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«Farò, farai, faremo.»

Mio padre rispondeva sempre così quando chiedeva a mio fratello o a me di fare qualcosa che non avevamo voglia di fare, e noi gli rispondevamo: «Domani, papà!». «Farò, farai, faremo» diceva allora lui. Subito prima di tirar fuori l’altra tiritera, questa volta direttamente in dialetto salentino: «Quiddu c’à fare crai, fallu osce», “fai oggi quello che devi fare domani”. Anticipare. Organizzare. Prevedere. Una sorta di principio di antiprocrastinazione. Che si può poi declinare in vario modo: ogni lasciata è persa; chi ha tempo non aspetti tempo; chi non risica non rosica. Sempre e comunque quest’idea di tentare, iniziare, scommettere, darsi una mossa. Tanto non è vero che prima o poi ci sarà più tempo, che le cose si aggiusteranno, che sarà più semplice o meno doloroso. Il tempo passa inesorabile, e chi non agisce è perso. Chi tergiversa è un fallito. Chi aspetta perde ogni opportunità.

Sono cresciuta con questa spada di Damocle sul collo. Prendendo alla lettera quello che diceva mio padre e sentendomi in colpa ogni volta che tergiversavo, sebbene poi lui non si sottomettesse affatto a questo principio. Anzi. Dacché ne ho memoria, non ha fatto altro che rimandare.

Proprio come fa adesso Jacques. Se penso alle frasi o alle parole che tornano più di frequente nei suoi discorsi mi devo arrendere all’evidenza: mio marito reagisce esattamente come mio padre. Glielo dico. Lui si mette a ridere. Allora cerco il modo di provarglielo. Per un paio di giorni registro le sue risposte ogniqualvolta gli chiedo se abbia messo a posto i documenti, salvato i file del suo Mac su un disco rigido esterno, messo nella cesta dei panni sporchi mutande e calzini, risposto alla mail dell’amministratore del condominio, trovato una soluzione per quella mia amica che gli chiedeva un consiglio per lo stage a Parigi della figlia. Non c’è nemmeno bisogno di utilizzare un programma di analisi lessicale per avere i risultati. Ogniqualvolta gli ho posto una domanda, Jacques ha risposto: “poi”, “domani”, “c’è tempo”. Oppure, ancora peggio: j’allais le faire, “stavo per farlo”, che è una frase che ormai odio, mi basta sentire j’allais per innervosirmi, con Jacques che spalanca sorpreso gli occhi e dice: «Calme-toi!». Oppure: «Ne pars pas tout de suite en vrille!», “non perdere il controllo”.

E invece non mi calmo, non mi calmo per niente, anzi, più mi dice di calmarmi più mi altero, quando cazzo te ne occupi, Jacques? Quand’è che la smetti di pensare che il tempo sia infinito e che ci sarà sempre, prima o poi, la possibilità di mettere una pezza, trovare una soluzione, fare retromarcia? Anche perché alla fine sono io che devo fare al posto suo. Che cosa crede? Pensa davvero che io mi diverta a passare i pomeriggi a pianificare le cose?

Non mi diverto affatto. Anzi. Vivo le scadenze con angoscia e la maggior parte delle volte le anticipo. Sono talmente terrorizzata dalla procrastinazione di mio padre che ho interiorizzato il suo principio: “Fai oggi quello che devi fare domani”. L’ho persino radicalizzato, partendo dal presupposto che ciò che non si fa subito, non si fa mai. Subito/mai: due facce della stessa medaglia; l’alternativa secca che mi imprigiona da sempre, nonostante gli sforzi per uscire dai dualismi.

Tutto/niente, bianco/nero, giusto/sbagliato, buono/cattivo. In fondo, nonostante i miei vent’anni di analisi, continuo a funzionare come un computer: 0/1. Sono clivée.

Clivage. Letteralmente “scissione”, “separazione”. Freud parlava di Spaltung per designare i processi di separazione nel funzionamento psichico conseguenti a un trauma. Quale sia esattamente ’sto benedetto trauma che mi porto dentro non lo so, molto probabilmente non lo saprò mai, e forse importa anche poco capire quale sia l’origine esatta di tutto, il problema non è quel momento preciso – quel fatto, quella parola, quel gesto, quella violenza. Il problema è la ripetizione costante, continua, perenne del “sono trasparente”. Con quella lacerazione profonda dell’io che mi porto dentro sin da bambina. Accompagnata da instabilità e impulsività – “Lei è agitata perché non ha niente da fare o è agitata per natura?”.

Buchi relazionali e figura genitoriale ambivalente, dicono gli psicanalisti: un padre o una madre che a volte ci sono, altre volte no; a volte rispondono in sintonia, altre volte no. Dall’idealizzazione al disprezzo, dall’amore all’odio: all’improvviso è solo tutto nero, e io ci cado dentro. Ma come si fa a non scivolare quando ci si è sistematicamente trovati di fronte a un double bind: fai quello che dico, non fare ciò che faccio? Con la mania che non si poteva mai rimandare a domani quello che si poteva fare oggi, io vivo anticipando sempre tutto, circondata da uomini che non fanno altro che rimandare, buttandomi addosso la propria angoscia o la propria vergogna. Che poi, in fondo, è lo stesso.

«Quanto mi piacerebbe andare all’opera. Assistere anche solo una volta alla rappresentazione di Rigoletto alle Terme di Caracalla.» Mio padre l’ha detto per anni – entrava in camera mia e cantava: Cortigiani, vil razza dannata, per qual prezzo vendeste il mio bene? Mi fissava e mi si stringeva il cuore pensando al povero Rigoletto di fronte ai cortigiani. A voi nulla per l’oro sconviene, ma mia figlia è impagabil tesor. Papà mi si avvicinava e mi faceva una carezza.

L’ha ripetuto per anni, senza mai farlo. Che poi non si capisce bene il perché, francamente non è difficile, sarebbe bastato organizzarsi. Alla fine, è stato mio fratello a regalargli un biglietto per andare a vedere Rigoletto. E non sono nemmeno certa che papà sia stato davvero felice. Ma forse il problema era proprio la felicità, ancor più che la procrastinazione.

«Quanto mi piacerebbe vedere il Partenone» diceva papà immaginando di fare un viaggio in Grecia, «prima o poi ci andrò» diceva sempre, «è il mio sogno.»

Alla fine è stato ancora una volta Arturo a regalare a mamma e papà un viaggio ad Atene. Ma una volta lì, mamma a vedere il Partenone ci è andata da sola: per papà faceva troppo caldo e la strada era troppo ripida; gli era venuto il mal di testa...

Voglio, ma non posso.

E, quando posso, non voglio più.

Basta essere scontenti.

D’altra parte, la joie de vivre era una colpa. Non era quello che mio padre rinfacciava sempre a mia madre e a mio fratello?

“Di ciò che fu, capiamo solo ciò che ci concerne direttamente” scrive Anne Weber parlando di suo nonno. “Lo capiamo solo perché fa parte del nostro stesso cammino; il passato non è mai concluso, ma sempre in divenire; è un futuro che si crea e che cambia in base al nostro presente.”