«Ebbe per amanti anche le regine […]; ma la sua più grande passione fu Cleopatra, con la quale protraeva i banchetti fino alle prime luci dell’alba. Conducendola con sé, su una nave dotata di camera da letto, avrebbe attraversato tutto l’Egitto, se l’esercito non si fosse rifiutato di seguirlo».
svetonio, fine del I/inizio del II secolo d.C.1
«Cleopatra era davvero una donna bellissima e, trovandosi allora nel fiore della giovinezza, era in tutto il suo splendore; aveva una voce dolcissima e sapeva conversare amabilmente con chiunque. Per questo era affascinante per chi la vedeva e la ascoltava, e poteva soggiogare qualunque uomo, anche chi fosse stato restio all’amore e un po’ avanti negli anni. Riponendo tutti i suoi diritti al trono nella bellezza, pensò che sarebbe stato conveniente incontrarsi con Cesare».
dione cassio, inizio del III secolo d.C.2
Dopo la vittoria di Farsalo, Cesare partì all’inseguimento del suo rivale con la solita determinazione e arrivò ad Alessandria tre giorni dopo l’uccisione di Pompeo. Per coronare il suo successo doveva necessariamente evitare che il nemico si riorganizzasse. L’abilità di Pompeo, la sua reputazione e la grande quantità di clienti che aveva lo rendevano ancora l’avversario più pericoloso, nonostante la sconfitta subita, e Cesare era determinato a dare la caccia al suo ex-genero, così viaggiò senza fermarsi, accompagnato solamente da una piccola forza. Durante la traversata incrociò uno squadrone di navi da guerra nemiche molto più grande del suo, ma Cesare era talmente sicuro di sé che si limitò a chiedere la loro resa, ottenendola subito. Si fermò per qualche giorno sulla costa dell’Asia, riassestò la situazione della provincia e si accordò con le comunità, soprattutto con quelle che avevano fornito più aiuti ai pompeiani, per avere i rifornimenti di cibo e di denaro necessari a sostentare i suoi eserciti, che crescevano in maniera esponenziale. In quei giorni ricevette la notizia che Pompeo si stava dirigendo in Egitto e ripartì subito all’inseguimento, portando con sé circa quattromila truppe, e giunse ad Alessandria agli inizi di ottobre. Venne informato della morte di Pompeo, e poco dopo alcuni emissari del giovane re gli consegnarono il suo anello col sigillo e la sua testa. Cesare pianse quando vide l’anello e non volle guardare la testa mozza. Il suo disgusto e il suo dolore furono probabilmente sinceri, dal momento che sin dall’inizio era stato orgoglioso della propria clemenza e della disponibilità a perdonare i suoi nemici. Ovviamente non si può sapere se Pompeo sarebbe stato disposto ad accettare o meno tale perdono, ma all’inizio dell’anno aveva dichiarato che avrebbe preferito morire, piuttosto che continuare a vivere grazie alla «generosità di Cesare». Un osservatore cinico potrebbe affermare che a Cesare convenne scaricare su degli assassini stranieri la colpa dell’uccisione di uno dei più grandi eroi della storia repubblicana, ma pare che in passato i due uomini fossero stati legati da un affetto sincero, oltreché da una forte alleanza politica. Nonostante la rivalità, è assai improbabile che Cesare avesse mai pensato di uccidere Pompeo, anche perché il suo obiettivo era quello di essere visto da tutto il mondo, incluso lo stesso Pompeo, come suo eguale; e forse, con il passare del tempo, come suo superiore. Un Pompeo morto era molto meno soddisfacente3.
L’assassinio dimostrava con chiarezza che le autorità locali desideravano compiacere i nuovi arrivati e Cesare decise di sbarcare con le sue truppe. Insieme a lui c’erano la Sesta legione, ridotta a meno di mille effettivi dalle continue campagne, e una delle vecchie formazioni di Pompeo, che era stata rinominata Ventisettesima e contava circa duemiladuecento uomini. Le due legioni erano supportate da una forza di cavalleria ausiliaria, composta perlopiù da Germani e da alcuni Galli, e probabilmente questi cavalieri erano gli stessi che avevano accompagnato e scortato Cesare nelle ultime campagne. Non era una forza particolarmente consistente, ma Cesare non credeva di dover affrontare una seria opposizione. Sbarcò e marciò verso uno dei palazzi del quartiere reale della città, dove stabilì la sua residenza. Essendo console, era preceduto da dodici littori che portavano le fasce che simboleggiavano il suo imperium di magistrato romano. A tale vista, le truppe reali cittadine e numerosi Alessandrini reagirono in maniera ostile. I Romani vennero insultati, e nei giorni successivi diversi legionari che passeggiavano da soli per le strade della città furono attaccati e linciati dalla folla.
Cesare si era ritrovato per caso nel mezzo della guerra civile egizia, e presto sarebbe stato assediato e costretto a combattere per difendere la propria vita, totalmente ignaro di ciò che stava succedendo nel resto del Mediterraneo. Prima di descrivere la campagna meglio nota come «guerra alessandrina», conviene soffermarsi sulla situazione dell’Egitto durante gli ultimi anni della dinastia tolemaica4.
Alessandro Magno aveva sottratto l’Egitto ai Persiani nel 331 a.C., e nello stesso anno aveva fondato Alessandria, una delle molte città che portavano il suo nome, sebbene con il tempo abbia oscurato tutte le altre. Quando morì, i suoi generali frantumarono l’enorme impero che aveva creato e lottarono per erigersi ognuno il proprio regno. Uno dei generali che ebbe più successo fu Tolomeo, figlio di Lago, che divenne Tolomeo I Sotere (‘Salvatore’) e stabilì la sua capitale ad Alessandria, in Egitto, dove riuscì anche a far trasferire il corteo funebre di Alessandro, affinché il corpo del grande conquistatore venisse seppellito nella città. La dinastia fondata da Tolomeo avrebbe regnato ininterrottamente per quasi tre secoli, controllando un impero che all’epoca, oltre l’Egitto, includeva anche la Cirenaica, la Palestina, Cipro e parte dell’Asia Minore. La sua estensione mutò quando perse alcuni territori periferici a causa delle varie ribellioni e della rinascita dei grandi regni della Macedonia antigonide e dell’Impero Seleucide. Gli equilibri di potere tra i tre grandi imperi oscillarono durante gli anni, ma nel 48 a.C. gli ultimi due erano ormai scomparsi: la Macedonia era diventata una provincia romana nel 146 a.C., mentre Pompeo aveva deposto l’ultimo re seleucide nel 64 a.C. e la Siria era passata sotto il dominio romano. I Macedoni e i Seleucidi avevano deciso di combattere contro Roma e furono sconfitti. I Tolomei, invece, avevano stretto un’alleanza con la repubblica ancora prima che questa cominciasse a estendere il suo potere nella regione. Il regno sopravvisse, ma ottenne pochi benefici dall’espansione romana, e nel II secolo a.C. questo elemento costituì un fattore determinante per il suo inarrestabile declino. Le interminabili dispute dinastiche all’interno della famiglia reale furono altrettanto importanti. Tolomeo II aveva sposato sua sorella, dando avvio a una tradizione di matrimoni incestuosi tra fratelli e sorelle, e zii e nipoti, che continuò fino alla fine della dinastia. Tali unioni, interrotte solo da occasionali matrimoni con principesse straniere, soprattutto seleucidi, miravano a evitare che le famiglie aristocratiche potessero reclamare il trono. Di contro, però, la linea di successione dinastica non era mai chiara. Nacquero fazioni attorno ai diversi membri della famiglia reale, e tutte desideravano che diventassero re o regine i propri eletti per divenire a loro volta influenti consiglieri. Le guerre civili erano frequenti, e con il passare del tempo Roma dovette agire più e più volte come arbitro della contesa, perché il riconoscimento formale dei Romani facilitava la legittimazione del dominio di un monarca. L’indipendenza del regno, però, venne gradualmente erosa.
L’Egitto continuava ad essere molto ricco, in parte grazie al commercio, dato che Alessandria era uno dei principali porti del mondo antico, ma la sua ricchezza era dovuta soprattutto alla fiorente agricoltura. Ogni anno il Nilo esondava – come ha fatto fino alla costruzione della Diga di Assuan – e quando le sue acque si ritiravano, gli agricoltori potevano piantare i loro semi nei terreni resi fertili dal limo. La portata dell’inondazione variava ogni anno e, com’è scritto nel libro della Genesi, potevano esserci annate di carestia o di abbondanza, ma in generale i raccolti erano sostanziosi. Molti secoli prima, la straordinaria fertilità della Valle del Nilo aveva permesso lo sviluppo della civiltà dell’antico Egitto e la relativa creazione dei suoi meravigliosi monumenti. In tempi più recenti, aveva reso la regione un’allettante conquista per i Persiani e poi per i Macedoni. I Tolomei ebbero la loro base di potere sempre in Egitto, e attraverso un sofisticato apparato burocratico, ereditato perlopiù dai periodi precedenti, riuscirono a sfruttare questa produttività. Un fattore importante all’interno di tale sistema era costituito dai templi, molti dei quali conservarono i culti e i riti dell’antica religione egizia e non subirono l’influenza delle idee ellenistiche. I templi avevano grandi proprietà terriere, ma erano anche centri per l’industria e l’artigianato, e godevano di uno status privilegiato che li esentava da quasi ogni tipo di tassazione. I visitatori romani furono colpiti dalla fertilità e dalla ricchezza dell’Egitto, così come rimasero sconvolti dagli intrighi e dall’opulenza della corte reale. Dall’inizio del I secolo a.C., l’Egitto sembrò offrire la possibilità di un’enorme ricchezza a molti Romani ambiziosi5.
La carriera del padre di Cleopatra è indicativa sia dell’instabilità della politica egizia, sia della sua sempre più evidente dipendenza da Roma. Il suo nome fu Tolomeo XII, figlio illegittimo di Tolomeo IX, e molto probabilmente uno dei suoi amanti. Suo padre era diventato re nel 116 a.C., quando la madre lo scelse come sovrano e marito, però in seguito venne rifiutato in favore di un suo fratello, Tolomeo X, che pare fosse estremamente obeso. Alla fine tornò per spodestare entrambi con la forza e rimase sul trono fino alla sua morte, avvenuta nell’81 a.C. Il suo successore fu il nipote Tolomeo XI, che, dopo essersi sposato con la matrigna, la fece assassinare immediatamente e venne ucciso a sua volta subito dopo. Tolomeo XII fu poi riconosciuto re dell’Egitto da Silla. Si definiva il «Nuovo Dioniso» (Νέος Διόνυσος), però in generale era conosciuto con il soprannome meno lusinghiero di «Aulete» (‘suonatore di flauto’; alcuni studiosi hanno affermato che la traduzione corretta è ‘suonatore di oboe’, ma l’altra versione rimane la più usata). Nel 75 a.C. i pretendenti al trono andarono a Roma per fare pressioni sul senato, ma non riuscirono a ottenere nulla.
La ricchezza dell’Egitto rimaneva comunque una grande tentazione per gli ambiziosi Romani. Un decennio più tardi Crasso provò a sfruttare la sua carica di censore per far annettere l’Egitto ai territori della repubblica, probabilmente perché Tolomeo X aveva fatto inviare a Roma una copia del suo testamento, nel quale esprimeva la volontà di far diventare il proprio regno una provincia romana. Come sottolineato in precedenza, anche Cesare aveva un piano simile (vedi p. 138). Nessuno dei due uomini raggiunse l’obiettivo, ma nel 59 a.C., quando era console, Cesare divise con Pompeo l’astronomica tangente di seimila talenti che Tolomeo XII gli aveva promesso per essere riconosciuto formalmente «amico e alleato» del popolo romano. Il sovrano ebbe difficoltà a raccogliere la cifra, la quale sicuramente contribuì a fomentare l’insurrezione che lo costrinse a fuggire dall’Egitto l’anno successivo. Si recò a Roma, sperando di ottenere l’appoggio del senato per tornare al potere, ed è probabile che portò con sé la figlia Cleopatra, all’epoca undicenne. La questione venne discussa con veemenza, dal momento che molti Romani desideravano l’opportunità di intraprendere una campagna in Egitto e di ricevere le probabili ricompense che il re riconoscente avrebbe dato. Nel 57 a.C., il console Publio Lentulo Spintere – lo stesso che in seguito si sarebbe arreso a Cesare a Corfinio – ebbe l’incarico di restaurare al trono Tolomeo, ma gli avversari politici riuscirono a «decifrare» un oracolo secondo il quale non avrebbe dovuto compiere la sua missione con l’aiuto dell’esercito. Alla fine, nel 55 a.C., Gabinio si assunse la responsabilità del compito, spinto anche dalla promessa di diecimila talenti fattagli da Aulete. Quando giunse il momento, però, il sovrano non riuscì a trovare il denaro, e Gabinio tornò a Roma, dove fu processato e condannato, ma ritrovò la fortuna quando si unì a Cesare nel 49 a.C.6
Dopo l’espulsione di Tolomeo XII, nel 58 a.C. venne nominata regina sua figlia Berenice IV, che all’inizio governò insieme alla sorella maggiore Cleopatra VI, ma dopo la morte di lei sposò un figlio di Mitridate del Ponto, e questo legame rese ancora più necessario l’intervento di Roma. Al suo ritorno, Aulete fece uccidere Berenice, ma tutti i suoi sforzi di raccogliere il denaro che doveva a Gabinio e agli altri creditori romani fallirono. Continuò ad essere molto impopolare, ma i Romani che lo avevano appoggiato e che volevano sfruttare l’Egitto in maniera così spudorata suscitarono un odio ancora più profondo nel popolo egizio. Ad Alessandria, in particolar modo, ci furono numerosi scontri e attacchi ai Romani. Nel 51 a.C. Aulete morì e lasciò il trono alla sua terza figlia, la diciassettenne Cleopatra VII, e al figlio Tolomeo XIII, di soli dieci anni. Aveva già inviato una copia del suo testamento a Roma, affinché venisse conservato, una misura che manifestava il riconoscimento del potere della repubblica. Fratello e sorella, come da tradizione, si sposarono immediatamente. Nonostante la sua giovane età, Cleopatra dimostrò sin da subito una personalità molto forte, e nei decreti emessi all’inizio del suo regno non ci fu alcun riferimento al fratello Tolomeo. Il ragazzo era ancora troppo giovane per farsi valere, però i suoi ministri e consiglieri, guidati dall’eunuco Potino e da Achilla, il comandante dell’esercito, cominciarono a osteggiare la sorella maggiore. La situazione ad Alessandria fu turbolenta per molto tempo, e una serie di raccolti scarsi accrebbe ulteriormente il malcontento della popolazione, poiché nel 48 a.C. il Nilo aveva raggiunto il livello più basso mai registrato. Nel 49 a.C. Pompeo mandò suo figlio Gneo in Egitto per assicurarsi l’appoggio alle forze che stava radunando in Macedonia. Cleopatra lo accolse con disponibilità – in seguito circolarono delle voci riguardo a una relazione, ma forse si trattava solo di pettegolezzi o propaganda – e inviò ai pompeiani un contingente di soldati lasciati da Gabinio e cinquanta navi. Questa condiscendenza nei confronti dei Romani era sensata, dato il loro potere e il debito che suo padre aveva con Pompeo, ma probabilmente non era tollerata dagli Egizi. I reggenti, che, oltre ad avere il controllo dell’esercito, godevano anche dell’appoggio della popolazione, riuscirono a esiliare Cleopatra dalla regione. La regina si rifugiò in Arabia e in Palestina, e fu aiutata da Ascalona, una delle vecchie città filistee dell’epoca dell’Antico Testamento, che nei secoli recenti era quasi sempre stata sotto il dominio tolemaico. Nel 48 a.C. riuscì a radunare un esercito e a tornare in Egitto per reclamare il trono, ma le sue truppe e quelle leali a suo fratello si incontrarono sulle rive del Delta del Nilo ed erano ancora intente a studiarsi, quando in Egitto arrivarono prima Pompeo e poi Cesare7.
Cleopatra è uno dei pochi personaggi del mondo antico il cui nome è ancora immediatamente riconoscibile; però c’è da dire che sappiamo molto poco sulla prima parte della sua vita e sulla sua relazione con Cesare, rispetto a ciò che si crede. Abbiamo molte più informazioni sugli anni successivi e sull’avventura che ebbe con Marco Antonio, sebbene anche in questo caso la maggior parte delle fonti a nostra disposizione sia stata scritta molto tempo dopo la sua morte e travisata dalla propaganda di Augusto, contro il quale la coppia aveva combattuto e perso. La regina, comunque, ha affascinato intere generazioni, e con il passare dei secoli la sua immagine è stata spesso riproposta nell’arte, nella letteratura, nel teatro e, più di recente, nel cinema e nella televisione, sebbene in tutti questi casi le fonti antiche siano state liberamente romanzate. Se si analizza il periodo storico in questione, è difficile distaccarsi del tutto dall’idea che ha assunto Cleopatra nell’immaginario collettivo; perciò bisogna partire dai dati che si possono affermare con certezza. Quando Cesare arrivò in Egitto, Cleopatra aveva all’incirca ventuno anni ed era stata regina per quasi quattro anni. Era molto intelligente, e la sua educazione, di impostazione greca, fu eccellente. In seguito le è stata attribuita una serie di opere scritte, i cui temi spaziavano dalla cosmetica all’arte dell’acconciatura, a materie scientifiche e filosofiche. Cleopatra era una rinomata poliglotta, e pare che raramente avesse bisogno di un interprete quando incontrava i governanti dei territori vicini. I Tolomei appartenevano a una dinastia della Macedonia e si erano imposti con la forza in Egitto, però in passato avevano ritenuto opportuno presentarsi ai propri sudditi come i veri successori dei faraoni. Cleopatra non fu l’unica a sostenere i culti tradizionali del luogo, ma mostrò un profondo interesse per i dettagli delle cerimonie, tanto che nell’ultima parte della sua vita si definì la nuova Iside, scegliendo una dea egizia – sebbene il suo culto si fosse ormai diffuso in quasi tutto il mondo mediterraneo –, invece di una divinità greca, come aveva fatto suo padre. Plutarco racconta che fu la prima dei Tolomei a conoscere e parlare la lingua egizia. Tutte queste qualità erano molto utili dal punto di vista politico, perché un monarca consapevole che il proprio regno potesse essere facilmente messo in discussione aveva bisogno di una base di supporto che fosse la più ampia possibile, e i templi svolgevano un fondamentale ruolo economico e spirituale nella vita della regione. L’Egitto tolemaico era caratterizzato da profonde divisioni interne e doveva affrontare il pressante potere di Roma, che non poteva essere ignorato, ma doveva essere arginato in qualche modo. Nessun monarca era davvero al sicuro, e tale contesto giustifica in un certo senso l’innegabile crudeltà di Cleopatra; in quel periodo, d’altronde, nessun Tolomeo poteva agire diversamente8.
Alcune delle domande su Cleopatra che vengono poste con più frequenza sono: che aspetto aveva? Era davvero bellissima? Probabilmente non riusciremo mai a rispondere con certezza a nessuno dei due quesiti. Il suo aspetto, raffigurato sulle monete, è abbastanza severo, forse perché l’intenzione era quella di trasmettere un’immagine di autorità e potere, invece che un attraente ritratto con le caratteristiche fisionomiche. In alcuni casi il cattivo stato di conservazione ha esaltato il naso lungo e curvo e il mento appuntito, mentre alcune monete coniate ad Ascalona mostrano una ragazza più giovane e dai tratti più dolci. Col passare dei secoli, le sono stati attribuiti molti busti, ma pochi sono stati considerati realmente suoi, e le raffigurazioni nel tradizionale stile egizio, per esempio nei templi, venivano fatte utilizzando diverse norme convenzionali, ma non riescono comunque a mostrarci il suo vero aspetto. Le monete e i busti la mostrano sempre con i capelli tirati indietro in una crocchia – uno stile che la tradizione accademica descrive in maniera poco lusinghiera come a forma di melone – e con il diadema di un monarca ellenico. Pare che avesse gli zigomi alti, ma la caratteristica principale era il suo naso, con il ponte alto, piuttosto lungo e probabilmente dalla forma a uncino («aquilino» sarebbe il termine utilizzato sicuramente da un narratore romantico). Dione Cassio sostiene che fosse straordinariamente bella. A volte si è pensato erroneamente che tale affermazione venisse contraddetta da un brano di Plutarco secondo il quale non era tanto la sua bellezza ciò che colpiva chi la vedeva, quanto il suo fascino, la personalità e il soave tono musicale della sua voce. L’autore greco non negava la sua bellezza, ma sottolineava che c’erano altri motivi per spiegare la potente influenza che esercitava sugli uomini. Secondo il proverbio, la bellezza è negli occhi di chi guarda, e con il passare del tempo le generazioni hanno avuto ideali differenti sul concetto di perfezione estetica. Basti pensare alle famose stelle del cinema che hanno conquistato il pubblico e sono state considerate affascinanti senza essere particolarmente belle. Gli scultori hanno sempre avuto difficoltà a catturare la vitalità e il dinamismo di una persona, ed è molto improbabile che tali caratteristiche possano essere veicolate dalle effigi incise sulle monete.
In generale si può dire che Cleopatra fu una donna molto attraente, e forse lo sarebbe stata anche se fosse vissuta in epoche diverse. Oltre ad essere di bell’aspetto, era anche intelligente, sofisticata, ironica, vivace e intrigante. Se a tutto ciò si aggiunge il fascino della regalità e il suo potere politico, non è difficile capire come abbia fatto a conquistare due dei più grandi Romani del tempo. Il colore dei suoi capelli e la sua carnagione non sono noti. In alcuni ambienti si crede che fosse nera, ma non esiste la minima prova a sostegno di tale tesi. I Tolomei erano macedoni, nonostante nella loro dinastia ci fosse del sangue greco e, attraverso i matrimoni con i Seleucidi, anche persiano. Non sappiamo chi fosse la nonna di Cleopatra, e ci sono alcuni dubbi anche sulla sua vera madre, sebbene molti studiosi credano sia stata la sorella di Aulete, il che avrebbe dato ancora più importanza all’identità della nonna. L’ipotesi più plausibile è che fosse una concubina e quindi probabilmente non aveva origini macedoni. Poteva essere egizia o di qualche territorio ancora più lontano, pertanto non è del tutto impossibile che ci fosse del sangue africano in Cleopatra, ma non c’è nessuna conferma. Può anche darsi che fosse bionda, dal momento che alcuni Macedoni avevano i capelli chiari, ma nessuna fonte lo riporta. Quest’aura di mistero continuerà a fare immaginare tante differenti Cleopatre9.
Alessandria era una città giovane, se paragonata a Roma. È probabile che fosse più piccola – aveva circa mezzo milione di abitanti – ma rimaneva comunque la città più grande del mondo greco-romano, con l’eccezione della siriana Antiochia. Era senza dubbio più sfarzosa di Roma, dal momento che la sua fondazione «a tavolino» assicurò che venisse costruita secondo i canoni della migliore architettura ellenistica. Le due strade principali, che si incrociavano perpendicolarmente, erano larghe circa trenta metri. Il porto era immenso, e sull’isola alla sua estremità c’era l’enorme Faro, una delle sette meraviglie del mondo antico. Il quartiere reale si affacciava sul mare, ed era costituito da numerosi palazzi sontuosi, poiché, secondo una tradizione consolidata, ogni nuovo monarca era tenuto a costruire il proprio complesso di edifici. Oggi questa parte della città si trova quasi del tutto sott’acqua, ma negli ultimi anni gli archeologi hanno avviato un programma di ricerca che ha già prodotto dei buoni risultati. Una prima sorpresa è stata la scoperta che numerosi monumenti dell’antico Egitto vennero spostati dalle loro sedi originali e portati nella città per adornarla. Molti Tolomei, ovviamente, desideravano mettere in rilievo la grande antichità del territorio a cui erano riusciti a imporre il proprio dominio. Alessandria era stata fondata da un re macedone e la maggior parte dei suoi primi colonizzatori era di origine greca o macedone; da allora la sua popolazione si era mescolata con gente proveniente da altre terre e la città accoglieva la più grande comunità giudaica al di fuori della stessa Giudea. Aveva un porto molto trafficato, e il commercio di spezie, avorio e altri oggetti di lusso provenienti dall’India subì un incremento durante il regno di Cleopatra. Nonostante quest’andirivieni di popoli di nazionalità diverse, dal punto di vista culturale Alessandria rimase fondamentalmente greca e diventò uno dei più grandi centri di apprendimento del mondo ellenistico. La sua Biblioteca era sconfinata, oltre ai libri conteneva moltissime curiosità e meraviglie scientifiche – una fonte menziona un modellino che poteva muoversi con la forza del vapore – e i Tolomei avevano da sempre invitato i filosofi ad andare a studiare e a insegnare nelle scuole della città10.
Non c’è alcuna prova che Cesare avesse mai visitato Alessandria o l’Egitto prima di esservi sbarcato nell’ottobre del 48 a.C. Rimase sorpreso dall’accoglienza ostile degli abitanti che si irritarono alla vista dei littori e non tollerarono la spavalderia con la quale lui e i suoi legionari sfilarono per le vie della città. In quel periodo le condizioni meteorologiche non gli permettevano di partire e di continuare il suo viaggio, così decise di tenersi impegnato. La maggior parte dei soldi che gli aveva promesso Aulete circa un decennio prima non gli era stata data e Cesare annunciò l’intenzione di prendersi i dieci milioni di denari che ancora mancavano per estinguere il debito. La vittoria di Farsalo aveva incrementato ulteriormente i suoi impegni finanziari, dato che ora doveva provvedere anche alle decine di migliaia di soldati pompeiani che si erano arresi e consegnati a lui. Durante lo stesso periodo, annunciò anche che avrebbe arbitrato la disputa per la successione, dal momento che era stato lui a garantire il riconoscimento di Tolomeo Aulete. L’eunuco Potino, che agiva in qualità di reggente di Tolomeo XIII (che aveva ancora tredici o quattordici anni), non fece alcuna protesta pubblica, ma in segreto ordinò ad Achilla di condurre l’esercito verso la città. I Commentarii affermano che Achilla aveva una forza di circa ventimila uomini, composta perlopiù da ex-soldati di Gabinio che si erano sposati con donne del posto ed erano rimasti in Egitto, e da mercenari, tra i quali c’erano numerosi schiavi fuggiti dalle province romane. Cesare aveva portato pochissime truppe con sé, e presto si ritrovò asserragliato nel palazzo cinto da mura e nel complesso di edifici che aveva occupato nel quartiere reale. All’inizio ci fu una tregua precaria, ma subito dopo Achilla sferrò un attacco a tutto campo. Cercando di respingere l’assalto, i legionari di Cesare incendiarono alcuni edifici, ma il fuoco andò fuori controllo, e secondo alcune fonti si propagò fino alla Biblioteca, sebbene sia improbabile che le fiamme abbiano danneggiato i libri al suo interno, perché rimase un centro culturale di massima importanza per molti secoli. La maggior parte degli abitanti appoggiava l’esercito reale o era neutrale, e veniva incitata a ribellarsi ai Romani, per scongiurare il rischio che l’Egitto diventasse un territorio della res publica. Cesare inviò dei messaggeri per chiedere aiuto e rinforzi, ma avrebbero impiegato molto tempo per arrivare a destinazione e lui rischiava seriamente di essere sconfitto e ucciso11.
All’inizio sia Tolomeo XIII che sua sorella Arsinoe si trovavano nelle file di Cesare insieme a molti loro assistenti, tra i quali c’era anche Potino. Quest’ultimo fu particolarmente sgarbato, fece servire ai Romani cibo scadente in brutti recipienti e disse loro in modo brusco che il debito reclamato da Cesare sarebbe stato pagato con tutto l’oro e l’argenteria del palazzo reale. In quei momenti di confusione Cleopatra fece la sua comparsa a sorpresa sulla scena, entrando di nascosto nel palazzo, al tramonto. Arrivò accompagnata da uno dei suoi domestici, Apollodoro di Rodi, che le fece attraversare il porto su una piccola imbarcazione a remi e la portò da Cesare, non avvolta in un tappeto, come più volte è stato mostrato dai film hollywoodiani, ma chiusa in una borsa per la biancheria. La sacca venne slegata e apparve la regina, forse alzandosi in piedi mentre la borsa si afflosciava al suolo (è difficile resistere all’analogia con una ballerina che spunta da dentro una torta). Dione Cassio afferma che Cleopatra era a conoscenza della reputazione di donnaiolo di Cesare e si era vestita in maniera tale da stimolare sia la sua compassione per la perdita del trono, sia la sua propensione alla dissolutezza. I due divennero amanti, e nello stesso periodo Cesare decretò che le condizioni del testamento di Aulete stabilivano chiaramente che Cleopatra e suo fratello avrebbero dovuto regnare insieme. Il ragazzo reagì con freddezza, probabilmente perché era già consapevole che non sarebbe mai riuscito ad avere con il console romano la stessa confidenza che aveva sua sorella, e fece un discorso davanti a una folla di Alessandrini, che replicò mettendo in subbuglio la città. La tensione all’interno del quartiere reale aumentò e si vociferò di alcune cospirazioni per assassinare Cesare. In passato lui non era mai stato un grande bevitore, ma in quel periodo cominciò a trattenersi con i suoi ufficiali dopo cena e a bere fino a notte fonda. Si diceva che lo facesse per proteggersi. Uno degli schiavi personali di Cesare sentì per caso Potino tramare contro di lui e l’eunuco fu posto sotto sorveglianza, così si scoprì che era in contatto con gli assedianti e venne immediatamente giustiziato. In seguito Arsinoe fuggì e si unì all’esercito egizio, che la proclamò subito regina e, insieme al suo ex-tutore, l’eunuco Ganimede, pianificò l’assassinio di Achilla e prese il comando delle truppe. I due uomini che erano stati i principali responsabili dell’uccisione di Pompeo subirono la sua stessa sorte in un breve arco di tempo12.
L’assedio continuò con rinnovata intensità: a un certo punto gli assedianti contaminarono i rifornimenti idrici della zona controllata dagli uomini di Cesare, il quale ordinò ai suoi legionari di scavare dei pozzi. Una terza legione, la Trentasettesima, formata dai soldati pompeiani che si erano arresi, riuscì a raggiungerlo via mare, portando con sé un convoglio di provviste, di artiglieria e altri equipaggiamenti. Per Cesare era fondamentale preservare l’accesso al porto, poiché, se si fossero interrotti i suoi collegamenti con il mare, sarebbe stato difficile ricevere nuovi rinforzi e aiuti. Nel porto e nei suoi dintorni ci furono delle piccole battaglie tra l’esigua squadra navale che aveva accompagnato Cesare e la flotta egizia frettolosamente radunata, composta dalle imbarcazioni che pattugliavano il Nilo e dalle navi da guerra trovate semiabbandonate nei cantieri reali. Le travi di alcuni grandi edifici vennero divelte per essere trasformate in remi. La maggior parte di questi scontri fu vinta dalle navi di Cesare, e tali vittorie lo incoraggiarono a sferrare un attacco per assicurarsi l’isola di Pharos (il cui nome deriva dall’enorme faro che si trovava su di essa), che era collegata alla terraferma da un ponte lungo circa un chilometro e mezzo. Cesare controllava già una piccola parte dell’isolotto, ma decise di conquistarlo totalmente e vi fece sbarcare dieci coorti, mentre altre navi da guerra lanciarono un attacco diversivo sulla costa opposta. Il giorno dopo venne sferrato un secondo attacco, per proteggere l’accesso al ponte ma, nonostante l’avvio convincente, l’offensiva terminò nel caos quando un gruppo di marinai che era appena sbarcato venne colto di sorpresa da un contrattacco nemico e fuggì in preda al panico. La confusione dilagò e presto anche i legionari furono costretti a mettersi in fuga per salvare le proprie vite, ammassandosi a bordo delle imbarcazioni più vicine per cercare disperatamente di dileguarsi. Cesare riuscì a far combattere alcuni uomini per un po’ di tempo, ma si rese subito conto che quel piccolo gruppo di soldati sarebbe stato sconfitto dagli avversari e si unì alla ritirata. La sua stessa nave era stracolma di legionari terrorizzati e per l’equipaggio fu impossibile spingerla via dalla spiaggia. Vedendo ciò che stava per succedere, il console si tolse la corazza e il mantello da generale e si tuffò in mare e, tenendo la mano sinistra fuori dall’acqua per salvare alcuni documenti importanti che aveva con sé, si mise in salvo nuotando con calma. Svetonio sostiene che riuscì a portare in salvo anche il suo famoso mantello, ma altre fonti affermano che il nemico riuscì a conquistare questo trofeo e a esibirlo come simbolo del proprio successo. La nave che Cesare aveva abbandonato era ormai naufragata, ma il console inviò altre imbarcazioni per salvare alcuni uomini che erano rimasti intrappolati al suo interno. Fu la sconfitta più pesante dell’intera campagna e ci furono circa ottocento vittime, la metà delle quali erano legionari e il resto marinai. Il morale dei suoi uomini rimase comunque alto e continuarono a respingere tutti gli attacchi alle loro posizioni13.
Poco tempo dopo – probabilmente era la fine di gennaio o l’inizio di febbraio del 47 a.C. – una delegazione di Alessandrini andò da Cesare, chiedendogli che le venisse consegnato Tolomeo perché la popolazione era stanca del dispotismo di Arsinoe e di Ganimede. Cesare accettò, ma prima esortò il ragazzo a far cessare gli attacchi, affermando che non giovavano al suo popolo, e gli ricordò che doveva essere leale nei confronti di Roma e del suo console. Il ragazzo scoppiò in lacrime e supplicò di non essere mandato via, e Cesare gli rispose che, se davvero non tollerava una simile situazione, allora doveva porre fine alla guerra e tornare velocemente nel suo palazzo reale. Ma, una volta abbandonate le posizioni romane, Tolomeo si ricongiunse felicemente con la sorella e incitò i soldati a raddoppiare gli sforzi per sconfiggere gli invasori. Secondo l’autore del Bellum Alexandrinum, «molti legati, amici, centurioni e soldati di Cesare si rallegrarono dell’accaduto, perché la sua eccessiva bontà era stata vittima dell’inganno di un ragazzo». Irzio, tuttavia, dubitava dell’ingenuità di Cesare, e nel suo racconto sostiene che in questo episodio ogni fazione era convinta di ingannare l’altra. I rinnovati attacchi contro i Romani non furono incisivi e le cose cominciarono a volgere in favore di Cesare, dal momento che un esercito di soccorso era giunto via terra dalla Siria sotto il comando di Mitridate di Pergamo. Era una forza composta più da alleati che da Romani e, oltre a numerosi Siriani e Arabi, includeva un contingente di tremila Giudei messo a disposizione dal sommo sacerdote Ircano II e guidato da Antipatro, il padre di Erode il Grande. Il coinvolgimento di Ircano spinse la popolazione giudaica di Alessandria a schierarsi dalla parte di Cesare. Mitridate assaltò con successo la città di Pelusium, e la notizia spinse Tolomeo e gli altri capi egizi a far spostare il grosso delle loro forze verso est, nel tentativo di fermare il nemico prima che potesse riuscire ad attraversare i canali del Delta. Quasi contemporaneamente, un messaggero di Mitridate raggiunse Cesare, che, dopo essere salpato con alcune truppe, risalì lungo la costa e riuscì a unirsi all’esercito di soccorso prima che questo entrasse in contatto con la forza egizia. Nella battaglia che seguì, le truppe di Tolomeo vennero sconfitte pesantemente. Il ragazzo fuggì navigando sul fiume, ma la sua barca non resse il peso dei numerosi fuggitivi e si capovolse, facendolo affogare. L’incidente fu molto simile a quello avuto da Cesare qualche settimana prima, in cui aveva evitato la morte per un soffio14.
La guerra era finita e ora bisognava stabilizzare la situazione dell’Egitto. Arsinoe fu fatta prigioniera e sfilò nella parata per celebrare il trionfo di Cesare, prima di essere costretta all’esilio. In seguito, Marco Antonio la fece uccidere, quasi certamente spinto dalla sorella maggiore. Cleopatra decise di avere come co-governante un altro fratello, Tolomeo XIV, sebbene il potere fosse chiaramente nelle sue mani. Nei primi accordi Cesare era riuscito a dare ad Arsinoe e al fratello minore il governo di Cipro, che recentemente era diventata una provincia romana e la si poteva considerare una concessione importante. Tale azione rifletteva forse la debolezza militare che aveva in quel momento, o era un attacco a Catone, che aveva diretto l’annessione del territorio. Alla fine, però, Cipro tornò a far parte del regno affidato a Cleopatra e a suo fratello. Non si sa con certezza se Cesare riuscì a ottenere il denaro che aveva chiesto al suo arrivo ad Alessandria, ma probabilmente la sua richiesta venne assecondata. Nel Bellum Alexandrinum l’autore sostiene che il console partì subito dopo la vittoria, ma tale affermazione non è corretta, dal momento che rimase in Egitto per un po’ di tempo, forse circa tre mesi. Lui e Cleopatra fecero una crociera lungo il Nilo, nel lussuoso barcone reale. Appiano sostiene che furono accompagnati da quattrocento imbarcazioni e da quasi tutto l’esercito, il che fa pensare che non fu esclusivamente un viaggio di piacere. È molto probabile che parte dello scopo fosse quello di far sfilare lungo tutta la regione la sovrana appena proclamata e il potere romano che la supportava. Sia Cesare che Cleopatra non sottovalutavano mai l’impatto politico delle proprie azioni, ma in questo caso la politica non basta a motivare del tutto la crociera sul Nilo. La situazione in Egitto ormai non richiedeva più l’attenzione speciale di Cesare, e c’erano molte altre questioni più importanti da affrontare. Era andato via da Roma da più di un anno e durante i mesi dell’assedio di Alessandria era stato praticamente all’oscuro di tutto ciò che stava succedendo nel resto del mondo. Svetonio sostiene che Cesare avrebbe continuato volentieri a navigare verso sud, se l’esercito (o, più probabilmente, i suoi ufficiali) non si fosse rifiutato di seguirlo. Questa storia ricorda in parte l’ammutinamento dei soldati di Alessandro Magno che pose fine alle sue conquiste, ma non è detto che si tratti per forza di un’invenzione15.
Nessuna delle teorie proposte per giustificare questo viaggio è risultata del tutto convincente, e alla fine è facile giungere alla conclusione che Cesare desiderasse semplicemente un periodo di riposo. Affrontava campagne militari da più di un decennio, e da quando aveva attraversato il Rubicone non aveva avuto neanche un momento di tregua. Nonostante la sua inarrestabile energia, è difficile credere che non si sentisse stanco, e in un certo senso anche libero. Dal suo punto di vista, era stato costretto a combattere una guerra civile che non voleva, e la vittoria di Farsalo e la morte di Pompeo avevano cambiato la sua vita per sempre. Il suo più grande rivale, un uomo che era stato suo nemico solo per un breve arco di tempo, era morto e ormai non esisteva nessun altro romano che potesse competere con lui. La stanchezza e forse anche la depressione, così come il timore di cospirazioni contro di lui, potrebbero giustificare le feste notturne e l’abuso di vino a cui si era dedicato durante i mesi trascorsi ad Alessandria. Nel mese di luglio del 47 a.C. avrebbe festeggiato il suo cinquantatreesimo compleanno, mentre la stempiatura stava avanzando sempre più rapidamente: una cosa fastidiosa, per un uomo che era sempre stato orgoglioso del proprio aspetto fisico. In un simile contesto, diventa comprensibile il desiderio di una vita di agiatezze e di lussuose crociere lungo il Nilo scandite da un ritmo costante e tranquillo, invece che l’idea di una corsa precipitosa verso l’obiettivo successivo. A questi piaceri si aggiungeva il fatto di avere una compagna e un’amante come Cleopatra, che, oltre ad essere intelligente, colta e ironica, era anche giovane, e questo fattore la rendeva ancora più attraente agli occhi di Cesare, dal momento che lui invece cominciava ad essere incalzato dalla vecchiaia. Oltre al piacere sessuale, c’era l’emozione dell’avventura, delle conversazioni sia frivole che impegnate, e della semplice compagnia di una donna sofisticata. In passato aveva trovato caratteristiche simili nelle donne aristocratiche di Roma, ma in Cleopatra c’era anche il fascino della regalità, la bellezza della cultura greca e una sorta di allusione al passato esotico dell’Egitto. Per molti aspetti era simile a lui, forse anche più affine, rispetto alla maggior parte delle altre sue amanti. Era un connubio inebriante, e da un punto di vista personale è probabile che il viaggio sul Nilo fosse ciò di cui Cesare aveva bisogno in quel momento. L’aver passato del tempo con una monarca ellenica potrebbe anche avergli fatto rivivere i ricordi dei suoi primi viaggi all’estero. Non c’è alcun motivo per diffidare delle fonti che sostengono che fosse davvero innamorato, sebbene il suo passato e il suo futuro dimostrino che non si sentì mai obbligato ad essere fedele a un’unica amante. I sentimenti di Cleopatra possono essere solamente ipotizzati. Era ascesa al trono grazie a Cesare, aveva avuto il tempo per notare l’influenza esercitata dai Romani sul destino dell’Egitto e senz’altro aveva capito che le sarebbe convenuto avere l’appoggio del cittadino più potente di Roma. Anche il suo amore, tuttavia, potrebbe essere stato sincero. Cesare era molto più anziano di lei, ma, oltre al personale charme con il quale aveva conquistato molte donne in passato, aveva il grande fascino di chi detiene il potere. Alcune fonti, e soprattutto l’immaginazione delle generazioni successive, hanno descritto la corte dei Tolomei come un luogo pieno di intrighi ed eccessi sessuali, e ritratto la regina come una donna esperta in tutte le arti dell’erotismo. Sappiamo davvero troppo poco sui primi anni della sua vita ed è difficile negare o confermare simili affermazioni. Inoltre è possibile, se non probabile, che la relazione con Cesare sia stata la sua prima esperienza romantica e che lei fosse vergine quando si incontrarono16.
Alla fine, comunque, le notizie di una crisi in Asia convinsero Cesare a ripartire. Probabilmente c’era un elemento di tattica politica nel suo legame con la regina, ma se fosse rimasto in Egitto la sua prolungata permanenza gli avrebbe causato notevoli problemi. Tre legioni rimasero sul posto per assicurarsi che Cleopatra fosse al sicuro e per evitare che qualche pompeiano sopravvissuto potesse tentare di occupare la regione e sfruttarne la ricchezza e le risorse. Ormai Cesare aveva ricevuto abbastanza informazioni da capire che la guerra civile non era ancora terminata e che ci sarebbero volute altre campagne. Un aspetto curioso riguarda il fatto che affidò il comando delle tre legioni a un ufficiale chiamato Rufione, che era il figlio di uno dei suoi liberti. In seguito gli imperatori romani avrebbero adottato la politica di nominare governatore dell’Egitto un membro dell’ordine equestre, e di proibire a qualunque senatore di visitare il territorio senza un regolare permesso. Il fatto che Cesare avesse scelto un uomo che non era un legato senatorio è stato spesso letto come una prefigurazione di tale politica, ma probabilmente prese quella decisione solo per avere un po’ di tatto nei confronti degli Alessandrini, dato che un legato senatorio avrebbe potuto essere considerato un governatore a tutti gli effetti, invece che il semplice comandante delle truppe di un alleato che appoggiava il monarca. Forse le legioni non furono l’unica cosa che Cesare lasciò in Egitto, poiché, secondo alcune fonti, quando partì verso l’Asia, Cleopatra era incinta17.
Cesare era ormai consapevole che la guerra civile sarebbe continuata, ma le notizie che alla fine lo spinsero a lasciare l’Egitto riguardavano una minaccia straniera. Il re Farnace del Bosforo era figlio di Mitridate del Ponto, però aveva cambiato schieramento e si era alleato con Roma, evitando la stessa sconfitta subita del padre. Nel suo riassetto amministrativo dell’Oriente, Pompeo lo aveva proclamato re, ma gli aveva affidato solo una piccola parte dei domini paterni, così Farnace vide nella guerra civile una grande opportunità per reclamare i territori persi, e con una rapida offensiva invase velocemente la Cappadocia, l’Armenia, il Ponto orientale e la Colchide. Fu particolarmente crudele dopo questo successo e ordinò la castrazione di tutti i Romani catturati. La maggioranza dei prigionieri era probabilmente formata da civili, dal momento che i pompeiani avevano richiamato le truppe che presidiavano l’intera regione, e non ci fu alcuna seria opposizione fino a quando il legato di Cesare, Gneo Domizio Calvino, si diresse contro Farnace nel dicembre del 48 a.C. Il suo esercito era un insieme eterogeneo di legioni romane e straniere, la maggior parte delle quali erano state in origine reclutate dai pompeiani ed erano prive di esperienza. Alcune combatterono bene, ma due legioni che erano state formate da un re galata con i sudditi del proprio territorio, pur essendo organizzate ed equipaggiate come i legionari romani, fuggirono poco dopo l’inizio dello scontro, e di conseguenza l’esercito di Calvino, con la linea di battaglia spezzata al centro, venne presto sconfitto18.
Pare che Cesare non abbia lasciato l’Egitto prima dell’estate (anche se la data esatta è ancora oggetto di discussione). Durante il suo viaggio verso l’Asia, si fermò ad Antiochia, in Siria, e a Tarso, in Cilicia. Sappiamo che il sommo sacerdote Ircano e Antipatro vennero ricompensati per il loro ruolo nella campagna egizia. Dal momento che aveva ancora bisogno di soldi per affrontare le crescenti spese economiche, raccolse denaro da molte comunità della regione, soprattutto da quelle che avevano appoggiato Pompeo. Ricevette notizie preoccupanti sulle controversie politiche e sulla cattiva condotta di alcuni suoi subordinati in Italia, ma, nonostante ciò, continuò il suo viaggio verso la Cappadocia per affrontare Farnace, perché il suo prestigio avrebbe subìto un duro colpo, se un nemico straniero fosse rimasto impunito. Dall’Egitto aveva portato con sé la veterana Sesta legione, il cui numero di effettivi era quasi dimezzato, e ad essa si unì una legione di Galati e altre due che pure avevano assistito alla sconfitta di Calvino. Farnace inviò dei messaggeri a Cesare per cercare di stipulare una pace che gli permettesse di mantenere le proprie conquiste e per ricordare al console che lui era stato uno dei pochi governanti a rifiutarsi di mandare aiuti a Pompeo. Lo ossequiarono con una corona d’oro come emblema della sua vittoria, ma Cesare non offrì alcuna concessione, e rammentò agli ambasciatori le mutilazioni e le torture subite dai Romani catturati. Chiese che Farnace si ritirasse immediatamente dal Ponto, consegnasse il bottino preso ai Romani e liberasse i prigionieri. L’esercito romano continuò l’avanzata e incontrò le forze nemiche nei pressi della città fortificata di Zela. Cesare credeva che prima della battaglia ci sarebbe stato il consueto periodo di preparazione, invece rimase sorpreso quando Farnace sferrò un attacco a tutto campo mentre i Romani stavano costruendo l’accampamento su un colle. Secondo la scienza militare dell’epoca, questo tipo di assalto era del tutto irrazionale, e all’inizio la sorpresa creò comunque un po’ di confusione. Cesare e i suoi uomini si ricomposero in fretta, formarono una linea di combattimento e fecero retrocedere il nemico fino ai piedi della collina. I veterani della Sesta colpirono il fianco destro dell’esercito avversario, che immediatamente si dissolse e si diede alla fuga. Farnace fuggì, ma venne ucciso da un rivale quando tornò nel suo regno. L’intera campagna si concluse in poche settimane e Cesare stipulò un accordo che imponeva alla regione una serie di condizioni. In una lettera che scrisse a uno dei suoi rappresentanti a Roma, sintetizzò la velocità della propria vittoria con una laconica locuzione, che in seguito venne riportata sugli stendardi che sfilarono durante le celebrazioni del suo trionfo: «Veni, vidi, vici», ovvero ‘Venni, vidi, vinsi’. In quell’occasione schernì anche Pompeo, commentando quanto fossero stati fortunati i generali che avevano raggiunto la fama combattendo contro nemici così deboli19.