«Ad alcuni suoi amici Cesare diede l’impressione che non volesse vivere più a lungo e che non si preoccupasse della sua salute […]. Altri dicono che fosse solito ripetere che non tanto a lui, quanto alla comunità doveva importare la sua salvezza; per quanto lo riguardava, già da tempo aveva conseguito il potere e la gloria. Se gli fosse capitato qualcosa, la repubblica non sarebbe certo stata tranquilla e in ben più tristi condizioni avrebbe subito un’altra guerra civile».
svetonio, inizio del II secolo d.C.1
«Ho vissuto abbastanza, sia rispetto ai miei anni, sia rispetto alla mia gloria».
cesare, 46 a.C.2
All’inizio del 44 a.C. Cesare aveva cinquantasei anni. Sarebbe stato strano se lo sforzo di tanti anni di campagne militari non avesse compromesso il suo organismo, e Svetonio parla di un peggioramento delle sue condizioni di salute. Tuttavia, non ci sono prove evidenti che la sua epilessia si fosse aggravata e pare che continuò ad avere la solita e inesauribile energia. In base alla media romana, aveva già passato il fiore dell’età, ma non c’era alcun motivo per dubitare che avrebbe potuto vivere per altri quindici o venti anni, e forse anche di più. Cesare non credeva di poter morire nel marzo del 44 a.C., e chiaramente gli uomini che lo assassinarono erano convinti che non sarebbe deceduto per cause naturali nell’immediato futuro. La morte del dittatore fu improvvisa e inaspettata per tutti, tranne che per gli stessi cospiratori. Pertanto, se si volessero analizzare le azioni di Cesare e il regime che aveva creato, bisognerebbe considerare innanzitutto che era qualcosa di incompleto e in continua evoluzione. Augusto avrebbe esercitato il potere assoluto per oltre quattro decenni, e il sistema da lui creato ebbe tutto il tempo per svilupparsi in maniera assai graduale. Alla fine è impossibile sapere quali fossero i piani di Cesare e i risultati che avrebbe ottenuto. Durante la sua vita circolarono innumerevoli dicerie – spesso terribili – sulle sue intenzioni, e dopo la sua morte le attive campagne propagandistiche portate avanti dalle fazioni avversarie nelle guerre civili che seguirono crearono solo ulteriore confusione. Purtroppo le lettere di Cicerone riguardo ai primi mesi del 44 a.C. non vennero pubblicate, perciò non rimase alcuna testimonianza scritta durante quel periodo così importante.
Ovviamente esistono molti dubbi sugli obiettivi a lungo termine di Cesare, ma una cosa certa è che il dittatore credeva di dover lasciare Roma e l’Italia per almeno tre anni, e i cospiratori agirono in quel preciso momento, perché sapevano che dopo pochi giorni sarebbe partito per intraprendere nuove campagne. In questo caso i suoi avversari sarebbero stati stranieri, e di conseguenza la gloria ottenuta con la loro sconfitta sarebbe stata incontestabile. Pensava di attaccare innanzitutto i Daci governati dal re Burebista e di combattere la guerra balcanica che forse aveva previsto già nel 58 a.C. Forse sperava di terminare la campagna entro la fine dell’anno. In seguito si sarebbe diretto contro i Parti, dal momento che la sconfitta di Crasso a Carre non era stata ancora vendicata. Di recente i Parti avevano di nuovo invaso la Siria e dato il loro appoggio a un pompeiano latitante che era intenzionato a riprendere la guerra civile. La guerra contro l’esercito partico era stata programmata con un massiccio dispiegamento di forze, poiché Cesare aveva ordinato che venissero radunate sedici legioni supportate da diecimila cavalieri. Venne progettata la costruzione di un canale nell’Istmo di Corinto per agevolare le linee di approvvigionamento verso il teatro delle operazioni, sebbene in origine fosse stato concepito per promuovere innanzitutto i commerci. Plutarco afferma che venne incaricato un architetto greco per la supervisione di tale progetto, ma probabilmente la sua attuazione non andò oltre gli aspetti teorici, prima di essere abbandonato del tutto alla morte di Cesare. Pare che in generale i Romani desiderassero la sconfitta della Partia e naturalmente, prima dello scoppio della guerra civile, si erano avanzate delle ipotesi sul fatto che o Cesare o Pompeo dovessero essere mandati lì con i rispettivi eserciti. Si dice che Cesare volesse avviare la campagna contro i Parti con cautela, raccogliendo il maggior numero di informazioni possibile sul nemico e sulle sue tecniche di combattimento, prima di sferrare un attacco vero e proprio. Non è chiaro se avesse pianificato di conquistare la Partia o di infliggere solamente una sconfitta al suo re per costringerlo a stipulare un accordo secondo le condizioni imposte dai Romani. Circolarono storie improbabili sui suoi piani di tornare verso la Gallia compiendo un giro molto largo fino al Mar Caspio e alle attuali regioni della Russia meridionale, per invadere i territori dei Germani e sottomettere le loro tribù; ma un simile obiettivo è in contrasto con il tono metodico del resto del progetto e inoltre avrebbe presupposto un periodo molto più lungo di tre anni. Forse Cesare era stato affascinato dall’analogia con Alessandro Magno nella sua intenzione di intraprendere una guerra in Oriente, ma non esistono testimonianze evidenti in merito a sogni tanto megalomani. Ad ogni modo, è impossibile sapere se la campagna partica avrebbe avuto successo o meno. Se ci si dovesse basare sulle vittorie militari avute da Cesare in passato, sarebbe facile pensare che anche in questo caso avrebbe trionfato, almeno fino a quando la sua energia e la sua destrezza, così come la fortuna, non lo avessero abbandonato. I Parti, tuttavia, erano avversari formidabili e quando Marco Antonio li attaccò, sei anni dopo, subì una pesante sconfitta. Augusto preferì ricorrere alla diplomazia, sebbene supportata dalla minaccia dell’uso della forza, e riuscì a stipulare una pace soddisfacente sulla frontiera orientale. Il suo successo – e l’incapacità dei successivi imperatori di ottenere una vittoria schiacciante contro i Parti – non significa necessariamente che l’operazione pianificata da Cesare fosse destinata al fallimento3.
Cesare non rimase tutto il tempo a Roma durante i mesi che seguirono il suo trionfo ma, ovunque si trovasse, era sempre molto impegnato. Nel dicembre del 45 a.C. si trovava sulla costa campana, accompagnato da un seguito composto da circa duemila uomini, tra i quali c’era Balbo e una scorta. Si fermò per una notte in una villa accanto a quella di Cicerone nei dintorni di Pozzuoli, e l’oratore scrisse un resoconto dettagliato della cena che diede il 19 dicembre. È interessante notare che considerò necessario farsi prestare delle guardie – probabilmente gladiatori – da un vicino, perché temeva che la sua casa potesse essere saccheggiata dai soldati accampati all’esterno. La mattina Cesare rimase nella villa del vicino fino
a un’ora dopo mezzogiorno, e non diede udienza a nessuno; occupato, se non mi inganno, a fare i conti con Balbo. Quindi passeggiò lungo la spiaggia; alle due il bagno, poi gli parlarono di Mamurra, ma non cambiò espressione [non si sa quale fosse l’argomento, ma probabilmente quest’ultimo aveva violato la legge suntuaria, nda]. Si fece ungere e si mise a tavola. Aveva deciso di vomitare, quindi bevette e mangiò senza riguardo, allegramente. La cena fu abbondante e ben apparecchiata, ma non solo, anche ben cucinata e saporita, tutto andò bene.
Anche il suo seguito fu servito, inclusi gli schiavi e i liberti, e quelli di rango superiore nella maniera più appropriata. Al banchetto principale «non si parlò di politica, ma ci furono tante discussioni sulla letteratura. Che vuoi che ti dica? Gradì la cena e rimase soddisfatto». Nonostante il successo della cena, Cicerone dichiarò mestamente che Cesare non era il tipo di ospite che si desidera invitare una seconda volta in casa propria, anche se ovviamente credeva di non poter non invitarlo nel momento in cui si trovava nei paraggi della sua villa. Negli ultimi mesi della sua vita, Cesare era sempre impegnato, ma continuava ad essere un compagno di cene semplice e piacevole. Tuttavia non era sempre facile incontrarlo. Nel 44 a.C. Cicerone andò a fargli visita nella sua casa romana e dovette aspettare un po’ di tempo, prima di essere portato al suo cospetto. In seguito ricordò che Cesare disse: «Potrei dubitare di non essere sommamente odiato, dal momento che Marco Cicerone deve restarsene seduto senza avere la possibilità di incontrarsi con me a suo agio? Egli è un uomo accomodante, eppure dubito che non mi odi cordialmente».
Cesare era incline ad avere degli scatti d’ira, ma come non esistono prove a sostegno dell’ipotesi che la sua salute stesse peggiorando, non c’è neanche alcun motivo per credere che il suo carattere fosse cambiato in profondità. Era oberato dal lavoro e inoltre doveva organizzare i preparativi per l’imminente campagna, perciò dava l’impressione di non avere mai tempo. Dal punto di vista umano, Cicerone e molti altri senatori continuavano a ritenerlo una persona gradevole, moderata e sempre disponibile; ciò che essi odiavano era la posizione che aveva raggiunto e le relative ripercussioni subite dalla repubblica. Tra la fine del 45 e l’inizio del 44 a.C., tale posizione non era ancora del tutto definita, ma allo stesso tempo, mentre il suo potere si stava evolvendo, stavano cambiando anche gli atteggiamenti nei suoi confronti. Questa constatazione ci riporta alla questione fondamentale in merito a quali fossero le intenzioni di Cesare nel lungo periodo4.
Non c’è alcun dubbio che alla fine del 45 a.C. Gaio Giulio Cesare fosse diventato a tutti gli effetti un monarca, nel senso che deteneva un potere mai avuto da nessun’altra persona, gruppo e istituzione all’interno della repubblica romana. Aveva raggiunto la sua posizione vincendo la guerra civile, ma i poteri particolari gli erano stati concessi dal senato e dal popolo di Roma. In genere il mandato di un dittatore durava solamente sei mesi. Silla, in circostanze simili a quelle di Cesare, aveva esercitato un potere anche maggiore senza alcun limite di tempo, rinunciando all’incarico e ritirandosi a vita privata solo quando fu lui stesso a deciderlo. Cesare lo considerò un analfabeta politico per questo. Lui era già stato console e dittatore per dieci anni, un lasso di tempo mai contemplato dalla costituzione di Roma, e all’inizio del 44 a.C. gli fu assegnata la dittatura permanente (dictator perpetuus). Inoltre gli venne concessa la censura – di cui comunque stava già utilizzando i poteri – per il resto della sua vita. Venne nominato «genitore della patria» (parens patriae), anche se non fu il primo ad essere definito in questo modo, perché anche Cicerone aveva ricevuto tale titolo per aver smascherato la congiura di Catilina. A Cesare fu anche permesso di eseguire l’unico rito più prestigioso del trionfo, il diritto di dedicare a Giove Feretrio gli spolia opima (letteralmente il ‘bottino abbondante’), un privilegio che veniva acquisito da un comandante che uccideva il capo nemico in un combattimento personale. Non c’è alcuna prova che Cesare abbia avuto davvero il tempo per celebrare questo rito. Un’altra concessione straordinaria fu il permesso di sedere insieme ai tribuni della plebe a teatro. Durante le altre occasioni formali la sua sedia veniva già posizionata tra i consoli – quando non era lui stesso a ricoprire tale carica – ma ora la sua sedia d’avorio venne sostituita con una fregiata di oro. Il suo compleanno diventò una festività pubblica e il mese in cui cadeva venne rinominato Iulius. Fu anche il primo romano la cui effigie venne riprodotta sulle monete mentre era ancora in vita. La sua testa apparve solo su alcune monete, e fu Augusto a rendere la pratica universale (infatti, nei Vangeli, Gesù chiedeva di chi fosse la testa rappresentata sulle monete d’argento, sapendo che su tutte veniva riportata l’effigie di un imperatore)5.
I privilegi di Cesare provenivano chiaramente da una tradizione in cui erano stati celebrati i risultati di altri famosi aristocratici romani, come Scipione l’Africano, il vecchio e il giovane, Mario, Silla, e soprattutto Pompeo. In questo caso, però, si andò ben oltre, e la grandezza e il numero di onori concessi a un’unica persona furono inauditi. L’inclusione della sua statua tra quelle degli dèi nel corteo che sfilava durante le cerimonie d’apertura dei giochi, e la collocazione di altre statue all’interno e all’esterno dei templi sul Campidoglio, indicavano uno status che trascendeva l’umano. Quando giunse a Roma la notizia della vittoria di Tapso, venne realizzata una statua che lo rappresentava in piedi su un globo terrestre e sul cui piedistallo c’era scritto «Al dio invincibile», ma al suo ritorno ordinò che l’iscrizione fosse cancellata. Tale sensazione, tuttavia, si rafforzò tra la fine del 45 e l’inizio del 44 a.C., quando a Cesare vennero concessi ulteriori privilegi. Venne progettato un frontone sostenuto da pilastri, che sarebbe stato eretto sulla sua dimora, proprio come quello dei grandi templi. Fu fondato un collegio giuliano di sacerdoti e fu associato ai collegi che supervisionavano l’antica festività dei Lupercali. Si decise addirittura di dedicare un tempio a Cesare e alla sua clemenza (o forse solo alla sua clemenza, perché le fonti non sono chiare al riguardo). Il rito doveva essere affidato a un nuovo sacerdote, o flamen, con una carica simile a quella del flamen dialis, il sacerdote di Giove, e il primo di questi fu Marco Antonio. Dione Cassio afferma che Cesare arrivò ad essere adorato come Giove Giulio, ma non esiste nessun’altra testimonianza su questa identificazione con la più importante divinità di Roma. Dopo la battaglia di Farsalo, Cesare era già stato ufficialmente considerato un dio negli onori e nei decreti delle comunità elleniche delle province. Non c’era nulla di strano in questo, altri comandanti romani nel secolo e mezzo precedente erano stati onorati in maniera simile. Esisteva una lunga tradizione di regalità divina nell’Oriente, così come la tendenza a estenderla per includere al suo interno i Romani potenti che giungevano nella regione6.
Dopo la sua morte Cesare venne dichiarato un dio – il Divo Giulio (divus Iulius) – e il suo figlio adottivo si sarebbe definito «figlio di un dio». Lo stesso Augusto, tuttavia, non fu divinizzato a Roma prima della sua morte, e tale consuetudine venne utilizzata anche per i successori. La procedura diventò pressoché automatica, e infatti si crede che le ultime parole dell’imperatore Vespasiano siano state una macabra battuta: «Sento che sto diventando un dio». Solo gli imperatori megalomani vollero essere dichiarati dèi anche da vivi e, in base alla conoscenza di questa prassi, molti studiosi si sono chiesti se Cesare avesse accettato o meno un simile attributo. La religione romana era complessa e politeista, con numerosi e differenti dèi e dee, alcuni più importanti degli altri, e una grande varietà di semidei ed eroi. I miti, sia greci che romani, facevano riferimento ad esseri umani che erano diventati divini, tra cui Ercole/Eracle era il più famoso. La famiglia di Cesare si vantava di discendere da Venere, e altri aristocratici affermavano che la propria genealogia risaliva ad altre divinità. La netta distinzione tra Dio e l’essere umano difesa dalla tradizione monoteista, più familiare alla concezione attuale, era molto meno ovvia per i Romani. In un discorso fatto poche settimane dopo la morte di Cesare, Cicerone fa riferimento a Marco Antonio e alla sua nomina di flamen di Cesare, pertanto siamo sicuri della sua proclamazione, ma la relativa investitura ufficiale risulta improbabile. Ciò dimostra che è difficile contestare che Cesare sia stato dichiarato almeno un semidio mentre era ancora in vita, e forse venne considerato un dio vero e proprio. Il culto, comunque, sembra non aver avuto molta importanza, ed è più opportuno pensare a Cesare come a una figura di minor rilievo nel pantheon di Roma. Dione Cassio presenta questo episodio come una questione puramente politica, perché il senato asservito non faceva altro che elogiare il dittatore. Lo storico, inoltre, sottolinea che a Cesare venne dato anche il diritto di essere seppellito dentro la città, mentre la tradizione romana imponeva che le sepolture avvenissero all’esterno dei confini ufficiali di Roma. Il decreto fu inciso a lettere dorate su una lamina di argento che fu collocata sotto la statua di Giove Capitolino. Dione Cassio afferma che tale atto fu compiuto per ricordare al dittatore di essere mortale7.
Oltre ai suoi poteri ufficiali, Cesare si riteneva superiore per molti altri aspetti: la sua famiglia sosteneva di discendere dai re di Alba Longa, una città che non esisteva più da quando i Romani l’avevano distrutta all’inizio della loro storia. Negli eventi ufficiali cominciò a indossare quello che, secondo lui, vestivano quei monarchi, ossia stivali di pelle rossa alti fino al polpaccio. Anche la tunica color porpora e la toga da generale trionfante, che ora metteva durante le festività e gli incontri formali, avevano analogie regali. A tutto ciò si aggiungeva una corona di alloro – un onore che apprezzò particolarmente perché celava la sua calvizie – e pare che nel 44 a.C. venne sostituita con una d’oro. Il suo potere ufficiale era enorme, e quello informale anche maggiore e a volte lampante. Probabilmente alla fine del 46 a.C. Cleopatra, suo fratello-marito Tolomeo e la loro corte andarono a Roma. Furono ospitati in una delle dimore di Cesare sulla riva opposta del Tevere e vi rimasero fino a dopo la sua morte. Non si sa di chi fu l’idea della visita, ma sembra improbabile che la regina avesse viaggiato fino all’Italia e fosse rimasta così a lungo senza il consenso di Cesare. Cleopatra doveva il proprio trono al suo amante romano, e potrebbe essersi sentita più al sicuro accanto a lui e lontana dall’Egitto. Forse sperava che con il passare del tempo le personalità che le erano ostili ad Alessandria e in altre zone della regione si sarebbero abituate al suo regno. È possibile anche che avesse creduto che alcuni vantaggi politici e concessioni sarebbero stati ottenuti solo dallo stesso Cesare. Inoltre la notizia della relazione avuta da quest’ultimo con la regina Eunoe durante la campagna in Africa potrebbe averla fatta preoccupare riguardo alla labilità dell’appoggio romano nei suoi confronti. Dal punto di vista di Cesare, era ovvio che l’Egitto e i suoi abbondanti raccolti di grano avrebbero potuto svolgere un ruolo determinante negli approvvigionamenti richiesti per affrontare l’imminente guerra contro i Parti. Gli interessi politici erano sempre importanti per entrambi, ma l’arrivo di Cleopatra dopo meno di un anno di distanza da quando Cesare era partito dall’Egitto e la durata del suo soggiorno a Roma indicano semplicemente che lui la voleva al suo fianco, perché sicuramente era rimasto molto legato alla regina, e non c’è motivo per dubitare che ripresero la loro relazione. Il Tempio di Venere Genitrice divenne il fulcro del suo nuovo Foro, e Cesare fece scolpire una statua d’oro di Cleopatra e la mise accanto a quella della dea. Appiano afferma che era ancora lì durante la sua epoca, oltre un secolo e mezzo dopo. Cesare era ancora sposato con Calpurnia e dal racconto di Plutarco si desume che continuarono a dormire assieme. Sembra impossibile che lei ignorasse le infedeltà del marito, o che la regina egizia che viveva al di là del fiume fosse la sua amante. Durante la sua permanenza a Roma, Cleopatra incontrò molti Romani illustri, desiderosi forse di ricevere un regalo, di un favore per i loro clienti in affari nel suo regno, o di chiederle di aiutarli intercedendo presso Cesare. Pare che Cicerone rimase deluso e amareggiato dall’arroganza della regina, ma l’aspetto più importante è che fu comunque uno dei primi a farle visita8.
Almeno uno degli onori concessi a Cesare doveva trasmettersi a suo figlio e a suo nipote, però in quel momento non aveva alcun figlio, o perlomeno nessuno legittimo. La sua unica figlia era morta, e il suo bambino, sempre che fosse un maschio, le era sopravvissuto solo per pochi giorni. Quando Cleopatra partorì, chiamò suo figlio Cesarione, e pare che Cesare fosse d’accordo. La sua data di nascita non è stata stabilita con assoluta certezza, ma si crede che coincida con la fine del 46 a.C. Sebbene sia probabile che il bambino andò a Roma con lei, Cesarione non viene menzionato da nessuna delle fonti scritte prima della morte di Cesare. Per questo motivo a volte si è pensato che non fosse il figlio del dittatore, ma solo un bambino venuto alla luce quando Antonio e Cleopatra provarono a limitare l’influenza che Ottaviano aveva ottenuto dichiarandosi l’erede di Cesare. Un argomento a favore di tale tesi è il semplice fatto che Cesare, nonostante i suoi tre matrimoni e le numerose avventure passionali, non aveva riconosciuto nessun altro figlio dalla nascita di Giulia, avvenuta comunque decenni prima. Più di un secolo dopo, alcuni aristocratici gallici dichiararono di discendere da Cesare, e simili rivendicazioni potevano avere un qualche fondamento. Bisogna ricordare che il matrimonio di Cesare con Pompea finì con il divorzio ed è possibile che fosse infelice, mentre per quasi tutti gli anni che fu sposato con Calpurnia rimase lontano da casa, impegnato nel servizio militare attivo. Le mogli solitamente non accompagnavano i governatori provinciali della repubblica e nemmeno facevano loro visita, pertanto le possibilità di avere un figlio erano inevitabilmente limitate. Sembra improbabile che Antonio e Cleopatra potessero far spuntare dal nulla un bambino di cui non si era mai sentito parlare mentre Cesare era ancora in vita e sperare che venisse riconosciuto, perciò forse il ragazzino era già a Roma prima del marzo del 44 a.C. È impossibile dire con certezza se Cesare fosse davvero suo padre o meno, ci vorebbero molte più informazioni sulla vita intima della regina rispetto a quelle in nostro possesso. La maggior parte delle fonti antiche che ha affrontato la questione sembra accettare che Cesarione fosse il figlio del dittatore, ma tutti questi autori scrissero molto tempo dopo. Svetonio sostiene che, dopo la morte di Cesare, il suo amico e assistente di lunga data Gaio Oppio scrisse un libro per confutare tale supposizione9.
In generale, ci sono molteplici argomenti per ipotizzare che Cesare fosse (o perlomeno credesse di essere) il padre di Cesarione; ma si trattava di un figlio illegittimo, non aveva la cittadinanza romana ed era solo un bambino. Il ragazzino non viene neanche menzionato nel testamento scritto da Cesare negli ultimi mesi di vita, in cui diede più importanza al nipote di sua sorella, il diciottenne Gaio Ottavio, al quale aveva prestato particolare attenzione negli ultimi anni. Forse Cesare aveva scorto del talento in quel ragazzo che sarebbe poi diventato l’imperatore Augusto. Il suo omonimo padre aveva ricoperto la carica di pretore, ma era morto nel 59 a.C. A soli dodici anni, Ottavio pronunciò un’orazione al funerale della figlia di Cesare, e nel 47 a.C. il dittatore lo fece ammettere nel collegio dei pontefici, colmando il vuoto lasciato dalla morte di Domizio Enobarbo a Farsalo. Fu un privilegio eccezionale, data la sua giovane età. Ottavio avrebbe dovuto accompagnare Cesare nella campagna in Spagna, ma per motivi di salute lo raggiunse solamente quando la battaglia era ormai terminata. Nel testamento Ottavio risultava come erede principale e veniva ufficialmente adottato come figlio di Cesare, però sarebbe un errore esagerare la sua importanza prima delle idi di marzo. Era ancora molto giovane, il figlio di un homo novus, e il suo ruolo nella vita pubblica era secondario. Marco Antonio e Dolabella erano molto più importanti da questo punto di vista. Da quando Antonio incontrò Cesare in Gallia nel 45 a.C., fu al suo fianco per tutto il resto del viaggio, mentre Ottavio viaggiò in un’altra lettiga insieme a Decimo Bruto. Marco Antonio sarebbe diventato il collega di Cesare nel consolato del 44 a.C., ma le sue continue liti con Dolabella minacciavano di vanificare i piani del dittatore di lasciargli il governo di Roma, una volta partito. Pare che poche persone fossero a conoscenza dell’adozione di Ottavio nel testamento ed è estremamente improbabile che, se il dittatore fosse morto all’improvviso per cause naturali, il giovane sarebbe riuscito a rivendicare qualcosa di più oltre alla sua fortuna e ai suoi averi. Non era stato identificato come il successore degli onori e dei poteri di Cesare, e dal punto di vista politico altri uomini erano molto più vicini al dittatore. Sia Antonio che Dolabella erano tecnicamente troppo giovani per assumere il consolato, però erano ben inseriti nella vita pubblica10.
I Gracchi erano stati sospettati di ambire al potere assoluto (regnum), ed erano circolate anche delle voci su un diadema inviato a Tiberio da un sovrano asiatico. Dall’espulsione dell’ultimo re e dalla creazione della repubblica, l’aristocrazia romana aveva conservato un odio profondo nei confronti della monarchia, e l’accusare i rivali di aspirare alla regalità era un elemento comune dell’invettiva politica. I poteri della dittatura erano a tutti gli effetti monarchici, e a questi Cesare ne aggiunse altri, cosicché in pratica regnò come un sovrano. Inoltre vestiva come i re di Alba Longa. Nel mondo ellenistico i regnanti erano sia sovrani che dèi, pertanto alcune persone interpretarono gli onori divini o semidivini che gli erano stati concessi come passaggi verso l’instaurazione di una monarchia formale basata su quel modello. Nei primi mesi del 44 a.C., la questione se Cesare dovesse assumere o meno il nome di re fu portata al centro dell’opinione pubblica. Il 26 gennaio egli officiò la tradizionale festività latina sul colle di Albano, nei dintorni di Roma, e il senato gli concesse il permesso speciale di celebrare un’ovazione – una forma meno importante di trionfo – e di tornare a Roma seguito da un corteo. Durante la sfilata, alcune persone della folla si rivolsero a lui chiamandolo «re». La parola «re», oltre ad essere un sinonimo di monarca, era anche un cognome, come nel caso di Quinto Marcio Re, e Cesare trasformò quelle acclamazioni in una battuta, rispondendo di «non essere Re, ma Cesare». Alcuni giorni prima, i due tribuni Gaio Epidio Marullo e Cesezio Flavo avevano fatto rimuovere un diadema reale da una delle sue statue nel Foro, e durante il corteo ordinarono di arrestare l’uomo che per primo aveva urlato quell’esclamazione. Cesare si infastidì, perché credette che i due uomini volessero causargli problemi sollevando lo spettro della monarchia per macchiare il suo nome. Protestò per il loro comportamento, ma essi risposero dicendo che stava impedendo ai tribuni della plebe di svolgere la loro legittima funzione. Dopo aver convocato il senato, condannò i due uomini, affermando che lo avevano messo nella difficile posizione di dover subire un insulto, o agire con durezza contro la sua vera natura. Sembra che alcuni suggerirono la pena di morte, ma Cesare non volle arrivare fino a quel punto, e si accontentò di vederli rimossi dall’incarico in seguito a una mozione presentata da un altro tribuno. Chiese al padre di Flavo di diseredare il figlio, che aveva due fratelli più talentuosi, ma quando egli rifiutò il dittatore lasciò cadere la questione. Ancora una volta, l’uomo che, prima di intraprendere la guerra civile, si era considerato il difensore dei diritti dei tribuni aveva represso la loro opposizione, sebbene la sua punizione sia stata molto più indulgente rispetto a quelle solitamente inflitte da Silla11.
Il 15 febbraio del 44 a.C. Roma celebrò i Lupercali, un’antica festività legata soprattutto alla fertilità. Come parte del rito, i sacerdoti addetti, che indossavano solo perizomi di pelle, correvano per le strade della città colpendo leggermente i passanti con frustini di pelle di capra. Questo colpetto era un segno di buon auspicio, soprattutto per le donne che volevano concepire un figlio o per quelle che erano già gravide e desideravano un parto veloce e senza complicazioni. Antonio, che all’epoca aveva trentanove anni ed era console, era il capo di questi corridori, perché aveva la massima autorità nel collegio giuliano dei sacerdoti. Cesare osservava, con la sua corona in testa, la toga color porpora da generale trionfante, la tunica a maniche lunghe e gli stivali dei re albani, seduto sulla sua sedia dorata da dittatore. Antonio corse da lui e gli offrì un diadema reale, esortandolo ad accettarlo e a diventare re. A tale vista la folla si ammutolì. Quando Cesare rifiutò, tutti esultarono, e quando Antonio ripeté l’offerta e il dittatore declinò nuovamente, le acclamazioni diventarono ancora più forti. Cesare ordinò di portare il diadema nel Tempio di Giove, sul Campidoglio, perché Roma aveva un unico re. Era – ed è – molto difficile credere che questo episodio non fosse stato attentamente orchestrato, sebbene sia impossibile dire fino a che punto Antonio ci avesse messo del suo nell’esecuzione finale. I più cinici in seguito dissero che Cesare avrebbe accettato la corona, se la folla si fosse mostrata entusiasta. Se le cose andarono davvero così, allora fu un modo molto grossolano di affrontare la questione, anche perché tutti i precedenti onori erano stati proposti prima in senato. Molto probabilmente desiderava solo la gloria per aver rifiutato una simile offerta e forse sperava anche di porre fine alle dicerie alimentate dall’episodio dei tribuni; però non ci riuscì, perché subito dopo cominciò a circolare una voce su un oracolo secondo il quale i Parti sarebbero stati sconfitti solamente da un re. Come augure, Cicerone in seguito affermò che la storia era falsa e che non esisteva alcun oracolo del genere, ma pare che molti credettero comunque a una simile rivelazione, il che dà un’idea sul clima che regnava a quei tempi. Da questa storia ne derivò un’altra, in merito a un’ipotetica proposta del senato di proclamare Cesare re di tutto il mondo romano tranne che dell’Italia. Cesare aveva già il regnum, ovvero il potere assoluto, e nessuna testimonianza dell’epoca sostiene che aspirasse anche al titolo di re. Infatti neanche le fonti posteriori confermano la veridicità di tali tesi, sostenendo che fossero solamente dicerie. Durante i suoi anni giovanili in Bitinia aveva visto la monarchia ellenistica, e più recentemente il vasto regno dell’Egitto, ma non ci sono testimonianze che dimostrino che volesse imporre forme di governo simili a Roma, magari influenzato dalla presenza di Cleopatra. La sua posizione all’interno della repubblica era unica e non aveva ancora un successore che potesse ereditare l’eventuale regno12.
Alla fine, circa sessanta senatori si unirono alla congiura per assassinare Cesare. Da anni circolavano voci di cospirazioni, ma non era mai successo nulla. Fino all’inizio del 44 a.C. Cesare era stato protetto da una scorta di ausiliari spagnoli, ma li congedò pubblicamente dopo che il senato fece un giuramento di fedeltà nei suoi confronti e gli propose di formare una nuova scorta composta da senatori ed equites. Durante i periodi di crisi erano stati creati spesso corpi armati del genere – un gruppo di cavalieri scortò Cicerone nel 63 a.C. –, ma in questo caso non fu mai formato. Le ragioni dei cospiratori erano molte e disparate, però alla base c’era la convinzione che il potere assoluto nelle mani di un unico uomo fosse incompatibile con una repubblica libera. Lo stato doveva essere guidato da magistrati eletti democraticamente e obbligati a ricoprire il proprio mandato per un periodo definito, e da un senato i cui dibattiti dovevano essere pubblici e moderati dai più illustri ex-magistrati. Con Cesare molte decisioni vennero prese a porte chiuse dal dittatore e dai suoi più stretti collaboratori e, nonostante tali misure siano state spesso sensate, prescindevano dal modo corretto in cui avrebbe dovuto funzionare la repubblica. La tradizione permettava una sospensione del normale svolgimento delle cose durante i periodi di crisi, ma solo fino a quando il pericolo fosse definitivamente passato. L’ascesa di Silla era stata molto più feroce rispetto a quella di Cesare, ma alla fine egli aveva abbandonato la dittatura. Cesare non era intenzionato a emularlo e il diritto alla dittatura perpetua evidenziava la fermezza del suo potere. La repubblica era cambiata e il problema non riguardava tanto le azioni di Cesare, quanto il modo in cui le compieva, che inevitabilmente creava malcontento tra gli aristocratici. Cesare fece sforzi notevoli per mantenere almeno l’apparenza di una costituzione tradizionale. I suoi magistrati venivano eletti a seguito delle sue segnalazioni, e non nominati. Il senato continuava a riunirsi e a discutere, e lì furono proposti molti degli onori che poi vennero concessi al dittatore. I tribunali, inoltre, continuarono a funzionare normalmente, e Cesare divenne famoso per la sua intransigenza sull’applicazione delle leggi. In un’occasione fece annullare il matrimonio di un ex-pretore che sposò la moglie appena un giorno dopo il divorzio di lei dal suo precedente marito. I giurati erano solamente senatori e cavalieri perché aveva eliminato il terzo gruppo, quello dei tribuni aerarii, che secondo un decreto di Silla dovevano comporre un terzo della giuria13.
Cesare, nonostante le sue buone maniere, era sempre stato incline all’insofferenza e agli scatti d’ira. Negli ultimi quattordici anni aveva passato la maggior parte del suo tempo al comando di un esercito e mai in compagnia di qualcuno che avesse la sua stessa autorità. Era sempre stato costretto a fare grandi sforzi, a pianificare campagne e guidare gli eserciti in battaglia, ad amministrare le sue province e, dal 49 a.C. in poi, anche un territorio che si espanse fino a diventare l’Impero Romano. Inoltre, si era reso conto che i problemi erano più difficili da risolvere senza il suo personale intervento. Durante tutti questi anni non ebbe un momento di tregua e questa possibilità mancò anche negli ultimi mesi della sua vita. Cesare continuò ad essere molto impegnato ed è molto probabile che, essendo abituato da tempo al comando, diventò meno impaziente nei confronti delle numerosissime e inefficienti convenzioni della vita pubblica, soprattutto da quando molte di queste erano diventate del tutto inutili. Alla fine del 45 o all’inizio del 44 a.C. il senato si riunì per votare molti degli onori già menzionati. Cesare non presenziò a questo incontro, perché si preferì avere l’illusione che il dibattito fosse totalmente libero. Alla fine della riunione tutti i senatori, guidati dal console Antonio – o Fabio e Trebonio, qualora sia avvenuta nel 45 a.C. –, si riversarono all’esterno per informarlo sulle loro decisioni. Lo trovarono seduto sulla sua sedia cerimoniale, intento a svolgere le proprie mansioni amministrative, vicino ai Rostri o all’esterno del Tempio di Venere, nel suo Foro in costruzione. Cesare non si alzò in piedi per salutarli quando arrivarono per offrirgli nuovi privilegi, e tale atteggiamento fu considerato un gesto sgarbato, perché risultò sprezzante nei confronti dei consoli e della dignità dell’ordine senatorio. Tecnicamente, essendo un dittatore, aveva più autorità dei consoli e quindi era piuttosto libero di restare seduto, ma molti senatori lo considerarono offensivo. Pare che avesse fatto per alzarsi, ma che fosse stato fermato da Balbo, che riteneva inopportuno un simile rispetto nei confronti di subordinati. Un’altra fonte sostiene che in seguito Cesare motivò l’incidente dicendo che poco prima aveva avuto un attacco epilettico alzandosi in piedi e temeva di mostrarsi ridicolo in pubblico, poiché spesso gli attacchi gli provocavano nausea e mal di pancia. Ciò non è mai successo, e ci viene raccontato che tornò a casa sua senza alcuna difficoltà, quando finì di svolgere i suoi affari. La sua risposta ai senatori fu moderata, rifiutò numerosi onori votati per lui perché li ritenne eccessivi e ne accettò solo una piccola parte. Alcuni senatori, tra cui Cassio, votarono contro una serie di poteri e privilegi discussi nella stessa seduta ma, come al solito, non vennero puniti in alcun modo. In quel momento, tuttavia, molti senatori che avevano appoggiato le mozioni si sentirono offesi dal comportamento maleducato di Cesare e l’episodio assunse proporzioni inverosimili. È interessante notare che nessuno si lamentò del fatto che il dittatore non si fosse alzato in piedi quando il console Antonio gli si era avvicinato durante la festa dei Lupercali14.
Anche i sostenitori di Cesare cominciarono a non tollerare il fatto che la repubblica fosse governata a tutti gli effetti da un unico uomo, ed era un’opinione condivisa perfino da molti di quelli che continuarono a dichiararsi leali al dittatore dopo la sua morte. Tuttavia, nonostante il malcontento generale, molti senatori continuarono a portare avanti con successo i propri affari, adattandosi alla nuova situazione. Tutti loro avevano degli obblighi nei confronti dei relativi clienti e, dal momento che molti favori e concessioni dipendevano in ultima istanza da Cesare, andavano da lui – o dai suoi amici, sperando che riuscissero a influenzarlo – per ottenerli. Questa caratteristica della vita senatoria proseguì anche se dal punto di vista politico ci fu minore libertà d’azione. Il complotto per l’assassinio arrivò a implicare molte persone, ma comunque fu coinvolto appena il sette per cento del senato. La maggior parte dei cospiratori si era schierata dalla parte di Cesare durante la guerra civile e alcuni di essi avevano anche ricoperto incarichi importanti. Gaio Trebonio era stato in servizio come legato in Gallia per quasi tutto il tempo delle campagne militari e aveva guidato l’assedio di Marsiglia nella guerra civile. Era stato ricompensato con un consolato suffetto nel 45 a.C., dopo il ritorno di Cesare dalla Spagna. Anche Decimo Giunio Bruto, il figlio di Sempronia che pare fosse coinvolta nella congiura di Catilina, si era distinto in Gallia. Cesare era molto legato a lui e, oltre ad averlo nominato console per il 42 a.C., lo aveva anche inserito all’interno del proprio testamento tra gli eredi secondari. Servio Sulpicio Galba fu un altro legato delle campagne galliche, ma era stato sconfitto alle elezioni consolari per il 49 a.C., probabilmente a causa della sua alleanza con Cesare, e pare che gli avesse serbato rancore per questo motivo. Un altro uomo deluso era Lucio Minucio Basilo, al quale Cesare aveva rifiutato un comando provinciale perché sospettava, in maniera giustificata, del suo carattere. Tutti questi uomini avevano tratto dei vantaggi dallo schierarsi con la fazione vincente durante la guerra civile, così come molti altri cospiratori meno conosciuti; tuttavia credevano di meritare più successo e decisero di voler continuare le proprie carriere in una repubblica senza Cesare. In alcuni casi avevano maturato tale decisione già da tempo: quasi un anno prima, Trebonio aveva cercato di capire se Marco Antonio fosse disposto a unirsi alla cospirazione. Questo accadde all’epoca in cui il rapporto tra Antonio e Cesare si era raffreddato molto ma, nonostante ciò, il primo rifiutò e rimase leale, però non rivelò la confidenza di Trebonio, forse perché credeva che alla fine il complotto sarebbe finito nel nulla15.
Sebbene ci fossero molti sostenitori di Cesare nella congiura, i due uomini che divennero i principali artefici erano ex-pompeiani. Bruto si era arreso dopo la disfatta di Farsalo ed era riuscito a convincere il vincitore a perdonare anche Cassio. Nel 44 a.C. erano entrambi pretori e il nome di Bruto era già stato proposto per il consolato. Plutarco sostiene che Cassio fosse segretamente risentito perché Cesare aveva affidato la prestigiosa carica di pretore urbano a Bruto. Si dice che il dittatore avesse confessato che Cassio aveva più qualità per ottenere l’incarico, ma che alla fine lo avesse dato al figlio di Servilia per l’affetto che provava nei suoi confronti. Altre fonti fanno riferimento a un rancore precedente nei confronti di Cesare, perché pare che quest’ultimo avesse confiscato degli animali radunati da Cassio per organizzare dei giochi. Senza dubbio Cassio perse il suo entusiasmo per l’uomo che aveva descritto come il «vecchio padrone clemente», una volta scongiurata la minaccia del brutale Gneo Pompeo. Cassio era sposato con una delle tre sorelle di Bruto, Giunia Terzia, che secondo i pettegolezzi aveva avuto una relazione con Cesare. Potrebbe non esserci alcun fondo di verità in questa storia, e di sicuro nessuna fonte attribuisce il suo gesto alla gelosia. Anche nel caso di Bruto, sebbene sia difficile che non fosse a conoscenza delle voci maliziose e della relazione tra Cesare e sua madre, niente lascia intendere che tutto ciò abbia influito sulle sue azioni. Fu uno degli ultimi a unirsi alla cospirazione, spronato da vari messaggi anonimi e da alcune scritte sui muri che chiedevano se Bruto stesse dormendo. L’ultimo re di Roma era stato deposto ed espulso da un Bruto, e la famiglia si vantava di discendere da lui, sebbene gli stessi Romani fossero scettici sull’attendibilità di una simile affermazione. Era un appassionato studioso di filosofia, interessato soprattutto allo stoicismo e al suo inflessibile senso del dovere, e conosceva molto bene gli elogi dedicati ai tirannicidi nella letteratura ellenistica. Anche l’orgoglio familiare lo spinse ad agire, rafforzato ulteriormente dall’affetto che provava nei confronti di Catone, il defunto zio, che continuò ad ammirare. Pare che Porcia fosse una donna forte, ma abbastanza instabile: varie fonti riportano la storia secondo cui si pugnalò intenzionalmente alla coscia per provare che riusciva a sopportare il dolore e che pertanto meritasse la fiducia del marito. Molto proababilmente anche il senso di colpa svolse un ruolo fondamentale. Catone, il suo eroe, aveva combattuo fino alla fine, mentre lui si era arreso, e nel momento in cui suo zio si stava lacerando la ferita a Utica, Bruto era al governo della Gallia Cisalpina grazie a Cesare. Tutto indicava che avrebbe continuato ad avere successo durante la dittatura. Cesare una volta disse che «tutto ciò che Bruto vuole, lo vuole con veemenza», e pare che fosse alquanto ossessivo. Quando decise di unirsi ai cospiratori, la sua determinazione ad agire fu irremovibile. L’influenza di suo zio e di sua moglie, e il dover essere all’altezza della propria reputazione e di quella della sua famiglia, contribuirono a renderlo risoluto, ma alla fine le sue azioni dipesero soprattutto dalla consapevolezza che una repubblica libera non poteva essere governata da un unico uomo che deteneva un potere così grande. A prescindere dai motivi personali, anche Cassio la pensava allo stesso modo16.
I cospiratori parlavano di libertà e credevano che potesse essere ripristinata solo con l’eliminazione di Cesare. Molti, se non tutti, erano convinti di agire per il bene dell’intera repubblica. Una volta morto Cesare, le istituzioni avrebbero ricominciato a funzionare normalmente e nel modo corretto, e Roma sarebbe stata guidata di nuovo dal senato e dai magistrati eletti democraticamente. Per dimostrare che questo era il loro unico obiettivo, decisero che avrebbero ucciso il dittatore e nessun altro, neanche il suo collega console e amico Antonio. Pare che Bruto abbia convinto gli altri ad agire in quel modo, contro il parere di alcuni cospiratori più pragmatici. Rispetto all’intero gruppo, era quello che godeva della migliore reputazione, perlomeno tra l’élite romana. Tuttavia, malgrado questi uomini fossero convinti di agire per il bene della repubblica, non sarebbero stati aristocratici romani, se non avessero desiderato anche la gloria e la fama derivanti da tale prodezza. Inoltre bisogna sottolineare che i cospiratori, soprattutto i più illustri fra loro come Cassio, Marco e Decimo Bruto, Trebonio e Galba, avrebbero avuto successo in politica, se l’impresa fosse andata a buon fine. Probabilmente sarebbero stati a capo della repubblica restaurata, soprattutto se si considera che i senatori rimasti leali a Cesare difficilmente avrebbero avuto la possibilità di prosperare. Sia Marco che Decimo Bruto avevano rinunciato ad alcuni consolati, ma potevano essere sicuri di ottenere la magistratura vincendo le elezioni. Chi tra loro si era sentito escluso avrebbe potuto ottenere le cariche e le assegnazioni alle quali ambiva. La libertà e il ritorno alla repubblica significavano anche il ritorno al dominio delle poche famiglie ben posizionate, e la possibilità di corrompere l’elettorato e arricchirsi sfruttando gli abitanti delle province. Bruto era molto rispettato, e per gran parte della sua vita sembra aver giustificato la frase di Shakespeare che lo definisce «il più nobile di tutti i Romani». In un’occasione, tuttavia, ordinò ai propri agenti di estorcere con ogni mezzo possibile il quarantotto per cento di interessi a una comunità di Creta che con imprudenza aveva accettato da lui un prestito a quattro volte il tasso legale. La repubblica in cui credevano i cospiratori era quella in cui i privilegi dell’élite senatoria non dovevano essere messi in discussione, ma la fiducia nel sistema non era più così radicata nella società come loro pensavano.
I cospiratori decisero di agire velocemente, perché sapevano che Cesare avrebbe lasciato Roma il 18 marzo e non sarebbe tornato per anni. È probabile che furono incoraggiati anche dalle ostilità nei suoi confronti che si vennero a creare a causa del trattamento riservato a Flavo e Marullo, e alle controversie che suscitò l’episodio dei Lupercali. Cicerone in seguito affermò che Antonio fu il vero assassino di Cesare perché quel giorno aveva sollevato lo spettro della monarchia. A tutto questo si unirono le dicerie infondate sulla profezia e le storie inverosimili sul fatto che il dittatore volesse spostare la capitale dell’Impero ad Alessandria o perfino a Troia. Circolò anche la voce che uno dei tribuni, Elvio Cinna, avesse raccontato agli amici le sue intenzioni di stendere un progetto di legge che permettesse a Cesare di sposare tutte le donne che voleva, per avere un figlio ed erede il prima possibile. Questa storia probabilmente si diffuse solo dopo la sua morte, perché Cinna fu linciato subito dopo il funerale di Cesare e non poté smentire. Ad ogni modo, le dicerie tendono a persistere anche quando sono poco credibili. Sapendo che il dittatore stava per partire da Roma, i cospiratori decisero di colpire il 15 marzo, perché in quel giorno Cesare avrebbe assistito a una riunione del senato e credevano che sarebbe stato meno guardingo e più facilmente raggiungibile. Senza dubbio, al dittatore venivano riferite le voci su possibili complotti, ma erano vaghe e spesso implicavano anche uomini come Antonio e Dolabella. Cesare non le prese in considerazione, seppure disse di essere più portato a sospettare del mite Cassio, con il suo atteggiamento serio, che degli stravaganti Antonio e Dolabella. Sembra che in un’altra occasione disse che Bruto era sufficientemente ragionevole da non desiderare con impazienza la sua morte17.
Cesare era un uomo razionale ed era convinto che Roma avesse bisogno di lui, perché in alternativa sarebbe ripiombata nella guerra civile. Era un dittatore e a tutti gli effetti un monarca, ma non crudele, e usò i suoi poteri per il bene comune. La repubblica attraversò un periodo pacifico e florido come non accadeva da decenni, anche se le cose non venivano fatte nel modo tradizionale. Quest’ultimo punto era poco rilevante per un uomo che aveva dichiarato che la repubblica era solo un nome vuoto, ma forse non comprese l’importanza che quell’ideale continuava ad avere per gli altri, o semplicemente credeva che i vantaggi apportati dal suo governo avrebbero offuscato la nostalgia del passato. Nonostante le ripetute richieste dei suoi più stretti collaboratori, Cesare rifiutò di riformare la scorta e di prendere maggiori precauzioni per la propria incolumità, replicando che non voleva vivere nel timore o perennemente sotto tutela. Forse la fatica dei numerosi anni di campagne, unita alla prospettiva dell’interminabile compito di amministrare la repubblica e le sue province, lo resero meno incline alle preoccupazioni. Per lui era cambiata l’essenza della vita pubblica, e ora consisteva quasi per intero nel compimento dei suoi doveri, dal momento che tutti gli uomini con i quali era stato in competizione per la supremazia – soprattutto Crasso e Pompeo, ma anche Catulo, Catone, Bibulo e tutti quelli della loro generazione – erano morti. Non c’era alcun dubbio che avesse vinto, che fosse il primo uomo della repubblica la cui gloria e i cui successi avevano superato quelli di qualsiasi altra personalità di Roma, del presente e del passato. Ormai poteva competere solamente con se stesso. Tuttavia, Cesare aveva sempre preso sul serio il dovere, e continuò a impegnarsi con tutte le sue forze per il bene della res publica. La guerra contro i Daci e i Parti lo avrebbe di sicuro reso più illustre, soprattutto perché il nemico era straniero, e molte persone, inclusi i suoi detrattori, credevano che i popoli contro cui si stava scagliando meritassero di essere umiliati da Roma. Cesare era stanco, e forse non appagato del proprio successo. Probabilmente non aveva paura della morte, ma non significa che la rincorresse. Per tenere in vita il suo regime, non poteva servirsi esclusivamente del terrore: doveva basarlo anche sull’accettazione che le alternative sarebbero state peggiori. Inoltre, ostentando di non temere la propria categoria, né gli alleati, né i vecchi nemici, dimostrava di essere sicuro di sé. Sapeva di essere detestato per il suo predominio, ma sperava che sarebbe stato tollerato, e quindi confidava nella buona fortuna che in passato gli aveva permesso di ottenere così tanti successi, nella sua abilità e nel governo giusto, nonché nel pragmatismo degli altri. Sperava che, dopo tre anni di campagne e nuove vittorie, l’élite di Roma si sarebbe abituata alla sua autorità (e forse le avrebbe fatto notare che lui governava meglio dei suoi subordinati). Non sappiamo se al suo ritorno avrebbe rafforzato ulteriormente la sua posizione ed è possibile che avesse cominciato a pensare a un successore a cui trasmettere i propri poteri. Pare che volesse nominare Ottavio comandante della cavalleria per almeno un anno della campagna, però si fece anche un altro nome, pertanto non c’era ancora alcun indizio definitivo sulla successione. È impossibile affermare qualcosa al riguardo, ed è probabile che non avesse ancora nessun piano. Nell’inverno del 53-52 a.C. aveva sbagliato giudizio sull’atteggiamento dell’aristocrazia gallica, e in quel momento commise lo stesso errore a Roma18.
Le nostre fonti sono piene di prodigi che avrebbero preannunciato la morte dell’uomo più potente di Roma. Uno dei più famosi è l’incubo avuto da Calpurnia la notte del 14 marzo, nel quale, a seconda delle differenti versioni, vide sgretolarsi il frontone della loro casa, o se stessa che reggeva tra le braccia il corpo esanime del marito. Inoltre, la mattina del 15 vennero compiuti vari sacrifici, ma gli auspici furono sempre sfavorevoli. Sembra che Cesare fosse rimasto sorpreso perché sua moglie non era una donna superstiziosa e alla fine Calpurnia lo convinse a rimanere in casa. Scrisse al senato per informarlo che, a causa di un malessere, non poteva uscire, né svolgere alcun dovere pubblico. È possibile che ci sia un fondo di verità in questo e che fosse davvero malato. Stava per andare a consegnare il messaggio ad Antonio, che a sua volta lo avrebbe portato al senato, quando passò a trovarlo Decimo Bruto (e non c’è nulla di strano, era normale che gli amici andassero a salutare un senatore importante la mattina presto). Entrambi avevano cenato a casa di Lepido la sera precedente, e lì, dopo il pasto, era stata posta la domanda su quale fosse il miglior modo di morire. Cesare era poco interessato alla discussione, però di colpo aveva alzato lo sguardo e risposto che la morte migliore era quella repentina e inaspettata. La mattina seguente Bruto riuscì a fargli cambiare idea e a farlo uscire. Plutarco racconta che rise degli avvertimenti degli aruspici e convinse Cesare dicendogli che il senato si accingeva a proclamarlo re al di fuori dei confini dell’Italia, sebbene questa parte possa essere un’invenzione aggiunta in seguito. Dal momento che dopo tre giorni sarebbe partito per le campagne militari, c’erano moltissimi motivi per i quali Cesare avrebbe dovuto assistere alle sedute del senato. A prescindere dai dettagli, alla fine il dittatore salì su una lettiga e fu portato al Foro, dove il senato si stava riunendo in uno dei templi che formavano il complesso teatrale voluto da Pompeo. Alcuni mesi prima era stato elogiato per aver ordinato la restaurazione delle statue pubbliche e dei monumenti dedicati a Silla e Pompeo, quindi una statua del suo ex-genero avrebbe osservato il dibattito. Dopo che Cesare andò via da casa, giunse uno schiavo, il quale affermò di avere delle notizie di vitale importanza per il dittatore. Gli venne dato il permesso di rimanere e di attendere il suo ritorno19.
Quando Cesare arrivò al Foro, la mattina stava volgendo al termine, e il nervosismo dei cospiratori era aumentato sensibilmente durante l’attesa, perché temevano che il loro piano fosse stato scoperto. Eccetto Decimo Bruto, i congiurati si erano riuniti presto, con la scusa che il figlio di Cassio stava per diventare ufficialmente adulto e avrebbe indossato pubblicamente la toga virilis. Poi andarono al tempio e aspettarono fuori l’arrivo di Cesare. I pugnali erano nascosti negli astucci in cui i senatori solitamente riponevano i loro lunghi stili, e nel Teatro di Pompeo c’era un gruppo di gladiatori di Decimo Bruto, armati e pronti a combattere, ma la loro presenza lì era giustificata dal fatto che nell’immediato futuro ci sarebbero stati alcuni spettacoli. Un uomo salutò Bruto e Cassio in maniera alquanto criptica, e in un primo momento ciò fu interpretato come il segno che qualcuno li avesse traditi. La loro tensione aumentò quando il dittatore arrivò e quell’uomo andò subito da lui e gli parlò per un po’, ma capirono subito che gli stava presentando una petizione. Lungo la strada verso il Senato a Cesare era stato consegnato un messaggio da Artemidoro, un precettore greco che era stato ospite a casa di Bruto e forse sapeva della cospirazione. Per scelta o per mancanza di tempo, il dittatore non lo aveva letto. Nessuna delle fonti lascia intendere che sospettasse qualcosa; chiamò allegramente un aruspice che in precedenza lo aveva avvertito di stare attento alle idi di marzo ed ebbero uno scambio di battute reso celebre da Shakespeare: «Le idi di marzo sono arrivate»; «Sì, Cesare, ma non sono passate». I cospiratori lo salutarono appena scese dalla lettiga. Trebonio – o Decimo Bruto, nella versione di Plutarco – prese Antonio in disparte e lo intrattenne conversando, mentre Cesare e tutti gli altri entrarono nel Senato. Sapevano che il collega console del dittatore era un uomo leale e robusto, e di solito si sedeva accanto a Cesare, abbastanza vicino per poterlo aiutare. I senatori già seduti si alzarono quando entrò il dittatore, che si diresse verso la sua sedia dorata, presumibilmente posta di fianco alla sedia curule di Antonio, dal momento che era l’unico console oltre Cesare20.
Prima che l’incontro cominciasse ufficialmente, i cospiratori si accalcarono attorno al dittatore. Lucio Tillio Cimbro, che in passato aveva prestato servizio per Cesare, gli chiese di far tornare dall’esilio suo fratello, che forse era stato un fervente pompeiano. Gli altri si fecero più vicini, per implorare Cesare di assecondare la richiesta, toccandogli e baciandogli le mani. Publio Servilio Casca Longo fece il giro e si posizionò dietro la sedia di Cesare. Il dittatore non si lasciò commuovere dalle loro suppliche e rifiutò con calma le loro argomentazioni. All’improvviso Cimbro afferrò la toga di Cesare e gli scoprì la spalla: era il segnale convenuto. Casca prese il suo pugnale e lo colpì, ma a causa del nervosismo riuscì solo a escoriargli la spalla o il collo. Cesare si girò e pare abbia detto qualcosa come: «Scelleratissimo Casca, che fai?». Secondo alcune fonti afferrò le braccia di Casca e provò a strappargli via il pugnale, mentre nella versione di Plutarco usò il suo stilo come arma e trafisse il suo aggressore. Casca – che secondo Plutarco parlò in greco invece che in latino – chiamò suo fratello per chiedergli aiuto, mentre gli altri congiurati si avventarono su Cesare e gli infersero numerose pugnalate. Molti, incluso Bruto, vennero accidentalmente feriti nel parapiglia che si venne a creare attorno al dittatore. Solo due senatori cercarono di aiutare Cesare, ma non riuscirono a superare la mischia e a raggiungerlo. Il dittatore lottò fino alla fine, cercando una via di fuga. Marco Bruto lo pugnalò una volta all’inguine e, secondo alcuni racconti, quando Cesare vide il figlio di Servilia smise di combattere e parlò per l’ultima volta, dicendo: «Anche tu, Bruto, figlio mio!» (purtroppo non ci sono testimonianze dirette per la versione di Shakespeare del famoso «Et tu, Brute»). Poi il dittatore si coprì la testa con la toga e si accasciò al suolo, cadendo accanto al piedistallo della statua di Pompeo. C’erano ventitré pugnalate sul suo corpo21.
L’attacco era stato così repentino e inaspettato che le centinaia di senatori presenti all’inizio rimasero troppo sconvolti per riuscire a reagire. Quando l’azione fu portata a termine e i cospiratori si fermarono, con i vestiti sgualciti, lacerati e macchiati di sangue, Bruto chiamò Cicerone, che non era a conoscenza del complotto, perché prendesse le redini della situazione. Nonostante ciò, il panico si diffuse in tutta la sala e gli altri senatori, incluso il famoso oratore, si dileguarono in pochissimo tempo. Non era la reazione che avevano previsto i congiurati, ma, ancora esaltati dal successo dell’impresa, uscirono e si diressero verso il Campidoglio e, come simbolo della libertà che avevano ridato alla res publica, portarono su un’asta uno dei copricapi tradizionalmente indossati dai liberti. Antonio ancora non si vedeva; poco dopo tre schiavi di Cesare entrarono nel Senato e, dopo aver preso il suo corpo, lo misero sulla sua lettiga e lo riportarono a casa. Per un po’ di tempo tutta Roma rimase attonita e ci fu una tregua precaria. Cicerone alla fine salì sul Campidoglio e si congratulò con gli assassini, ma quando Cassio e Bruto andarono nel Foro e parlarono dai Rostri, la folla che si accalcò attorno ad essi non mostrò alcun segno di entusiasmo. Antonio era vivo, così come Lepido, che aveva il comando delle truppe accampate appena fuori dalla città. All’inizio sembrarono concilianti, e Antonio incontrò i cospiratori prima in privato e il giorno successivo in senato. Lì si approvò una mozione per riconoscere tutti gli atti e le nomine di Cesare, dal momento che molte persone, inclusi diversi cospiratori, ne avevano tratto vantaggi e volevano prorogarli.
Con questo atteggiamento di conciliazione, il senato votò per concedere a Cesare un funerale pubblico, che venne celebrato nel Foro il 18 marzo. Antonio ordinò a un messaggero di leggere ad alta voce un testo in cui erano elencati gli onori che il senato aveva recentemente concesso al dittatore, e i giuramenti fatti dai senatori, nei quali essi si impegnavano a proteggere la sua vita; poi fece un breve discorso, la cui famosa versione di Shakespeare fornisce probabilmente la migliore rappresentazione moderna del potere dell’oratoria romana. Lesse il testamento di Cesare, che includeva anche la costruzione di grandi giardini per il popolo di Roma in prossimità del Tevere, nonché un premio di trecento sesterzi (settantacinque denari) per ogni cittadino. Venne mostrata la sua toga color porpora, strappata e sporca del sangue delle sue ferite, e alcune fonti sostengono che c’era anche un’effigie di cera di Cesare, che mostrava i colpi ricevuti. Si era radunata una grande folla, che Cicerone in seguito disprezzò, affermando che era costituita dalla gentaglia della città; ma la sua non era altro che una delle tipiche offese rivolte dagli oppositori, visto che accorsero persone di tutti i tipi e di tutte le estrazioni sociali. Un gruppo di magistrati e di ex-magistrati fece per sollevare il catafalco sul quale giaceva il corpo di Cesare, perché volevano trasportarlo vicino alla tomba della figlia nel Campo Marzio e cremarlo. La folla si oppose adirata. Come il suo eroe Clodio, che era stato bruciato nel Senato, voleva che anche Cesare venisse cremato all’interno della città, nel cuore del Foro. I sedili e le panche dei magistrati e dei tribunali vennero divelti e usati per alimentare il fuoco. Il clima era di isteria generale. Gli attori pagati per indossare le vesti da trionfatore e da magistrato che erano appartenute a Cesare e ai suoi antenati si spogliarono, le fecero a pezzi e le gettarono tra le fiamme. I soldati veterani scagliarono le proprie armi e le armature nella pira, le donne i loro gioielli migliori. Talvolta la gente aveva protestato contro Cesare, ma era sempre successo per motivi specifici; l’affetto che queste persone provavano nei confronti dell’uomo che durante la sua carriera aveva difeso numerose misure prese per migliorare le condizioni di vita di moltissimi cittadini non era mai stato messo in discussione. Nel 49 a.C. la maggior parte della popolazione italica non era stata disposta a prendere le armi contro Cesare. Allora come in quel momento, a differenza dei suoi avversari in senato, la gente non riuscì a considerarlo un nemico della repubblica, termine che comunque aveva significati diversi per ogni cittadino. Dopo il funerale ci furono sommosse e assalti alle case dei congiurati e dei loro complici. Il leale sostenitore del dittatore, Elvio Cinna, venne ucciso da una folla che lo scambiò per Cornelio Cinna, famoso rivale di Cesare. Svetonio racconta che sia durante il funerale, sia per un po’ di notti successive molti stranieri si unirono al lutto, secondo le proprie tradizioni. Tra questi, diversi Giudei residenti a Roma22.
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Poche settimane dopo l’assassinio, uno dei collaboratori del dittatore che gli era rimasto fedele concluse con pessimismo che, se Cesare «col suo talento non è riuscito a trovare una via d’uscita, chi ci riuscirà ora?» Le sue predizioni sul fatto che ci sarebbero state nuove rivolte in Gallia, una volta che vi fosse giunta la notizia della morte di Cesare, si rivelarono infondate; ma ebbe ragione quando affermò che sarebbe esplosa una nuova guerra civile. Antonio decise di combattere i cospiratori. Ottavio, che dopo la lettura del testamento adottò ufficialmente il nome di Gaio Giulio Cesare Ottaviano, mostrò un’iniziativa e una sicurezza davvero notevoli, per un ragazzo di soli diciotto anni, e riuscì a convincere i veterani di Cesare a sposare la sua causa, rendendosi una personalità influente che nessuno poté permettersi di ignorare. All’iniziò lottò per il senato contro Antonio, ma poi, prevedendo giustamente che i senatori si sarebbero disfatti di lui una volta ottenuta la vittoria, si unì ad Antonio e Lepido e insieme costituirono il secondo triumvirato. Per la sua brutalità, la guerra che seguì non ebbe neppure l’ombra della clemenza di Cesare: somigliò più alla contesa che c’era stata tra Mario, Cinna e Silla. In tre anni praticamente tutti i congiurati furono sconfitti e morirono, spesso suicidi. Gli ordini equestre e senatorio furono purgati tramite proscrizioni che raggiunsero livelli anche maggiori rispetto a quelle messe in atto da Silla. A poco a poco Lepido venne emarginato e costretto a vivere la propria vita come un esule anonimo, mentre Antonio e Ottaviano lottarono per la supremazia. Il secondo aveva solo trentadue anni quando Antonio e Cleopatra, sconfitti, si suicidarono, rendendolo il principe indiscusso del mondo romano. Roma tornò ad essere una monarchia, anche se non fu pronunciata l’odiata parola «re»; ma questa volta il cambiamento si rivelò permanente. Ottaviano divenne Augusto e si mostrò più abile del padre adottivo nel dissimulare il proprio potere. Questo fu uno dei motivi del suo successo, ma la sua spietatezza nel disfarsi dei nemici e lo sfinimento della popolazione, provata da un altro decennio di spargimenti di sangue, contribuirono a convincere l’élite di Roma che era meglio accettare il suo predominio, che innescare una nuova guerra civile23.