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A Campi, la manifattura te lu tabbaccu dei Guarino esiste ancora. Trasformata da Tonino, il figlio di don Pippi, in una sorta di museo pieno di setacci, imbuti, telai, mortai, pesi, misure, pentole di rame, vasi di terracotta e ceste, non è lontana dalla casa dei miei nonni, che oggi mi appartiene – alla fine l’ho convinto, papà, a non venderla, e ho anche iniziato a ristrutturarla.

L’estate scorsa, Jacques e io abbiamo potuto visitare l’ex tabacchificio. Era stata organizzata una giornata di riscoperta del patrimonio, e i campioti erano stati invitati a fare un giro. Incuriositi, Jacques e io ci siamo uniti al gruppo – c’è pur sempre del sangue campioto che scorre nelle mie vene, no? – seguendo passo passo la guida che spiegava con passione il lavoro delle tabacchine e raccontava di quando, terminata l’attività all’inizio della primavera, la famiglia Guarino organizzava una grande festa cui partecipavano operaie e padroni: c’era chi trafficava davanti alle fornacette a carbone e chi aiutava donna Maria a preparare la tavolata nel giardino; c’era chi si occupava della parmigiana di melanzane e chi invece delle frittate alle erbe aromatiche. Chiunque era ben accetto, chiunque ben voluto.

«Mio padre, per queste feste, non badava a spese» ha commentato Tonino quando mi sono avvicinata per salutarlo alla fine della visita, spiegandogli che ero la figlia di Ferruccio Marzano. «Ferruccio, certo! Come sta? Non l’ho più visto, non viene mai da queste parti?» Ha stretto gli occhi, come per mettermi a fuoco. «Mio padre e suo nonno erano molto amici, e anch’io gli volevo bene, abbiamo condiviso tante battaglie politiche, lo sa?»

Gli ho risposto di sì. Anche se fino a pochi mesi prima non sapevo nulla dell’amicizia tra mio nonno e colui che, dopo essere stato sindaco di Campi, ne divenne il podestà. Esattamente come non sapevo che mio nonno era un fascista. E che, per le tabacchine, il lavoro in fabbrica non era affatto una benedizione.

Ma a Campi certe cose sono state forse dimenticate troppo in fretta. Oppure non si è dato loro il giusto peso, arrotondando gli angoli del passato e aggiustando la memoria – «Tutti in paese conoscono la fontana di don Pippi e la chiamano così, perché cancellare la storia? A questo punto dovremmo cambiare la toponomastica del paese, e cancellare anche la contrada Furghe dove i Borboni impiccarono dei patrioti, non trova?» aveva risposto il sindaco nel 2017, quando una giornalista gli aveva chiesto come mai la sua giunta, pur essendo di sinistra, avesse deciso di dedicare a Giuseppe Guarino una piazza di Campi, largo Fontana di don Pippi, visto che Guarino era stato podestà nel periodo più buio del fascismo e che il fratello di sua moglie, Achille Starace, era stato per anni il segretario del PNF; «Mio padre non è mai stato un fascista purosangue» aveva dichiarato in quella medesima occasione Tonino, aggiungendo che quella fontana era stato il padre a farla costruire, si ricorda perfettamente della folla che assistette entusiasta all’inaugurazione il 3 novembre 1928, applaudendo e gridando a gran voce: «Viva don Pippi!». «Era la prima volta che si vedeva zampillare senza risparmio l’acqua che per secoli l’assetato Salento aveva cavato dai pozzi» aveva insistito con enfasi, subito prima di aggiungere: «Non ho mai sentito mio padre esaltare quel pensiero e pochissime volte l’ho visto indossare la camicia nera, se non quando era costretto da un ordine superiore».

La storia non si cancella, no. L’ex sindaco di Campi ha ragione. Ma non ce la si può nemmeno aggiustare a proprio piacimento. Intitolare una piazza al podestà del paese è un gesto simbolico, esattamente come fu simbolico dedicare ai fratelli Rosselli la via della casa di mio padre, oppure cancellare “corso Starace” e rinominarlo “corso Italia”. Ci penso uscendo dall’ex tabacchificio, arrivando in largo don Pippi e sedendomi con Jacques su una panchina di legno costruita proprio accanto alla fontanella. E poi com’è che durante la visita nessuno ha fatto allusione alla sofferenza di Cosima, Michelina, Maria, Concetta, Oronza, Rosaria e delle altre operaie di cui Tonino Guarino ha conservato gelosamente tessere e libretti di ammissione al lavoro?

Nell’ex fabbrica si è a lungo parlato dell’odore di cui erano impregnate le strade del paese quando il tabacco veniva fatto essiccare durante l’estate: in ogni vicolo e in ogni corte, le donne, sedute sui gradini di casa o anche per terra, infilavano le foglie nello spago e le fissavano ai telai di legno; all’alba appoggiavano i tiraletti sui muri inondati di sole; giunta la sera, li ritiravano in casa per proteggere il tabacco dall’umidità o dall’acqua che avrebbero potuto farlo ammuffire vanificando così il lavoro dei contadini – ho anch’io un vago ricordo dei tiraletti, quand’ero bambina ce n’erano in tutte le corti, mi avvicinavo curiosa ai telai, respiravo l’odore acre, talvolta sfioravo con le dita una foglia che, al semplice contatto, si sbriciolava.

Si è evocato il fatto che donna Maria, ogni anno, scattasse foto ricordo delle feste organizzate a casa sua con una macchina a cassetta e lastre estraibili. Si sono elogiate la pazienza e la meticolosità con cui Tonino, nel corso degli anni, ha raccolto e sistemato i documenti e gli oggetti di famiglia. Ma non c’è stato nessuno che abbia anche solo furtivamente accennato alle difficili condizioni di vita delle tabacchine, ai canti che intonavano al calar del sole rientrando a casa stremate, alle rivolte del 1925 a Trepuzzi e del 1926 a Novoli, Neviano e ancora una volta a Trepuzzi, alle denunce e agli arresti del 1927, o alla strage del 15 maggio 1935, quando i carabinieri, a Tricase, spararono contro i manifestanti e, oltre a una settantina di feriti, ci furono cinque tabacchine che morirono in piazza.

«Che fine hanno fatto questi pezzi di realtà?» domando a Jacques che si sventola con un fazzoletto – «Ma che caldo che fa» mormora; non è abituato all’umidità salentina che d’estate ti appiccica addosso i vestiti, e d’inverno si insinua fin dentro le ossa e le articolazioni. Lui la storia delle tabacchine, per motivi di lavoro, se l’è andata a studiare e la conosce bene.

«Chi ricorda la fatica estenuante delle tabacchine quando le casse di legno piene di foglie essiccate arrivavano in fabbrica, e loro si alzavano prima dell’alba, marciavano in campagna per chilometri, arrivavano già esauste al lavoro e dall’alba al tramonto, per una paga da miseria e sotto lo sguardo arcigno di una mescia, selezionavano le foglie di tabacco, le sistemavano in mazzetti, le pressavano, le posavano nelle stanze surriscaldate dal fuoco delle stufe, e ne controllavano a mani nude la temperatura?» Continuo a subissare Jacques di domande. Ma nemmeno lui si capacita di quest’amnesia, non capisce come sia possibile far finta di nulla. Ormai i conti con il fascismo si sono fatti anche in Italia, no?

Fimmene fimmene ca sciati allu tabaccu, ne sciati ddoi e ne turnati quattru, cantavano le tabacchine la sera, tornando a casa dopo il lavoro e intonando in coro canzoni d’amore, di sdegno e di protesta contro l’ingiustizia dei padroni, “andate in due e tornate in quattro”, vuoi perché messe incinte dai padroni, vuoi perché spezzate dal dolore, ca poi li sordi cu li benedicu, cu ve cattati nuci de Natale – non c’erano pause nemmeno per mangiare e le operaie, sotto lo sguardo inflessibile delle mesce, riuscivano appena a ingoiare quel tozzo di pane che avevano nascosto sotto il camice. Fimmene sfiancate dal sonno e di cui però, a Campi, sembrano essersi perse le tracce, non solo nell’ex tabacchificio dei Guarino, ma anche nelle pagine del libro Legami di sangue. Famiglie e vicende all’ombra di Achille Starace che Tonino, con l’aiuto di Annalisa Bari, ha dedicato alla sua famiglia, e che mi sono procurata alcuni giorni dopo la visita – se il padre di Tonino e mio nonno erano amici, forse qualche elemento in più posso recuperarlo lì, mi sono detta cominciando a sfogliarlo; prima dell’ennesima doccia fredda: “Nessuno a Campi osò mai dubitare della nobiltà d’animo di Donna Maria Starace”; “Masticavano con gusto le operaie, sgranocchiando friselle coi denti forti e bianchi [...] erano pagnotte di farina scura imbottite di pomodori secchi, di olive in salamoia, di peperoncino, di melanzane sottaceto, ma anche di una fetta sottile di formaggio, una sarda salata, un velo di ricotta”; “Le opere del fascismo erano sotto gli occhi di tutti e anche oggi non credo che si possano ignorare”; “Per quanto riguarda mio zio, ritengo che per molte cose il tempo gli abbia dato ragione.”