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S.M. il Re Imperatore si compiacque di nominare di Suo Moto Proprio con decreto in data Roma 9 dicembre 1937, Marzano cav. uff. dott. Arturo, procuratore del Re presso il Tribunale per Minorenni di Lecce, Commendatore dell’Ordine della Corona.

Mio nonno viene nominato commendatore alla fine del 1937. È il re a deciderlo. Motu proprio – anche se immagino che, in quegli anni, non si potesse fare nulla senza l’avallo, almeno implicito, del Duce.

È proprio in quei mesi che vengono emanati alcuni decreti in “difesa della razza”, in un primo momento per impedire i matrimoni misti in Etiopia. Il regime fascista diventa un regime razzista.

Jacques mi dice di stare attenta agli anacronismi. Dice: «All’epoca, in Italia, la questione della razza era marginale». Ma per me non lo è affatto. E che sia stato il re, motu proprio, a nominarlo commendatore non rappresenta alcuna attenuante per mio nonno, inutile anche solo provare a immaginarlo.

Se avesse protestato contro questi decreti, o avesse anche semplicemente manifestato il proprio disaccordo, non sarebbe mai stato nominato commendatore. Anzi. Molto probabilmente sarebbe stato sanzionato o rimosso dalla carica.

Quindi Arturo non protestò. Lasciò correre. E accettò vilmente l’idea che si dovesse difendere una razza discriminandone altre.

Fine della storia.

«Razza: questo è un sentimento, non una realtà» aveva detto Mussolini allo scrittore tedesco Emil Ludwig. Tra il 1929 e il 1932, il Duce e l’intellettuale di origine ebraica si erano più volte incontrati nella Sala del Mappamondo di Palazzo Venezia, avevano dialogato, si erano confrontati e talvolta anche scontrati sui temi del fascismo e del nazionalsocialismo che all’epoca, anche se non era ancora al potere, cominciava a imperversare in Germania. «Io non crederò che si possa provare che biologicamente una razza sia più o meno pura» aveva detto Mussolini a Ludwig. «L’orgoglio nazionale non ha bisogno di deliri di razza [...] Gli ebrei italiani si sono sempre comportati bene come cittadini, e come soldati si sono battuti coraggiosamente.»

I dialoghi tra Mussolini e Ludwig vennero pubblicati nel 1932 dalla casa editrice Hoepli. E circolarono subito in tutt’Italia; continuarono a girare anche quando, alcuni anni dopo, il Duce cercò di bloccarne la diffusione: nonostante le dichiarazioni di Mussolini, a partire dall’estate del 1938, anche l’Italia finì d’altronde col lanciarsi in un’assurda e violenta campagna antisemita.

È il 14 luglio 1938 quando, nell’edizione serale del «Giornale d’Italia», viene pubblicato il Manifesto della Razza – pare che Mussolini si sia più volte vantato di essere stato lui stesso a redigerlo! “Gli ebrei non appartengono alla razza italiana” si legge al punto 9. “Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.” Ripubblicato il 5 agosto, nel primo numero della «Difesa della razza» – una rivista voluta dal Duce in persona per divulgare i principi e la politica del razzismo fascista e diretta da Telesio Interlandi con l’aiuto di Giorgio Almirante –, il manifesto viene firmato da una decina di scienziati, e introdotto da una triste spiegazione: “È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico”.

Nel giro di pochi mesi, si moltiplicano decreti legge, norme e delibere attuative che, toccando ogni ambito della vita lavorativa e intima degli ebrei italiani, li emarginano e li discriminano. Viene indetto un censimento nazionale; sono revocate le concessioni di cittadinanza italiana che erano state rilasciate dopo il 1919; viene vietato “agli stranieri di razza ebraica di dimorare in Italia, in Libia e nei possedimenti dell’Egeo”. Gli ebrei sono esclusi dall’insegnamento, ed entra in vigore il divieto di matrimonio tra italiani e “non ariani”.

Perdono il lavoro 96 professori universitari, 200 liberi docenti, 279 presidi e professori di scuola media, 133 assistenti universitari, 100 maestri, 400 dipendenti pubblici e 150 militari. E 200 studenti universitari, 1000 delle scuole secondarie e 4400 delle elementari sono costretti a lasciare lo studio.

L’ingiustizia diventa diritto.

Avvocati, magistrati, pretori e giuristi di ogni ordine e grado lo sanno perfettamente. Ma nessuno si oppone, protesta, reagisce. Nemmeno quando, il 5 dicembre 1938, il ministro della Giustizia, Arrigo Solmi, bandisce un concorso per 214 posti di uditore giudiziario di tribunale, richiedendo ai candidati non solo un’attestazione che certifichi la propria iscrizione al PNF, ma pure una dichiarazione di “non appartenenza alla razza ebraica”. Nemmeno quando Solmi chiede un’analoga dichiarazione ai magistrati già in attività per verificare la “purezza razziale” dell’intero apparato giudiziario. Non c’è nessuno che reagisce neppure quando, sulla base delle informazioni raccolte, il guardasigilli dispensa dal servizio quattordici magistrati ebrei, e ne spinge altri quattro – Amilcare Brizzolari, Pietro Freri, Antonino Martorana e Giuseppe Pagano – a presentare autonoma domanda di collocamento a riposo.

Sui bollettini ufficiali del ministero di Grazia e Giustizia vengono via via annotati nomi, cognomi e titoli di ognuno dei magistrati dispensati dal servizio. Cerco online i bollettini. Li percorro velocemente. Trovo i quattordici magistrati, compilo una lista, la leggo e la rileggo per ore.

Cesare Costantini, pretore di Maida applicato al Tribunale di Milano

Mario di Nola, pretore di Milano

Mario Finzi, uditore giudiziario presso il Tribunale di Bologna

Ugo Foà, sostituto procuratore generale del Re presso la Corte di appello di Roma

Mario Levi, consigliere della Corte di appello di Torino

Davide Ugo Levi, sostituto procuratore generale del Re presso la Corte di appello di Milano

Fernando Minerbi, giudice del Tribunale di Genova

Umberto Muggia, giudice del Tribunale di Torino

Edoardo Modigliani, pretore di Roma

Sergio Piperno, sostituto procuratore del Re presso il Tribunale di Milano

Vittorio Salmoni, consigliere della Corte di appello di Ancona

Giuseppe Seczi, giudice del Tribunale di Trieste

Giorgio Vital, sostituto procuratore del Re presso il Tribunale di Genova

Mario Volterra, pretore aggiunto di Squillace

Mio nonno sa, e tace.

Qualunque magistrato ha accesso ai bollettini. Chiunque ricopra una carica importante è al corrente di ciò che accade. E, anche se nessuno dei magistrati collocati a riposo lavora nei tribunali di Lecce, Brindisi o Bari, mio nonno non può ignorare le epurazioni in corso.

Arturo sa. Tace.