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Mamma dice che papà in questi ultimi tempi è strano: lo sente parlare di notte, fare un ragionamento tutto suo, mandare a quel paese l’interlocutore gridando: «Lo ripeto da anni, sono io che ho ragione! Prima o poi ve ne accorgerete!».

Mio fratello dice che non è strano affatto, dice che papà è sempre stato così: vive da sempre in un mondo tutto suo, sconnesso dal reale.

Io non lo so.

Non so più che pensare di mio padre.

So che non ascolta.

Con papà non si riesce a dialogare. Non solo non ascolta, non risponde nemmeno alle domande che gli fai: continua imperterrito un monologo in cui non c’è spazio per nessuno. Tu dici una cosa, qualunque cosa, poco importa. Se non si tratta di ciò che sta pensando lui in quel momento, non c’è verso di aprire una breccia all’interno delle sue parole, continua a infilarne una dopo l’altra come se tu non esistessi. Trasparente. Invisibile. Da bambina ho iniziato a gridare per farmi ascoltare da lui. Le urla erano l’unico modo di entrare nel suo mondo, di farlo tacere, anche solo per un istante. Perché poi, di fronte alle urla, lui iniziava a gridare ancora più forte: «Basta!!!». E se non era “basta” era: «Maledetta la vita!!!». E se non era “maledetta la vita” era il ricatto: «Poi non ti lamentare e non venire a piangere».

So che si fissa.

Papà si è sempre fissato sulle cose; lo ha fatto col cibo, lo ha fatto con l’acqua, lo ha fatto con lo studio, lo ha fatto con l’ordine, lo ha fatto con tutto, in fondo. Ma adesso, almeno, le sue fissazioni riguardano solo lui. Ha tutta una serie di rituali: la mattina si fa una moka di caffè e a colazione ne beve un terzo; il secondo terzo lo prende alle 11; l’ultimo terzo alla fine del pranzo. Lo conserva sempre nello stesso barattolino di vetro, che sciacqua ogni giorno sotto il rubinetto. «Scusa, ma perché non lo cambi mai?» «Pensa ai fatti tuoi.» Come la bottiglietta d’acqua minerale, è sempre quella: la svuota e riempie ogni giorno, non la vuole sostituire. Nemmeno quando gli dico: «Papà, è poco igienico, non puoi usare sempre la stessa bottiglietta di plastica per mesi, buttala, cazzo!».

Ha deciso che ha un timpano perforato. Lo ha decretato tanti anni fa, dicendo che era la conseguenza di un’otite che aveva avuto da bambino. Usava un ferro che ricopriva di ovatta, lo infilava nell’orecchio, su e giù per qualche minuto, poi toglieva l’ovatta, conservava il ferro in un fazzolettino di carta, e il giorno dopo ricominciava tutto daccapo. Nessuno ha mai osato interferire. Nemmeno quando, un giorno, si è ferito facendo uscire il sangue dall’orecchio. Gli anni sono passati. Papà ha cominciato ad avere problemi di udito. Mamma, esasperata dal volume del televisore – quando papà guarda la televisione in casa non si può fare altro, talmente è alto il suono –, è riuscita a convincerlo a farsi visitare da un otorino. Arrivato dall’otorino, lui inizia con la storia del timpano perforato, è per quello che usa il ferro, e comunque l’apparecchio per l’udito non lo metterà mai. L’otorino lo visita e gli dice: «No, nessun timpano perforato, ma se continua a usare questi ferri è lei che, prima o poi, lo rompe. Invece un apparecchio acustico potrebbe aiutarla». Papà annuisce. Poi, tornato a casa, ricomincia con i ferri. «Ho il timpano perforato, so io come gestirlo.»

So che cambia le carte in tavola e trasforma la realtà a proprio piacimento. Lo ha sempre fatto, continua tutt’ora.

«Potevo diventare un cantante di successo, un agente voleva portarmi in giro per l’America» dice intonando un’aria del Rigoletto o della Forza del destino. «Sono io che non ho voluto» insiste.

I fatti: papà è all’università di Harvard, a Cambridge, nel Massachusetts; ci è arrivato nell’agosto del 1961, in nave, partendo da Napoli, con una borsa Stringher che all’epoca la Banca d’Italia attribuiva a qualche giovane e brillante neolaureato che volesse specializzarsi in Economia in America o in Inghilterra; prima che i corsi comincino, per praticare la lingua, lavora come cameriere in un ristorante; flirta con una ragazza ecuadoriana e partecipa alla vita del college insieme agli altri studenti stranieri; viene organizzata una festa, c’è un concorso di canto, ballo e cucina, papà sale sul palco, intona ’O sole mio, e alla fine della serata vince il primo premio.

Nella mente di papà, però, i fatti contano poco; ciò che conta è la storia che costruisce intorno ai fatti, trasformandoli sempre in qualcosa di epico o comunque fuori dal comune: il ristorante in cui ha lavorato – cosa di per sé più che lodevole, la prima volta che mi ha detto che aveva fatto il cameriere mi sono pure commossa – diventa un luogo pieno di cuoche e cameriere di origini italiane che lo adorano e lo trattano come un figlio; l’ecuadoriana diventa una ragazza bellissima che lo ama alla follia e che però, giunto il momento di seguirlo in Italia, commette l’errore irreparabile di restare in America: poverina, deve aver fatto una brutta fine! Il concorso studentesco si trasforma in una gara internazionale, e il premio nella conferma della sua eccezionalità – «Concentrati sugli acuti» dice papà a mio fratello quando, adolescente, sta cambiando voce e i suoni gli escono più gutturali, come accade a qualunque altro ragazzo della sua età; «Ahhh» dice, facendo uscire una nota acuta, leggermente in falsetto. «Prova, fai come me, basta con quell’hhha basso che fai, è insopportabile!» Mio fratello prova, ovviamente non ci riesce; «Smettila di usare la faringe, vai a cercare la voce in gola, è mai possibile che tu sia così imbranato?»

Ce l’ho messa tutta per capire mio padre. Ma, nonostante gli sforzi, continuo a non riuscirci. Come funziona? Cosa pensa? E poi: c’è davvero qualcosa da capire, oppure devo solo rassegnarmi all’idea che ha perso contatto con la realtà da talmente tanto tempo che è inutile cercare di buttargliela addosso, questa benedetta realtà?

Cerco una definizione, un’etichetta, una parola. Ancora una volta ho bisogno di fare ordine. Come quando chiedevo alla mia analista: «Ma io cosa sono esattamente? Bipolare? Borderline?». E lei mi sorrideva: «A che le serve una diagnosi esatta? Pensa davvero che sia utile? Sono categorie che cambiano di continuo, ognuno ha le sue specificità, non giova a nessuno ritrovarsi all’interno di uno scomparto». Ma io ho bisogno di individuare una casella. Anche solo per potermi definire, e poi magari anche giustificare davanti agli altri. Tutti capiscono quando hai una malattia precisa. Dici: “Ho la polmonite”. E tutti ti compatiscono: “Curati, riposati, resta a letto”. Dici: “Ho una lacerazione del legamento crociato”. E tutti comprendono: c’è l’operazione, c’è la rieducazione, ci sono i farmaci per il dolore e gli antinfiammatori. Ma cosa capiscono gli altri quando dici: “Mi sento persa, vuota dentro, trasparente”? Oppure non lo dici, ma a tratti alzi il tono, a tratti urli, a tratti fissi il soffitto e non rispondi alle domande, a tratti scoppi a piangere. Ti dicono: “Calmati”. Dicono: “Non c’è motivo di agitarsi”. Dicono: “Relativizza”.

Volevo sapere di cosa soffrissi esattamente. Perché, all’improvviso, ero invasa dalla rabbia? Cosa mi mancava? Cosa avevo?