Quando, il 10 giugno 1940, alle 18 in punto, Mussolini si affaccia dal balcone di Palazzo Venezia e, davanti alla piazza gremita di folla, annuncia che l’Italia ha dichiarato guerra alla Gran Bretagna e alla Francia, mio nonno è a Campi.
Non è andato in tribunale quel lunedì mattina, è rimasto a lavorare a casa; e adesso che ha finito e potrebbe unirsi al resto della famiglia, non se la sente né di ascoltare i brontolii della suocera né di giocare col piccolo Ferruccio. Ha tutt’altro per la testa: è preoccupato, è teso, teme il peggio. Sono giorni che si parla solo della guerra imminente, sembra inevitabile, le vittorie dei tedeschi sono schiaccianti, la Francia sta cedendo.
Arturo resta chiuso nel suo studio e manda via in malo modo anche la Lucia che, su insistenza della moglie, ha provato a proporgli una tazza di tè: non vuole essere disturbato da nessuno, quante altre volte deve ripeterlo? Si è seduto sulla poltrona rossa che è accanto alla scrivania, ha acceso la radio, ha regolato il volume. E, quando il Duce inizia a parlare, per alcuni istanti trattiene il respiro.
Ho trovato un video di quel pomeriggio, immagini dell’Istituto Luce che sono state riversate online e sono ormai accessibili a tutti. Il discorso dura solo pochi minuti. Lo guardo una prima volta. Poi lo guardo di nuovo soffermandomi non solo sulle parole pronunciate dal Duce, ma anche sulle piazze d’Italia in cui la gente si è radunata mentre la radio nazionale diffonde con gli altoparlanti la voce di Mussolini. Ogni tanto blocco il filmato e prendo appunti. Poi ricomincio ad ascoltare e a guardare.
«Duce! Duce! Duce! Duce!» La folla urla non appena Mussolini compare alla finestra di Palazzo Venezia e alza il braccio destro in segno di saluto. «Duce! Duce! Duce! Duce!» Le persone continuano a gridare, mentre Mussolini si appoggia alla balaustra, ascolta compiaciuto l’euforia popolare, alza di nuovo il braccio destro. «Duce! Duce! Duce! Duce!» Mussolini fa un cenno, e la folla si placa. Quindi inizia a parlare, le braccia appoggiate sui fianchi: «Combattenti di terra, di mare, dell’aria. Camicie nere della rivoluzione e delle legioni. Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania. Ascoltate!».
Lunga pausa. La gente grida di nuovo: «Duce! Duce! Duce! Duce!». Mussolini l’ignora e riprende la parola: «Un’ora, segnata dal destino, batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili».
Nel video, appaiono le piazze gremite di Firenze, di Forlì, di Napoli, di Bologna e di Bari, dove ciascuno ascolta il messaggio di Mussolini con lo stesso entusiasmo che si respira a Roma, in piazza Venezia.
«La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.»
Ogni parola è scandita, insistita, sottolineata; a tratti, Mussolini si interrompe, sa perfettamente come fare per controllare le reazioni popolari.
«La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: VINCERE!»
Pausa.
Per un lungo minuto la gente urla, batte le mani, plaude. Esaltata e irresponsabile, non si rende conto della tragedia che si annuncia.
«E vinceremo per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo. Popolo italiano! Corri alle armi (sì!!!) e dimostra la tua tenacia (sì!!!), il tuo coraggio, il tuo valore.»
Mussolini saluta e rientra; la folla, isterica, esplode di gioia.
Quale fu la reazione di mio nonno? Esplose anche lui di gioia? Oppure si rese conto della follia del momento e dell’inevitabile dramma?
Ovviamente, non lo saprò mai con certezza. Il tassello del puzzle di quel pomeriggio del 10 giugno 1940 mi manca. Ma ormai conosco a menadito la psicologia di mio nonno, ne indovino i gesti e le emozioni, e so che quello, per lui, non fu affatto un momento di gioia.
Da quando è scoppiata la guerra, Arturo ha seguito passo passo le vicende. Si è sentito sollevato quando Mussolini ha decretato la non belligeranza dell’Italia, si è trovato d’accordo con Vittorio Emanuele III quando, accennando alla “macchina militare ancora debolissima”, ha espresso dubbi sull’entrata in guerra.
Fino all’ultimo, mio nonno ha sperato che questa guerra non ci fosse. Poi, però, il Duce ha parlato; e lui, ancora una volta, si è piegato. “Ha ragione il Duce” si è detto. La Germania avrebbe vinto, non c’erano dubbi, era questione di mesi, settimane, forse giorni. E, alla Conferenza di pace, l’Italia sarebbe stata umiliata, esattamente come accadde nel 1919. Chi poteva dimenticare quello che era successo nel 1919? La malafede di Wilson, l’incapacità di Orlando, la vittoria mutilata. Questa volta la vittoria non sarebbe stata mutilata, Mussolini aveva ragione, non si poteva fare diversamente, l’Italia doveva per forza entrare in guerra anche lei.
Nessuna gioia. Ma nemmeno alcuna recriminazione. Credere, obbedire, combattere. Il motto era entrato a far parte della natura di mio nonno. Anzi, era la sua stessa natura. Aveva sempre creduto nel Duce. Aveva sempre obbedito.
Qualche giorno dopo, Arturo riceve l’ordine di recarsi a Bologna in qualità di sostituto avvocato militare. Senza proferir verbo, si mette in viaggio. Giunto a Bologna scrive a Rosa per tranquillizzarla: “Il viaggio è andato bene, Bologna è bellissima, ho preso un caffè con Enzo, mi sono presentato al Comando del 6DEGREE_SYMBOL corpo d’armata e ho conosciuto il maggiore con cui dovrò lavorare, la sera mi sono ritirato presto in albergo e mi sono addormentato quasi subito. Tu però, Rosetta mia, promettimi di non preoccuparti troppo. È la guerra, che ci si può fare?”.
Rosetta gli risponde subito: “Hai lasciato un grande vuoto, ci sentiamo soli e sconfortati, chissà per quanto tempo sarai lontano! Ferruccio poi è inconsolabile, chiede sempre del suo papà, e quando lo metto a letto e gli dico di mandarti un bacio, lui inizia a piangere e non la smette più”.
Arturo scrive a Rosa ogni giorno, raccontandole la quotidianità e la noia; il 6° corpo d’armata non è stato ancora mobilitato e di lavoro ce n’è poco, speriamo di non essere inviati in Inghilterra: “E Ferruccio e Rosaria che fanno? Di’ loro che un uccellino mi ha detto che son cattivelli e che se continueranno a esserlo, non gli porterò nulla tornando a casa; di’ loro che il papà ogni mattina e ogni sera li benedice e li bacia, e che è lontano per il supremo ideale della patria nostra, specialmente a Ferruccetto, il mio piccolo adorato, inculcagli sin da ora il sublime amor di patria!”.
Ogni giorno, la moglie gli risponde alternando le raccomandazioni alle lamentele: “Non cambiare troppo le tue abitudini di vita, fai attenzione a non mangiar molto, soprattutto la sera, ché non sei abituato; non coricarti tardi; non fumare, non farmi stare in pensiero, ché poi mi viene l’emicrania”.