L’Italia è spaccata in due. La guerra continua a insanguinare il Nord del Paese. Il governo imputa al regime di aver cancellato le libertà costituzionali e tradito le sorti della patria conducendola alla catastrofe. Ma per avere un primo testo coerente sulle sanzioni contro il fascismo bisogna aspettare il regio decreto del 27 luglio 1944.
Vado a leggere il provvedimento. Mi concentro sulla parte dedicata all’amministrazione. L’articolo 12 riguarda la sospensione dal servizio di chiunque si fosse mostrato indegno di servire lo Stato; l’articolo 14 prevede l’epurazione di tutti coloro che avessero rivestito la carica di “squadrista”, “antemarcia”, “marcia su Roma” o “sciarpa littorio”.
Mio nonno rientra a più titoli nella categoria delle persone da sospendere. Ma allora anche lui venne epurato? È questo che successe?
Poi, consultando una serie di articoli sulla defascistizzazione dell’Italia, mi rendo conto che le cose, all’epoca, furono molto meno logiche e assai più complesse. Soprattutto nella magistratura, all’interno della quale prevalse da subito un’estrema prudenza. Tanto più che i magistrati vissero l’assurdo paradosso di dover giudicare non solo gli altri, ma anche se stessi: epurabili, epurandi, epuratori ed epurati, tutto al tempo stesso. E che i criteri sulla base dei quali sanzionare o assolvere se stessi e i colleghi non furono mai del tutto chiari o trasparenti. Quali potevano essere i capi esatti di imputazione? L’iscrizione al Partito fascista? La modalità di applicazione delle leggi? L’appartenenza a organi particolarmente delicati come il tribunale della razza?
Alla fine il criterio scelto fu quello della militanza fascista. Giudicare colpevole, e quindi poi punire, un magistrato che avesse semplicemente applicato la legge – pensavano in molti – avrebbe significato sanzionare chiunque avesse svolto correttamente il proprio lavoro. Ma, se si escludevano le requisitorie o le sentenze, in base a quali elementi si poteva valutare la militanza politica di un magistrato?
“Colpisce nelle carte dell’epurazione il fatto che i comportamenti sanzionati fossero, soprattutto, gli scritti dei magistrati (gli articoli nelle riviste fasciste o giuridiche o quelli che riproducevano i loro discorsi), piuttosto che non le loro sentenze o gli atti che essi avevano eventualmente redatto in specifici processi” scrive Antonella Meniconi. Ma non c’è forse una continuità tra quello che si scrive in un articolo e le motivazioni che si utilizzano per giustificare una sentenza o redigere una requisitoria?
Una delle prime cose che insegno ai miei studenti è la differenza che esiste tra le norme giuridiche e le norme morali. «Se non si separa il diritto dall’etica, come si fa a valutare la moralità di una norma? Vi viene in mente un esempio?» chiedo quando vedo il loro sguardo vagare nel vuoto. «Fate uno sforzo, su!» Ma è solo quando parlo della pena di morte che gli occhi dei miei studenti si riaccendono. «Sapete quando venne eliminata in Francia? Sapete che fu solo nel 1981, dopo l’elezione di François Mitterrand? Sapete che Mitterrand decise di cancellarla nonostante la stragrande maggioranza dei francesi si opponesse? Sapete che lo fece perché considerò la norma contraria alla dignità umana, e quindi immorale?»
Quando si tratta di proseguire il ragionamento sul rapporto tra il diritto e la morale, affronto sempre la questione delle leggi razziali. Chiedo: «Pensate che siano norme accettabili da un punto di vista etico?».
I miei studenti non sembrano aver dubbi: «No, no, professoressa!». «E quindi?» domandano subito dopo.
«Quindi ci sono dei casi in cui disobbedire è un dovere morale. Pensate alla figura di Antigone. Chi di voi ha letto la tragedia di Sofocle?»
Ormai, in Francia, quasi nessun ragazzo conosce Sofocle; pochi sanno chi sia Antigone; e anche quei pochi cui il nome di Antigone evoca qualcosa non ricordano poi bene perché questa donna si sia opposta al sovrano e abbia disobbedito ai suoi ordini.
«“Non credevo che i tuoi editti avessero tanto potere da permettere a un mortale di trasgredire le leggi non scritte, incrollabili, degli dei.”» Leggo un estratto della tragedia, mi fermo alcuni istanti per vedere se mi stiano o meno ascoltando, riprendo la lettura: «“Esse non vivono da oggi o da ieri, ma da sempre, e nessuno sa da quando apparvero.” È per questo motivo che Antigone, nonostante il divieto di Creonte, decide di seppellire il fratello Polinice. E che poi il re, per punirla, la condanna a morte murandola viva».
Non vola una mosca. Gli studenti sono in genere attentissimi. Prima che uno di loro alzi la mano – ce n’è sempre uno che reagisce – «Scusi, professoressa, ma non siamo mica tutti eroi!».
Penso a quando il procuratore generale Hausner, durante il processo a Gerusalemme, chiese a Eichmann: «Questi ebrei erano destinati ai campi di sterminio? Sì o no?» e lui si limitò a rispondere: «Non lo nego. Non l’ho mai negato. Ricevevo degli ordini e dovevo eseguirli in virtù del mio giuramento. Non potevo sottrarmi e non ho mai provato a farlo. Ma non ho mai agito secondo la mia volontà». Penso a quando Hausner gli domandò: «Questo vuol dire che lei era totalmente passivo?» ed Eichmann: «Passivo, non direi proprio. Facevo ciò che ho appena detto, obbedendo ed eseguendo gli ordini che ricevevo. Io non ero un imbecille, ma ricevevo ordini».
Ma eseguire gli ordini può essere una difesa? E se gli ordini sono ingiusti?
Penso al saggio che Hannah Arendt ha dedicato al processo, spiegando che la figura di Eichmann permette di capire come chiunque, quando smette di pensare con la propria testa, obbedisce acriticamente agli ordini ricevuti e non fa più lo sforzo di percepire e sentire la presenza altrui, può banalmente commettere il male. “Quanto più lo si ascoltava, tanto più era evidente che la sua incapacità di esprimersi era strettamente legata a un’incapacità di pensare, cioè di pensare dal punto di vista di qualcun altro” scrive Arendt. “Comunicare con lui era impossibile, non perché mentiva ma perché le parole e la presenza degli altri, e quindi la realtà in quanto tale, non lo toccavano [...] Così stavano le cose, questa era la nuova regola e, qualunque cosa facesse, a suo avviso la faceva come cittadino ligio alla legge.” Poi penso che, per non essere più toccati dalla presenza altrui, deve essere successo qualcosa. Mica capita a chiunque di restare impassibile di fronte al dolore, no? Eichmann, durante il processo, non ebbe mai nemmeno un attimo di emozione, mai nemmeno un istante di compassione. Alla sbarra i sopravvissuti raccontavano l’orrore dei campi, e lui li fissava, immobile, come se stesse ascoltando il resoconto di un evento qualsiasi. È davvero qualcosa che può accadere a chiunque?
Ma a che mi serve pensare a Eichmann, ad Arendt, e a tutto quello che insegno da anni, adesso che ripercorro la storia delle epurazioni nella magistratura italiana? Dove voglio arrivare? Concludere che l’unico atteggiamento morale, per un magistrato che visse durante il fascismo, sarebbe stato dimettersi dalle proprie funzioni? E che quindi, una volta caduto il fascismo, si sarebbero dovuti sanzionare ed espellere tutti coloro che, in quanto magistrati, non fecero altro che applicare le leggi?
Penso tutte queste cose assieme, e perdo il filo. Non so più esattamente a cosa dare la priorità. Continuo a essere convinta che la disobbedienza a un’autorità ingiusta sia non solo un diritto, ma anche un dovere; e che certi ordini, quindi, non si debbano mai rispettare. Continuo a pensare che quanto scrisse san Tommaso a proposito delle leggi ingiuste – lex iniusta non est lex – resti tutt’oggi la migliore giustificazione della disobbedienza civile. Continuano a tornarmi in mente le parole scritte da Dietrich Bonhoeffer in una lettera del 1944 in cui il teologo tedesco, che fu uno dei protagonisti della resistenza al nazismo, si domandava dove fosse il confine tra la “necessaria resistenza”, epicamente incarnata da don Chisciotte, e l’altrettanto necessaria “resa al destino”, incarnata invece da Sancho Panza. Poi però mi chiedo: come poteva un magistrato regio opporsi a un regime appoggiato dal re cui aveva giurato fedeltà?