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«Il diritto razzista». È il nome di una rivista politica e giuridica che, interamente consacrata alle tematiche razziali, inizia a essere pubblicata in Italia nel 1939.

La prima cosa che mi viene in mente, leggendo il titolo, è che “diritto razzista” sia un ossimoro. E quindi una contraddizione. Che senso ha chiamare in questo modo una rivista giuridica?

Ma purtroppo non è così. Cioè. Si tratta di un ossimoro alla luce del principio di uguaglianza che affonda le proprie radici nel costituzionalismo moderno, quando si ha in mente la Dichiarazione di indipendenza del 1776 o la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, quando si legge la nostra Costituzione all’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Ma al tempo del nazismo e del fascismo, non si trattava affatto di un ossimoro. All’epoca, il diritto fu l’emanazione oscena di un’altrettanto oscena ideologia. All’epoca, non era l’uguaglianza il principio cardine del diritto, ma la supremazia razziale.

Ho a lungo pensato che si dovesse togliere la parola “razza” dalla nostra Costituzione – anche semplicemente perché ognuno di noi condivide il 99,9 per cento del proprio DNA con chiunque altro. Poi, a forza di immergermi nel razzismo degli anni Trenta, ho cambiato idea. La razza non esiste, su questo non c’è ombra di dubbio; ma esistono i razzisti, sono sempre esistiti, ce ne sono tanti pure oggi: razzisti fanatici e ancora convinti che l’esistenza di “razze differenti” giustifichi discriminazioni e persecuzioni.

Il termine dev’essere mantenuto, anche solo per dare forza etica e giuridica alla condanna storica delle leggi razziali e della Shoah. Come aveva spiegato l’onorevole Laconi nel 1947 discutendo la formulazione dell’articolo 3 della Costituzione: “In questa parte dell’articolo, vi è un preciso riferimento a qualche cosa che è realmente accaduto in Italia, al fatto cioè che determinati principi razziali sono stati impiegati come strumento di politica ed hanno fornito un criterio di discriminazione degli italiani, in differenti categorie di reprobi e di eletti”.

Il primo numero del «Diritto razzista» – che a differenza del quindicinale «La difesa della razza» aveva la pretesa di essere una pubblicazione scientifica – apparve nel maggio del 1939, sotto forma di supplemento della rivista «La nobiltà della stirpe» diretta dallo squadrista Stefano Cutelli – non sono io ad aggiungere il termine “squadrista”, è lui stesso che si definisce tale e che, sulla copertina, fa stampare: “Dottrina, giurisprudenza, legislazione italiane e straniere sulla famiglia e sulla razza. Rassegna diretta dallo squadrista Stefano M. Cutelli, avvocato in Cassazione”. Segue la lista dei membri del comitato scientifico, e di cui cito i nomi non perché meritino una qualche considerazione – al contrario! – ma perché dovrebbero restare nei libri di scuola, accanto a quelli dei colleghi epurati, per non dimenticare cosa accadde e chi contribuì a farlo accadere: S. Romano, presidente del Consiglio di Stato; A. Giaquinto, avvocato generale dello Stato; P. Fedele, commissario del re imperatore presso la Consulta Araldica; R. Astuto, governatore di colonia; A. Azara, presidente di sezione della Cassazione; P. S. Leich, preside della facoltà di Giurisprudenza di Roma.

“Lo Stato fascista respinge, anche nei riguardi del fattore razza, il postulato democratico della spiccata uguaglianza di tutti i soggetti giuridici” si legge in uno dei testi pubblicati nel primo numero della rivista – l’autore è Michele La Torre, consigliere di Stato; avrei potuto scegliere un altro articolo o un altro autore, ma non è questo che conta, le parole e le frasi che si trovano nei testi sono simili, identici gli strafalcioni e la propaganda. “E non potrebbe essere diversamente” continua La Torre, “perché l’uguaglianza fra disuguali è ingiusta come la disuguaglianza fra coloro che si trovano in pari condizione.”

Ricopio la frase parola per parola. Faccio uno sforzo per cercare di darle un senso. Poi, lentamente, collego e interpreto. La Torre riprende in chiave fascista il vecchio principio aristotelico, “dare cose uguali a persone uguali e cose diverse a persone diverse”, che di per sé non è assurdo, anzi, è perfettamente valido quando si parla di giustizia distributiva – ossia della distribuzione di beni, servizi e risorse in base alla situazione economica e sociale nella quale ci si trova. Peccato che La Torre, come già un tempo Aristotele, applichi la disuguaglianza all’umano – ignorando (o dimenticando) che in termini di dignità, valore e diritti tutti gli esseri umani sono uguali e devono quindi essere trattati ugualmente. Peccato soprattutto che il dare cose uguali a persone uguali e cose diverse a persone diverse sia ancora oggi invocato come principio cui attenersi quando si parla di diritti civili, e che nel 2016, quando arrivò alla Camera il progetto di legge sulle unioni tra persone dello stesso sesso, fu proprio ad Aristotele che si richiamarono alcuni parlamentari.

«Perché le persone omosessuali dovrebbero avere gli stessi identici diritti delle persone eterosessuali, Marzano?» disse un collega subito dopo che avevo finito il mio intervento. «Sono o non sono diversi? Lo spieghi a quest’aula, lo spieghi ai cittadini che ci ascoltano in questo momento da casa! Perché se sono diversi dagli eterosessuali, non sono uguali, e se non sono uguali, perché dovrebbero anche loro potersi sposare?»

Corsi e ricorsi storici. Anche se questa volta la sterzata della storia è brusca, e l’onorevole Michela Marzano, nel 2016, pronuncia parole che l’onorevole Arturo Marzano, durante la II legislatura, avrebbe condannato e aborrito.

“Il nostro legislatore, per tutelare la razza ariana dei cittadini italiani, ha riconosciuto la differenza di sangue fra la razza ariana italiana e tutte le altre razze.” Vado avanti nella lettura del testo di La Torre. Ora, oltre che della razza, si parla anche del sangue: stessa razza, stesso sangue; razza diversa, diverso sangue.

Che esistano diversi tipi di sangue, lo sappiamo dall’inizio del Novecento, grazie all’austriaco Landsteiner che nel 1930, per questa sua scoperta, fu anche insignito del premio Nobel. Così come sono anni che conosciamo gli otto gruppi sanguigni: 0+, 0-, A+, A-, B+, B-, AB+, AB-. Ma sappiamo anche (o almeno dovremmo esserne a conoscenza) che non esiste alcuna corrispondenza tra gruppo sanguigno e colore della pelle, gruppo sanguigno ed etnia, gruppo sanguigno e orientamento sessuale. Il gruppo sanguigno è un marchio di individualità e similarità ben più significativo dell’etnia: un africano e un caucasico appartenenti al gruppo A, ad esempio, non solo sono “compatibili”, e quindi possono reciprocamente donarsi il sangue senza problemi, ma condividono anche molte più caratteristiche a livello di struttura immunologica e di attitudini di quanto non accada, ad esempio, a due africani se il primo è 0 mentre il secondo è AB. Papà e Arturo sono entrambi 0, io e mamma siamo invece B; cerco di capire quali siano le caratteristiche di questi due gruppi sanguigni, e leggo che le persone con sangue 0 hanno un sistema immunitario forte e reattivo, in grado di distruggere chiunque, amico o nemico: sorrido pensando a papà e alla sua capacità di distruzione, anche se non ho la minima idea se esista o meno una correlazione tra sistema immunitario e pulsioni psichiche; le persone che appartengono al gruppo B pare che esprimano invece la ricerca di un maggiore equilibrio tra richieste del sistema immunitario e ambiente: sorrido pensando alla mia totale incapacità di equilibrio; sorrido pensando a tutte le volte che papà inveiva contro Arturo assimilandolo a mamma; sorrido pensando a quando papà mi diceva: «Quanto ci somigliamo, io e te!».

“Non bastava più accrescere la popolazione italiana, in vista del principio che il numero è potenza; non bastavano più le provvidenze attuate dal Regime per il miglioramento fisico e sociale della popolazione, e sarebbero state inutili le cure assidue date ai giovani dall’Opera nazionale balilla prima, dalla Gioventù italiana del littorio poi, ove non fosse stato posto in opera ogni sforzo perché l’italica gente conservasse la propria purezza di fronte al contatto con altre razze inferiori, evitando incroci, imbastardimenti, contaminazioni di sangue.”

Rileggo questo passaggio dell’articolo di La Torre il giorno di Pasqua del 2020, quando ormai il termine “contaminazione” è entrato nel vocabolario corrente. Sono settimane che il mondo intero è paralizzato dalla pandemia, ed è il linguaggio stesso a essere mutato: lockdown, distanza di sicurezza, dolore, rabbia, impotenza; niente più strette di mano, niente abbracci, niente baci; mascherine e gel, Amuchina e alcol, videoconferenze e Skype.

Alla luce della pandemia, i deliri sulla superiorità di una razza sull’altra appaiono non più solo abominevoli, ma grotteschi. Anche se giunge notizia di anziani che non vengono nemmeno più ammessi nei reparti di terapia intensiva: non ci sono posti, bisogna fare una selezione. Il discrimine non è più il colore della pelle, l’etnia o la religione, ma l’età. Meglio? Peggio? Uguale? È il trionfo dell’utilitarismo, potrò dire ai miei studenti quando si tratterà di spiegare loro i principi dell’etica. Nessun bisogno, d’ora in avanti, di ricorrere a esperimenti mentali per far capire loro cos’è un dilemma morale: chi cercare di salvare e chi lasciar morire?

Per anni ho utilizzato un testo di John Harris per spiegare i paradossi dell’utilitarismo: The Survival Lottery. Il filosofo inglese parte da un dato di fatto: oggi esistono liste d’attesa lunghissime per ottenere un trapianto d’organo, migliaia di persone che aspettano il proprio turno per ottenere un cuore, un rene, un fegato, e che forse moriranno prima di essere operate: affinché un organo sia utilizzabile, dev’essere d’altronde espiantato quando il cuore batte ancora, e il donatore si trova in uno stato di morte cerebrale – cosa rara, anzi rarissima, possibile solo subito dopo un tragico incidente, quando ci si precipita a chiedere il consenso dei familiari per utilizzare gli organi di chi, già morto, ha ancora il cuore che pulsa. E quindi? Quindi Harris, in nome della massimizzazione del bene comune, propone di estrarre a sorte una persona e di prelevarne tutti gli organi in modo che, sacrificando un solo individuo, si salvino poi più esseri umani. In genere, i miei studenti restano basiti. «Com’è possibile, Madame?» mi chiedono attoniti, preoccupati. «È questa la filosofia morale? Non è giusto, professoressa!» Come reagiranno i miei studenti quando parlerò loro dei posti nei reparti di terapia intensiva durante la pandemia? Penseranno ancora che è ingiusto sacrificare le persone anziane per salvare i più giovani? E che il valore della vita umana è lo stesso, indipendentemente non solo dal colore della pelle, dal credo religioso, dalle competenze lavorative, dal sesso o dalla nazionalità, ma anche dall’età?

Il passato non passa mai.

È inutile illudersi che certe cose non succederanno più.

La storia ci sorprende e ci coglie impreparati.

Fino a quando non saremo capaci di rielaborarla profondamente, ci inghiottirà, ci spingerà a ripetere gli stessi errori, ci forzerà la mano e svelerà la nostra cattiveria.