«Sangue e distruzione saranno all’ordine del giorno, e familiare sarà l’orrore».
w. shakespeare, Giulio Cesare, atto III, scena I
Cesare nacque in una repubblica già abituata alle improvvise esplosioni di feroce violenza politica. La frequenza degli spargimenti di sangue aumentò durante il corso della sua vita, e il suo assassinio fu solo uno dei tanti episodi che contraddistinsero questo periodo estremamente turbolento della storia di Roma. La morte di Cesare fu truculenta e spettacolare ma, di tutti gli uomini che in un modo o nell’altro fecero parte della sua vita, solo pochissimi morirono per cause naturali. Alle donne andò meglio, e Cleopatra rappresentò un’eccezione, in questo caso come in altri. I seguaci di Saturnino erano stati massacrati quando Cesare era solo un neonato e la guerra sociale era scoppiata durante la sua infanzia, seguita dalla guerra civile, che poi si inasprì quando ormai era un adulto. Lo scontro tra Silla e i suoi avversari causò un immane numero di vittime nell’élite romana come non accadeva dai tempi bui della guerra contro Annibale. Ma la cosa non finì lì. La ribellione di Lepido in Italia venne presto repressa, mentre Sertorio combatté in Spagna con tremenda efficienza e fu sconfitto solo dopo anni di strenua battaglia. In seguito ci fu Catilina, poi Clodio e Milone, e tanti altri personaggi minori disposti a utilizzare la violenza per perseguire le proprie ambizioni, già prima che Cesare attraversasse il Rubicone. Durante tutto questo periodo ci furono anche frequenti guerre contro popoli stranieri, mentre l’impressionante successo iniziale della rivolta guidata da Spartaco suscitò un profondo timore, in una società così dipendente dal lavoro degli schiavi. Molti più senatori ed equites, però, morirono a causa delle dispute tra cittadini romani, e le proporzioni del massacro crebbero notevolmente quando Antonio e Ottaviano dapprima perseguitarono i congiurati e poi si scontrarono l’un l’altro.
Cesare visse in un’epoca violenta e pericolosa. Dovrebbe essere una verità assodata, ma talvolta è facile dimenticarsene, considerato l’altissimo livello di civiltà che comunque la caratterizzò. Gli stessi Commentarii di Cesare, come le lettere, le orazioni e i trattati filosofici di Cicerone, la storiografia di Sallustio e la poesia di Catullo, rappresentano alcune delle più grandi opere della letteratura latina. Insieme alle altre fonti posteriori, hanno fatto sì che questi anni fossero quelli meglio conosciuti rispetto a qualunque altro periodo della storia repubblicana di Roma. Infatti oggi non si possono analizzare i primi tempi della repubblica senza ricorrere al «prisma» del I secolo a.C., e in particolar modo ai numerosi scritti e pensieri di Cicerone. L’abbondanza di informazioni dettagliate su quegli anni, i pettegolezzi quotidiani o le minuziose analisi delle elezioni e dei dibattiti – ancora una volta soprattutto grazie a Cicerone – possono trasmettere un’aura di normalità e stabilità che è estremamente ingannevole. La vita pubblica romana nel I secolo a.C. era tutto tranne che stabile. La violenza non era onnipresente, ma rimaneva pur sempre una possibilità in agguato sotto una superficie di tranquillità. Le restrizioni che avevano arginato le contese tra le precedenti generazioni di senatori smisero di funzionare. Per molti anni il corso della vita pubblica era proseguito senza troppi problemi: il senato e le assemblee avevano convocato sedute, i tribunali si erano riuniti e avevano emesso sentenze, i magistrati avevano continuato a svolgere i propri doveri e le elezioni erano state indette secondo la norma. A volte i giurati erano stati corrotti o persuasi a cambiare opinione, ma nel complesso la vita della res publica era continuata in maniera perlomeno accettabile, se non perfetta. I disordini, la violenza organizzata, gli omicidi – e ancora di più lo scontro aperto – erano state solo eccezioni che raramente avevano interrotto il regolare andamento della politica. Il sistema repubblicano era molto elastico e tornava facilmente alla normalità dopo ogni crisi. Questi elementi, però, inimmaginabili per le generazioni precedenti il dominio dei Gracchi, diventarono la regola negli anni successivi. Uomini come Mario, Cinna e Silla avevano dimostrato che si poteva giungere al potere assoluto con l’uso della forza, mentre i primi momenti della carriera di Pompeo evidenziarono che un abile comandante, con l’ausilio del proprio esercito, poteva accedere alla vita pubblica in un modo mai visto prima.
La generazione di Cesare, in fondo, aveva le stesse ambizioni dei senatori vissuti nelle epoche passate: l’assunzione di incarichi importanti e il desiderio di gloria e ricchezza per migliorare la propria posizione e quella delle proprie famiglie. Dal II secolo a.C. in poi, i profitti dell’Impero garantirono una disponibilità economica senza precedenti, dalla quale si poteva attingere per accrescere la propria fama e popolarità con la costruzione di monumenti, con l’organizzazione di spettacoli fastosi e con l’ideazione di numerosi altri espedienti per comprare il consenso del popolo. Dal I secolo a.C. diventò assai dispendioso riuscire ad avere una carriera pubblica e, come tanti altri, Cesare fu costretto a indebitarsi per emergere in politica, confidando nel fatto che i successi futuri lo avrebbero aiutato a ripagare i suoi creditori. Se avesse fallito in una delle sue tappe, la rovina sarebbe stata totale e irrevocabile (e non a caso il giorno delle votazioni per la carica di pontifex maximus disse a sua madre che, se non fosse tornato a casa nelle vesti di vincitore, non sarebbe tornato affatto, vedi p. 150). Cesare continuò a vincere, ma altri uomini non furono così fortunati e fallirono, perdendo ogni cosa. Alcuni ebbero successo per poco tempo, fino a quando gli avversari non riuscirono a ottenere la loro condanna nei tribunali o altrove. Nel 63 a.C. Cicerone fece giustiziare l’ex-console Lentulo, che era già stato espulso dal senato e costretto a ricominciare la propria carriera partendo da zero. Alcuni anni dopo Clodio riuscì a mandare in esilio il celebre oratore, e il suo ritorno fu possibile solo grazie ai diversi equilibri di potere che si vennero a creare. I rischi corsi da chi era impegnato nella vita pubblica diventarono maggiori rispetto al passato e pochissimi uomini potevano sentirsi del tutto al sicuro dagli attacchi degli avversari. Coloro che fallivano andavano a ingrossare le file dei disperati, desiderosi di appoggiare qualsiasi impresa atta a ripristinare le loro ricchezze e prospettive. Molti uomini del genere si unirono a Catilina e morirono. Altri sostennero Cesare nel 49 a.C. e si arricchirono (perlomeno chi sopravvisse alla guerra civile). La violenza di quei tempi dimostrava che il fallimento portava non solo alla rovina politica e finanziaria, ma anche alla morte. Tuttavia, i nuovi pericoli della vita pubblica erano bilanciati dal minor numero di limitazioni sulla strada verso il successo. Era possibile, almeno per alcuni, aggirare o ignorare le norme e le convenzioni create per regolamentare gli incarichi politici, e ci fu anche l’inedita possibilità di assumere lunghi e importanti mandati provinciali. Tutti quelli che si erano arricchiti combattendo per Silla avevano dimostrato che le fortune e la posizione potevano essere ottenute tramite la guerra civile. Gli avversari di Cesare si erano presentati come i difensori della res publica tradizionale durante la guerra civile, ma molti di loro in passato avevano tratto numerosi benefici dalla vittoria di Silla.
Gli elevati rischi e il potenziale per un successo quasi illimitato fomentarono sia l’ambizione, sia le paure tra gli appartenenti alla generazione di Cesare, che inoltre avevano visto come alcuni erano riusciti a ottenere un successo strabiliante, mentre altri erano caduti in rovina o morti. La maggior parte di essi non aveva né l’inclinazione, né la possibilità di fare carriera attraverso l’uso dell’intimidazione o della violenza aperta, ma nessuno poteva essere sicuro che i propri rivali non avrebbero deciso di utilizzare metodi del genere. I senatori erano portati a credere facilmente alle dicerie sulle cospirazioni rivoluzionarie o omicide. Quando la guerra civile scoppiava davvero, anche la scelta di rimanere neutrali non era un’opzione sicura, come dimostrato dalle proscrizioni. I rischi aumentavano in proporzione al successo che un uomo riusciva a raggiungere e, sebbene in quel caso diminuissero le possibilità di fallire, crescevano però le preoccupazioni che i suoi nemici potessero avventarsi con ferocia, al minimo segno di debolezza. La smisurata ambizione di numerose personalità degli ultimi anni della repubblica è evidente, tuttavia si deve prendere in considerazione anche l’instabile contesto in cui vissero e si contesero il potere. Ogni successo rendeva difficile un ripensamento, e l’unica sicurezza reale era ottenere ulteriori successi. Cesare è passato alla Storia come l’uomo che attraversò il Rubicone, portando il mondo romano nel caos e correndo il rischio di vincere o perdere tutto. È un errore considerarlo troppo diverso dai suoi avversari o dalla maggior parte degli altri illustri Romani del I secolo a.C., così come è del tutto imprudente credere che i protagonisti di questa o di altre crisi agissero esclusivamente sulla base di considerazioni razionali. Ognuno, a modo suo, faceva una scommessa nella corsa al potere, e di sicuro tutti temevano le conseguenze di una sconfitta ed erano restii a fidarsi dei propri nemici. Lo spettro della dittatura militare e delle proscrizioni era sempre presente, come anche il ricordo di stragi ed esecuzioni meno organizzate. Nella mentalità dell’élite romana, la disposizione a cercare un compromesso accettabile non esisteva neppure. I giovani aristocratici venivano educati ad aspirare alla virtus, di cui un elemento portante era la determinazione a non darsi mai per vinti, neppure davanti a una disfatta. Nelle guerre contro i nemici stranieri tale caratteristica è stata utile alla repubblica: per esempio, aveva sconcertato Pirro e Annibale, che non riuscivano a capire perché i Romani continuassero a combattere anche dopo essere stati pesantemente sconfitti. Nell’epoca delle guerre civili questa mentalità fece sì che i conflitti intestini fossero caratterizzati da un’implacabile crudeltà. Una volta intrapresa la lotta, gli uomini di entrambi gli schieramenti sapevano che dovevano vincere o morire. Durante le guerre straniere, era estremamente raro che gli aristocratici romani si suicidassero, perché il loro compito era quello di radunare le truppe e raccogliere le forze sufficienti a ottenere una vittoria schiacciante. Nelle guerre civili, in genere, i soldati comuni potevano aspettarsi di ricevere la grazia, ma i loro capi no; pertanto in molti si toglievano la vita, per disperazione o per sfiducia.
Cesare cercò di modificare questa consuetudine. Nel 49 a.C. temeva di soccombere ai suoi rivali, come loro erano terrorizzati all’idea che potesse tornare a Roma a capo di un esercito. È probabile che in entrambi i casi le paure fossero infondate, ma ciò non le rendeva meno reali. Una volta cominciata la guerra, Cesare ostentò la sua clemenza, risparmiò la vita ai nemici sconfitti e con il tempo permise loro di ricoprire nuovamente degli incarichi pubblici. La sua fu una politica ponderata, con la quale volle ottenere il favore degli indecisi e dissuadere il nemico dal lottare fino alla morte, ma tale atteggiamento non attenuò il contrasto con i suoi avversari o con i precedenti vincitori. Dopo la sua vittoria, ai pompeiani perdonati fu concesso il ritorno alla vita pubblica e molti vennero trattati in maniera impeccabile. Ancora una volta credette che così facendo sarebbe stato più facile convincere loro e gli altri ad accettare la sua dittatura. A prescindere dai suoi motivi, Cesare dimostrò una generosità mai eguagliata da nessun altro romano giunto al potere in circostanze simili. Allo stesso modo, malgrado il suo sostegno alle cause popolari mirasse soprattutto a ottenere consensi, approvò anche una serie di misure che apportarono benefici a tantissimi cittadini.
Cesare era determinato a raggiungere il massimo. Il Marco Antonio di Shakespeare dice, riferendosi a lui, che «l’ambizione dovrebbe essere fatta di più rude stoffa». A dire il vero, poche ambizioni erano state più rudi e determinate di quella di Cesare. A volte si mostrò profondamente spietato, sebbene tale crudeltà sia stata più visibile in Gallia che durante la guerra civile. Non si faceva molti scrupoli ed esibiva un freddo pragmatismo quando ordinava di commettere atrocità. Eppure non fu mai crudele in maniera gratuita e sfruttò la vittoria sia per il bene della maggioranza che per il proprio. Ritorniamo quindi all’essenziale ambiguità di Cesare e della sua carriera, il punto di partenza della nostra indagine. Cesare era una personalità dotata di grande talento, ma era anche il prodotto della sua epoca. La politica della Roma tardo-repubblicana fu assai precaria e le limitazioni poste ai comportamenti scorretti diminuirono drasticamente. Il sistema della res publica si basava perlopiù su precedenti e convenzioni, che però si stavano sgretolando, e non fu di alcun aiuto il senatus consultum ultimum, al quale le autorità prontamente ricorrevano per sospendere in maniera temporanea la legge. Le regole del gioco politico erano cambiate e sarebbe stato difficile, se non impossibile, tornare al vecchio sistema. L’ambizione, il talento e la determinazione di Cesare, oltre che la sua rinomata fortuna, lo portarono alla supremazia e gli impedirono di arrendersi o di avere dei ripensamenti. Se fosse nato in un’altra epoca, magari meno travagliata, la sua reputazione sarebbe stata di sicuro molto meno controversa. Avrebbe potuto essere un altro Scipione Africano e ottenere la gloria attraverso la sconfitta di un nemico esterno di Roma (forse avrebbe fatto la stessa fine dell’Africano, amareggiato e deluso, in un esilio autoimposto dopo essere stato espulso dalla vita pubblica). Nonostante tutte le sue colpe, Cesare fu senza dubbio un patriota e un uomo molto capace. Invece di fare la fine di Scipione, combatté e vinse una guerra civile, diventò dittatore e fu pugnalato a morte in una congiura. A prescindere dai difetti e dalle virtù delle sue azioni, è difficile immaginare che la sua vita potesse finire in maniera più drammatica.
In veste di generale, Cesare è sempre stato ammirato in tutte le epoche. I suoi Commentarii furono riscoperti e ripubblicati alla fine del XV secolo. Nei secoli successivi, mentre gli Stati più organizzati cominciarono a creare eserciti professionali più sofisticati, gli strateghi militari spesso si ispirarono agli scritti di Cesare. La conoscenza dell’arte della guerra greca e romana ha influenzato in profondità le teorie e le pratiche della guerra europea nel XVI e nel XVII secolo. Fino a poco tempo fa, i Commentarii, insieme ad altri testi antichi, hanno svolto un ruolo significativo nella formazione degli ufficiali nelle nazioni dell’Occidente. Napoleone affermò spesso di essersi ispirato a Cesare, e anche durante il suo esilio sull’isola di Sant’Elena scrisse una critica delle campagne cesariane. È evidente che la sua volontà di emulare i Romani non si limitò al ruolo di generale: si rifece ad essi anche quando diventò console e poi imperatore di una repubblica che, sin dall’inizio, si ispirò soprattutto a quella romana. La maggior parte dell’iconografia e del linguaggio dell’Impero napoleonico era esplicitamente romana, e si rifaceva in particolare a Cesare e ai suoi eredi. Più tardi Napoleone III finanziò il primo grande programma archeologico finalizzato a esaminare i luoghi legati alla conquista della Gallia. L’ammirazione per Cesare si unì a una sorta di ideale romantico sulla storia dei Galli, e nelle scuole francesi viene ancora insegnato ai bambini a considerare queste tribù dell’Età del Ferro come «antenati». Nel XIX secolo tale associazione si rafforzò ancora di più perché il grande rivale e potenziale nemico della Francia era la Prussia, ribattezzata poi Germania, e ciò in qualche modo riattualizzava le descrizioni fatte da Cesare dei rapporti fra i popoli gallici e gli ostili Germani, separati dal Reno.
Come leader militare, Cesare ha suscitato l’ammirazione universale (sebbene a volte non siano mancate delle riserve), mentre riguardo al suo ruolo di statista le opinioni sono state molto meno concordi sin dall’inizio. Ottaviano giunse al potere come erede di Cesare, radunando i suoi veterani e sostenitori per vendicare l’assassinio del dittatore. Dopo la deificazione di Cesare si definì «figlio del divino Giulio». Non imitò la clemenza del padre adottivo e, anche se non riuscì a eguagliare neppure la sua destrezza militare, fu comunque un politico dotato di talento. Quando le guerre civili cessarono del tutto e il suo dominio diventò indiscutibile, Ottaviano Augusto nascose al popolo l’evidenza della sua supremazia, a differenza di ciò che aveva fatto Cesare. Il suo divino padre divenne meno utile e la sua figura fu marginale nella propaganda del nuovo regime. Autori come Livio ebbero difficoltà a interpretare le azioni di Cesare, e di sicuro non lo elogiarono. Una simile incertezza non sorprende, dal momento che già molti dei suoi contemporanei avevano dovuto faticare per ricomporre una figura realistica di Cesare. È probabile che la storia di Asinio Pollione, andata perduta, non fosse del tutto acritica nei suoi riguardi. Sotto Augusto e i suoi successori, Catone, e in un certo senso anche Bruto e Cassio, vennero lodati e idealizzati come nobili difensori della repubblica. Durante il regno di Nerone, il poeta Lucano scrisse la Pharsalia, un poema sulla guerra tra Pompeo e Cesare, e l’eroe dell’opera non è certo il secondo. Tuttavia non viene neanche dipinto come una persona malvagia, e a volte è descritto più come una misteriosa forza della natura, che qualcosa di totalmente umano. Più tardi, nello stesso secolo, Svetonio comincia le sue biografie dei primi dodici imperatori di Roma con la vita di Cesare. Fra i dodici, Augusto veniva presentato chiaramente come il sovrano ideale, ma in un certo senso la biografia di Cesare si distacca da quelle degli altri, perché, pur essendo stato un dittatore, non fu mai un imperatore o princeps alla maniera del figlio adottivo. Svetonio critica Cesare, ma descrive nel dettaglio anche i suoi numerosi successi. Sotto molti punti di vista, l’incertezza riguardo a Cesare e al modo in cui giudicarlo ebbe inizio proprio con i Romani, che ammiravano le sue conquiste, ma deploravano altri aspetti della sua vita e della sua carriera, e continuarono a elogiare alcuni dei suoi avversari.
Quest’incertezza è continuata, e con il passare dei secoli Cesare è stato ritratto in molti modi differenti. Il più famoso è forse quello del Giulio Cesare di Shakespeare. Nonostante il titolo, l’attenzione dell’opera si concentra principalmente su Marco Bruto, e Cesare compare solo per poco, prima di essere ucciso, all’inizio del terzo atto. Il Cesare di Shakespeare contiene pochi e ovvi tratti di grandezza, viene mostrato presuntuoso, sbruffone e sempre disposto a ricevere complimenti, ma non è affatto considerato un tiranno. Il senso del suo potere e della sua influenza emerge attraverso gli altri personaggi, sia prima che dopo la sua morte. Shakespeare non fu il primo autore a interessarsi a Cesare, e di sicuro non fu neanche l’ultimo, poiché molti, incluso Voltaire, hanno scritto testi o opere sulla sua vita. Probabilmente l’assassinio ha attirato l’attenzione per la sua drammaticità, e inoltre la relazione con Cleopatra ha affascinato per il suo carattere erotico ed esotico orientaleggiante. Quest’ultimo aspetto, comunque, è del tutto assente dal Cesare e Cleopatra di George Bernard Shaw. In quest’opera Cesare è rappresentato come un uomo gentile e benevolo, e la sua relazione con la regina – trasformata in una ragazzina di sedici anni, invece della donna che realmente era nel 48 a.C. – in fondo è paterna e amichevole. Più di recente ci sono stati numerosi ritratti cinematografici di Cesare, e il più memorabile è forse quello realizzato da Rex Harrison nel film Cleopatra (1963)1. Il suo Cesare ha le caratteristiche dell’uomo d’azione che realmente fu, con la calma ma ferma autorità di un capo navigato. Grazie all’ottima interpretazione dell’attore, emergono anche la sua acutezza e le sue doti oratorie. La relazione con Cleopatra – una bellissima Elizabeth Taylor, malgrado, per quel che sappiamo, non fosse affatto somigliante alla vera regina – è più incentrata sulla politica che sulla passione. Anche il film per la Tv Giulio Cesare (2002) ha avuto successo, con Jeremy Sisto nei panni del protagonista. Qui Cesare è stato ritratto in maniera molto positiva, ma ci sono state delle ovvie difficoltà a comprimere tutta la sua vita in poco più di due ore e mezza. Non c’è alcun riferimento a Crasso, e le questioni cronologiche sono affrontate in maniera molto approssimativa, con Catone che appare già nel senato al tempo della dittatura di Silla. Tuttavia, il film cerca di dare una visione più ampia rispetto agli eventi che riguardano il periodo in Egitto o le idi di marzo.
Cesare fece molte cose durante la sua vita, e il periodo in cui visse fu ricco di eventi e ben documentato, perciò i tentativi di raccontare tutta la sua carriera sono stati molto rari sia nel cinema che nella letteratura. Negli ultimi anni una descrizione più corposa ed esauriente è stata data dal ciclo di romanzi Masters of Rome, scritto da Colleen McCullough, in cui ogni testo è composto da circa settecento o ottocento pagine. I racconti sono dettagliati e audaci, iniziano con Mario e Silla e finiscono con il periodo successivo all’assassinio di Cesare. L’autrice ha compiuto lunghe ricerche e si è attenuta agli eventi realmente accaduti. Data l’ampiezza dei testi e l’interesse per le vite personali dei protagonisti, i vuoti lasciati dalle insufficienti testimonianze a nostra disposizione sono stati colmati con l’immaginazione, perché il romanziere non può godere del lusso riservato allo storico, il quale può dire semplicemente che non siamo a conoscenza di qualche evento o informazione. Più leggero – se non altro dal punto di vista delle dimensioni – è il Ciclo dell’imperatore di Conn Iggulden, una serie di romanzi d’avventura in cui Cesare è il protagonista. Il loro ritmo è incalzante e sono incentrati sull’azione, e con tali priorità l’autore tralascia un po’ l’attinenza ai fatti storici. McCullough e soprattutto Iggulden presentano Cesare in maniera positiva, pur mostrando il suo lato crudele. Il Caesar di Allan Massie è un romanzo più critico e serio, in cui il protagonista e narratore è Decimo Bruto, e in un certo senso si rifà alla versione di Shakespeare, dove Marco Bruto viene presentato come uno stupido presuntuoso, invece che un eroe. Cesare invece è un grande uomo, ma il suo cinismo e la sua presunzione hanno un ruolo preponderante. Cesare compare anche in vari romanzi della serie Roma sub rosa di Steven Saylor, e anche in questo caso è rappresentato come un personaggio discutibile, considerato più un egoista distruttore della repubblica che un eroe. Il fatto che in queste narrazioni la repubblica venga descritta come una struttura imperfetta e precaria non riduce le responsabilità di Cesare nell’avere accelerato la sua fine.
I fatti storici sono solo una delle questioni che devono tenere in conto i drammaturghi, gli sceneggiatori e i romanzieri, e devono conciliarsi con le esigenze della narrazione. Alcuni sono stati più fedeli degli altri, però sarebbe irragionevole che uno storico criticasse troppo le deviazioni dai dati documentati (che già di per sé costituiscono talvolta un problema) prese nelle opere di finzione. Queste hanno offerto molte opinioni diverse su Cesare, ma bisogna notare che negli ultimi due secoli anche storici rigorosi hanno descritto il suo carattere, i suoi obiettivi e la sua importanza in tanti modi differenti. In questo libro ho cercato di attenermi alle testimonianze di cui disponiamo e di ricostruire fedelmente la sua vita. Ci sono alcune cose di cui non siamo a conoscenza e probabilmente non lo saremo mai. Lo scopo è stato quello di trattare ogni episodio della sua vita senza dare per scontata l’inevitabilità degli eventi successivi. Alcuni aspetti del suo carattere, per esempio i suoi sentimenti nella vita pubblica e privata, le sue convinzioni e i suoi fini negli ultimi anni, rimangono misteriosi. Possono essere solo ipotizzati, ed ogni persona creerà inevitabilmente il proprio Cesare, per ammirarlo o condannarlo, o forse entrambe le cose. Dopo più di duemila anni, la sua storia continua ad affascinare. Una cosa è certa: queste non saranno le ultime parole scritte riguardo a Gaio Giulio Cesare.