25

La pioggia si era fatta più intensa, ma Emmerich non aveva tempo per curarsene. Entro le cinque tutti i documenti dovevano essere pronti e la posta smistata. La prospettiva di tornare in ufficio e sottoporsi di nuovo alle angherie di Brühl non gli piaceva per niente, ma non aveva altra scelta. Non si trattava solo della sua vita, ma anche di quella di Luise, Emil, Ida e il piccolo Paul. Se voleva toglierli dalle grinfie di Xaver gli serviva uno stipendio.

Con le mani affondate nelle tasche del suo mantello si affrettò per Währinger Straße in direzione del centro, senza curarsi né dei bambini che saltavano da una pozzanghera all’altra lanciando gridolini gioiosi, né dello stagnino che offriva i suoi servigi cantilenando «Tazze, tegami, padelle».

«Per riportarli a casa! Un’offerta per riportarli a casa!».

Neanche uno sguardo per la donna che distribuiva volantini. Come un carrarmato le passò accanto, testardo e inflessibile. Peppi sarebbe marcito in prigione e lui sarebbe rimasto lo sguattero di Brühl. La vita era ingiusta. Persino i prigionieri di guerra stavano meglio di lui.

Svoltò nella piccola Berggasse che un tempo – molto prima che lui nascesse – portava a una collinetta di vitigni. L’unica cosa che era rimasta di quell’idillio era la ripida discesa che conduceva a Porzellangasse e che in inverno i bimbi del quartiere usavano come pista per gli slittini. Il resto del terreno era lastricato o edificato. Un trionfo di grigio e freddo, proprio come il suo umore.

Imbronciato e triste passò davanti allo studio di Sigmund Freud, lo strizzacervelli di cui parlavano tutti in città, poi proseguì per Servitenhof fino all’edificio del commissariato. Dopo aver schivato un furgone che trasportava prigionieri, varcò l’alto e stretto portone e fece un cenno alla sentinella di turno seduta all’ingresso.

«Che ha fatto?» chiese vedendo passare un uomo elegantemente vestito e in manette.

«È un falsario» disse la guardia. «Il furbacchione ha ritagliato delle striscette sottilissime da banconote da diecimila corone e ha provato a incollarle insieme per ricavare nuove banconote». Scosse la testa. «Che follia, ma come gli vengono in mente certe cose alla gente… Necessità aguzza l’ingegno, è proprio vero».

«Non solo la necessità». Emmerich seguì l’arrestato con lo sguardo. «Innanzitutto l’avidità». Di pessimo umore zoppicò fino al piano superiore.

«Ma che succede?» gridò nel vedere Winter che scherzava allegramente con la signorina Grete, anziché battere furiosamente a macchina. «Ci resta meno di un’ora, almeno proviamoci a terminare il lavoro».

Winter seguì Emmerich alla scrivania. «Ho finito».

Stavolta fu il turno di Emmerich di restare sorpreso. «Ma come… come hai fatto?» chiese indicando il braccio che l’assistente portava appeso al collo.

Winter indicò la segretaria, che ricambiò lo sguardo sorridendo timidamente. «Mi ha aiutato lei. Accidenti, se è veloce».

«Vi andrebbe una tazza di caffè?» chiese Grete continuando ad arrossire. «L’ho appena fatto con la caffettiera di Karlsbad».

«La caffettiera di Karlsbad?».

«Sì, il bricco di porcellana per fare il caffè filtrato. Ne ho comprato uno. Ci vuole meno tempo e meno fatica. E poi il caffè viene anche più buono». Si lisciò la gonna e zampettò sui tacchi alti in direzione del corridoio.

Emmerich si sedette e sospirò. «La caffettiera in porcellana… il mondo sta andando davvero sottosopra». Il sollievo al pensiero che non sarebbe stato licenziato non riusciva a compensare la delusione per l’indagine rivelatasi un buco nell’acqua.

«Insomma, racconti. Com’è andata?» chiese Winter eccitato. «Cos’ha scoperto?». Si sedette. «Brühl e i suoi sono arrivati alla conclusione che il principale sospettato sia il nipote della signora Abele, un certo Adalbert. Völzer al momento non è stato neanche preso in considerazione».

Emmerich appoggiò i gomiti sul tavolo e seppellì il volto tra le mani. «Völzer ha un alibi. A prova di bomba».

«Ma il gemello…».

«Non riesco a spiegarmelo neppure io».

Si fissarono a vicenda, entrambi a corto di parole, mentre l’orologio a pendolo nella stanza accanto continuava a ticchettare rumorosamente. Mancavano ancora quaranta ore esatte.

«Gli omicidi dunque non hanno niente a che fare con l’associazione di beneficenza?». Winter fu il primo a ritrovare l’uso della parola.

Emmerich scosse la testa, sempre senza proferire verbo. «A quanto pare gli omicidi non hanno nessun collegamento tra loro. Ho preso una cantonata». Si girò verso la finestra e guardò il Canale del Danubio. Grosse gocce di pioggia battevano contro i vetri e nubi grigie coprivano il sole. «Altro che caffè con la caffettiera di Karlsbad… andiamo a bere qualcosa di decente. Per me può venire anche la signorina Grete. A quanto pare dovremo abituarci alla reciproca presenza». Gettò un’occhiata alla copia del Neuen Freien Presse abbandonata sulla scrivania di Papousek. La regione del Vorarlberg voleva separarsi dall’Austria e annettersi alla Svizzera, mentre il Tirolo faceva gli occhi dolci alla Baviera. Chi poteva dar loro torto? «E adesso?» si chiese Emmerich.

Winter non replicò. Con tutta evidenza non aveva nean-che ascoltato Emmerich, poiché corse alla scrivania di Grete e iniziò a frugare come un forsennato nel suo cestino dell’immondizia. «E va bene, abbiamo seguito una pista sbagliata e visto collegamenti inesistenti. E allora? Sono cose che succedono».

«Che stai combinando? Hai sentito quello che ho detto? Andiamo a bere qualcosa».

Anziché rispondere Winter ripescò dall’immondizia un foglietto appallottolato, lo aprì e lo scorse con espressione trionfante. «L’importante è che non ci lasciamo scoraggiare e continuiamo a seguire qualunque traccia, per quanto piccola» disse. «Le cose apparentemente insignificanti, che passano facilmente inosservate, possono essere quelle decisive. Ce l’hanno insegnato alla scuola di polizia. Non è finita finché non è finita. Quel Navratil ha ancora una possibilità».

«Be’, se non altro qualcosa di vagamente utile ve l’hanno insegnato». Emmerich indicò il foglietto. «Che roba è?».

«Una telefonata messa a verbale. Grete mi ha raccontato che la settimana scorsa ha preso una telefonata anonima. Una donna che sosteneva che un certo Maximilian Liebenthal fosse coinvolto nell’omicidio del consigliere comunale Fürst. La descrizione dell’uomo combacia. E indovini un po’ per chi lavorerebbe?».

«Per la società di facchinaggio Stadt-Couriere?». Emmerich si accese una sigaretta.

«Esattamente» confermò Winter.

Emmerich gli strappò dalle mani il foglietto e lo studiò con attenzione. «Giocatore d’azzardo, donnaiolo, scialacquatore, notoriamente sempre al verde…».

«E se fosse davvero così semplice?». Winter diede voce ai suoi pensieri. «Se davvero questo Liebenthal avesse bisogno di soldi e dunque avesse pensato di derubare il consigliere Fürst? Magari qualcosa è andato storto e nel panico è scappato via senza rubare nulla».

«Ma alla Stadt-Couriere hanno tutti un alibi» obiettò Emmerich.

«Così hanno detto, ma nessuno ha mai verificato, visto che nel frattempo Navratil è stato arrestato».

«Mi stai dicendo che Brühl non ha mandato nessuno a parlare con questo Liebenthal per verificare le sue affermazioni?».

«Esatto. Per Brühl non ci sono dubbi, il colpevole è Navratil. Ha bollato la donna che ha telefonato come una “vecchia pazza in cerca di attenzioni”».

Sulle labbra di Emmerich fece capolino un sorriso. «Se questo Liebenthal fosse davvero il nostro uomo…».

«…Be’, Brühl si ritroverebbe doppiamente nei guai».

«Abbiamo un indirizzo di questo tizio?».

Winter indicò il foglietto. «Dice che è cliente fisso del Salon Flora. Lo conosce?».

«E chi non lo conosce?».

Winter esitò. «Io, per esempio».

Emmerich lo guardò incredulo. «E allora è decisamente ora che tu scopra di che si tratta».

 

«Penso che tu sia l’unico maschio in città a non conoscere il Salon Flora» disse Emmerich mentre si allontanavano dal commissariato. Fece cenno a una vettura a noleggio e vi montò a bordo. «Ausstellungsstraße» disse al cocchiere.

Winter arrossì. «Ma non si tratta mica…». Cercò la parola giusta. «Del locale accanto allo Schönen Harri, vero?».

«No, le ragazze di Madame Flora sono più di classe. Tutte professioniste. Al Salon Flora puoi stare tranquillo per quanto riguarda le malattie».

La guerra aveva sottratto a molte famiglie gli uomini che portavano a casa il pane e così migliaia di donne di ogni ambiente e classe sociale si erano fatte carico dell’onere di guadagnare. In mancanza di alternative la maggior parte si prostituiva e questo rappresentava un grosso problema per la municipalità. Nessuna di quelle prostitute occasionali era registrata né dunque si sottoponeva a visite mediche regolari. Si stimava che più di un quarto di loro avesse una qualche malattia a trasmissione sessuale, che pertanto continuavano a diffondersi più veloci che mai.

«Ma io comunque non…» attaccò Winter.

Emmerich gli diede una pacca sulla spalla. «Ma certo, ma certo… ma in caso, meglio scegliere bene».

Winter divenne paonazzo e fissò fuori dal finestrino, concentrandosi sui carretti che arrancavano, le automobili che suonavano il clacson e i passanti che cercavano di ripararsi dalla pioggia.

In un paio di minuti raggiunsero l’edificio che a prima vista non aveva affatto l’aria di un bordello, bensì di una rispettabile pensione. Alle finestre c’erano tendine a pois, ai davanzali vasi di fiori e sopra la porta pendeva un’insegna su cui, a lettere sinuose, c’era scritto Salon Flora.

Anche l’interno faceva pensare a un albergo. Sulla sinistra c’era un bancone in legno scuro che fungeva da reception, dritto davanti a chi entrava una ripida scala conduceva ai piani superiori, mentre sulla destra c’era un salottino con un bar ben fornito e divani in velluto rosso che conferivano all’ambiente un’atmosfera molto intima.

L’ingresso dei due funzionari di polizia venne annunciato da un campanello e un attimo dopo sopraggiunse una donna anzianotta con indosso un vestito verde molto accollato.

«Signori» disse con voce flautata. Lo sguardo indugiò per un attimo sul volto segnato di Emmerich e poi deviò verso Winter, il cui abbigliamento risultava più accattivante. «È la prima volta che viene da noi?» chiese rivolgendosi al giovanotto.

«Ehm… sì…».

«Fantastico». Prese Winter sottobraccio e lo trascinò verso il salottino con un pesante lampadario di cristallo e uno spesso tappeto rosso. «Ha scelto l’orario migliore per una prima visita. Di pomeriggio c’è maggiore tranquillità e quasi tutte le ragazze sono a disposizione».

Batté le mani e una buona decina di donne di ogni età e taglia corse a mettersi in posa su una bassa pedana incorniciata da tende di broccato.

«Allora, che ne dice? Non sono meravigliose?» disse la madame cercando di indirizzare l’attenzione di Winter verso le sue ragazze. Alcune di loro indossavano eleganti abiti da sera, altre camicie da notte trasparenti, una aveva addosso una divisa da cameriera e una biondina piena di lentiggini indossava solo una collana di perle.

Emmerich ne osservò i volti. Poiché le suore dell’orfanotrofio avevano sempre sostenuto che sua madre fosse una puttana lui aveva preso l’abitudine di cercare sul volto delle prostitute qualunque somiglianza col suo – un vezzo che ancora non abbandonava.

Troppo giovane, troppo giovane, troppo giovane, naso troppo grosso, colorito troppo scuro. Quando ebbe finito riuscì di nuovo a concentrarsi sulle cose essenziali. «Stiamo cercando Maximilian Liebenthal» disse.

La maîtresse puntò le mani sui fianchi e storse il naso. «Tante belle donne, e lui cerca un uomo» imprecò. «Ma se preferisce i maschi può scegliere la nostra Rosalie». Si diresse verso un’esile rossa scoprendole il torace. «Non ha quasi niente. Se si raccoglie i capelli sotto un berretto non noterà nemmeno la differenza». Girò di nuovo intorno a Winter e poi gli prese il viso tra le mani. «Per questo verginello invece ci vuole una donna navigata, che lo introduca ai segreti dell’amore. Traude!».

Una donna robusta con indosso un abito da ballo in stile matrona si fece avanti.

«Non preoccuparti, zuccherino» disse la maîtresse, che era madame Flora in persona. Fece il broncio. «Ci pensiamo noi».

Winter diventò così rosso che Emmerich temette potesse esplodergli la testa da un momento all’altro. «Non sono…».

«Conosco i miei polli» gli sussurrò madame Flora. «Ed è un bel po’ di tempo che non mi capita di vedere tanta innocenza».

«Maximilian Liebenthal». Emmerich tentò di andare in soccorso di Winter.

«Mai sentito nominare».

«Eppure dovrebbe essere un vostro habitué».

«Tutti quelli che vengono una volta da noi diventano clienti fissi». Madame Flora assunse un’aria di sfida. «Nessun uomo che assaggi il dolce nettare delle mie ragazze può farne a meno a lungo». Si rivolse alle donne. «Traude. Rosalie. Al lavoro».

La robusta matrona non si fece pregare. Acchiappò Winter per il braccio sano, lo trascinò all’ingresso e poi alle scale.

Winter, che sembrava paralizzato dallo shock, lanciò uno sguardo supplichevole al suo capo.

«Adesso basta con questo teatrino!». Emmerich aveva urlato talmente forte che tutti lo guardarono spaventati. Traude mollò la sua preda e Winter si affrettò a tornare nel salottino. «Ne ho le scatole piene. Avanti, sputi il rospo. Dov’è Liebenthal?».

Madame Flora sbuffò. «Non lo so, e di sicuro non qui».

Emmerich si piazzò davanti alla donna sventolandole il distintivo sotto il naso. «Voglio sapere dove si trova. Immediatamente. Se entro cinque secondi non mi dà una risposta faccio venire la Buoncostume e quelli dell’Ufficio d’igiene. Voglio proprio vedere quanti vorranno ancora assaggiare il dolce nettare dopo una loro visitina».

Madame Flora sospirò e borbottò qualcosa.

«Forte e chiaro, per favore».

«Alle terme romane».

Emmerich la fissò. «Le terme?» ripeté. «Sicura?».

La maîtresse alzò gli occhi al cielo e puntò lo sguardo sulle sue ragazze. «Be’, che vi prende? Di che vi impicciate? Tornate al lavoro. Chi non ha clienti esca a procurarsene uno». Quando tutte furono sparite madame Flora tornò a rivolgersi ai due funzionari di polizia. «Liebenthal viene ogni tanto e mi passa un paio di corone per farmi raccontare in giro che è uno stallone insaziabile. Poi se ne va dalla porta sul retro». Sollevò un sopracciglio e sogghignò allusiva. «Non so se mi sono spiegata… la porta sul retro…».

«Chi l’avrebbe mai detto…».

«Ma di cosa sta parlando?» sussurrò Winter.

«Ah. Così giovane e così innocente». Madame Flora gli pizzicò la guancia scompigliandogli i capelli. «Dove l’ha trovato, uno così?» chiese a Emmerich. «Tenerelli del genere di questi tempi non si vedono più».

Emmerich non riuscì a trattenere una risata, poi si congedarono.

Tornati in strada Winter si risistemò i capelli. «Continuo a non capire».

«Max Liebenthal viene al Salon Flora perché vuole farsi vedere con le donne» chiarì Emmerich, «ma non è interessato a loro. Da qui poi se ne va di soppiatto alle terme romane, a sollazzarsi coi maschi».

«Ahhhh». Winter aveva finalmente capito, e di nuovo le sue guance virarono al rosso.

Emmerich lo osservò. Madame Flora aveva ragione. Cotanta innocenza era rara di quei tempi. E lui era curioso di vedere quanto a lungo Winter riuscisse ancora a mantenerla.

Le terme romane si trovavano nei pressi della Nordbahnhof, nel gruppo di case alle spalle del famoso e famigerato Hotel Donau, epicentro dell’ultima, grossa epidemia di colera. Nelle terme, fino a quel momento, non si erano registrati focolai, tuttavia i guardiani della morale da un po’ di tempo le consideravano una “roccaforte dei traffici contro natura”.

Lo stabilimento aperto nel 1873, l’anno dell’esposizione universale, era stato costruito sul modello delle antiche terme romane e tentava di attirare una clientela facoltosa attraverso una severa politica di prezzi e selezione all’ingresso.

Nel vestibolo i due funzionari di polizia si accorsero subito della pomposità del locale. Il pavimento era in lucido marmo di Carrara, palme verdissime crescevano in vasi di pietra e il soffitto era decorato da uno sfarzoso e variopinto affresco.

«Se vuoi sapere come la penso, mi sembra un po’ troppo per un posto in cui venire semplicemente a lavarsi» disse Emmerich in tono di scherno. Pensava ai bagni del pensionato maschile, alle tristi piastrelle grigie, ai sanitari macchiati e al tanfo di fogna, piedi e muffa.

«Fermi!» riecheggiò una voce nell’atrio.

Solo a quel punto Emmerich notò il cassiere al bancone.

«L’ingresso alle terme è riservato ai soci e non credo proprio che voi lo siate». Dopo aver indicato l’uscita si arricciò la punta dei baffi.

«E invece si sbaglia». Emmerich gli presentò il distintivo. «Ecco qui la mia tessera». Lasciò il concierge a bocca aperta e insieme a Winter entrò nel settore maschile.

Si ritrovarono in una sorta di salone. Poltrone in pelle invitavano a trattenersi, sui tavolini erano sparse riviste e giornali e nell’aria aleggiava l’aroma speziato di sigari costosi. Colto dalla nostalgia per la nicotina Emmerich cercò a tentoni la sua borsetta da tabacco quando il concierge fece irruzione.

«Fermi! Per l’amor di Dio» gridò sconvolto come se Emmerich e Winter avessero commesso un’eresia. «Si entra solo in abbigliamento da bagno».

«I pantaloncini non fanno parte della nostra divisa».

«Ci sono regole a cui anche voi dovete attenervi».

«Vero, ma non a questa».

Emmerich e Winter lasciarono il portiere piantato lì, attraversarono lo spogliatoio ed entrarono nel bagno romano propriamente detto. Era enorme e trasudava opulenza. Venti-quattro colonne di marmo sorreggevano una cupola in vetro sotto cui si trovava una vasca rotonda decorata a mosaico, all’interno della quale alcuni uomini erano intenti a rilassarsi. Erano molto diversi tra loro: ce n’erano di pelosi e calvi, alti e bassi, pallidi e baciati dal sole. Uno aveva la gobba, un altro era ricoperto di nei. Una cosa però li accomunava tutti – sui loro corpi non si notava nessun segno di denutrizione o privazione di sorta. Anzi. Quei corpi raccontavano di pasti principeschi, attività sportive e ottime cure. Emmerich era felice che lui e Winter non si fossero spogliati.

«Che significa tutto ciò?» chiese l’uomo coi nei indicando Emmerich e il suo assistente.

«Polizia». Emmerich scostò il mantello sfoggiando l’arma di servizio. «Chi di voi è Maximilian Liebenthal?».

«Nessuno» borbottò quello con la gobba. «Sarà ancora in una delle camere essudatorie». Indicò lo stretto corridoio che dava accesso alla parte più interna dello stabilimento.

«Insomma, quante stanze ci vogliono per ripulirsi?» mormorò Emmerich seguendo l’indicazione.

Immediatamente fece un balzo all’indietro. Era stato investito da una folata d’aria caldissima, almeno ottanta gradi di temperatura. Densa, spessa, e quasi irrespirabile. Si ritrovò avvolto da impenetrabili nubi di vapore mentolato, tanto da non riuscire a vedere al di là del proprio naso. «Signor Liebenthal» chiamò. «È qui dentro?».

«Sì» rispose malvolentieri una voce dalla foschia.

Emmerich fece un passo verso la voce. «Polizia criminale. Abbiamo un paio di domande. Se vuol farci la cortesia di seguirci…».

«Non abbiamo fatto niente. Qualunque cosa vi abbiano detto, sono solo perfide illazioni». Era impossibile non notare la nota di panico nella sua voce. Non c’era da meravigliarsi – per atti contro natura erano previsti fino a cinque anni di carcere duro.

«Non siamo qui per…». La precisazione di Emmerich arrivò troppo tardi. Ancor prima che potesse terminare la frase si sentì il veloce battere di piedi nudi sulle piastrelle. «Merda» imprecò e corse dietro a Liebenthal, con tutta la velocità che gli consentiva il pavimento scivoloso.

«Aspetti!» gridò Winter seguendolo.

Un istante dopo si ritrovarono in un’immensa sala dal tetto di vetro. Le pareti erano ricoperte di decorazioni e stucchi, e il pavimento era a mosaico.

Emmerich non degnò neanche di uno sguardo tutto quello sfarzo. L’unica cosa che gli interessava era Max Liebenthal che, nudo, scomparve per una porticina nella stanza delle docce. «Si fermi o dovrò usare la pistola».

A quel punto Liebenthal si fermò. «Non abbiamo fatto niente» ripeté piagnucolando.

«Ecco, tenga». Emmerich gli lanciò un asciugamano. «Si copra».

Liebenthal si annodò il telo intorno ai fianchi. «Non avete prove né testimoni. Io e il signor Bruno siamo solo conoscenti».

«Se solo la smettesse un attimo di blaterare e mi stesse a sentire… siamo qui per l’omicidio del consigliere comunale Fürst, non per le sue… scappatelle erotiche».

«Fürst? Non capisco». Liebenthal si sedette su un lettino. «Il caso è stato risolto».

«Una telefonata anonima arrivata in commissariato ha fatto il suo nome».

Liebenthal spalancò gli occhi, li guardò a bocca aperta e poi si mise a ridere a crepapelle. «Come no, una telefonata anonima… Le posso dire nome e cognome di chi ha chiamato. È stata la proprietaria della società di facchinaggio, si vuole sbarazzare di me. Ci ha provato, ma le vecchie non mi piacciono».

«O forse non le piacciono proprio le donne, giusto?».

Sbuffò. «Come le pare… La vecchia in ogni caso sta cercando da settimane un motivo per mandarmi via. Chieda ai colleghi. Quella vecchia strega ha provato un sacco di volte a licenziarmi, ma non c’è mai riuscita. Grazie ai socialdemocratici adesso noi lavoratori abbiamo qualche diritto. Ha urlato e strepitato, ha minacciato che avrebbe trovato un modo per liberarsi di me. Già… e guardacaso adesso una telefonata anonima mi accusa di omicidio. Che combinazione…».

Emmerich strinse le labbra – non perché dubitasse delle parole di Liebenthal, ma perché di nuovo tutti i suoi sforzi si stavano rivelando inutili.

«Ho un alibi per la notte del delitto» aggiunse Liebenthal a sostegno delle sue affermazioni. «Ero al cinema Atelier. Ho visto un film e un… conoscente può confermarlo. Dopo siamo andati allo Chatam Bar».

«Lo Chatam Bar…». Emmerich annuì con fare saputo. I viennesi lo chiamavano anche Je-t’aime-Bar per via dei suoi privé. «Capisco…». Tentò di celare la sua delusione, si risistemò il mantello, fece un cenno a Winter e si avviò verso l’uscita. Ma Liebenthal lo trattenne.

«La settimana scorsa, quando i suoi colleghi sono venuti in sede da noi e hanno interrogato tutti, la proprietaria ha mentito».

Emmerich si fermò. «Sono tutto orecchi».

«Quella strega ha detto che non mancava nessuna uniforme, ma non è vero. Isidor Kofler non ha mai restituito la sua». Sogghignò in maniera odiosa. «Particolare succulento: Kofler era uno di quelli che spesso lavoravano per Fürst».

Emmerich gli fece cenno di proseguire.

«La proprietaria e quel Kofler avevano una storiella, finché lui si è stufato. Alla fine si è ricordato di avere una dignità. E lei ovviamente l’ha sbattuto fuori. È successo più o meno quattro mesi fa».

«E perché allora lo starebbe coprendo?».

«Penso che si senta in colpa e quindi non gli voleva rendere la vita ancora più difficile. Da quando è stato licenziato se la passa proprio male. E poi alla fine non è importante perché, ma il fatto che ha mentito».

Emmerich annuì. Quella pista gli piaceva. «Lei sa dove possiamo trovare questo Kofler?».

«Lasciate perdere Kofler. Piuttosto buttate in galera la proprietaria, quella vacca bugiarda. Falsa testimonianza e diffamazione non sono peccati veniali».

«Dove possiamo trovare Kofler?» ripeté Emmerich.

Liebenthal emise un grugnito, visibilmente deluso. «Lavora nella fornace di Wienerberg. E mi sa che ci abita pure. Almeno così ho sentito dire».

La fornace di Wienerberg. L’inferno in terra. Il nuovo governo aveva sì abolito i turni da quindici ore e proibito che gli operai venissero pagati con marchi di latta che potevano essere spesi solo in mense carissime e di proprietà della stessa fornace, tuttavia quel lavoro era e restava sempre il più duro e malpagato dell’intero paese. Ci finivano solo quelli che non avevano alternative. Uomini come Isidor Kofler.

Emmerich fece un cenno a Winter. «Andiamo» disse, poi si rivolse di nuovo a Liebenthal. «Veda di darsi una regolata. Non tutti i poliziotti sono tolleranti come noi».

Poi si diresse all’esterno, felice di poter finalmente uscire da quell’incubo di sudore, vapore e omosessualità.