S.M. il Re, sentita la Giunta degli Ordini della Corona d’Italia, sulla proposta delle SS. EE. il Capo del Governo e il Ministro per la giustizia e per gli affari del culto, si compiacque nominare nell’Ordine della Corona d’Italia, il dott. Marzano Arturo, Cavaliere (San Rossore 17 aprile 1930).
Il 15 gennaio 1928, poche settimane dopo l’arrivo della sentenza della Corte d’Appello di Bari, Arturo viene trasferito alla regia procura di Lecce. Lasciare Vico del Gargano, dove Arturo e Rosetta hanno preso in affitto un appartamento una volta tornati dal viaggio di nozze, è un trionfo per mio nonno e un sollievo per la moglie, che potrà finalmente tornare a vivere a Campi da signora, con tutte le cameriere e le domestiche che si confanno a una nobildonna, sotto l’occhio vigile e attento della madre. I pochi mesi passati lontano da casa l’hanno convinta a non spostarsi mai più da Campi. Se Arturo sarà di nuovo trasferito, farà il pendolare.
Il 21 giugno, sempre a Lecce, Arturo è nominato sostituto procuratore del re. L’11 febbraio 1929, non appena viene istituita a Brindisi una nuova procura, gli viene proposto il trasferimento. Mio nonno accetta e, pur continuando a vivere a Campi, si reca ogni giorno a Brindisi, dove resta fino al 7 dicembre 1933, quando viene tramutato, su richiesta diretta del guardasigilli, alla regia procura di Roma.
Metto in fila gli elementi in mio possesso, e mi rendo conto che, a parte i decreti ufficiali pubblicati in «Gazzetta», non ho granché per ricostruire la vita di mio nonno tra il 1928 e il 1934. Niente foto, niente lettere, nessun ricordo di parenti o amici. Che poi magari lo scantinato delle cugine è pieno di roba, ma io devo aspettare le vacanze di Pasqua per potermi allontanare una decina di giorni da Parigi e adesso ho la sensazione di non poter più andare avanti nella scrittura.
Jacques sbuffa. Dice che sono sufficienti i decreti di nomina e promozione per avere la certezza che il nonno fece carriera durante gli anni più bui del fascismo, e che non ho bisogno di altro, almeno per il momento. Dice: «Basta che dai un’occhiata ai provvedimenti liberticidi di quegli anni, al Codice Rocco e alle varie epurazioni, per capire il clima che si respirava in Italia».
Ma io non sono soddisfatta, mi piacerebbe capire cosa fece esattamente mio nonno per essere insignito del titolo di cavaliere dell’Ordine della Corona nell’aprile del 1930, ed essere poi anche nominato, nel giugno del 1931, cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro. E poi che ci va a fare a Roma nel 1933? Perché il ministro della Giustizia lo chiama nella capitale? Quanto tempo ci resta? Dov’è quando, nel settembre del 1934, nasce sua figlia Rosaria? È tornato a Campi dalla moglie o è ancora a Roma?
«La magistratura era indipendente» dice papà quando gli telefono e provo a chiedergli se lui sia a conoscenza di cosa abbia fatto il nonno per essere promosso e del tipo di legami che aveva negli anni Trenta con il PNF. «La magistratura è sempre stata un ordine autonomo» insiste mio padre col tono di chi, queste cose, le sa bene. «Prima di diventare economista mi sono laureato in Giurisprudenza, Michela!»
Anche se l’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo e legislativo fu sancita solo nel 1948, con l’entrata in vigore della nuova Costituzione. Prima non era affatto così. Non lo era all’inizio del Novecento – tutti i magistrati erano sottoposti all’alta sorveglianza del ministero di Grazia e Giustizia. Non lo divenne, a maggior ragione, con l’avvento del fascismo. Anzi. Come ripeté più volte Alfredo Rocco – quello del famigerato Codice del 1931, quello dell’articolo sul “delitto d’onore”, tanto per dare un’idea a chi la storia se l’è dimenticata –, lo spirito del fascismo entrò nella magistratura più rapidamente che in ogni altra categoria di funzionari o professionisti.
«All’epoca i procuratori del re dipendevano direttamente dal ministro della Giustizia, altro che indipendenti, papà! Erano subordinati persino ai prefetti» ribatto. «E poi comunque, a partire dal 1932, l’iscrizione al PNF divenne obbligatoria per chiunque volesse entrare in magistratura, e solo chi poté dimostrare di essere stato un fedelissimo della prima ora poté far carriera.» Sono esasperata. «Di fatto, senza iscrizione, non c’era alcuna speranza di farsi promuovere.»
Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato. Dopo le leggi di epurazione dalla funzione pubblica di qualunque funzionario agisse in contrasto con le linee direttrici del governo, lo scioglimento dei partiti d’opposizione, il confino per gli antifascisti e la soppressione dei giornali non ligi al regime, fu istituito un tribunale speciale per la difesa dello Stato e vennero nominati nuovi prefetti. Per poter essere assunti, a partire dal 1928, ci si doveva obbligatoriamente iscrivere alle liste di collocamento del proprio territorio di residenza e, in ogni lista, la precedenza era data ai membri del PNF. Dal febbraio del 1929, i maestri di scuola, prima di prendere servizio, furono obbligati a giurare fedeltà a Mussolini. Dal 1930, rettori e presidi, per poter continuare a ricoprire i propri incarichi, dovevano essere iscritti al PNF da almeno cinque anni. Sempre nel 1930, in Alto Adige, venne avviata una campagna di italianizzazione, e poi imposta la traduzione in italiano di tutti i nomi di persone, entità e città. Nel 1931, anche i professori universitari furono obbligati a giurare fedeltà al Duce.
Non ho elementi specifici che riguardano mio nonno, ma Jacques ha ragione. Che bisogno ne ho? Basta mettere in fila, anno dopo anno, le tappe della carriera di Arturo e la fascistizzazione dell’Italia per capire che fu del tutto connivente col regime.
Spulciando sul web tra i numeri della «Gazzetta Ufficiale» e leggendo qualche articolo specialistico e qualche tesi di dottorato, trovo traccia di tutta una serie di encomi ricevuti in quegli anni da Arturo da parte del prefetto di Lecce, del procuratore di Brindisi, nonché da parte del procuratore generale di Bari. E il problema è proprio questo: mio nonno non fu solo un fascista della prima ora – cosa che al limite, nonostante tutto, posso spiegarmi dopo aver capito quello che visse durante la guerra, la delusione al momento del ritorno in patria, la paura del comunismo e la voglia di riscattarsi da un punto di vista economico e sociale –, fu anche un fascista convinto, caparbio e fedele.
E a me questa cosa fa impazzire.
È sempre nel 1931 che diventa segretario del PNF Achille Starace, il cognato del podestà di Campi Salentina. Annunciandolo, l’8 dicembre 1931, la «Gazzetta del Mezzogiorno» lo definisce un uomo “volitivo” e “tenace”, “saldo nei suoi principi” e “figlio di un’antica stirpe”. A lui ormai il compito di “andare verso il popolo”, “tenerlo lontano dall’infiacchimento”, “svegliarlo sempre più”.
Donna Maria e Giuseppe Guarino organizzano una grande festa. È l’Immacolata, e subito dopo la messa solenne a Santa Maria delle Grazie parenti e amici si ritrovano a casa del podestà. Anche Arturo e Rosetta sono invitati a festeggiare, ma mio nonno, il giorno successivo, ha un’importante udienza in tribunale a Brindisi e ha ancora molto lavoro da fare per terminare la requisitoria. “Impossibilitati a venire – ci uniamo alla gioia – vivissimi rallegramenti – fervida simpatia – Arturo e Rosetta.” Giuseppe legge il telegramma alla moglie che sorride orgogliosa: «Avremo modo di festeggiare con loro a Natale, lo so che con Arturo ti trovi bene, Pippi. Anche Achille lo stima; ne riconosce il rigore e l’ardimento».
Qui giace Starace vestito d’orbace – in pace rapace, in guerra fugace – a letto pugnace, requiescat in pace. Ce l’aveva insegnata papà questa filastrocca, che poi non è proprio una filastrocca, ma un’epigrafe che iniziò a circolare a Bologna subito dopo la caduta del fascismo. Nella versione di papà, per essere esatti, c’erano meno dettagli. Qui giace Starace, di niente capace, di tutto rapace, diceva, tralasciando sia le prestazioni sessuali del famigerato gerarca sia il “riposi in pace” in latino. Forse è così che gliel’aveva insegnata zio Enzo, quello che viveva a Bologna e che, a differenza del cognato, detestava il fascismo. Fatto sta che papà la recitava e scoppiava a ridere. Seguito a ruota da me e da mio fratello. «Un personaggio infimo, questo Starace» aggiungeva, di nuovo serio. «Un poveretto. Pensate che fu lui a decretare che gli uomini non dovessero più indossare il cappello a cilindro, e che solo il presepe fosse fascista, l’albero di Natale no, come pure il tè, fascistissimo, a differenza del caffè. Fu lui a generalizzare l’uso del “voi” al posto del “lei”. Starace è l’esempio stesso del provincialismo stupido e della volgarità dei fascisti. Il Ventennio fu terribile, bambini. Non dimenticatevelo mai!»
Ero fiera di papà. Ero fiera della sua storia. Anche quando ci raccontava che la sorella di Starace, donna Maria, gli aveva salvato la vita quando lui era in fasce – dopo il battesimo si era ammalato, bronchite e febbrone, e lei aveva regalato alla nonna le arance del suo giardino, grazie alle quali papà era riuscito a guarire –, non esitava mai ad aggiungere: «Questo, comunque, non c’entra nulla con l’orribile Starace».
Il fascismo era stato un incubo. Punto.