Avery fu investita dall'aroma del caffè e dei dolci appena mise piede nella piccola caffetteria. Si guardò intorno nervosa. Erano passati sei giorni, eppure le sudavano le mani perché stava per incontrare Tam.
Erano sei giorni che non vedeva nessuno collegato all'azienda. Si era messa in malattia per tutta la settimana e Gregory non aveva protestato per la sua assenza improvvisa. Ma non poteva continuare a evitare l'ufficio se voleva mantenere l'impiego.
E lei teneva al suo lavoro.
Il tragitto in treno fino a Burlingame era stato tranquillo; di domenica c'era poca gente. Il dondolio del vagone l'aveva cullata, calmandola. I passeggeri salivano e scendevano, concentrati sulla propria vita. Lei era una dei tanti, niente più.
Ordinò un caffè freddo e si sedette a un tavolo all'ombra in terrazza. Dall'impianto stereo del locale proveniva una musica rock e un'alta siepe riparava dalla strada.
Guardò l'orologio, battendo nervosamente il piede, poi accavallò le gambe per fermare quel movimento che tradiva la sua agitazione. Era vestita sportiva, in calzoncini e maglietta con lo scollo a V, ma non si preoccupava di fare buona impressione.
Ormai era tardi per preoccuparsi di quello, pensò con uno sbuffo autoironico.
Scosse la testa, sorridendo per la propria ipocrisia. Ore di autoanalisi, con l'aiuto di qualche bottiglia di vino e della saggezza di Karen, l'avevano portata a quella conclusione. Doveva riconoscere e accettare le proprie decisioni ed evitare di giudicare se stessa e gli altri.
«Ciao» disse Tam entrando nella terrazza. Le sorrise cordiale. Aveva gli occhiali sulla sommità della testa, a puntare i capelli che portava con il solito caschetto liscio. Si sedette di fronte ad Avery e il suo sorriso assunse una sfumatura più affettuosa. «Ero preoccupata per te» ammise con una sincerità che traspariva dalla sua voce e dai suoi occhi.
Avery si strinse nelle spalle, non sapendo esattamente cosa rispondere. «Sto bene» disse infine. Quasi. Almeno ci stava provando. «Grazie di essere venuta.»
«Era il minimo.» Tam assunse un'espressione colpevole. «Mi dispiace tanto per la scorsa settimana.» Stese la mano e strinse il braccio di Avery per trasmetterle la sua comprensione. «Non sapevo che fosse un argomento delicato. Sinceramente volevo solo offrirti il mio appoggio, e lo voglio ancora.»
Avery avvertì una stretta al cuore, colpita dall'interessamento di Tam. «Lo so.» Era vero. «Non è colpa tua.»
«A me sembra il contrario.» Tam staccò la mano e bevve un sorso del caffè che aveva preso al banco e portato con sé, poi fece un sospiro contento. «Non credevo che mi sarebbe mancato il sapore di un buon espresso.» Chiuse gli occhi e inspirò l'aroma, poi li riaprì. «Scusa se ho divagato.» Agitò una mano. «Allora, che cosa posso fare per te?»
Avery le sorrise. Era per quello che Tam le era stata subito simpatica. Aveva un approccio particolare ma diretto alle cose che le ricordava Karen, ed entrambe erano molto diverse da lei. «Grazie per avere trovato il tempo di vedermi di domenica. Io...»
«Scherzi?» la interruppe Tam. «È una pacchia.» Si sedette più comoda e sollevò il viso verso il sole. «Senti?» Mise una mano dietro l'orecchio. «Non piange nessuno.» Tornò a guardare Avery con un sorriso contagioso. «Per un po' ci penserà Gregory.»
Avery si unì alla sua risata, pensando al suo capo che cercava di calmare due bambini urlanti. Se la sarebbe cavata. Forse sarebbe stato faticoso per lui, ma lo ammirava perché faceva la sua parte come genitore.
Bevve un sorso di caffè, pensando al motivo per cui aveva inviato un messaggio a Tam per chiederle di vederla. «Devo farti qualche domanda, se sei sempre disposta a parlare del Meeting Room come avevi detto.» Si guardò intorno, rassicurata quando vide che nessuno le ascoltava.
«Certo.» Tam si protese verso di lei e incrociò le braccia sul tavolo. «Spara.» Ora era completamente concentrata su Avery, forse anche troppo.
Lei si agitò sulla sedia e accavallò le gambe dall'altra parte. Aveva lo stomaco stretto dall'ansia e non riusciva a calmarsi. Fece un respiro profondo e cercò di racimolare tutta la forza d'animo che l'aveva portata in California e le aveva permesso di superare qualsiasi ostacolo.
Doveva guardare in faccia il problema, affrontarlo e capire come risolverlo. Non si poteva tornare indietro.
«Non so da dove cominciare» disse infine con sincerità. Sollevò un angolo della bocca e abbozzò una scrollata di spalle. «Io...» Serrò le labbra per un istante e scosse la testa facendo una smorfia. «Scusa, sono ancora un po' imbarazzata.»
Tam inclinò la testa di lato. «Per cosa, esattamente?» Invece di liquidare la sua agitazione le aveva fatto una domanda diretta e Avery si sentì incoraggiata a continuare. La stretta al petto per l'agitazione si allentò e appoggiò meglio le spalle allo schienale della sedia, leggermente più rilassata.
Giocherellò con il bicchiere, passando il polpastrello sulla condensa che appannava il vetro.
«Dal fatto che lo sanno tutti.» Era quello il nocciolo del problema. Delle persone che conosceva conoscevano la sua vita sessuale non esattamente ortodossa.
Tam aggrottò le sopracciglia e arricciò le labbra con aria pensosa. «Ti capisco.»
Avery la guardò stupita da quell'ammissione.
Tam fece spallucce. «Anch'io ero in ansia per questo motivo quando sono entrata nel Meeting Room.» Si spostò all'indietro prendendo la tazzina.
«Davvero?» Le era difficile immaginare che quella donna così sicura di sé potesse essere agitata per qualcosa.
«Certo.» Tam scrollò di nuovo le spalle, bevve un sorso di caffè e si leccò le labbra, poi sollevò un sopracciglio. «Che c'è? Come se la società non avesse dei pregiudizi riguardo alla sessualità femminile...» commentò, sarcastica.
Avery non poté trattenere una risatina. «Già.»
«Perché?» continuò Tam, scherzosa, coprendosi per un istante la bocca con la mano e sgranando gli occhi con un'espressione fintamente sorpresa. «Pensi davvero che alle donne possa piacere il sesso?» Alzò gli occhi al cielo. «E non parliamo di quelle svergognate che prendono l'iniziativa o hanno gusti strani.» Sottolineò l'ultima parola mimando delle virgolette in aria.
La tensione che attanagliava Avery da giorni cominciò finalmente ad allentarsi. Rilassò le spalle e sentì i muscoli del collo meno rigidi.
Tam liquidò le proprie parole con un gesto sprezzante. «Sono cavolate e lo sappiamo, ma è ancora difficile liberarci degli stereotipi, specialmente se ci vengono inculcati sin dalla nascita.»
Avery la guardò sentendo un'ondata di gratitudine salire in lei per dirigersi verso Tam e avvolgerla in un abbraccio invisibile. «Grazie per quello che hai detto.» Karen l'aveva ascoltata e aveva fatto del suo meglio per offrirle il suo conforto, ma non capiva fino in fondo la vergogna e i preconcetti che erano radicati in lei.
Tam scrollò le spalle. «È vero.» Il suo cipiglio lasciava capire che cosa ne pensava. «È uno schifo, ma è difficile superare questa mentalità. Io e te dovremmo essere pudiche finché non andiamo a letto con i nostri mariti. Allora ci è concesso di essere passionali e sensuali, ma solo lì. E tutte le donne che si comportano in modo disinibito o si vestono in maniera provocante? Va bene mangiarle con gli occhi o abbordarle, ma non sono donne da sposare. Che beffa!»
Avery batté le palpebre, sorridendo più rilassata davanti alla verità esposta da Tam. Erano concetti che conosceva, che aveva pensato spesso, ma le sembravano più chiari detti da lei.
«È una delle tante ingiustizie che le donne devono affrontare ogni giorno.» Tam sospirò. «E io mi sono fatta forza per affrontarle quando mi sono stancata di sentirmi in colpa per essere come sono.»
La semplicità della sua affermazione diminuì la complessità del suo compito. Però era vera e valeva anche per lei. Si sentiva in colpa sin da quando aveva sorpreso i partecipanti all'incontro trasgressivo nella sala riunioni. Perché le era piaciuto quello che aveva visto. Perché voleva vedere qualcosa di più. Perché l'aveva fatto e ne aveva goduto. Per i desideri che si erano risvegliati in lei da allora.
Ed era stanca di mettere in discussione quella parte di sé.
«Non è sbagliato, vero?» disse.
«Che cosa?» Tam corrugò la fronte. «Che ci piaccia il sesso? No.» Sbuffò. «E non è sbagliato farlo o guardare gli altri che lo fanno o farlo con più persone o fuori dal matrimonio o in una relazione aperta... o in qualsiasi altro modo ci piaccia. Perciò no, non è mai sbagliato se è quello che vogliamo.»
«Lo so.» Avery s'indicò la tempia. «Qui. Ma è difficile esserne consapevole anche qui.» Portò il dito al cuore con una smorfia.
«Ti capisco, davvero» annuì Tam, comprensiva. Alzò di nuovo gli occhi al cielo. «Mi sono tormentata per tanto tempo per i miei gusti sessuali.»
E quella era un'altra rivelazione sconvolgente.
«E come hai fatto a smettere di rimproverarti?» le chiese Avery. O lo faceva ancora? Le era difficile immaginarlo, ma era impossibile conoscere fino in fondo i tormenti interiori degli altri. Una facciata di sicurezza spesso nascondeva fragilità, così come l'aggressività poteva nascondere una profonda solitudine.
Tam abbassò lo sguardo. Posò la tazzina sul tavolo e incurvò le labbra con un sorriso complice, poi guardò Avery con un'espressione comprensiva. «Grazie a Gregory.»
Avery la guardò stupita. Non si aspettava quella risposta, ma probabilmente avrebbe dovuto immaginarlo. «E come?»
Tam sollevò impercettibilmente le spalle e nei suoi occhi si accese un lampo malizioso. «Partecipavo al Meeting Room da qualche tempo prima di giocare con lui.» Spostò lo sguardo verso un punto lontano, torcendosi distrattamente le dita. «Ero entrata nel gruppo per curiosità e anche un po' per sfida.» Emise un leggero sbuffo di aria dal naso. «Non so esattamente a chi volessi dimostrare qualcosa, ma mi piaceva tutto quello che facevo nel Meeting Room.» Tornò a guardare Avery, e tra loro passò uno sguardo di reciproca comprensione. Sì, anche ad Avery era piaciuto. Tam si protese verso di lei. «Però non avrei mai immaginato che qualcuno del gruppo potesse amarmi, sapendo che partecipavo agli incontri.»
Era quella l'ingiustizia a cui si era riferita prima, il fatto che le donne fossero sottoposte a un diverso metro di giudizio. Chi faceva certe cose andava bene per i giochi erotici, ma non era da sposare.
Avery scosse la testa. «Non è vero.» Com'era possibile che qualcuno potesse pensare male di lei? «Sei una donna eccezionale che sa quello che vuole e come ottenerlo. Qualsiasi uomo che non riesce ad accettarlo è un cretino.»
Tam le rivolse un sorriso divertito.
«Cavoli.» Avery si appoggiò alla sedia e fece una risata con cui ammetteva la propria sconfitta. Chiuse gli occhi e scosse la testa con disapprovazione per la propria ottusità. Aveva appena difeso Tam protestando contro lo stesso pensiero per cui si era tormentata. Riaprì gli occhi e la guardò con scherzosa ostilità. «Brava.»
Tam le rivolse un sorriso raggiante. «Grazie.» Avery pensò che sarebbe stata un osso duro se avesse dovuto affrontarla per lavoro. «Ma, come ho detto, ci è voluto l'amore di Gregory per farmi mettere in pratica delle convinzioni che erano solo teoriche.» E Gregory amava Tam, Avery ne era sicura.
«E dopo?» le chiese. Avvertì un calore subdolo che dal torace risaliva verso il volto. «Avete continuato a giocare insieme in pubblico?»
Dopo avere avuto accesso all'app del Meeting Room, l'aveva esaminata a fondo ma gli incontri venivano archiviati subito e non rimanevano in memoria.
Tam le rivolse un altro sorriso complice. «Sì, continuiamo ancora a giocare, magari non come prima e comunque sempre insieme, ma i nostri gusti non sono cambiati solo perché ora siamo sposati.»
Certo, neanche i desideri di Avery né quelli di Carson dopo che tra loro era diventata una cosa seria. «E come vi comportate quando vedete qualcuno del Meeting Room fuori dagli incontri?»
«È questo il tuo vero problema, giusto?» esclamò Tam battendo il palmo sul tavolo.
Avery emise un lungo sospiro carico d'irritazione. Avrebbe voluto obiettare per pura ostinazione, ma a che pro? Tam non era stupida e, alla fine, era vero che era quello il nocciolo della questione. Se non le fosse importato niente sarebbe tornata alla sua scrivania dopo essere stata a casa di Gregory per prendere il fascicolo.
Tam sorrise e le strizzò l'occhio, e Avery non riuscì a trattenere una risatina. Non sapeva come facesse Gregory ad averla vinta durante una discussione con sua moglie. O forse non litigavano mai. Le venne da ridere per quel pensiero assurdo.
Due persone si alzarono a un tavolo vicino e un'altra coppia prese subito il loro posto. Avery seguì i due con lo sguardo mentre si sedevano, ripensando a tutte le emozioni che aveva provato negli ultimi giorni. Inganno, dolore, imbarazzo, vergogna, delusione, rabbia, rinuncia, rassegnazione, mortificazione, disorientamento... Non mancava niente.
«Per quello che mi riguarda, alla fine ho accettato quello che volevo» disse Tam, facendola riscuotere e riportare l'attenzione al discorso. «Profondamente» aggiunse, mentre Avery rifletteva sulle sue parole. Si toccò il cuore. «Qui dentro. Ho rivendicato i miei desideri e, magicamente, la vergogna è sparita.» Fece un respiro profondo poi sorrise. «Mi ha dato un senso di potere e ho capito che l'unica opinione che contava veramente era la mia. E che mi ero giudicata troppo severamente.»
Avery poteva adattare a se stessa la verità delle sue parole. Si criticava con un rigore eccessivo su tutto. Evidentemente anche riguardo al sesso. Carson aveva cercato di farglielo capire, ma lei era troppo invischiata nella propria vergogna per ascoltarlo veramente.
Ricordava il senso di potere a cui si riferiva Tam. Si era sentita padrona della propria sessualità la sera in cui c'era stata la festa aziendale, ed era stata una sensazione meravigliosa. Che fine aveva fatto quell'esaltazione? E perché ora la evitava?
«Ti assicuro una cosa» dichiarò Tam.
«Che cosa?»
«Né Gregory né Trevor ti giudicano male perché fai parte del Meeting Room.» Attese che Avery accettasse quel dato di fatto ma ci volle qualche istante prima che annuisse. «Nessuno pensa male degli altri. Trevor esclude dal gruppo chiunque faccia un commento negativo sui gusti altrui, purché gli atti siano legali e consensuali.»
Per Avery era ancora difficile crederlo. «Non immaginavo che un gruppo potesse essere tanto tollerante.» Le persone avevano sempre qualche critica da fare sugli altri.
Tam si strinse nelle spalle. «Veramente in quasi tutti i sex club è così. Una volta che entri in quella dimensione trovi un po' di tutto e un'accoglienza più ampia di quella che ho visto in tante comunità religiose.»
Avery sorrise. «Perciò Dio non giudica chi fa parte di un sex club?»
«Non è Dio che giudica, ma le persone.»
«Hai ragione.» Avery le rivolse un sorriso luminoso. Sentiva scendere in lei un profondo senso di serenità che le pareva quasi inverosimile, perché aveva temuto di non riacquistare mai l'equilibrio. «Grazie di avere parlato con me. Mi sei stata di grande aiuto.»
«Mi fa piacere.» Tam le sorrise raggiante, ma tornò subito seria. «Però spero che ora tornerai al lavoro. Questa settimana Gregory non ha fatto che lamentarsi per la tua assenza.»
Avery fece una smorfia, sentendosi in colpa. «Scusa, ma non potevo proprio rientrare.»
«Lo so.» Tam liquidò le sue scuse agitando la mano. «Volevo solo farti sapere che sente la tua mancanza e che sei apprezzata alla Faulkner. È un bell'ambiente, giuro.»
Avery non lo metteva in dubbio. Era contenta sia del lavoro sia dei colleghi. Però poteva veramente tornare sapendo che altri conoscevano i suoi più intimi segreti?
E che lei era a conoscenza dei loro?
Era ciò che Karen aveva cercato insistentemente di farle capire negli ultimi giorni, ma lei stentava ad accettarlo. Perché? Non era l'unica a essere in ballo. Sapeva tante cose sugli altri membri del gruppo, e non aveva da perdere quanto persone importanti come Trevor o anche Gregory.
«Sto esagerando, vero?» chiese, sentendosi sciocca. Era un'altra sensazione che aveva provato spesso ultimamente.
«No» insistette Tam. «Hai ragione a essere arrabbiata. Carson non avrebbe dovuto tenerti segreta la cosa, però sono convinta che non l'abbia fatto di proposito. Non sarebbe da lui. In quel gruppo conosco solo persone serie.»
Carson aveva commesso un errore, ma l'aveva fatto anche lei, perché era balzata a conclusioni affrettate basandosi su preconcetti.
Non aveva visto nessun segreto nell'app. Nessuno aveva scritto messaggi denigratori nei suoi confronti né contro altri. Era un'app semplice e funzionale. Ogni profilo era corredato da una fotografia riconoscibile e la sua era quella della sua scheda personale in ufficio. Il suo nome utente era Shotgun, e l'unica informazione personale riguardava la relazione che la collegava a Driver, il nome utente di Carson.
Tutto quello che aveva visto aveva avvalorato quello che sosteneva Carson. Non le aveva raccontato bugie.
Le dispiaceva ancora la sua omissione, però ora aveva una prospettiva più ampia della questione. Nessuno era perfetto e in tutte le relazioni c'erano dei passi falsi, compromessi e liti.
Avery inspirò, riempiendosi i polmoni di aria e consapevolezza. Il giorno dopo sarebbe tornata in ufficio a testa alta. Al mondo c'era molto di peggio dei suoi gusti erotici trasgressivi. Le piaceva guardare scene di sesso dal vivo. E allora?
Non c'era niente di male.
E, con quel pensiero, in lei si sprigionò una scintilla che fece divampare un fuoco e la riempì di calore, scacciando le ombre del dubbio e dell'ansia con un'altra emozione potente.
Il perdono.