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Cosa pensa mio padre quel pomeriggio del 1974, quando guarda l’ustione che ho sul polpaccio e dice: «Non ti toccare, Michela, è solo l’anestesia»?

Ho poco più di tre anni, da qualche mese respiro male e ho una voce nasale. L’otorinolaringoiatra spiega ai miei genitori che sono le adenoidi e che vanno tolte. «È un’operazione banale» dice. «Ma dato che la bambina ha solo tre anni e mezzo, è meglio farla sotto anestesia generale, anche perché, per rimuovere le adenoidi, dobbiamo per forza levare pure le tonsille.» Mamma e papà accettano, se lo dice l’otorinolaringoiatra non c’è motivo di dubitarne. Anche se a me adesso questa cosa non torna, ho chiesto a conoscenti e amici e nessuno capisce esattamente perché l’otorinolaringoiatra avesse voluto togliermi pure le tonsille se le tonsille non erano infiammate; «Mah!» commenta un collega medico di Paris Descartes. «Forse era così che si faceva in Italia negli anni Settanta.»

Papà mi accompagna in clinica – anche questa cosa non mi torna per niente, perché è papà che mi accompagna e non mamma? –, aspetta la fine dell’operazione, attende il mio risveglio. Quando gli chiedo cosa sia quella roba rossa sulla gamba, che pizzica e fa male, sono ancora intontita dall’anestesia. Mio padre dice che non è niente: passa subito, non ti toccare, pensa ad altro. Papà guarda, ma non vede. La piaga sfugge alla vista, passa inosservata. Mi tornano in mente brandelli di greco, nonostante abbia dimenticato quasi tutto, ma il verbo λανθάνω mi compare davanti agli occhi, quel verbo che serve a comporre il termine “verità”, ἀλήθεια, che letteralmente significa “che non sfugge alla vista”. E infatti è la verità che papà non vede. Come se l’alfa privativa della verità fosse stata sommersa dall’alfa privativa dell’amnesia.

Senza memoria e senza verità.

Papà non vede la piaga, e lascia che le infermiere mi ci spalmino sopra un po’ di Fargan, quella crema che all’epoca si usava per le punture d’insetto e gli eritemi. Papà lascia correre. Sebbene non si tratti affatto di un’arrossatura. Nessuna allergia, nessun eritema, nessuna puntura d’insetto.

«Che hanno fatto alla bambina?» chiede mamma, che non si capacita quando vede la lesione profonda. «Sembra una bruciatura, cosa le hanno fatto, Ferruccio?» E infatti si tratta di una brutta ustione provocata da alcune gocce di azoto liquido che, nel giro di pochi giorni, si infetta. Quando mi portano dal pediatra, la ferita è già piena di pus, deve essere pulita.

«Stia accanto alla bambina, signora, è una manipolazione dolorosa, ma com’è possibile che abbiano fatto cadere l’azoto sul polpaccio della bambina?»

Nemmeno il pediatra si capacita. Soltanto papà resta imperterrito.

«Il medico ha detto che è stata l’infermiera, l’infermiera ha detto che è stato il medico, il medico insiste che si è trattato di una svista, ma sono cose che capitano, non mi sembra niente di grave.»

La lesione è talmente profonda che la cicatrice non se n’è mai andata: l’azoto liquido non ha bruciato solo la pelle, ma anche i tessuti sottocutanei adiposi e muscolari. E io, alle medie, ho smesso di mettere la gonna perché mi vergognavo di quella cicatrice; tutt’oggi faccio fatica a non arrossire quando qualcuno, fissando il polpaccio, mi chiede: «Ma che c’hai sulla gamba?».

Lasciamo perdere la malafede del chirurgo – nonostante il rinomato professore si fosse fatto profumatamente pagare l’intervento a Villa Margherita. Lasciamo perdere il dolore che posso aver provato – l’ho cancellato, non ne ho alcun ricordo, ero troppo piccola, oppure è stato talmente doloroso che la memoria si è richiusa su se stessa. Quello che continuo a non capire è la reazione di mio padre. Come ha fatto a non rendersi conto che mi avevano ustionato? Dov’era? Dov’erano i suoi occhi, dov’era il suo sguardo? E io dov’ero? Riuscivo a entrare nel suo campo visivo o ero trasparente?