Emilio Lussu aveva già capito tutto, mi dico rileggendo alcune pagine della Marcia su Roma e dintorni: il vero problema, in Italia, è l’assenza di coerenza. Dire una cosa e fare il contrario. Oppure dire due cose opposte nel giro di pochi giorni. Tanto chi si ricorda oggi di ciò che si era dichiarato ieri? Assenza di memoria. Ma anche mancanza di coraggio. Forse è per questo che, in Italia, i conti con la storia non si riescono mai a fare.
“E la coerenza?” scrive Lussu quando scopre che Pietro Lissia, nel novembre del 1922, è entrato a far parte del governo Mussolini come sottosegretario alle Finanze. Non era stato proprio Lissia, dopo la marcia su Roma, a parlargli della necessità di battersi fino all’ultima goccia di sangue per la libertà del Paese?
“La coerenza? La realtà, la realtà è sempre coerente” gli risponde Lissia messo alle strette. “Prima di accettare un posto al ministero, io ho sofferto. Ti assicuro che io ho avuto momenti di vita interiore veramente drammatici [...] Infine mi sono chiesto: come potrò essere io più utile al mio paese? da oppositore o da fascista? E, senza egoismi, ho deciso [...] La politica non è un’astrazione: la politica è un’arte.”
Coerenza, dunque. Anche se il limite tra la coerenza e la rigidità è tenue. E c’è sempre il rischio di impantanarsi, di non essere capaci di rimettersi in discussione, di non ascoltare e cancellare l’alterità. E poi non è cambiando idea che, talvolta, si resta coerenti con se stessi? Ma che cos’è allora la coerenza?
Quando nel maggio del 2016 decisi di lasciare il PD, eravamo in pieno “renzismo”, e chiunque non si allineasse alle posizioni politiche dell’allora segretario del partito e presidente del Consiglio veniva tacciato di disfattismo, oscurantismo, incapacità di rendersi conto che i tempi erano ormai evoluti: parlare di giustizia sociale, uguaglianza di diritti e altre cose di sinistra significava solo essere “impolverati”, “gufi”, “antiquati”.
Erano mesi che votavo in dissenso, mesi che proponevo emendamenti che venivano sistematicamente rigettati, mesi che di notte non dormivo domandandomi cosa fosse giusto che facessi. Quando mi era stato chiesto di accettare la candidatura nelle file del PD, erano altri i dirigenti, altri i valori e le battaglie. Lo sapevano tutti come la pensassi sulle unioni civili e sui diritti dei bambini nelle famiglie arcobaleno. Come potevo restare all’interno di un partito che, a forza di cercare la quadra, aveva finito con il rimangiarsi la parola data? Lungi da me, ovviamente, voler paragonare la situazione descritta da Lussu a quella in cui si trova oggi chi dissente dalle posizioni ufficiali di un partito, siamo in democrazia, non certo in piena guerra civile, né tanto meno sotto la spada di Damocle del totalitarismo fascista. Ma la coerenza o la fedeltà ai propri valori si valutano sempre, esattamente come la capacità di dire di “no” quando la misura è colma. Ecco perché, il giorno stesso in cui la legge sulle unioni civili venne approvata, decisi di lasciare il PD. Ripensando alle promesse che avevo fatto agli elettori non volevo essere sopraffatta dalla vergogna, nonostante la difficoltà della scelta, e il dolore dello strappo.
Il giorno dopo, Serra mi dedicò un’Amaca: “L’uscita dal PD di Michela Marzano dopo l’approvazione della legge Cirinnà (da lei giudicata importantissima, ma incompleta e compromissoria) è un gesto serio e meditato [...] Spiega infatti che non può non essere coerente con se stessa – è docente di Filosofia morale e sa quello che dice. Ma in un ipotetico dibattito le chiederei se il fine dell’attività politica è essere coerenti con se stessi; o se la natura stessa della politica, che è attività collettiva per eccellenza non prevede deroghe, anche molto faticose e persino dolorose, alla coerenza con se stessi; anche perché la politica non ha come parametro il sé, ma quel guazzabuglio che è la società”.
Lessi più volte quest’Amaca, incerta sul da farsi e combattuta tra la voglia di lasciar perdere e il bisogno di far chiarezza. Poi decisi di rispondergli sul mio profilo Facebook: “Caro Serra, hai ragione: ho parlato di coerenza per spiegare la mia uscita dal PD dopo l’approvazione della legge sulle unioni civili – che continuo a reputare importante e necessaria, ma non sufficiente e, sul capitolo dei bambini che continuano a essere penalizzati in ragione dell’orientamento sessuale dei genitori, proprio brutta. La coerenza cui però ho fatto riferimento, non è tanto o solo con me stessa. I am not that special, mi disse un giorno un amico, e credo che sia vero per chiunque di noi. La coerenza che mi interessa è quella con gli ideali etici e morali che giustificano – o dovrebbero giustificare – l’impegno in politica. E quindi soprattutto la coerenza con l’uguaglianza di tutte e di tutti. Un’uguaglianza che resta, almeno per me, la stella polare della sinistra. La politica, scrivi giustamente, non ha come parametro il sé, ma la società. Ma è proprio la società che avevo in mente quando ho parlato di coerenza. Il mio gesto, in fondo, è solo questo: una testimonianza del fatto che si può, e talvolta si deve, non seguire il mondo come va. Credo che l’integrità e la coerenza siano valori che la politica, se vuole veramente recuperare la fiducia dei cittadini, dovrebbe cercare di rivalutare”.
Avevo dimenticato l’episodio. Ma rileggendo Lussu mi torna in mente. Proprio come riaffiora il ricordo di tutte le volte in cui, mentre ero in Parlamento, ho assistito al cambio repentino di convinzioni e credenze. Ho visto deputati rimangiarsi nel giro di pochi giorni quello che avevano dichiarato voler difendere “costi quel che costi”. Ho visto ritirare emendamenti dopo essere stati presentati come “irrinunciabili” solo perché “lo chiede il partito”. Ho visto persone passare dalla fiducia totale al capo n. 1 alla fiducia totale al capo n. 2, dopo che il n. 2 aveva assassinato politicamente il n. 1. Per non parlare poi del voltafaccia di quegli editorialisti che, nel giro di poche settimane, sono stati capaci di scrivere tutto e il contrario di tutto, cambiando anche loro casacca.
Voltagabbana. Letteralmente: chi cambia opinioni e idee secondo le convenienze. In politica: trasformista. Per me: traditore.
Cioè? si starà chiedendo qualcuno. Non stai esagerando? Non voler mai cambiare opinione è sinonimo di rigidità, in fondo anche di stupidità, non credi? Dubbio e incertezza non sono forse alla base del pensiero critico? Che c’entra ora il tradimento?
Ma il problema non è cambiare idee o opinioni. Il problema è farlo secondo le convenienze; la parola chiave è “convenienza”, è lì che si insinua il tradimento dei voltagabbana, in quel badare solo all’insopportabile tornaconto personale.
Anche a me accade spesso di cambiare idea. Ho una certa opinione su qualcosa e poi, ascoltando chi magari ne sa più di me su un determinato argomento, mi ravvedo. Ma non è questo che fanno i voltagabbana. Il loro cambiamento non è il risultato dell’ascolto, della capacità di rimettersi in discussione, di accettare di aver avuto torto, di chiedere eventualmente scusa – I see your point, dicono gli inglesi. Je vois ce que tu veux dire, dicono i francesi. Capisco quello che intendi, diciamo noi italiani. Anche se l’immagine del “vedere” è molto più bella, perché quando ci si confronta con l’alterità è difficile capire, capire davvero intendo, e limitarsi al “vedere” è più realistico, più vero. Per i voltagabbana, il problema dell’alterità non si pone nemmeno. Si cambia idea perché conviene. E la persona cui conviene non è mai l’altro, è sempre se stesso. È utile per me. È nel mio interesse. Il punto non è quindi il cambiamento, ma la negazione sistematica di ciò in cui si crede e di ciò che si è.
Quando lasciai il PD, mio padre, per qualche giorno, non mi rivolse la parola. E, quando provai a capire il perché, mi rispose che se si è in un gruppo ci si adegua.
«Scusa, papà, ma in che senso? Allora tutti i discorsi che ci hai sempre fatto sull’importanza di essere fedeli a se stessi e ai propri valori?»
«Ma il PD è l’unico gruppo che difende i tuoi valori! E poi, nel corso della vita, ci sono momenti in cui si deve salvare il salvabile!»
Questa cosa di “salvare il salvabile” me l’ero dimenticata. Anche se papà la ripeteva sempre. E io da piccola mi arrabbiavo, perché che vuol dire “salvare il salvabile”? Che ci sono momenti in cui ci si può tirare indietro? Ci sono situazioni in cui, in nome della mediazione, si deve cedere?
Ancora una volta, con mio padre, i conti non tornano. Esattamente come non torna la storia del gruppo. Chi decide qual è il gruppo? Chi, all’interno di un gruppo, decide?
La scena è più o meno la seguente: papà sta camminando veloce e, rendendosi conto che mamma, mio fratello e io siamo rimasti indietro, ci rimprovera dicendo che quando ci si muove in gruppo si deve restare nel gruppo; ci dice: «Datevi una mossa»; dice: «Non voglio sentire storie». Mamma e io acceleriamo senza fiatare. Mio fratello invece non si muove. Mio padre urla: «Arturo, vale anche per te». Mio fratello ribatte: «Scusa, ma chi decide dov’è il gruppo se tre persone su quattro stanno insieme?». E lì mio padre non ci vede più dalla rabbia: «Il gruppo sono io!».