Il 22 giugno 1946, pochi giorni dopo la nascita della Repubblica, il Consiglio dei ministri approva all’unanimità il decreto Togliatti. Controfirmato da Alcide De Gasperi, il provvedimento è una sorta di “amnistia bipartisan” rivolta sia ai partigiani sia ai fascisti. «Da un lato bisognava far capire a determinate masse di ex fascisti che non vogliamo mantenerli al bando» spiegò ai suoi il segretario del Partito comunista qualche mese più tardi. «Dall’altro lato [bisognava] far capire alle masse piccolo e medio borghesi che siamo un partito ragionevole che è capace in momenti determinati di dire una parola pacificatrice.»
L’intento strategico dell’amnistia Togliatti è chiaro: pacificare l’Italia e rasserenare gli spiriti dopo anni di guerra civile che avevano dilaniato il Paese. Cosa ragionevole, se non si fosse poi anche voluto passare un colpo di spugna. Visto che i primi a beneficiare dell’amnistia, come ha recentemente mostrato lo storico Mimmo Franzinelli, furono proprio i gerarchi fascisti di più alto grado, tutti coloro che avevano a disposizione ingenti somme per pagare i migliori avvocati e oliare i meccanismi della macchina giudiziaria: chi aveva comandato i plotoni di esecuzione di Salò venne assolto dall’accusa di omicidio perché non era stato lui ad aver imbracciato il fucile; chi aveva promosso o partecipato allo stupro di gruppo delle staffette partigiane venne ritenuto colpevole solo di “offesa al pudore”.
Rileggendo i documenti, mi chiedo che cosa ne abbia pensato dell’epoca Olga, la nostra vicina di casa. Era la migliore amica di mia madre, l’unica che l’aveva davvero accolta a braccia aperte quando mamma, nel 1968, era venuta a vivere a Roma seguendo mio padre. Da ragazza, Olga era stata una staffetta. Sposata con Luciano Romagnoli – partigiano, sindacalista, deputato comunista nella III e nella IV legislatura, morto precocemente, a soli quarantadue anni, nel 1966 –, Olga abitava sul nostro stesso pianerottolo, ed era per me come una zia. Io l’adoravo, le volevo molto più bene di quanto ne volessi alla sorella di mio padre. Zia Olga era la zia del cuore. È lei che, nel 1978, convinse mamma a votare “no” al referendum abrogativo sull’aborto, spiegandole il valore dell’uguaglianza e raccontandole come prima della legge 194 fossero migliaia le donne che morivano sotto i ferri delle mammane – me le ricordo ancora le parole di mamma, quando tornai a casa dopo il lavaggio del cervello che mi avevano fatto a scuola le suore: i vostri genitori devono votare “sì”, basta con questi omicidi legittimati dallo Stato! E lei mi spiegò che avrebbe invece votato “no”, era una questione di giustizia.
Zia Olga mi ha fatto sempre sentire dalla parte buona della storia. Ma leggendo i documenti dell’epoca sull’amnistia Togliatti rimetto in discussione pure questa certezza. Chi è dalla parte buona della storia, se anche il segretario del Partito comunista contribuì nell’immediato dopoguerra a passare un colpo di spugna sugli orrori del fascismo? Cosa pensò in quegli anni Olga dell’amnistia? E suo marito, che era stato partigiano?
Salto di palo in frasca. Lo so. Come in un flusso di coscienza, procedendo per associazioni di idee più che per ragionamenti, ma non è questo l’unico modo per trovare il bandolo della matassa?
Salto di palo in frasca, ma l’obiettivo non lo perdo di vista: so bene che dietro questo vai-e-vieni c’è sempre mio nonno; non dimentico che il cuore di tutto è lui, la sua epurazione alla fine del 1944 e il suo rientro in magistratura all’inizio del 1949, tutto di seguito come se nulla fosse, nonostante i cinque anni di sospensione. Anche se poi non fu Togliatti, nel 1946, a fargli recuperare il posto di procuratore. Il provvedimento di cui beneficiò Arturo fu un decreto successivo, quello del 7 febbraio 1948: Norme per l’estinzione dei giudizi di epurazione e per la revisione dei provvedimenti adottati, che si iscrive in continuità con l’amnistia Togliatti e mette definitivamente un termine alla defascistizzazione dell’Italia. Sulla base dell’articolo 2 del decreto, che prevedeva che i dipendenti della pubblica amministrazione dispensati dal servizio potessero chiedere la revoca del provvedimento, mio nonno fu riammesso in servizio nel febbraio del 1949, e destinato prima alla procura di Taranto, poi a Lecce, poi di nuovo a Taranto, alla Corte d’Appello.
C’è chi spiega che, in un clima di contrapposizione montante a causa della Guerra Fredda, la defascistizzazione non poteva che essere derubricata dall’agenda politica. C’è chi insiste che si trattava di un tema secondario e imbarazzante. C’è chi, ancora oggi, giustifica la necessità di aver passato la spugna: quando si ha a cuore il futuro di un Paese, si cerca di andare avanti e di dimenticare le cose brutte. Ma come si fa ad andare avanti quando i conti col passato non vengono mai fatti? Come si può celebrare l’amnesia quando è solo coltivando la memoria che si può sperare che certe cose non accadano più?
“Cosa fatta, capo ha.” Lo diceva sempre mio padre. A che serve rivangare il passato e rimuginare su ciò che tanto non si può più cambiare? You must look forward to the change. Anche questo papà lo diceva sempre, direttamente in inglese. La prima volta avevo quattordici anni, avevo appena lasciato l’Inghilterra, dove avevo passato il mese di luglio, e tornata a Roma piangevo. Non avevo solo abbandonato l’Inghilterra, ma anche e soprattutto Florence, la mia amica francese. Eravamo diventate inseparabili. Era forse stata la prima volta in cui avevo capito cosa fosse l’amicizia, e al tempo stesso cosa significasse perdere una persona cara. Perderla veramente, anche se Florence non era morta, ma lo sapevo già che non l’avrei mai più rivista. E non sopportavo che mio padre dicesse di guardare avanti e che voltarsi indietro non sarebbe servito a nulla.
“Cosa fatta, capo ha.” Anche se cercavo di aggrapparmi ai ricordi, e non mi importava che il giorno dopo sarei andata al mare e avrei ritrovato mamma, pensavo solo a Cambridge, a tutta l’acqua che c’eravamo prese Florence e io quel pomeriggio in bicicletta, e poi insieme a mangiare biscotti al burro e bere il tè al bergamotto, e la sera una pinta di birra: «Carino però quel ragazzo svedese, no?».
“Cosa fatta, capo ha.” Guardo l’ultimo video che mi ha mandato mio fratello. Jacopo è cresciuto tantissimo dall’ultima volta che l’ho visto: 11,3 chili e 79,5 centimetri, dice il pediatra. «La zia non ti potrà più prendere in braccio, piccolino! E ora che stai facendo?» continuo come se il bimbo potesse sentire, mentre lo vedo in piedi davanti ai mobili della cucina: cerca di aprire senza successo l’anta di un armadio, poi si concentra sulla maniglia di un cassetto, tira, il cassetto si apre, lui si volta felice verso il papà, grida qualcosa, torna a concentrarsi sulla maniglia, adesso spinge e il cassetto si chiude, quindi ricomincia daccapo, voltandosi di nuovo verso il papà, quasi a dire: “Hai visto che bravo che sono?”. Il cuore mi si stringe – che frase banale, penso nel momento stesso in cui la scrivo. Ma come faccio a descrivere altrimenti quello che provo guardando il video, tenerezza e dolore al tempo stesso, rimpianto per quello che non vivrò mai, che poi è più che un rimpianto, è come una nostalgia, perché non mi sono data la possibilità di riparare la mia storia attraverso un bambino? E al tempo stesso sollievo: sarei stata capace di amarlo? Di amarlo davvero per quello che è? Di fargli sentire che esiste per il mio amore? Oppure l’avrei reso folle trasformandolo nell’oggetto che mi manca? Il cuore mi diventa piccolo piccolo. Si contrae e smette quasi di battere. Poi ricomincia più veloce di prima, frenetico. Sempre eccessiva! Anche di fronte alle immagini di mio nipote che inizia a esplorare il mondo. Ho fatto bene a non avere figli. Non sarei stata capace. Ma è davvero così? O ho solo avuto paura? E, se sì, paura di cosa? Di diventare come mio padre e smettere, a un certo punto, di vederlo? Ho voluto difenderlo da me? Oppure sono io che mi sono voluta difendere?
Ma da cosa, esattamente, ho voluto difendere me stessa?