Stanotte ho fatto un incubo terribile. Mi sono svegliata di soprassalto toccandomi la testa e i capelli. Avevo sognato di averli persi tutti. Cioè, non è che proprio li avessi persi, ma erano cortissimi, era come se qualcuno mi avesse rasato a zero. Per alcuni istanti sono rimasta pietrificata. Che fine avevano fatto i miei capelli? Perché me li avevano tagliati? Cos’era successo? Ci ho messo un po’ a rendermi conto che era solo un sogno. Ma non è servito a rasserenarmi.
Mi sono alzata e sono andata in soggiorno. Ho bevuto un paio di bicchieri d’acqua. Mi sono accesa l’ennesima sigaretta. Ho iniziato a calmarmi. Poi, ripensando alle immagini di Simone Touseau, la tondue de Chartres, e delle altre donne rasate in Francia dopo la liberazione, sono scoppiata a piangere.
Cosa cerca di dirmi il mio inconscio? Perché quest’incubo proprio ora? Chi ho tradito? Chi sto tradendo? Mio nonno? Mio padre? Me stessa? Meno male che non ho un figlio, mi dico spegnendo la sigaretta e aprendo la finestra, altrimenti chi lo sente poi Jacques quando si alza e si accorge che ho fumato come una turca! Come farei a occuparmi di un bambino se, in questo momento, non sono nemmeno capace di occuparmi di me stessa? Che cosa potrei dirgli se mi vedesse in questo stato? Che la mamma sta male e che nemmeno lei sa bene il perché? Che piange ma non è grave, poi passa, passa tutto, tesoro, non è niente?
All’improvviso, mi tornano in mente le parole della mia amica Claudia. L’ultima volta che è venuta a Parigi per lavoro, siamo andate a cena insieme. Era dai tempi della Normale di Pisa che non passavamo un po’ di tempo io e lei da sole, senza mariti e senza figli. Le ho raccontato del libro che sto scrivendo e della nascita di Jacopo. Le ho detto di come l’arrivo di mio nipote mi avesse del tutto spiazzato, costringendomi per l’ennesima volta a fare i conti con me stessa e col mio passato. Le ho chiesto che cosa l’avesse convinta a fare un figlio, lei che ai tempi dell’università diceva sempre che non sarebbe diventata madre, non le interessava, non era quello che contava davvero per lei nella vita.
«Alla fine mi sono decisa perché sentivo il dovere di restituire un po’ di quella fiducia e di quell’amore che avevo ricevuto.»
«E quando questa fiducia non la si riceve? Cosa trasmettiamo a un figlio? Qual è il nostro dovere?»
«Arriva un momento in cui ci si riprende in mano, Michela! Non si può sempre e solo piangere sul latte versato.»
«E se manca la base? Se mancano le fondamenta? Se la vita continua a tradirti? Cosa c’è da riprendere in mano, Claudia?»