«Accade sempre la stessa cosa alla fine delle guerre civili: non solo bisogna assecondare i desideri del vincitore, ma anche quelli di chi ha contribuito alla sua vittoria».
cicerone, dicembre del 48 a.C.1
«Quando Cesare, vittorioso, tornò a Roma, in maniera incomprensibile perdonò tutti quelli che si erano schierati contro di lui».
velleio patercolo, inizi del I secolo a.C.2
Cesare arrivò a Roma intorno alla fine di luglio del 46 a.C. Il senato aveva già votato l’esorbitante totale di quaranta giorni di ringraziamenti pubblici per celebrare la sua ultima vittoria, che, in maniera molto diplomatica, venne considerata a discapito del re Giuba, e non dei suoi alleati romani. Le cerimonie sarebbero durate addirittura il doppio dei giorni in cui era stato onorato per la sconfitta inflitta a Vercingetorige. Quattordici anni prima Cesare aveva rinunciato al diritto di festeggiare un trionfo, nella sua corsa al consolato; ma ora, dopo settimane di preparativi frenetici, avrebbe celebrato almeno quattro vittorie: in Gallia, in Egitto sul Nilo, in Asia e su re Giuba in Africa. Nella sua lunga carriera, Pompeo aveva trionfato tre volte nei tre diversi continenti, e molti Romani compresero che Cesare stava commemorando i successi avuti in Europa, Asia e Africa, per emulare il suo grande rivale. La prima parte delle celebrazioni, che comunque non si sarebbero tenute per quaranta giorni consecutivi, cominciò il 21 settembre e durò fino al 2 ottobre. Fu contraddistinta dalla grandezza e dalla sontuosità, e dalle sfilate dei prigionieri, tra i quali c’erano Vercingetorige, il figlio di Giuba che era ancora un bambino, e la sorella di Cleopatra, Arsinoe. Pare che quest’ultima impietosì la folla, e a lei e al bambino venne risparmiata la tragica fine che subì il comandante gallico, il quale fu strangolato in maniera rituale alla fine del trionfo. La tradizione, perlomeno quella recente, venne modificata per garantire a Cesare una serie di privilegi speciali, tra i quali uno dei più eclatanti fu il diritto di essere preceduto da almeno settantadue littori. Un console, normalmente, era scortato da una dozzina di essi, mentre un dittatore da ventiquattro, e la cifra pare riflettere il fatto che Cesare avesse occupato l’ultima carica per tre volte: sei volte il numero di littori che di solito assistevano un console e tre volte quello concesso a un dittatore. Inoltre, rifacendosi a una consuetudine che risaliva al lontano passato della repubblica, Cesare salì su una biga trainata da cavalli bianchi. Svetonio e Dione Cassio sostengono che all’inizio della celebrazione del suo primo trionfo, quello sulla Gallia, l’asse della biga si ruppe e fu costretto a terminare la sfilata su un mezzo sostitutivo recuperato in tutta fretta, e alla fine della cerimonia, per scongiurare probabilmente il cattivo presagio, salì in ginocchio le scale del Tempio di Giove sul Campidoglio. Plinio racconta che Cesare, dopo un incidente avuto in passato, pronunciava sempre una formula magica prima di montare su una biga, ma evidentemente in quest’occasione non ebbe l’effetto desiderato3.
In tutti i cortei sfilarono i carri che trasportavano i bottini saccheggiati al nemico, perlopiù armi e armature, ma anche argento, oro e altri oggetti preziosi; altri portavano dei manifesti con i motti, come il famoso «Veni, vidi, vici», e gli elenchi delle conquiste. Plinio afferma che durante le sue campagne Cesare uccise un milione e centonovantaduemila avversari, e pare che tale cifra sia la somma delle vittime nemiche citate dallo stesso vincitore dopo i suoi trionfi. La quantificazione della vittoria era sempre stata importante per la competitiva aristocrazia romana. Un’altra tradizione era quella di mostrare dei dipinti con le scene più memorabili delle campagne, e i trionfi di Cesare ne includevano molte. Ufficialmente stava celebrando la sconfitta dei nemici stranieri della repubblica, non c’era alcun riferimento alla disfatta di Pompeo a Farsalo. Si narra che c’erano dei quadri raffiguranti Metello Scipione che si trafiggeva a morte con la spada e Catone che si lacerava la ferita, e alla loro vista la gente emise dei gemiti, e che furono considerati un volgare gesto di esultanza per la sconfitta dei suoi avversari, in contrasto con la sua solita enfasi sulla clemenza. Le fonti, ad ogni modo, non fanno alcun riferimento a reazioni di ostilità nei confronti di Cesare, e il ricordo delle perdite umane e dell’orrore della guerra civile suggeriva che era meglio accettare il nuovo regime anche solo per evitare ulteriori conflitti. I soldati che marciavano nel corteo indossando le decorazioni e gli equipaggiamenti migliori, invece, non si facevano scrupoli nel risultare offensivi. La tradizione li autorizzava a cantare non solo le proprie gesta nelle battaglie, ma anche rime oscene riguardo al loro comandante, dal momento che nei giorni di trionfo la disciplina militare si ammorbidiva parecchio. I veterani di Cesare intonarono canzoni sulle sue amanti in Gallia, ironizzando sul fatto che con loro aveva sperperato i fondi che gli aveva dato la res publica ed esortarono i Romani a «chiudere in casa le proprie mogli» perché era arrivato «l’adultero calvo». Scherzarono dicendo che, nonostante i reati venissero solitamente puniti, Cesare, al contrario, era diventato il padrone di Roma opponendosi al senato. Un altro verso si rifaceva al vecchio pettegolezzo sul suo periodo in Bitinia:
Cesare ha sottomesso le Gallie, ma Nicomede ha messo sotto lui.
Oggi trionfa Cesare che le Gallie ha sottomesso,
non trionfa Nicomede che ha messo sotto lui4.
Questo fu l’unico insulto che infastidì Cesare, il quale si premurò di fare un giuramento pubblico in cui negò che ci fosse alcun fondo di verità in quell’affermazione, ma Dione Cassio sostiene che tale azione lo rese solo ancora più ridicolo5.
Durante i giorni dei cortei trionfali ci furono grandi feste aperte a tutti, con almeno ventiduemila tavolate provviste di tutti i cibi e i vini migliori. Dopo il banchetto finale, a notte fonda, Cesare tornò a casa in un corteo la cui avanzata era illuminata da venti elefanti che trasportavano enormi torce. Ci furono anche delle esibizioni teatrali, e in una di queste Cesare insisté affinché il famoso drammaturgo equestre Decimo Laberio salisse sul palco a recitare. Lui obbedì pur non avendone voglia, ma rimase soddisfatto nel vedere tutto il pubblico voltarsi verso Cesare, quando pronunciò la frase: «Chi da molti è temuto deve per forza temere molti». Dopo l’esibizione Laberio venne ricompensato con cinquecentomila sesterzi e un anello d’oro come simbolo del rinnovamento dello status di eques, al quale era stato costretto a rinunciare per aver recitato sul palco, dal momento che la recitazione non era considerata un’attività idonea a un cittadino ricco. Oltre al teatro, ci furono anche competizioni sportive e atletiche, e, dato che Cesare riuscì finalmente a celebrare i giochi funerari in onore di Giulia che aveva promesso anni prima, combattimenti tra gladiatori. Si organizzarono delle corse con le bighe nel circo e si costruirono delle sedi temporanee per le gare di atletica nel Campo Marzio, mentre alcune lotte gladiatorie si tennero nel Foro. La grandezza di questi spettacoli fu tale che alcuni combattimenti dovettero essere praticati altrove. Vennero dedicati cinque giorni agli scontri con le bestie, durante i quali furono uccisi quattrocento leoni e numerose giraffe, animali mai visti prima a Roma. Oltre alle solite lotte tra coppie di gladiatori, ci fu anche una battaglia tra due eserciti composti ognuno da cinquecento fanti, trenta cavalieri e venti elefanti, ma un’altra versione sostiene che il combattimento con gli elefanti avvenne separatamente. Venne combattuta anche una battaglia navale in un lago artificiale creato per l’occasione sulla riva destra del Tevere. Tutte queste celebrazioni aspiravano ad essere le più grandi e le più spettacolari mai fatte a Roma.
La città fu invasa da orde di persone giunte per vedere i festeggiamenti. Molti si accamparono in tende montate ovunque ci fosse un po’ di spazio all’aperto, e Svetonio afferma che tanta gente, inclusi due senatori, morì schiacciata dalla folla che si era accalcata per assistere agli eventi più importanti. Il costo fu esorbitante, non solo per l’organizzazione degli spettacoli e dei cortei, ma anche per la generosità che li contraddistinse: alla fine delle celebrazioni Cesare diede cinquemila denari ad ognuno dei suoi soldati (una cifra superiore alla somma dei salari che un legionario sarebbe riuscito a guadagnare dopo sedici anni di servizio nell’esercito), mentre i centurioni ne ricevettero diecimila, e ventimila i tribuni e i prefetti, che appartenevano quasi tutti all’ordine equestre. È probabile che tali premi fossero di gran lunga superiori a quelli che aveva promesso durante la guerra civile, tuttavia decise di estendere la propria generosità anche alla popolazione civile, e soprattutto agli abitanti più poveri di Roma, ai quali diede cento denari ciascuno e regalò grano e olio d’oliva. Alcuni soldati non apprezzarono questo gesto, perché lo considerarono un’inutile condivisione della ricchezza che loro avevano guadagnato e, anche a causa del vino e dell’atmosfera festosa, il malcontento si esasperò e alla fine sfociò nell’esplosione di vari scontri. Cesare non era mai stato disposto ad assecondare un ammutinamento e non ebbe alcuna intenzione di farlo neanche in quel momento, così fece giustiziare uno dei rivoltosi, mentre altri due furono decapitati durante una cerimonia celebrata dal collegio dei pontefici e dal flamen martialis (il sacerdote di Marte). Il rituale, il cui preciso significato non è noto, ebbe luogo nel Campo Marzio, ma le teste furono portate nel Foro ed esibite accanto alla Regia. L’ordine venne ristabilito e il periodo di festeggiamenti ebbe un enorme successo. Cesare era sempre stato un ottimo intrattenitore e pensò attentamente non solo all’ostentazione, ma anche alla comodità della miriade di spettatori: durante molte esibizioni, infatti, vennero dispiegati dei tendoni di seta per riparare dal sole il pubblico che assisteva6.
In generale i Romani apprezzarono molto i trionfi, le celebrazioni e i giochi di Cesare, anche se Dione Cassio sostiene che alcune persone rimasero scioccate dall’immane spargimento di sangue che si ebbe durante i combattimenti gladiatori. La gente non tollerò l’abitudine del dittatore di leggere lettere e dettare documenti ai segretari mentre assisteva agli spettacoli, ma simili azioni danno l’idea della mole di questioni che richiedevano la sua attenzione. Cesare non aveva combattuto la guerra civile con lo scopo di riformare la repubblica e, nonostante ciò che in seguito affermarono Cicerone e altri, non esiste alcuna prova che la sua aspirazione fosse quella di detenere il potere assoluto per buona parte della propria vita. In origine voleva un secondo consolato e senza dubbio aveva pianificato un programma legislativo per i suoi dodici mesi di mandato, ma alla fine era stato costretto – almeno dal suo punto di vista – a combattere la guerra civile, e la sua vittoria gli aveva dato ancora più potere. Il suo terzo consolato, nel 46 a.C., fu seguito da un quarto e da un quinto incarico, rispettivamente nel 45 e nel 44 a.C., e per quasi tutto questo tempo fu anche dittatore ed ebbe numerosi diritti aggiuntivi, che gli furono concessi dal senato. Non rimase sempre a Roma, dal momento che a causa dell’ultima campagna della guerra civile dovette andare in Spagna nel novembre del 46 a.C. e non tornò in Italia fino all’estate successiva. Queste assenze rendono ancora più strabiliante la portata e gli obiettivi della sua legislazione e delle riforme da lui attuate. Cesare lavorava senza tregua e, sebbene sia evidente che alcuni aiutanti come Oppio e Balbo si fecero carico della stesura dettagliata delle leggi, i concetti alla loro base erano quasi sempre suoi. Dato il periodo di tempo relativamente breve, non sorprende che alcuni progetti non furono mai avviati, mentre molti altri rimasero incompleti alla sua morte. D’altra parte, non sempre è facile stabilire con precisione quali misure riuscì a introdurre, ed è ancora più difficile capire quali fossero le sue reali intenzioni. Dopo la sua morte si scatenò una nuova guerra civile tra i suoi sostenitori e gli uomini che lo avevano ucciso, durante la quale a entrambi gli schieramenti conveniva ovviamente sostenere visioni del tutto differenti sugli obiettivi a lungo termine di Cesare.
Le lotte intestine terminarono quando il figlio adottivo di Cesare, Ottaviano – in seguito chiamato Augusto – divenne il primo imperatore di Roma. Dopo l’ufficializzazione dell’adozione il suo nome fu Gaio Giulio Cesare Ottaviano, il che significava che, se Cesare o il suo figlio adottivo avessero approvato una legge o fondato una colonia, si sarebbero chiamate rispettivamente lex Iulia o colonia Iulia; di conseguenza, quando compaiono queste diciture in documenti sui quali non c’è alcuna indicazione in merito alla data, è spesso impossibile risalire a quale dei due sia stato l’autore effettivo. Tale ambiguità è particolarmente disorientante perché si sa che in alcuni casi Augusto applicò i progetti di Cesare, mentre riguardo ad altre questioni il suo punto di vista era del tutto differente. Un’analisi dettagliata di ogni possibile misura introdotta da Cesare richiederebbe moltissimo spazio e ci allontanerebbe troppo dal nostro proposito principale, pertanto ciò che segue è una visione d’insieme incentrata sulle attuazioni generalmente accettate come sue7.
Cesare deteneva chiaramente un immenso potere, ma gli studiosi non sono tutti d’accordo su quali fossero i suoi fini principali. Alcuni preferiscono considerarlo un visionario che intuì i problemi che minacciavano la repubblica, si rese conto che il suo sistema di governo semplicemente non poteva far fronte alle nuove circostanze dell’Impero e comprese che l’unica soluzione possibile era l’instaurazione di una forma di monarchia. I suoi piani includevano non solo un cambiamento politico, ma anche un’evoluzione radicale nella relazione tra Roma e il resto dell’Italia, e di entrambe con le altre province. In una lettera inviata a Metello Scipione nel 48 a.C., Cesare commentò che desiderava solo «la tranquillità per l’Italia, la pace per le province e la difesa del potere romano», e quest’affermazione è stata a volte interpretata come un chiaro programma. Quelli che criticano questa opinione, invece, la considerano solamente una frase vaga utilizzata durante la guerra civile: per loro Cesare non fu un riformatore radicale o un visionario, ma solo un aristocratico profondamente conservatore che conquistò il potere per raggiungere la gloria e migliorare il proprio status all’interno della repubblica. Motivato da ambizioni così tradizionali, non aveva idea di cosa avrebbe fatto, una volta ottenuto il controllo di Roma, e da questo punto di vista, le sue numerose riforme in merito a una vasta gamma di questioni differenti non erano il segno di un programma coerente, ma riflettevano la totale assenza di un progetto più ampio. Cesare si occupò di così tanti ambiti diversi semplicemente perché non sapeva come agire e perciò faceva di tutto per tenersi occupato, confondendo l’impegno con l’effettiva attuazione. Entrambe le opinioni sono estreme, e la maggior parte degli studiosi ha ragionevolmente adottato una posizione intermedia, ma prima di tornare su questa questione sarà utile esaminare i dati8.
Cesare non si mise alla guida di una repubblica che stava funzionando con efficacia. La guerra civile aveva turbato tutto il mondo romano, ma le istituzioni lottavano già da anni per contrastare i disordini e le dispute politiche spesso violente. Il rispetto per la tradizione – e non ci interessa molto sapere fino a che punto lo stesso Cesare ne sentisse il bisogno, dal momento che era consapevole della sua rilevanza per gli altri cittadini – doveva essere bilanciato dall’importanza pratica di governare in maniera efficace il prima possibile. Era inoltre fondamentale il rapporto che doveva instaurare con gli individui, sia con quelli che avevano combattuto al suo fianco ed erano stati ricompensati, sia con i suoi avversari, con i quali doveva ora comportarsi o con magnanimità per farli schierare dalla sua parte, o con severità e sottoporli a giudizio. Nell’autunno del 46 a.C. Cesare avviò un programma di colonizzazione per assegnare possedimenti ai suoi soldati veterani. L’intenzione era quella di utilizzare le proprietà statali e quelle confiscate ai pompeiani morti o ancora latitanti, ma quando si rivelarono insufficienti dovette acquistare altri terreni a una tariffa agevolata. Come aveva dichiarato nel suo discorso agli ammutinati, voleva evitare a tutti i costi i subbugli e le difficoltà che si vennero a creare quando Silla distribuì le terre alle proprie truppe. All’inizio pare che furono congedati solamente gli uomini che avevano portato a termine il loro periodo di servizio – non conosciamo la loro proporzione nell’esercito –, mentre gli altri dovettero attendere fino alla data esatta della loro smobilitazione. La maggior parte dei soldati a cui spettava la ricompensa si trovava in Italia, ma alcuni veterani si erano stabiliti anche nel Nordafrica e nella Gallia Transalpina, dove, per esempio, era stata ampliata la colonia di Narbona. Allo stesso modo in cui aveva elargito denaro agli abitanti di Roma e ai soldati per celebrare i propri trionfi, Cesare incluse anche i civili nel programma di colonizzazione, così vennero create numerose colonie nelle province e ne furono pianificate altrettante come parte di un progetto che prevedeva il trasferimento di ottantamila persone. Venne recuperato il piano di Gaio Gracco di stabilire una colonia nell’area di Cartagine e fu creato un nuovo insediamento a Corinto, che, come Cartagine, era stata distrutta dai Romani nel 146 a.C. In alcuni casi la scelta delle ubicazioni servì a punire le comunità che si erano schierate contro di lui durante la guerra, ma tali ritorsioni non volevano essere particolarmente dure. L’intero programma di colonizzazione richiese uno sforzo enorme: furono inviati i periti in tutte le regioni prese in considerazione, ed ogni volta che si dovevano delineare i confini degli appezzamenti veniva prima appurata la legittimità delle proprietà e poi si dava avvio al processo di assegnazione dei lotti ai vari individui. In ogni fase dello sviluppo, Cesare e i suoi assistenti si mostrarono disponibili ad ascoltare le richieste delle parti interessate. Cicerone riuscì a ottenere un’esenzione per la comunità di Butrinto, nell’Epiro, perché il suo amico Attico possedeva una tenuta nella zona e aveva chiaramente degli interessi. Nei limiti del possibile, l’intento era quello di soddisfare i veterani congedati e i coloni civili senza causare troppe difficoltà alle regioni in cui venivano stabilite le colonie, specialmente qualora queste avessero degli amici influenti.
I politici populares si rifacevano a una lunga tradizione di distribuzione delle terre tra i cittadini che risaliva al tempo dei Gracchi, se non oltre. La riforma agraria di Cesare era stata il fulcro del suo programma legislativo nel 59 a.C., e ora che disponeva di più libertà d’azione aveva ripreso la sua attività e l’aveva estesa su larga scala. Ricompensò i suoi soldati e si sbarazzò degli individui potenzialmente pericolosi della popolazione romana, ai quali fornì i mezzi per sostentare se stessi e le rispettive famiglie. Dal punto di vista politico, tale mossa si rivelò vantaggiosa perché costrinse molte persone ad essere indirettamente in debito nei suoi confronti, ma allo stesso tempo contribuì anche ad aumentare il numero dei cittadini benestanti. Sicuramente Cesare, e come lui molti dei suoi contemporanei, pensava che il programma di colonizzazione fosse positivo sia per la comunità che per i propri interessi personali. Nel 59 a.C. anche Catone aveva dichiarato che l’unica cosa sbagliata della riforma agraria di Cesare era l’uomo che l’aveva presentata. La portata di questi progetti, però, era enorme, e non potevano essere attuati tutti con rapidità, pertanto solo una piccola parte era stata completata quando fu assassinato. Gli ambiziosi piani di bonifica delle paludi pontine e di creazione di così nuove e fertili terre da coltivare non andarono oltre l’aspetto teorico, ma potrebbero suggerire che erano state programmate ulteriori distribuzioni e quindi altri tentativi per aiutare i cittadini più poveri. Un altro progetto che non fu mai avviato riguardava la deviazione del corso del Tevere per migliorare gli accessi al fiume e proteggere le zone della città che venivano sommerse dall’acqua durante le esondazioni9.
Anche gli ufficiali militari di Cesare, soprattutto i tribuni e i centurioni, trassero benefici dal programma di colonizzazione, mentre i suoi sostenitori più illustri vennero ricompensati con incarichi importanti, il che implicò numerose alterazioni nell’assegnazione delle magistrature. Nel 47 a.C. aumentò il numero dei pretori da otto a dieci. Nell’autunno dell’anno successivo, dopo il suo ritorno dall’Africa e prima del suo viaggio in Spagna, non ebbe abbastanza tempo per indire le elezioni, perciò, quando tornò dalla Spagna, nell’ottobre del 45 a.C., fece eleggere immediatamente quattordici pretori e quaranta questori per la restante parte dell’anno, mentre sedici pretori e altri quaranta questori avrebbero assunto il mandato il primo gennaio del 44 a.C. Allo stesso tempo si dimise dal suo incarico di console, esercitato quell’anno senza un collega, proprio come aveva fatto Pompeo nei primi mesi del 52 a.C., e i suoi legati Fabio e Trebonio vennero regolarmente eletti consoli sostituti, o suffetti, per i mesi rimanenti. Nonostante il senato gli avesse concesso il diritto di nominare i magistrati, Cesare si limitò a inviare delle raccomandazioni che dovevano essere lette a voce alta all’assemblea votante: «Cesare, dittatore, a [nome della tribù]. Io raccomando questo e quest’altro per assumere la dignità dell’incarico attraverso la vostra votazione». Le sue raccomandazioni vennero sempre assecondate, ed è probabile che nessun rivale osasse presentare la propria candidatura. In un certo senso, questo atto salvaguardava le formalità di rito, che venivano però smentite dal palese desiderio di Cesare di assicurare ai propri sostenitori la dignità e lo status delle alte magistrature. Una volta Fabio Massimo andò a vedere una rappresentazione a teatro, e si narra che quando fu annunciato come console, il popolo gridò: «Non è affatto un console!». Morì la mattina del suo ultimo giorno di mandato. Cesare ricevette la notizia mentre stava presiedendo la riunione dell’assemblea tribale, che si accingeva a eleggere i questori per l’anno successivo, invece la interruppe e fece riunire i comitia centuriata, affinché il popolo votasse il nuovo console. Subito dopo mezzogiorno fu eletto un altro dei suoi legati in Gallia, Gaio Caninio Rebilo, il cui mandato durò chiaramente solo poche ore. Alcuni giorni dopo Cicerone scherzò dicendo che «con Caninio, nessuno ha pranzato; tuttavia, non è successo neanche nulla di spiacevole perché abbiamo finalmente avuto un console così vigile, che non ha dormito una sola notte durante il suo consolato». In quel momento incitò ironicamente tutti i Romani ad andare a congratularsi con Caninio prima della fine del suo incarico, ma in privato pensò che l’intera faccenda suscitasse più le lacrime che l’umorismo10.
I consoli che sostituirono Cesare non ebbero quasi mai abbastanza tempo per compiere grandi cose durante il loro mandato, anche se si suppone avessero la più totale libertà d’azione e non dovessero solo portare a termine la sua legislazione. Alla fine, comunque, acquisivano la dignità e i simboli del ruolo ricoperto. Dato il numero di sostenitori che doveva ricompensare e il limitato tempo a disposizione, Cesare arrivò perfino ad assegnare lo status consolare a dieci ex-pretori che non avevano mai occupato quella posizione. La rinuncia a un mandato e la nomina di sostituti non erano illegali, ma un atto del genere non aveva precedenti e non si addiceva molto al prestigio della carica. In maniera simile, il drastico aumento degli altri incarichi fece inevitabilmente diminuire la loro importanza, ma in questo caso c’era una giustificazione più pratica: Silla aveva stabilito che i pretori dovessero essere otto perché tale numero era in proporzione ai governatori delle province controllate dalla repubblica in quel periodo, ma da allora l’Impero Romano si era esteso notevolmente grazie alle conquiste e alle annessioni, e occorrevano davvero ulteriori magistrati per amministrare le nuove province. Gli uomini che venivano eletti questori diventavano automaticamente senatori, e così in senato affluivano quaranta nuovi membri ogni anno. A Cesare venne dato anche il potere di creare nuovi senatori e di concedere lo status patrizio qualora lo ritenesse necessario.
Già prima dei disordini e delle perdite causati dalla guerra civile, le file del senato si erano comunque dimezzate perché la censura non era mai riuscita a esercitare adeguatamente la propria funzione, soprattutto a causa dei dissidi tra i vari colleghi. Cesare nominò centinaia di nuovi senatori per compensare le perdite, di conseguenza il senato si ingrandì sensibilmente. Silla aveva raddoppiato il numero dei senatori portandolo a seicento, ma all’epoca della morte di Cesare i membri erano diventati quasi novecento. Alcuni di essi erano uomini che erano stati espulsi negli anni precedenti, o le cui famiglie erano state bandite dalla vita pubblica a causa delle loro simpatie nei confronti di Mario. La maggior parte dei nuovi membri proveniva da illustri famiglie equestri, tra le quali molte appartenevano all’aristocrazia italica, ma c’erano anche alcuni ex-centurioni e cittadini non italici originari della provincia cisalpina e forse anche transalpina. All’epoca circolarono delle battute sul modo in cui i «barbari» si levavano i pantaloni per indossare la toga, e nel Foro qualcuno scrisse sui muri che sarebbe stata una buona azione non indicare a nessuno dei nuovi senatori la strada per il senato, ma è probabile che questi «stranieri» entrati a far parte del senato parlassero fluentemente il latino e avessero un’educazione e una cultura molto simili a quelle dell’autentica aristocrazia romana11.
Alcune nomine non furono appropriate, ma, come già sottolineato in precedenza, Cesare disse spesso che avrebbe ricompensato anche i criminali, se lo avessero aiutato. Numerosi uomini a cui vennero affidati i comandi delle province furono in seguito accusati e condannati per corruzione ed estorsione. Uno di questi fu Sallustio, il futuro storico rimasto a governare l’Africa dopo la battaglia di Tapso, che nei suoi scritti, però, rivendicò la propria innocenza, ed è possibile che fosse più ingenuo che corrotto. Cesare evitò di assegnare un comando provinciale a un altro fedele sostenitore rinomato per la sua crudeltà, ma gli diede un premio in denaro. In generale, comunque, i nuovi senatori non erano molto diversi dagli altri membri del senato, dal momento che in passato i rampolli di molte delle famiglie più antiche e nobili di Roma avevano sfoggiato spesso comportamenti corrotti e meschini, incompetenza e molti altri vizi. Un’accusa più ammissibile riguardava il fatto che, ampliando il senato in quel modo, Cesare lo rese troppo grande per farlo funzionare con efficacia come luogo in cui discutere e gestire la vita pubblica, ma d’altronde c’erano talmente tante questioni da affrontare che solo una piccola parte di queste venne davvero dibattuta nel senato durante gli ultimi anni della vita di Cesare. Le decisioni venivano solitamente prese a porte chiuse da Cesare e dai suoi consiglieri, i quali poi emanavano un decreto che sembrava promulgato dal senato e che includeva anche una lista inventata di senatori che avevano partecipato alla riunione. Cicerone rimase sorpreso quando ricevette una serie di lettere dai governatori o dalle comunità delle province che lo ringraziavano per aver appoggiato e votato le loro richieste, dal momento che nella maggior parte dei casi non sapeva neanche chi fossero, e di sicuro non aveva partecipato ad alcun incontro per discutere dei loro problemi. Le questioni erano talmente tante che semplicemente non c’era il tempo di affrontarle tutte nella solita maniera, sebbene sia interessante notare che Cesare si premurò di fingere che le proprie decisioni fossero state prese nel modo corretto, soprattutto con le comunità distanti che ignoravano che si trattava solo di una farsa. Oppio e Balbo furono i suoi due principali assistenti nell’esecuzione di simili raggiri, ed entrambi rimasero fuori dal senato durante tutta la sua vita. Nonostante tale atteggiamento fosse inedito e incostituzionale, bisogna sottolineare che perfino i suoi detrattori in generale non criticarono la sensatezza e la validità delle decisioni in ambito amministrativo prese da Cesare e dai suoi colleghi12.
Cicerone era uno dei numerosi ex-pompeiani che avevano ricevuto il perdono da Cesare e che erano tornati a far parte del senato – perlomeno quando davvero si riuniva – insieme ai suoi sostenitori. All’inizio decise di non partecipare ai dibattiti e preferì dedicarsi alla scrittura, piuttosto che alla vita pubblica. Anche Bruto, il figlio di Servilia, era stato perdonato, ma scelse di essere più attivo e gli fu affidato il governo della Gallia Cisalpina, probabilmente nella carica di propretore, nonostante non avesse mai ricoperto tale magistratura. Nello stesso periodo anche suo cognato Cassio accettò un incarico come legato. Altri pompeiani avevano smesso di combattere, ma non si erano ancora arresi ufficialmente a Cesare per essere sottoposti a giudizio e non potevano ritornare in Italia senza il suo consenso, così aspettavano in esilio, sperando che i loro amici e familiari riuscissero a convincerlo ad essere clemente. Si diceva che provasse piacere a temporeggiare quando doveva rispondere ai suoi avversari più agguerriti, perché credeva che il nervosismo che ne conseguiva fosse un piccolo indennizzo per i problemi che essi gli avevano causato. Uno di questi fu Marco Claudio Marcello, l’uomo che quando era stato eletto console nel 51 a.C. aveva cominciato ad attaccare pesantemente Cesare e aveva fatto frustare il magistrato di Como (vedi p. 420). Le sue azioni avevano contribuito a far precipitare la situazione, ma non ebbe un ruolo attivo nella guerra civile. Tuttavia continuava a rifiutarsi di scrivere direttamente a Cesare, e il suo caso, infatti, venne presentato da Pisone, il suocero di Cesare, e fu appoggiato dal cugino di Marcello, che era stato console nel 50 a.C. ed era il marito della nipote di Cesare, e dagli altri senatori presenti all’incontro. Cesare assecondò la loro richiesta, e quest’azione spinse Cicerone a rompere il silenzio e a pronunciare un discorso per elogiare l’uomo che aveva preferito anteporre «l’auctoritas del senato e la dignità della res publica al risentimento personale e alla diffidenza». Poco tempo dopo fece un’altra orazione – questa volta nel Foro, invece che nel senato – per sollecitare il ritorno di Quinto Ligario. Plutarco sostiene che prima del discorso Cesare dichiarò apertamente che Ligario era un nemico che non meritava la grazia, ma che, nonostante avesse già preso la sua decisione, avrebbe comunque ascoltato Cicerone per il puro piacere della sua oratoria, ma alla fine l’orazione lo fece commuovere e lo spinse a concedere l’immediato perdono. A poco a poco i pompeiani, tra i quali c’erano anche personaggi illustri, tornarono a Roma, e alcuni di loro furono perfino riammessi nella vita pubblica, ma Marcello venne ucciso in una disputa domestica da uno dei suoi familiari prima di poter ricevere il perdono. Inoltre, un crescente numero di uomini che erano rimasti neutrali si convinsero ad assumere degli incarichi nel governo di Cesare, come il rinomato giurista Servio Sulpicio Rufo, che diventò governatore della Grecia. Cicerone continuò a partecipare attivamente alla vita pubblica e, almeno per un po’ di tempo, fu anche ottimista, e consigliò a Cesare di fare di tutto per rimettere in sesto la repubblica13.
Il programma di colonizzazione fece spostare una parte significativa della popolazione di Roma, ma Cesare si preoccupò anche di migliorare e regolare le condizioni di vita di quelli che rimasero. Studiò attentamente il sistema della distribuzione di grano gratuito ai cittadini e concluse che era soggetto a numerose irregolarità e veniva amministrato male, così fu effettuato un nuovo calcolo per stabilire chi poteva beneficiarne; si basava su un’indagine della popolazione cittadina condotta porta a porta e sulle informazioni fornite dai proprietari terrieri per chi viveva nei loro possedimenti. Il numero complessivo degli aventi diritto passò da trecentoventimila a centocinquantamila, la nuova cifra fu registrata e vennero date disposizioni ai pretori affinché colmassero con nuovi nomi i vuoti creati nelle liste dalle morti dei beneficiari. Probabilmente alcuni Romani in difficoltà economiche trovarono un lavoro stipendiato negli enormi e continui progetti urbanistici di Cesare che si svilupparono attorno ai saepta, nel Campo Marzio, e nel nuovo complesso architettonico del Foro. Oltre agli sfarzosi spettacoli e ai giochi, Cesare escogitò altri modi per migliorare la situazione di Roma, ed è probabile che in parte fu influenzato da ciò che aveva visto nelle città ellenistiche, soprattutto ad Alessandria: concesse la cittadinanza a qualunque medico o insegnante che volesse andare a vivere e a lavorare a Roma, e, cercando di emulare la Biblioteca di Alessandria, ordinò la creazione di un centro d’apprendimento simile e diede al famoso erudito Terenzio Varrone – ex-pompeiano al comando in Spagna – il compito di raccogliere le opere della letteratura greca e latina. Un altro progetto prevedeva la completa codificazione del diritto romano, ma forse questo piano non fu neanche avviato, e di sicuro fu realizzato solo molti secoli dopo14.
Uno dei progetti di Cesare più duraturi fu la riorganizzazione del calendario, e anche in questo caso si notò l’influenza ellenistica, perché l’astronomo alessandrino Sosigene svolse un ruolo fondamentale nei nuovi calcoli. Il precedente calendario romano era composto da trecentocinquantacinque giorni, si basava sul ciclo lunare e necessitava di modifiche costanti. Il collegio dei pontefici – di cui Cesare era la massima autorità – aveva il compito di intercalare o aggiungere mesi extra a propria discrezione, per cercare di tenere l’anno ufficiale almeno vagamente collegato alle stagioni dell’anno naturale. Era un sistema confuso e incline alla manipolazione politica, perché, per esempio, si poteva prolungare l’anno di mandato di un collega. Durante il suo periodo di proconsolato in Cilicia, Cicerone era stato molto nervoso, all’idea che qualcuno potesse fare un’azione simile, posticipando così la data del suo ritorno a Roma. Al tempo della guerra civile, il calendario era avanti di circa tre mesi rispetto alle stagioni naturali, perciò il sistema di Cesare fu decisamente più logico e poté funzionare senza alcun bisogno di modifiche annuali. Alla fine di febbraio del 46 a.C. era già stato intercalato un mese di circa tre settimane, e ne furono inseriti altri due tra novembre e dicembre, cosicché alla fine l’anno ebbe quattrocentoquarantacinque giorni. Tali aggiunte furono fatte affinché il nuovo anno potesse cominciare il primo di gennaio del 45 a.C. e seguire quello che veniva considerato il giusto corso del ciclo solare. Il calendario giuliano era composto da mesi che differivano dal punto di vista della durata, ma la cui somma dava un totale di trecentosessantacinque giorni, ed ogni quattro anni, dopo il 23 febbraio, veniva aggiunto solo un giorno invece di un intero mese, anche se pare che non venisse dato il numero corrispondente al giorno in questione. Questo sistema continua ad essere in uso nelle Chiese ortodosse, ma nel XVI secolo venne leggermente modificato da Papa Gregorio XIII e il calendario gregoriano è lo stesso che utilizziamo ancora oggi. La riforma di Cesare fu funzionale ed eliminò la confusione e la possibilità di commettere irregolarità politiche; inoltre aggiunse dieci giorni all’anno, ognuno dei quali venne considerato fas, ovvero un giorno in cui si potevano svolgere le questioni pubbliche, come la convocazione del senato o delle assemblee. Nonostante ciò, la modifica – o, per la precisione, il fatto che Cesare l’avesse imposta – non fu apprezzata da tutti. Quando qualcuno disse a Cicerone che la costellazione della Lira sarebbe sorta il giorno successivo, egli commentò con malizia che ovviamente lo faceva rispettando l’ordine ufficiale15.
La regolamentazione, per Cesare, era di sicuro un tema importante, e doveva essere perlopiù attinente alla tradizione romana. In passato erano state approvate numerose leggi suntuarie per limitare l’eccessiva opulenza dell’élite di Roma, e Cesare ne introdusse un’altra che proibiva l’uso delle lettighe e di indossare i vestiti color porpora o le perle, a esclusione di alcuni individui o gruppi determinati in giorni specifici. Bandì anche vari cibi esotici e cari, e ordinò ad alcuni uomini di vigilare su ciò che veniva venduto nel Foro. C’erano perfino delle storie su soldati che irrompevano nelle case per confiscare i cibi proibiti dalle tavole, ma nel lungo periodo la sua legge sortì gli stessi e scarsi effetti della precedente legislazione. Il fine di tali limitazioni era in parte politico, perché mirava a evitare che ipotetici rivali – o almeno politici potenzialmente fastidiosi – avessero la possibilità di ostentare la loro ricchezza o di ottenere consensi organizzando spettacoli fastosi, ma potrebbe avere influito anche il desiderio che i mercanti della città vendessero innanzitutto i beni essenziali, invece che quelli esotici. Lo stesso Cesare, comunque, sapeva che appena si fosse voltato le sue regole sarebbero state infrante. Forse c’era anche la voglia di tornare a una tradizionale frugalità, così tanto lodata dai Romani, ma raramente praticata, sebbene in questo caso suonasse abbastanza ironico che il promotore fosse Cesare, il rinomato collezionista di perle e di belle arti. Dione Cassio afferma anche che voleva incrementare il tasso di natalità offrendo degli incentivi alle famiglie con tre o più figli. Le sue restrizioni, tuttavia, non coinvolsero solamente le persone che si potevano permettere determinati lussi. I collegia, le corporazioni del commercio o di particolari zone della città che uomini come Clodio avevano trasformato in bande politiche, furono aboliti. Le uniche eccezioni alla regola riguardavano le associazioni legittime, come per esempio gli incontri nella sinagoga della popolazione ebraica di Roma, che furono espressamente permesse. Ai cittadini romani di età compresa tra i venti e i quarant’anni era proibito vivere all’estero per più di tre anni consecutivi, a meno che non fossero in servizio come soldati o con altri incarichi ufficiali. Si prestò particolare attenzione ai figli dei senatori, poiché potevano andare all’estero solamente se facevano parte dello stato maggiore di un governatore o con l’esercito. Lo scopo di simili leggi non è chiaro, anche se la restrizione imposta ai giovani aristocratici mirava probabilmente a evitare che si unissero agli avversari armati e compromettessero così l’intera famiglia. Altri progetti di legge erano molto più pratici, riguardavano la pulizia delle strade e il corretto funzionamento dell’amministrazione e delle infrastrutture cittadine. Molte misure di Cesare avevano un’impostazione popularis, ma le riforme in sé non furono radicali e cercò di migliorare le condizioni di vita di vari e differenti settori della società, facendo di tutto per non avvantaggiare un gruppo a discapito di un altro16.
Cesare non focalizzò la sua attenzione soltanto su Roma. Memore forse della ribellione di Spartaco, approvò una legge secondo la quale almeno un terzo della forza lavoro nelle grandi tenute dell’Italia meridionale doveva essere composto da uomini liberi e non da schiavi. Alcuni studiosi sostengono che elaborò uno schema per le costituzioni delle cittadine o municipia dell’Italia, ma l’argomento è fortemente dibattuto. Forse si preoccupò di questioni simili, e pare che volesse estendere la propria legislazione anche all’Italia e alle province. Durante le campagne intraprese nel Mediterraneo, aveva dedicato buona parte del suo tempo a risolvere le contese e ad approvare o modificare le norme che regolavano le comunità e le successioni nelle province. Come abbiamo visto, in quelle occasioni si premurava innanzitutto di raccogliere provviste e denaro, ma era anche desideroso di lasciare dietro di sé regioni stabili e pacifiche, anche perché eventuali ribellioni avrebbero solo avvantaggiato i suoi nemici romani. All’inizio della sua carriera era diventato famoso per aver processato i governatori provinciali corrotti, e durante il suo primo consolato aveva approvato una legge che regolamentava il comportamento di questi magistrati. In qualità di dittatore, apportò ulteriori limitazioni, tra cui la più significativa fu la decisione di fissare la durata del mandato a due anni per i proconsoli e a soli dodici mesi per i propretori. Secondo Dione Cassio, tale misura serviva a evitare che qualcun altro potesse seguire il suo esempio, ma, ad ogni modo, venne considerata ragionevole anche dai detrattori17.
L’imprudente nomina di un governatore causò l’ultimo episodio significativo della guerra civile. Quinto Cassio Longino aveva prestato servizio in Spagna come questore e vi rimase per governare la provincia della Spagna Ulteriore dopo la sconfitta di Afranio e Petreio. A causa della sua avidità e del suo carattere sgradevole, riuscì a farsi odiare sia dagli abitanti della provincia che dalle sue stesse truppe, e ne conseguirono la ribellione e l’ammutinamento, con molti uomini che dichiararono apertamente di unirsi ai pompeiani. Alcune persone tentarono di assassinarlo, ma Cassio sopravvisse e subito dopo decise di fuggire, però affogò perché la nave sulla quale viaggiava con il bottino naufragò. Prima che la situazione degenerasse, Cesare era stato informato della sua condotta riprovevole e ne aveva ordinato la sostituzione, ma il danno era già stato fatto. I figli di Pompeo, Gneo e Sesto, andarono presto in Spagna, per cercare supporto nella regione in cui loro padre aveva molte conoscenze. Dopo la sconfitta di Tapso, Labieno e altri fuggitivi li raggiunsero e si unirono a loro. Cesare all’inizio credette che il problema fosse di scarsa rilevanza e sperò che i suoi legati riuscissero ad affrontare i pompeiani senza che ci fosse bisogno della sua presenza, ma alla fine di novembre del 46 a.C. capì che non sarebbe stato possibile e partì per la Spagna per risolvere la questione di persona. Come già affermato in precedenza, non venne eletto nessun magistrato superiore, e infatti Cesare lasciò il governo di Roma a Lepido, che era il comandante della cavalleria, aiutato da otto prefetti nominati in quel momento, anche se la maggior parte delle questioni ordinarie fu affidata a Oppio e Balbo. In meno di quattro settimane – Svetonio dice ventiquattro giorni, ma numerose altre fonti ventisette – raggiunse il teatro delle operazioni nella Spagna Ulteriore. Per tenersi impegnato durante il tragitto, non solo svolse i suoi soliti doveri dalla lettiga, ma scrisse anche un poemetto intitolato Iter (‘Il viaggio’). Gneo non aveva la stessa destrezza del padre nell’arte della guerra, ma era un individuo estremamente determinato, che in quel momento si ritrovò a capo di un esercito composto da tredici legioni e numerosi ausiliari. Quando Cesare partì per la Spagna, ci fu il timore che, nonostante le sue vittorie, potesse essere sconfitto, dal momento che era riuscito a portare con sé solamente otto legioni, di cui solo due erano veterane, la V Alaudae e la Decima, nelle quali comunque mancavano molti uomini, che avevano terminato gli anni di servizio. Anche tra gli ex-pompeiani che si erano rappacificati con Cesare ci fu tanto nervosismo, perché Gneo era rinomato per essere un uomo particolarmente irascibile. Nel gennaio del 45 a.C. Cassio – il cognato di Bruto, nonché futuro cospiratore – scrisse a Cicerone esprimendo le proprie preoccupazioni:
Ora, per tornare alla cosa pubblica, scrivimi che si fa nella Spagna. Possa io morire, se non sono in travaglio e se non preferisco avere un padrone vecchio e clemente, che provarne uno nuovo e crudele. Sai quanto Gneo sia fatuo; sai come reputi virtù la crudeltà; sai quanto egli si è sempre considerato deriso da noi tutti. Temo che a sua volta egli pure non ci voglia deridere villanamente con il ferro18.
Uno degli ufficiali di Cesare scrisse un resoconto della campagna in Spagna conosciuto come Bellum Hispaniense, ma è di sicuro il meno soddisfacente dei libri aggiunti ai Commentarii. Numerosi dettagli non sono interessanti, occorre un breve riassunto della battaglia. Quando Cesare arrivò in Spagna apprese che il nemico stava assediando la città di Ulia da alcuni mesi e che nelle immediate vicinanze questa era l’unica comunità importante che era rimasta leale a lui. Per far allentare la pressione sulla città, marciò verso Cordova, la capitale della provincia, che era difesa da Sesto Pompeo, le cui richieste d’aiuto fecero allontanare subito da Ulia il fratello maggiore e l’esercito principale. Gneo pedinò e disturbò le truppe di Cesare mentre si preparavano ad assediare Cordova durante l’inverno, ma rifiutò di intraprendere una battaglia campale. Le condizioni erano difficili, e sin dall’inizio entrambi gli schieramenti combatterono con estrema ferocia. Dopo aver deciso che la città era troppo forte per essere assaltata e che era inutile rimanere lì dove si trovava, Cesare si ritirò e assediò Ategua, una cittadina più piccola. Pompeo lo seguì, ma continuò a evitare lo scontro diretto. La preparazione dell’assedio progredì molto velocemente e divenne subito chiaro che una parte consistente della popolazione desiderava arrendersi, ma il comandante della guarnigione pompeiana fece arrestare tutti coloro che volevano la resa e, dopo averli portati sulle mura cittadine, li fece uccidere insieme alle relative famiglie. Nonostante ciò, Gneo restò impotente, e alla fine la guarnigione si arrese il 19 febbraio del 45 a.C. Le comunità della provincia cominciarono a schierarsi dalla parte di Cesare con sempre più frequenza, e anche nelle legioni di Pompeo ci furono molte defezioni, così Gneo fece giustiziare tutti i sospetti. Verso la fine del mese gli uomini di Cesare catturarono quattro sentinelle nemiche e crocifissero tre di loro perché erano schiavi, mentre il quarto uomo, un legionario, venne decapitato, secondo la consuetudine prevista per i cittadini romani rivali. Quando Pompeo ripiegò, Cesare lo seguì e raggiunse la città di Urso (l’odierna Osuna), mentre il nemico si accampò vicino Munda, a circa dieci chilometri di distanza19.
La mattina del 17 marzo uscì con le sue truppe dall’accampamento e le fece schierare in ordine di battaglia sulla cima di un colle nei dintorni di Munda. Cesare decise che era giunto il momento di combattere la battaglia che aveva desiderato dall’inizio della campagna e ordinò al suo esercito di dispiegarsi nella pianura davanti al nemico. Sperava che i pompeiani scendessero dalla collina e lottassero nella piana, dal momento che davano l’idea di sentirsi sicuri di sé, ma Pompeo rimase sul pendio con le proprie truppe e Cesare decise di attaccare comunque, nonostante la posizione di svantaggio in cui si sarebbero trovati i suoi uomini. Essi, inoltre, erano in inferiorità numerica rispetto al nemico, sebbene sia difficile pensare che le tredici legioni pompeiane avessero tutti gli effettivi al completo, date le perdite della campagna precedente e le truppe distaccate lasciate a presidiare le altre posizioni. Cesare aveva una forza di cavalleria molto più numerosa, ma il terreno irregolare non era favorevole alle sue manovre, così confidò nella fortuna, nella sua destrezza e nel coraggio delle proprie truppe, che, come a Tapso, erano restie a posticipare qualsiasi azione. Come al solito, la Decima si trovava sulla destra, la V Alaudae e la Terza – forse l’unità che era stata al suo servizio in Gallia e che poi era passata sotto il comando di Pompeo – sul fianco sinistro, e le altre cinque legioni erano schierate al centro. Cesare diede l’ordine di avanzare, ma il nemico rimase fermo fino all’ultimo minuto e poi sferrò un contrattacco. Il combattimento fu cruento, e per un attimo Gneo sembrò avere la meglio. A un certo punto i cesariani cominciarono a vacillare e la loro linea rischiò di frantumarsi. Com’era già successo nella battaglia della Sambre anni prima, Cesare fu all’altezza della situazione e si precipitò verso il punto in cui i suoi uomini erano in difficoltà, giungendo, a quanto pare, a dieci passi dalla linea nemica. All’inizio era solo, e cercò di schivare i proiettili o di respingerli con lo scudo, ma venne poi raggiunto dagli ufficiali più vicini e alla fine anche dagli altri legionari. Il Bellum Hispaniense non fa alcun riferimento a tale episodio, e probabilmente è stato enfatizzato dalla tradizione orale, ma ad ogni modo dà un’idea dell’aspro scontro che ebbe luogo a Munda. Secondo Plutarco, dopo la battaglia Cesare disse che spesso aveva combattuto per la vittoria, ma in questo caso per la prima volta aveva lottato per salvare la propria vita. La Decima fu la prima legione che riuscì ad aprire una breccia nel fianco sinistro dello schieramento nemico e ad avanzare con forza, nonostante fosse in inferiorità numerica. Gneo ordinò a Labieno di portare una legione per colmare il vuoto che si era creato nella linea, ma nel frattempo la cavalleria di Cesare circondò e attaccò l’altro fianco dei pompeiani, e mentre questi cercavano disperatamente di superare la crisi, l’intero esercito si disgregò e si diede alla fuga. L’asprezza della battaglia è testimoniata dal fatto che Cesare perse circa un migliaio di uomini, più che a Farsalo, un’elevata proporzione, se si considera che l’esercito era composto da non più di venticinquemila o trentamila soldati. I pompeiani, invece, pare abbiano subito trentatremila vittime, ma probabilmente si tratta di un’esagerazione. I legionari di Cesare eressero un agghiacciante trofeo coronato da teste mozze all’esterno di Munda, che comunque continuò a resistere all’assedio per un po’ di tempo. Labieno fu ucciso durante la battaglia, mentre Gneo Pompeo fu ferito e riuscì a scappare, ma venne catturato poche settimane dopo e decapitato, e la sua testa inviata a Cesare. Sesto fuggì al comando di una piccola flotta di navi, ma nell’immediato futuro non era nella posizione di rappresentare una minaccia significativa. Nonostante alcuni pompeiani fossero ancora determinati a combattere, la guerra civile era definitivamente terminata20.
La notizia della vittoria giunse a Roma circa un mese dopo e il senato decretò subito cinquanta giorni di festeggiamenti pubblici. A Cesare fu concesso il titolo di liberator e si progettò la costruzione di un Tempio della Libertà. Inoltre venne insignito del titolo di imperator in maniera permanente, mentre in passato un generale veniva definito in questo modo dai suoi soldati solo in seguito a una vittoria. Rimase in Spagna per un po’ di tempo, per sottomettere le ultime comunità ancora fedeli ai pompeiani e per riassestare la provincia. Tuttavia, continuò a trovare il tempo per mantenere il suo solito flusso di corrispondenza, e sappiamo che verso la fine di aprile scrisse a Cicerone per fargli le condoglianze per la morte della sua amata figlia Tullia. Cicerone era un importante personaggio pubblico e Cesare fece di tutto per rafforzare la loro alleanza politica, ma in questo caso probabilmente non si trattò solo di una mera formalità, dal momento che anch’egli sapeva cosa significava perdere una figlia. Cicerone era legatissimo a Tullia, più che a sua moglie o all’altro suo figlio, e non si riprese mai del tutto da tale perdita. In Spagna Cesare era impegnato a trasformare una serie di città in colonie, nelle quali agli abitanti locali si aggiunsero gruppi di veterani congedati e altri coloni, e inoltre desiderava ricompensare la lealtà dei soldati e dei civili, così come degli abitanti della provincia e dei cittadini romani. Durante il suo viaggio di ritorno si fermò per alcune settimane nella Gallia Transalpina per adempiere altri doveri amministrativi e per ispezionare i progressi dell’insediamento dei veterani a Narbona e ad Arelate (l’odierna Arles). Alle popolazioni galliche della provincia fu concesso lo status latino, il che comportava che i relativi magistrati avrebbero ricevuto automaticamente la cittadinanza romana al termine del loro mandato. In Gallia incontrò anche Marco Antonio e il loro screzio venne risolto del tutto.
Cesare tornò in Italia solo alla fine dell’estate, e pare che poi sia rimasto nei dintorni di Roma fino a quando festeggiò un altro trionfo, all’inizio di ottobre. Questa volta non ci fu alcun dubbio che stesse celebrando una vittoria a discapito di un avversario romano. Compiendo un atto senza precedenti, permise di commemorare i trionfi della campagna in Spagna anche a due dei suoi legati, Quinto Pedio e Fabio, che poi sarebbe stato eletto console per la restante parte dell’anno. Ai suoi detrattori in senato non piacque nessuna di queste azioni. Durante la celebrazione del proprio trionfo, Cesare si infastidì quando il tribuno Ponzio Aquila, unico nel collegio dei dieci, si rifiutò di alzarsi in piedi mentre passava. Aquila era un ex-pompeiano al quale erano state confiscate alcune proprietà, ma evidentemente gli era stato permesso di continuare la carriera politica. Il suo affronto innervosì Cesare a tal punto che egli esclamò, in tono derisorio: «Forza, tribuno Aquila, chiedimi ora di ristabilire la repubblica!». Durante i giorni successivi, restio a lasciar correre la questione tanto facilmente, si dice che non fece una sola promessa senza aggiungere la sarcastica postilla: «Sempre che Ponzio Aquila sia d’accordo»21.
I privilegi di Cesare erano ormai diventati eccezionali: venne nominato dittatore per dieci anni e tutti i magistrati erano ufficialmente subordinati a lui; a questo si aggiungeva la carica di console che poteva assumere ogni anno per il tempo che desiderava, fino a quando anche questa nomina venne estesa formalmente per dieci anni. Dione Cassio sostiene che gli furono concessi anche i diritti e i poteri di un tribuno della plebe, sebbene altre fonti non ne facciano menzione. Inoltre aveva il controllo dell’intero esercito romano e dell’erario della repubblica. I privilegi che accettò – che secondo Dione Cassio rappresentavano solo una piccola parte di quelli che gli furono concessi da un senato adulatore – furono strabilianti. Agli incontri ufficiali in senato o nel Foro sedeva su una sedia speciale tra i due consoli, e tra le statue degli dèi fu aggiunta anche una sua statua d’avorio, che veniva trasportata su un carro particolare durante le cerimonie di apertura dei giochi. Venne posta anche una sua statua sul Campidoglio, tra quelle dei re, e una nel Tempio di Quirino, una divinità legata a Romolo, il leggendario fondatore di Roma. Ciò divertì Cicerone, perché esisteva una storia secondo la quale Romolo era stato fatto a pezzi dai senatori, ed egli scherzò dicendo che era felice che Cesare fosse stato affiancato a Quirino e non a Salus, la personificazione della salute e della prosperità. L’oratore era diventato meno ottimista rispetto all’anno precedente, quando Cesare aveva perdonato Marcello e gli altri illustri avversari. Ormai era palese che Cesare deteneva il potere assoluto e non aveva alcuna intenzione di ridare la totale libertà d’azione al senato. La maggior parte delle decisioni più importanti veniva presa in privato, da uomini come Oppio e Balbo quando lo stesso dittatore era assente. Cicerone non contestava la sensatezza delle decisioni che venivano prese, semplicemente non tollerava gli uomini che le prendevano e il modo in cui lo facevano. Per un senatore, e in particolar modo per uno che come lui aveva ricoperto incarichi di rilievo e che aveva un ruolo di spicco nelle discussioni, le questioni importanti dovevano essere affrontate soltanto in senato e seguendo l’iter corretto. Il senato doveva essere guidato a turno dai suoi membri migliori e più illustri, provenienti perlopiù dall’aristocrazia romana, e da alcuni nuovi uomini di talento come lui. Questo era ciò che aveva sempre desiderato ed era attinente alla tradizione, ma la posizione di Cesare costituiva una chiara violazione dell’ideale senatorio22.
Molti senatori erano disposti a tollerare l’eccezionale potere di Cesare fino a quando non fosse passato il periodo di crisi e la relativa possibilità di una nuova guerra civile, ma, una volta scongiurato il pericolo, avrebbero desiderato disperatamente un ritorno alla normalità e l’opportunità di essere di nuovo la classe preminente. Bruto incontrò il dittatore quando quest’ultimo attraversò la Gallia Cisalpina per tornare in Italia e percepì che Cesare «stava passando dalla parte degli uomini buoni», un’espressione che, come la parola «ottimati», si riferiva ai suoi alleati e a coloro che condividevano le sue opinioni, ma Cicerone la ritenne una visione del tutto ingenua. Probabilmente Cesare, in quello stesso incontro, promise a Bruto un incarico da pretore per il 44 a.C., e il consolato appena avesse avuto l’età idonea, nel 41 a.C.; di conseguenza, tali promesse potrebbero aver influito sul suo entusiasmo. Bruto era sempre stato molto legato a suo zio Catone, e il rispetto nei suoi confronti era cresciuto ulteriormente quando Catone aveva deciso di morire, piuttosto che accettare la clemenza di Cesare come suo nipote. Divorziò da sua moglie, che era una figlia di Appio Claudio – l’uomo morto per cause naturali all’inizio della campagna in Macedonia – e sposò Porcia, la figlia di Catone, poiché il matrimonio tra cugini non era insolito nell’élite romana. Porcia era la vedova di Bibulo, pertanto i suoi legami con gli acerrimi avversari di Cesare erano molto forti. Nel 46 a.C. Bruto scrisse un’opera intitolata Cato, un appassionato elogio funebre in onore dello zio. Cicerone affermò che all’interno del testo gli eventi erano stati trattati con superficialità e si irritò quando vide che il ruolo di Catone nel dibattito sui ribelli di Catilina era stato esagerato, mentre il suo era passato in secondo piano. Nonostante ciò, Cicerone, incitato da Bruto, si convinse a scrivere il proprio Cato, incentrato perlopiù sulle virtù personali e sulla determinazione di Catone, invece che sulla sua carriera politica, anche perché non voleva risultare offensivo nei confronti di Cesare. D’altra parte, tale approccio risultava anche più semplice, dal momento che in passato Cicerone aveva spesso contestato le decisioni di Catone nella vita pubblica. In seguito si compiacque molto quando gli fu mostrata una lettera scritta da Cesare, nella quale egli affermava che attraverso lo studio dell’opera di Cicerone aveva migliorato sensibilmente il proprio stile letterario, mentre, al contrario, leggendo il Cato di Bruto si era sentito anche lui un ottimo scrittore23.
A pochi mesi dal suo suicidio, uno dei più agguerriti oppositori di Cesare era stato rappresentato come l’ideale della virtù aristocratica in due opere che circolarono pubblicamente e furono molto apprezzate. Una era stata scritta da un ex-console che era riconosciuto come il migliore oratore vivente di Roma, e l’altra da Bruto, considerato da tanti il più promettente personaggio della sua generazione. Durante la dittatura di Silla nessuno osò mai elogiare un suo nemico in questo modo. Fin dall’inizio, Cesare aveva dichiarato che non era sua intenzione emulare Silla, e rimase fedele alle proprie parole. Quando i testi furono pubblicati, trovò il tempo per leggerli, ma fu troppo impegnato nella campagna contro Gneo Pompeo per poter fare qualcos’altro al riguardo, perciò ordinò a Irzio di raccogliere informazioni e di redigere la propria opera, che invece criticava la condotta di Catone; dopo la sconfitta dei pompeiani Cesare utilizzò il testo di Irzio per scrivere il proprio Anticato. L’opera è andata perduta, ma era chiaramente molto offensiva. Nell’Anticato Cesare affermava che quando Catone fece cremare il fratellastro, adornò il proprio corpo con i vestiti migliori e con metalli preziosi, ma in seguito fece setacciare le ceneri per recuperare l’oro sciolto. Tutto ciò probabilmente era pura invenzione, ma lo stile di vita di Catone era stato parecchio eccentrico e offriva a Cesare molto materiale su cui lavorare. Uno degli episodi più strani della sua vita fu la decisione di divorziare dalla moglie con la quale aveva avuto molti figli, affinché il suo amico, il famoso oratore Ortensio, potesse sposarla e avere la propria prole. Ortensio era incredibilmente ricco, ma poco dopo morì, così Catone risposò la vedova, tornò a quello che era sempre stato un matrimonio felice, e allo stesso tempo la sua famiglia si ritrovò con molte più proprietà e denaro. Questo comportamento fu a dir poco strano, o, come affermato da Cesare, estremamente opportunista.
Si potrebbero notare dei cenni di rancore personale nell’Anticato, sebbene occorra sottolineare che l’invettiva politica a Roma tendeva spesso all’esagerazione e di solito era volgare. Catone aveva detestato Cesare con tutto se stesso, lo aveva ostacolato in numerosi incontri pubblici e, alla fine, aveva svolto un ruolo chiave nel causare la guerra civile. Il commento di Cesare a Farsalo, «L’hanno voluto loro», potrebbe essere applicato innanzitutto a Catone, la cui implacabile ostilità, secondo lui, lo aveva costretto ad attraversare il Rubicone, a combattere e a uccidere così tanti concittadini, e a dividere il mondo romano. Dal suo punto di vista, c’erano molti motivi per odiare Catone, specialmente per tutto quello che aveva causato a lui. Forse c’era un fondamento emotivo nell’invettiva dell’Anticato, ma il motivo scatenante dell’intero episodio si riassume nel fatto che Cesare volesse semplicemente scrivere e palesare il proprio punto di vista, perché il suo obiettivo principale era quello di convincere i Romani colti a non idolatrare Catone; ma non per questo ebbe alcuna intenzione di rompere l’amicizia con Cicerone o con Bruto. Ad ogni modo, il suo intento fallì, perché era molto più facile ammirare Catone come ideale di strenua virtù e di inflessibile costanza, che come politico vivo e attivo nella vita pubblica24.
Il regime di Cesare non fu repressivo e, nonostante i suoi attacchi d’ira e il suo atteggiamento derisorio nei confronti del defunto Catone o di Ponzio Aquila, non diventò più severo dopo la vittoria di Munda. Il malcontento, tuttavia, continuava ad essere diffuso. Cicerone scrisse la bozza di una lettera in cui dava consigli su come riformare e ripristinare la res publica, ma prima di inviarla a Cesare si premurò di mostrarla a Oppio e Balbo, i quali suggerirono così tante modifiche che alla fine non ebbe il coraggio di portare a termine il suo scopo. Quando venne a sapere dell’ottimismo di Bruto in merito all’intenzione di Cesare di unirsi ai boni, con umorismo nero si chiese come sarebbe stato possibile, «a meno che non si fosse impiccato». La guerra civile era terminata e vennero affrontati i problemi a lungo accantonati, così dopo molti anni la gente tornò a condurre uno stile di vita migliore. La stessa Roma attraversò un periodo di pace e stabilità che raramente era durato per più di un decennio. Le ferite della guerra, tuttavia, restavano profonde. Molti uomini erano morti, specialmente tra le personalità illustri del senato, e alcuni di quelli che erano sopravvissuti dovettero affrontare le conseguenze delle loro decisioni prese durante quegli anni turbolenti. Cesare aveva utilizzato la clemenza e la propria abilità politica per far schierare dalla sua parte chi era rimasto neutrale e gli oppositori sconfitti, ma alla fine aveva raggiunto la sua posizione attraverso l’uso della forza militare. In un certo senso, la situazione era molto simile a ciò che accadeva quando veniva creato un insediamento nella Gallia conquistata: Cesare doveva convincere i suoi concittadini, soprattutto l’élite aristocratica, a tollerare il suo dominio, piuttosto che a opporsi. Questa era la prova definitiva25.