna. Agli inizi di marzo, probabilmente prima della caduta di Brindisi, Cesare scrisse una breve lettera all’oratore, sollecitandolo a
non avere dubbi che io ti sia stato molte volte grato, e di sicuro lo sarò spesso anche in futuro. È solo quello che meriti. Innanzitutto ti chiedo, dato che spero di arrivare presto a Roma, di incontrarti lì, per poter sfruttare i tuoi consigli, la tua influenza, il tuo prestigio, e il tuo interessamento a tutte le questioni. Tornando ai miei affari, ti chiedo scusa per la brevità della lettera17.
Cicerone rispose il 19 marzo, chiedendo a Cesare cosa intendesse esattamente con «influenza e interessamento a tutte le questioni». Insisté nel suo proposito di evitare la guerra e di proteggere «il nostro rispettivo amico Pompeo», perché la repubblica avrebbe tratto più benefici dalla loro riconciliazione. Il 26 Cesare scrisse di nuovo, ringraziando Cicerone per gli elogi alla sua clemenza e sottolineando che «nulla è più lontano dalla mia indole che la crudeltà». Cesare lo esortò nuovamente a tornare a Roma, dicendogli che aveva bisogno «del suo consiglio e delle sue risorse». Un altro incentivo era costituito dalla presenza nell’esercito cesariano del genero dell’oratore, Publio Cornelio Dolabella, e Cesare assicurò a Cicerone che il ragazzo veniva trattato con il massimo favore. Due giorni dopo i due si incontrarono a Formia. Cicerone era determinato a non farsi sfruttare e si oppose con tenacia alle pressioni di Cesare per farlo tornare a Roma:
Continuava a ripetere che il mio rifiuto era una condanna per lui, perché, se non fossi andato io, anche gli altri avrebbero desistito. Dopo una lunga discussione disse: «Allora vieni, e tratta per la pace». «In maniera autonoma?», gli chiesi, e lui rispose: «Dovrei suggerirti io cosa dire?». «In tal caso», dissi, «farò in modo che il senato non approvi che tu vada con un esercito in Spagna o in Grecia, e soprattutto», continuai, «deplorerei la situazione in cui si trova Gneo [Pompeo]». Allora lui «Non voglio assolutamente che tu dica simili cose». «Lo immaginavo», risposi, «ma questo è ciò che penso, e non voglio venire perché è anche ciò che direi, e molto altro ancora. Se fossi presente non riuscirei a tacere».
Cesare incitò Cicerone a riconsiderare la questione, ma quest’ultimo era convinto che, sebbene Cesare non nutrisse grande simpatia nei suoi confronti in quel momento, aveva comunque recuperato parte della sua dignità comportandosi in quel modo. Senza dubbio, c’era un velo di minaccia nelle parole di Cesare, quando aveva concluso dicendo bruscamente che se non fosse stato lui a dargli dei consigli, si sarebbe rivolto ad altri. Secondo l’oratore, gli ufficiali del comandante formavano un gruppo così variegato da rendere la minaccia ancora più temibile18.
Il senato fu convocato dai tribuni Antonio e Cassio, e si riunì nel giorno indicato all’esterno del confine formale della città per permettere al proconsole di assistere all’assemblea. Tale procedimento, in sé, non era illegale, ma in seguito Cicerone si mostrò restio a considerarla una riunione ufficiale invece che un incontro informale. La partecipazione fu scarsa, e la cosa più rilevante fu l’assenza di tutte le personalità più influenti; nonostante ciò, Cesare la considerò un’opportunità politica per reiterare le sue lamentele: ripeté che voleva solo il diritto di esercitare i privilegi che gli erano stati garantiti legittimamente dai tribuni, ma che l’atteggiamento di Pompeo era cambiato con il passare del tempo. Era stato l’acerrimo odio dei suoi nemici a costringerlo a dare avvio alla guerra, e da un punto di vista più pratico chiese che venissero inviati dei delegati del senato per negoziare con Pompeo e attuare la riconciliazione. Cesare dichiarò che la sua ambizione era quella di applicare «nella giustizia e nell’equità» lo stesso talento che aveva nell’azione. La mozione venne approvata, però nessuno si rese disponibile a intraprendere la missione. Avendo sempre l’animo popularis, Cesare non limitò le proprie attenzioni al senato e chiese ad Antonio di convocare il concilium plebis per votare una serie di misure, ma prima dell’incontro si rivolse alla folla riunita e motivò di nuovo le sue azioni, attribuendo le cause della guerra ai suoi avversari. Assicurò che la città avrebbe continuato a ricevere le provviste di grano di cui aveva bisogno e promise ad ogni cittadino un dono di trecento sesterzi. Come era già successo nel senato, pare che le sue parole furono seguite da un lungo silenzio. I ricordi delle brutali rappresaglie inflitte da Mario e Silla erano ancora vivi e il modo in cui la guerra si sarebbe evoluta non era per nulla chiaro. Nei Commentarii Cesare afferma che Pompeo minacciò di trattare tutti quelli che erano rimasti in Italia alla stregua di chi si era schierato con Cesare. Alla fine la maggior parte della popolazione, a prescindere dalla classe sociale d’appartenenza, voleva rimanere neutrale, e desiderava solo uscire indenne dalla guerra civile. Alcuni furono persuasi dalle parole e dall’atteggiamento di Cesare, ma in generale il pubblico rimase diffidente. L’unico che si oppose apertamente a Cesare fu uno dei tribuni, Lucio Cecilio Metello, che cominciò a fargli ostruzionismo in senato19.
Il confronto principale ebbe luogo quando Cesare decise di attingere risorse dall’erario pubblico. La conquista della Gallia lo aveva reso ricco, ma non era mai stato un gran risparmiatore e aveva speso il suo denaro per comprare la lealtà dell’esercito e di uomini come Curione ed Emilio Paolo. In quel momento si trovò a dover affrontare gli enormi costi della guerra: in pochi mesi aveva creato altre tre legioni e reclutato moltissimi uomini in aggiunta alle dieci legioni già esistenti, alle coorti indipendenti e agli ausiliari che aveva radunato all’inizio dell’anno. Col passare del tempo sarebbero state reclutate ulteriori forze, e tutti questi uomini dovevano essere pagati, soprattutto perché non sarebbe stato prudente creare del malcontento tra i soldati che in passato avevano lottato per il nemico. Questi eserciti, inoltre, dovevano essere equipaggiati e sostentati. In Gallia Cesare aveva potuto fare affidamento sulle comunità alleate per avere gli approvvigionamenti necessari, ma le condizioni della guerra civile erano totalmente differenti. Non tutte le comunità provinciali e alleate si sarebbero schierate dalla sua parte, ed era importante evitare di trattarle con eccessiva crudeltà, per fare in modo che alla fine giungessero a sposare la sua causa. All’occorrenza, Cesare avrebbe pagato buona parte delle esigenze delle sue truppe. Crasso aveva affermato che solo un uomo capace di formare un esercito con le proprie risorse poteva definirsi davvero ricco, e Cesare era ricco, ma in quel momento doveva finanziare un conflitto su larga scala e nessun individuo possedeva abbastanza denaro per tale compito.
Quando si recò all’erario – o forse mandò alcuni suoi uomini, dato che non poteva superare i confini della città – Metello si mise davanti alle porte e impose il suo veto. L’erario si trovava nel Tempio di Saturno, nel Foro, e i consoli avevano lasciato la porta chiusa e sbarrata, portando la chiave con sé; i soldati ignorarono il tribuno e abbatterono l’entrata a colpi d’ascia. Secondo la versione di Plutarco, vennero chiamati dei fabbri per eseguire questo compito e ci fu uno scontro tra Cesare e Metello all’esterno dell’edificio. Quando il tribuno cercò più volte di ostacolare l’impresa, Cesare andò su tutte le furie e minacciò di ucciderlo. Alla fine Metello si fece da parte e Cesare dichiarò che per un uomo clemente come lui era più difficile pronunciare una minaccia simile che portarla a termine. L’uomo che a gennaio si era proclamato il difensore dei diritti dei tribuni era ormai incline come i suoi avversari a prevaricare e minacciare uno di quei magistrati. Non aveva mai nascosto il fatto che il suo obiettivo principale fosse quello di proteggere la propria dignitas, e ora che la guerra era in atto l’unico modo per farlo era vincerla. Ma per giungere alla vittoria aveva bisogno di denaro, così si impossessò di quindicimila pezzi d’oro, trentamila d’argento e non meno di trenta milioni di sesterzi. Inoltre attinse da un fondo speciale, creato con il passare dei secoli per evitare che si ripetesse a Roma un attacco gallico simile a quello avvenuto nel 390 a.C., e annunciò che non era più necessario, dal momento che aveva risolto in maniera permanente il problema delle minacce dei Galli. Nei Commentarii, tuttavia, non menziona nessuno di questi episodi, si limita soltanto a evidenziare che Metello, incitato dai suoi nemici, cercò di ostacolarlo20.
Cesare era tornato a Roma per la prima volta in nove anni, ma vi rimase per non più di un paio di settimane e, dopo aver affidato il comando dell’Italia a Marco Antonio, si affrettò a raggiungere l’esercito che si stava radunando per la campagna spagnola. Attraverso la corrispondenza di Cicerone sappiamo che uomini come Curione, Celio e Dolabella erano tutti convinti che la guerra in Spagna sarebbe stata veloce e vittoriosa. La Sicilia e la Sardegna furono conquistate senza dover fronteggiare alcuna resistenza, mentre Cesare aveva ottenuto una vittoria nella campagna italica, ma era stata inutile, dal momento che Pompeo e il suo esercito erano comunque fuggiti. La guerra sarebbe continuata e si stava già espandendo. Col passare del tempo si sarebbe diffusa in quasi tutte le terre bagnate dal Mediterraneo, e i nemici di Cesare erano ancora potenti e sarebbero cresciuti ulteriormente. In Italia la popolazione si sentì sollevata nel constatare che non si era comportato come Silla, ma fino a quel momento pochi erano diventati entusiasti sostenitori della sua causa21.
Cesare descrisse i pompeiani in Spagna come un esercito senza generale. Tre legati comandavano le sette legioni di Pompeo nella penisola iberica, ma lo stato maggiore non si rivelò efficace. Uno, Marco Terenzio Varrone, era uno studioso molto rispettato e durante la sua vita scrisse numerosi testi sugli argomenti più disparati. La sua alleanza politica con Pompeo durava da tempo, poiché nel 70 a.C. aveva scritto per lui un manuale sulle procedure del senato e aveva già prestato servizio come suo legato in precedenza. Nel 49 a.C. gli fu affidato il comando della Spagna Ulteriore, ma pare che le sue abilità militari fossero alquanto modeste. Durante la campagna il suo esercito non si unì alla principale forza pompeiana e non svolse alcun ruolo significativo, infatti la maggior parte dei combattimenti furono intrapresi dalle altre cinque legioni guidate da Marco Petreio e Lucio Afranio. Petreio era il più esperto dei due, probabilmente era il figlio di uno dei centurioni di rango superiore di Mario ed era stato al comando dell’esercito che aveva sconfitto Catilina nel 63 a.C. Secondo Sallustio, all’epoca era già in servizio da trent’anni e durante il periodo della guerra civile doveva avere circa sessant’anni e, nonostante la sua lunga esperienza nelle campagne militari, era sempre rimasto un subordinato. Afranio era stato console nel 60 a.C., però era più famoso per le sue doti da ballerino che per altri meriti; aveva partecipato a numerose campagne di Pompeo e di conseguenza aveva maturato un po’ di esperienza militare, tuttavia non aveva mai avuto un comando indipendente. Essendo stato console in passato, era di rango superiore rispetto a Petreio, ma non è chiaro se avesse il pieno comando o se i due condividessero l’autorità. Oltre alle loro cinque legioni, potevano contare su una forza ausiliaria di circa diecimila cavalieri e ottanta coorti della fanteria spagnola. Quest’ultima era composta soprattutto da fanteria pesante (scutati), ma includeva anche unità di fanteria leggera (caetrati) armate di giavellotti e piccoli scudi circolari22.
Cesare diede disposizioni al suo legato Gaio Fabio affinché portasse le tre legioni a Narbona, nella parte occidentale della provincia transalpina, per proteggere i valichi dei Pirenei. In seguito Fabio avanzò per avvicinarsi a Petreio e Afranio, che si erano concentrati vicino alla città di Lerida. Furono inviati messaggeri ad altre tre legioni, alle quali fu ordinato di marciare e di raggiungere Fabio, insieme a cinquemila fanti ausiliari e a seimila cavalieri alleati e ausiliari. Lo stesso Cesare li seguì, ma durante il tragitto fece una sosta nei pressi di Marsiglia. Quest’antica colonia greca era una delle più vecchie alleate di Roma, e come proconsole della Gallia Cesare si era sempre premurato di onorare e favorire la comunità, però la città aveva anche uno stretto legame con Pompeo che risaliva alla guerra contro Sertorio, e infatti i suoi uomini trovarono le porte chiuse e non poterono entrare. I magistrati marsigliesi affermarono di non comprendere gli intrighi della politica romana, ma erano convinti di non potersi schierare né con Cesare né con Pompeo, ma tale dichiarazione di neutralità si rivelò subito un po’ falsa perché permisero a Domizio Enobarbo di attraccare nel loro porto con una forza formata da componenti della sua famiglia e schiavi. È possibile che i legami familiari di Enobarbo con la regione spinsero gli abitanti della città ad accoglierlo senza esitazioni, ad ogni modo, nonostante la sua recente resa e il conseguente rilascio, Domizio Enobarbo era finalmente riuscito a raggiungere la provincia che aveva agognato per tanti anni. Gli abitanti di Marsiglia gli diedero immediatamente il comando e si prepararono ad affrontare un assedio. Cesare affidò la guida di tre legioni a Gaio Trebonio e le fece avanzare verso la città, inviando il supporto di un’armata di navi da guerra guidate da Decimo Bruto, lo stesso uomo che aveva guidato la flotta contro i Veneti. Dopo averle fatte schierare e dato avvio all’assedio, Cesare lasciò la guida dell’operazione ai suoi subordinati e continuò l’avanzata, accompagnato da una scorta personale di novecento cavalieri ausiliari germanici. Fu un periodo di grande attività, bisognava pianificare le azioni e dare i giusti ordini, e la perdita di Marsiglia a favore del nemico costituiva un duro colpo, perché era un porto importante e le sue strutture, unite alla flotta mercantile, sarebbero state un grande vantaggio per rifornire l’esercito che combatteva in Spagna. Il tempo non era dalla parte di Cesare e l’attesa sarebbe stata deleteria, eppure, nonostante le pressioni del comando, trovò il tempo per scrivere alcune lettere a personaggi illustri. Cicerone ne ricevette una scritta appena qualche giorno prima del suo arrivo a Marsiglia, nella quale Cesare sollecitava l’oratore a non commettere alcun atto imprudente come quello di unirsi a Pompeo23.
Quando Cesare raggiunse Fabio, a giugno, le sei legioni erano già concentrate in un esercito supportato dalle forze ausiliari e alleate. Le legioni erano probabilmente la Sesta, la Settima, la Nona, la Decima, l’Undicesima e la Quattordicesima. Dal punto di vista numerico, il nemico potrebbe avere avuto un leggero vantaggio, sebbene non sappiamo con certezza quanti effettivi ci fossero in entrambi gli schieramenti. Lo spirito e l’esperienza giocavano a favore di Cesare ma, nonostante il denaro preso dall’erario pubblico, continuava ad essere difficile fronteggiare tutti i costi della guerra, pertanto «in questo periodo chiese soldi in prestito ai tribuni militari e ai centurioni e li distribuì ai suoi soldati. Con questa azione ottenne due cose: si assicurò la lealtà dei centurioni e conquistò il favore dei legionari grazie alla sua generosità». L’esercito di Cesare confidava nelle sue capacità, però il nemico si era appropriato di una forte posizione difensiva. Il loro accampamento principale era situato sullo stesso crinale sul quale si trovava la città di Lerida, mentre una forza più piccola presidiava il ponte sul fiume Segre, che separava i due eserciti. Prima che Cesare arrivasse, Fabio aveva fatto costruire due ponti a circa sei chilometri di distanza l’uno dall’altro e aveva raggiunto la riva occidentale, che era controllata dal nemico. Dato che i due eserciti erano numerosi e schierati in posizione ravvicinata, durante i giorni e le settimane seguenti l’approvvigionamento divenne presto un problema, ed entrambe le fazioni inviarono regolarmente delle spedizioni di foraggiamento sulla riva orientale del fiume perché il cibo e il foraggio diventavano sempre più difficili da trovare. Due delle legioni di Fabio erano partite per una di queste spedizioni quando il ponte che avevano attraversato crollò all’improvviso, ma per fortuna una forza di supporto attraversò il fiume utilizzando l’altro ponte e li raggiunse prima che venissero attaccate pesantemente da quattro legioni e da una consistente forza di cavalleria inviate da Afranio24.
Cesare arrivò due giorni dopo l’incidente. Il ponte danneggiato era stato quasi del tutto riparato e sotto la sua direzione il lavoro venne completato durante la notte. Quello stesso giorno effettuò una scrupolosa ricognizione, studiando attentamente il terreno. La mattina successiva guidò all’esterno l’intero esercito, eccetto sei coorti lasciate a presidiare l’accampamento e il ponte, e avanzò per farlo schierare in ordine di battaglia alla base del pendio che fronteggiava l’accampamento pompeiano. Afranio e Petreio reagirono a tale sfida, ma dispiegarono le proprie truppe non oltre la metà del declivio, non troppo lontano dalla palizzata del loro accampamento. Come spesso accadeva nelle guerre del periodo, i due eserciti si osservarono l’un l’altro per un po’ di tempo, restii ad avanzare o a istigare il combattimento. Cesare non voleva rischiare la battaglia in una posizione sfavorevole, e a un certo punto della giornata affermò di aver appreso – presumibilmente dai prigionieri o dai disertori – che l’esitazione del nemico era dovuta alla prudenza di Afranio. Decise di stabilire un nuovo accampamento nella posizione in cui si trovavano ma, come già successo in altri episodi simili in passato, si premurò di assicurarsi che le sue truppe non fossero vulnerabili agli attacchi del nemico durante la costruzione. Le legioni erano schierate nella solita triplex acies, così Cesare fece ripiegare le coorti della terza linea e fece scavare loro un fossato largo circa cinque metri. Come ulteriore precauzione, non costruirono una fortificazione, perché sarebbe stata troppo visibile, e anche senza tale protezione un fossato così ampio avrebbe comunque ostacolato con forza un attacco del nemico. In serata il lavoro fu ultimato, e Cesare fece ripiegare il resto dell’esercito dietro la linea del fossato. Durante la notte ordinò agli uomini di non deporre le armi, ma il nemico non fece alcuna azione ostile, e il giorno seguente tre legioni si schierarono per combattere davanti all’esercito avversario. Le restanti unità, dopo aver inviato delle squadre a recuperare il materiale per costruire la fortificazione, scavarono altri fossati che si univano ad angolo retto al primo, per dare l’impressione che fosse un grande accampamento. Le unità difensive respinsero senza difficoltà gli insistenti attacchi del nemico e l’opera fu completata. Il giorno successivo, alla fine, furono innalzate le palizzate dietro i fossati25.
Cesare, in seguito, cercò di conquistare una collinetta che dominava il terreno situato tra l’accampamento pompeiano e la città di Lerida. Portò con sé tre legioni e inviò l’avanguardia di una di queste a occupare la collina. Afranio aveva notato la colonna che marciava fuori dall’accampamento nemico e i suoi uomini riuscirono a giungere alla collina prima di quelli di Cesare, respingendoli mentre tentavano di inerpicarsi sul pendio. I Commentarii attribuiscono parte della colpa di tale fallimento al fatto che il nemico combatté utilizzando le stesse tecniche delle tribù iberiche, muovendosi a gran velocità senza preoccuparsi affatto della formazione. Sebbene questa affermazione possa essere vera – Cesare fa notare che le truppe che stazionavano in un unico posto per molto tempo tendevano ad essere influenzate dalle modalità di combattimento locali –, è anche possibile che voglia sottolineare che i nemici erano meno romani dei suoi uomini, perché era più difficile appassionare il pubblico con la descrizione di una battaglia contro i propri compatrioti, piuttosto che contro le selvagge tribù della Gallia. Lo scontro continuò per buona parte della giornata, dato che ogni schieramento alla fine ricorse alle proprie riserve. La posizione era angusta e nel poco spazio a disposizione potevano schierarsi in linea di battaglia al massimo tre coorti. Le perdite furono pesanti in entrambe le fazioni, ma dopo cinque ore di lotta gli uomini della Nona avevano ancora sufficiente energia per caricare brandendo la spada e lanciarsi un’ultima volta contro il nemico e i pompeiani si astennero abbastanza a lungo da permettere agli uomini di Cesare di ripiegare. Il proconsole registrò settanta morti, tra cui un centurione di rango superiore della Quattordicesima legione e oltre seicento feriti, mentre il nemico subì circa duecento perdite, inclusi un primus pilus e quattro centurioni. Entrambi gli schieramenti credettero di aver vinto, ma la questione fondamentale era che Cesare non era riuscito a conquistare la posizione che aveva attaccato26.
Le condizioni meteorologiche, poi, incisero sullo sviluppo degli avvenimenti, dal momento che le piogge abbondanti fecero esondare il fiume ed entrambi i ponti fatti costruire da Fabio vennero spazzati via. Cesare e l’esercito non poterono perciò beneficiare degli approvvigionamenti e dei rinforzi portati dagli alleati. Un contingente di Galli giunto in Spagna per unirsi a Cesare venne attaccato da una nutrita forza d’assalto nemica e subì alcune perdite, pima di riuscire a retrocedere in una posizione difensiva. Tutti i tentativi di riparare i ponti all’inizio fallirono e la razione di base dovette essere ridotta a un livello che i soldati non avrebbero potuto sostenere a lungo senza compromettere seriamente la propria salute. Dopo alcuni giorni, i legionari ricevettero istruzioni per costruire delle imbarcazioni costituite da una semplice struttura di legno ricoperta di pelle simili a quelle che avevano visto in Britannia. Con l’aiuto dell’oscurità, queste barche vennero trasportate con i carri per ventidue miglia romane fino a una collina vicina al fiume, dietro la quale fu costruito un piccolo accampamento. Cesare inviò una legione in quel punto e, dopo aver mandato dei distaccamenti sulla riva opposta del fiume, riuscì a costruire un nuovo ponte in soli due giorni, cosicché i Galli, insieme al convoglio di provviste che stavano scortando, attraversarono il ponte e si unirono all’esercito principale. Per il momento la crisi era passata, ma Cesare non aveva ancora fatto alcun progresso per sconfiggere il nemico. Ci furono alcuni segni incoraggianti quando varie comunità iberiche, intuendo che la sorte stava volgendo in suo favore, gli inviarono dei messaggeri promettendo di schierarsi dalla sua parte; ad essi, a sua volta, chiese di rifornirlo con il grano di cui aveva disperatamente bisogno. Il nuovo ponte era una linea di comunicazione vitale, ma la distanza non lo rendeva conveniente per tutti i fini, così i legionari di Cesare scavarono dei canali per convogliare l’acqua del Segre e creare una sorta di guado. Nel frattempo i legati pompeiani si sentirono troppo vulnerabili, perché la cavalleria nemica era diventata più numerosa e audace, e stava rendendo difficoltoso il loro foraggiamento; decisero così di ritirarsi in una regione occupata dai Celtiberi, che erano particolarmente ben disposti nei confronti di Pompeo27.
Organizzarono con attenzione i preparativi, diedero disposizioni affinché le navi e le chiatte venissero adunate lungo il fiume Ebro e portate nella città di Octogesa, a circa cinquanta chilometri dal loro accampamento. Le imbarcazioni furono utilizzate per creare una specie di ponte galleggiante sull’ampio Ebro, ma i lavori non passarono inosservati alle pattuglie di ricognizione di Cesare e, per coincidenza, furono completati lo stesso giorno in cui il guado improvvisato sul fiume Segre venne ritenuto agibile. Afranio e Petreio poterono finalmente superare il più grande ostacolo sul loro tragitto: sapevano che, una volta attraversato l’Ebro, avrebbero avuto almeno due giorni di vantaggio per sfuggire a un inseguimento immediato, ma erano anche consapevoli che avrebbero dovuto condurre l’esercito fino alla lontana Octogesa. Due delle loro legioni superarono il fiume attraversando il ponte che si trovava all’esterno della città e si accamparono sulla riva orientale. Poi, durante la notte, il resto dell’esercito pompeiano marciò per raggiungere le due legioni e l’intera forza si diresse verso l’Ebro, lasciando due coorti di guarnigione a Lerida. Gli avamposti di Cesare riferirono i movimenti e il proconsole inviò la cavalleria a disturbare e rallentare la marcia della colonna nemica. Quando sorse il sole, salì sulla cima della collina che si trovava accanto all’accampamento e vide che la retroguardia pompeiana stava avendo difficoltà a respingere i suoi cavalieri e che era costretta a fermarsi e a schierarsi in continuazione per scacciare gli inseguitori. I legionari sapevano ciò che stava accadendo, e attraverso i tribuni e i centurioni incitarono Cesare a lasciar loro rischiare l’attraversamento del guado artificiale e a risalire lungo il fiume per combattere. Incoraggiato dal loro entusiasmo, fece partire cinque legioni e lasciò le restanti unità a presidiare l’accampamento. La cavalleria formò una barriera sopra e sotto il punto di attraversamento del fiume e le truppe riuscirono a guadarlo senza subire alcuna perdita e, nonostante fossero partite in ritardo, la loro avanguardia raggiunse la retroguardia pompeiana nel tardo pomeriggio. Entrambi gli eserciti si schierarono, uno di fronte all’altro, ma i pompeiani non avevano alcuna intenzione di combattere e rimasero in un punto sopraelevato, mentre gli uomini di Cesare erano stremati, così gli eserciti prepararono gli accampamenti per la notte. Davanti ai pompeiani si estendeva una catena montuosa e i due legati progettarono di marciare durante la notte per raggiungere il valico prima del nemico. Il piano fallì quando alcuni prigionieri lo rivelarono a Cesare, il quale, nonostante fosse ancora buio, ordinò che venissero suonate le trombe per far adunare i suoi uomini e, dopo aver sentito lo squillo i pompeiani compresero di essere stati scoperti e ritornarono nell’accampamento28.
Il giorno seguente entrambi gli schieramenti inviarono delle piccole pattuglie di ricognizione per studiare i percorsi attraverso i monti e confermarono la presenza di un passo a circa otto chilometri di distanza. Il primo che fosse riuscito a impossessarsi del valico, avrebbe anche bloccato la strada al nemico. Dal momento che la marcia notturna era fallita, i pompeiani decisero di muoversi all’alba. Il loro accampamento era situato tra quello di Cesare e il passo, ma erano ingombrati dal convoglio dei bagagli, mentre i cesariani avevano solo gli equipaggiamenti di base e razioni minime. Cesare si mise in marcia prima dell’alba e sorprese gli avversari prendendo un’altra direzione. Il sollievo iniziale si tramutò in sgomento quando la sua colonna cominciò a virare lentamente a destra e a dirigersi verso il valico formando una curva. I pompeiani si avviarono e i due eserciti avanzarono a gran velocità per cercare di raggiungere il passo per primi. Gli uomini di Cesare percorsero un tragitto più difficoltoso, ma erano partiti in anticipo e avevano molti meno carichi; la loro cavalleria, inoltre, continuò a disturbare il nemico e a rallentare la sua avanzata. I cesariani vinsero la competizione e Afranio e Petreio fecero fermare le loro truppe sconfortate. Gli ufficiali e i soldati dell’esercito di Cesare, quando videro il nemico demoralizzato e in una posizione di svantaggio, furono desiderosi di combattere ed esortarono il proconsole a dare l’ordine di attaccare. Cesare rifiutò, perché credeva che il nemico, ormai privo di provviste, si sarebbe comunque arreso e non vedeva la necessità di mettere a repentaglio la vita dei suoi soldati o dei concittadini che combattevano per gli avversari. Tale atteggiamento provocò alcuni malumori tra i suoi veterani e dei commenti di dissenso fino a quando diede l’ordine di battaglia.
Nei giorni successivi i due eserciti cominciarono a costruire delle linee di fortificazione: i pompeiani erano intenti ad assicurarsi un rifornimento idrico, ma Cesare cercava di circondarli per privarli dell’accesso all’acqua. Durante i lavori, numerosi uomini di entrambi gli schieramenti cominciarono a fraternizzare con il nemico, cercando familiari, amici e vicini. Alcuni ufficiali pompeiani cominciarono a parlare di resa, e lo stesso figlio di Afranio mandò un amico a negoziare con Cesare. Suo padre non sembrava più intenzionato a combattere, ma Petreio voleva proseguire la battaglia e inviò la sua scorta di cavalleria spagnola e fanteria leggera a massacrare tutti i soldati cesariani che stavano socializzando con i propri uomini. Alcuni riuscirono a fuggire combattendo, mentre altri furono nascosti dalle stesse truppe di Pompeo e si dileguarono durante la notte. Cesare, invece, permise a tutti i contingenti nemici che si trovavano tra le sue linee di andarsene liberamente o di restare, se lo desideravano. Petreio supplicò i propri soldati di rimanere leali e giurò di «non disertare o tradire l’esercito e i suoi officiali, o di anteporre la propria sicurezza al bene comune». Convinse Afranio a fare lo stesso giuramento, poi gli ufficiali di maggiore o minor grado, e infine i soldati ordinari29.
I pompeiani fecero un ultimo tentativo per rompere l’accerchiamento, mentre Cesare li seguiva disturbando di continuo la colonna in ritirata. Il nemico fu nuovamente circondato, e questa volta in una posizione anche peggiore, dal momento che non aveva alcun accesso all’acqua. Cesare continuava a voler evitare la battaglia, ed entrambi gli schieramenti si fermarono ancora una volta per costruire delle linee di fortificazione. I pompeiani tentarono di riattraversare il Segre, ma furono bloccati e, poiché avevano terminato le scorte di cibo e foraggio, Afranio andò da Cesare per concordare le condizioni di pace. Il proconsole rimproverò i generali nemici per aver causato inutili spargimenti di sangue ma, nonostante ciò, com’era già successo a Corfinio e in generale durante la guerra, furono tutti lasciati liberi. Il loro esercito fu sciolto e Cesare supervisionò con attenzione tale procedimento. Nel frattempo, nella Spagna Ulteriore, Varrone, l’ultimo legato rimasto, era stato incoraggiato a tal punto dai precedenti e ottimistici rapporti di Afranio, che decise di dimostrarsi un valido sostenitore della causa di Pompeo. Cominciò a reclutare soldati e ad accumulare provviste, ma dopo la resa di Lerida il proconsole si diresse verso la provincia Ulteriore e l’entusiasmo di Varrone vacillò quando ricevette le notizie del successo di Cesare e comprese che la popolazione della sua provincia era generalmente ben disposta nei confronti del vincitore. Le sue truppe disertarono e lui inviò subito un messaggio al proconsole e si arrese. Tutta la Spagna era ora sotto il controllo di Cesare. Nonostante ci fossero stati dei momenti difficili, le sue aspettative di una rapida vittoria si erano rivelate fondate, e alla fine dell’estate anche Marsiglia smise di opporre resistenza. Domizio Enobarbo riuscì a fuggire su una nave appena prima che la città si arrendesse e non fu catturato una seconda volta. Allo stesso modo di Afranio e Petreio, anch’egli avrebbe continuato a combattere contro Cesare, perché, pur essendo tutti disposti ad accettare la clemenza del loro nemico, non per questo provavano meno odio nei suoi confronti. D’altronde, non c’era alcun segnale che Pompeo e i suoi principali alleati desiderassero una pace diversa da quella ottenuta con una vittoria bellica. La guerra sarebbe continuata30.