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Il 1924 è un anno drammatico per l’Italia.

Dopo lo scioglimento anticipato delle Camere il 25 gennaio, le violenze si moltiplicano in tutto il Paese. Gli squadristi incrementano le spedizioni punitive: si introducono di notte nelle case degli antifascisti e li obbligano a bere l’olio di ricino oppure li prelevano, li bastonano, li seviziano, e non sono rare le volte in cui la violenza diventa omicida.

Il 28 febbraio 1924, a Reggio Emilia, viene ammazzato il sindacalista socialista Antonio Piccinini: una squadra di fascisti si presenta a casa sua, entra con uno stratagemma e lo rapisce; portato a casa di una delle camicie nere, Piccinini è appeso a un gancio da macelleria: gli viene squarciato il ventre, poi gli sparano quattro colpi di rivoltella a bruciapelo. Il 14 marzo, è aggredito e malmenato a Roma il giornalista Alberto Giannini. Il 16 marzo, a Milano, durante una spedizione punitiva contro la sede degli Arditi, viene trucidato Antonio Corgiola.

È in quello stesso periodo che mio nonno diventa pretore a San Nicandro del Gargano, una piccola cittadina conosciuta per essere stata all’inizio del Novecento uno dei centri della lotta di classe, sotto la guida di personaggi eminenti come Giuseppe e Domenico Fioritto.

Sua madre Giulia è morta il 30 settembre 1923, a cinquantatré anni, per congestione cerebrale – quella domenica pomeriggio, Arturo è al suo capezzale, e quando lei spira la serra forte al petto, le slaccia il nastrino con cui lei si legava sempre i capelli, se lo infila in tasca. E Arturo, nonostante stesse brigando per ottenere una nomina non lontano da Roma, si sente in dovere di accettare il posto in Puglia per essere più vicino alla propria famiglia, e occuparsi anche lui di Violetta e di Gino che, a differenza di Pia, Sara e Ines, sono ancora piccoli.

Quando si insedia a San Nicandro, Arturo trova la pretura all’abbandono, un tasso elevato di crimini e delitti ancora pendenti, e un’atmosfera tesa.

Come in molti altri comuni italiani, soprattutto in Puglia, in Calabria e in Campania, le elezioni del 6 aprile si svolgono in un clima soffocante. Il listone di Mussolini, nel quale sono confluiti anche alcuni liberali, ottiene quasi quattrocento seggi grazie alla legge Acerbo. Il 30 maggio, quando si tratta di convalidare le decisioni della giunta per le elezioni, Matteotti, Labriola e Presutta, protestando per le modalità di voto, presentano una richiesta di annullamento delle elezioni. Il 10 giugno, dopo il j’accuse in Parlamento, Giacomo Matteotti viene rapito, e il suo cadavere verrà ritrovato il 16 agosto nella Macchia della Quartarella, a diciotto chilometri da Roma.

Arturo è preoccupato dalla paura e dal disinganno che si respirano un po’ ovunque. Teme che gli antifascisti, sfruttando il malcontento generale, provino a riorganizzarsi e a incitare alla rivolta. È questo, soprattutto, che lo indigna: socialisti e comunisti strumentalizzano la situazione! Maledetti, non riuscite proprio ad accettare il fatto che il popolo abbia votato massicciamente per Mussolini, eh? Che bisogno c’era di parlare di intimidazioni e minacce quando venne approvata la legge Acerbo? E quel Matteotti, poi? Come si è permesso? A quali brogli si riferiva?

Il 20 luglio 1924, Arturo convoca il maresciallo dei carabinieri di San Nicandro. È convinto che, in seguito al caso Matteotti, la popolazione si stia ringalluzzendo e sia necessario correre subito ai ripari. «Anarchici, sovversivi e antifascisti esplodono in manifestazioni pubbliche e nauseanti di ostilità al fascismo e al regime» dice fissando il maresciallo che impallidisce. «Occorre porre fine a quest’oscena gazzarra!» Batte un pugno sulla scrivania. Quindi chiede all’uomo di denunciare e arrestare chiunque venga sorpreso a incitare all’insurrezione o a cantare inni sovversivi.

Il 2 agosto, il maresciallo arresta una banda di otto contadini e contadine che, rientrando la sera dai campi, sulla via di Torre Miletto, stanno cantando Bandiera rossa. Si tratta di un gruppo di ragazzi e ragazze, sei dei quali minorenni. Ma mio nonno non esita nemmeno un istante, e li traduce a giudizio per direttissima.

Due giorni dopo, il 4 agosto, dichiarandoli colpevoli di “grida sediziose”, li condanna tutti al massimo della pena ai sensi degli articoli 2 e 3 della legge di pubblica sicurezza.

Argomentando la sentenza, Arturo spiega che questo canto, data la situazione politica in cui si trova il Paese, può provocare “disordini pubblici, turbolente reazioni, lotte di classe sociali, e alterazioni del normale regime della vita pubblica”. Si tratta quindi dell’espressione d’una fazione politica ostile al partito che regge il governo. “Analogamente costituirebbero grida sediziose suscettibili di perturbare l’ordine pubblico i canti di Giovinezza e Camicia nera se in contrasto col partito politico reggente il potere dello Stato, sia esso comunista o socialista.”

Il dado è tratto: mio nonno è il primo pretore, in Italia, a condannare al carcere un gruppo di persone solo perché cantavano Bandiera rossa.

Una decina di giorni più tardi, Arturo riceve una lettera da parte di Antonio Gabrieli, segretario della sezione del PNF di San Nicandro, piena di elogi e di ringraziamenti: “La sua intrepida e coraggiosa sentenza può ben essere paragonata ad un’abile azione squadrista. Animato da vibrante spirito di autentico squadrista e fascista della primissima ora, ha dato prova di alta comprensione politica nel delicato e difficile momento della vita del partito in seguito al fatto Matteotti”.