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Qualche settimana fa, mio fratello ha detto che mi trova un po’ ingiusta. Ha detto: «Scusa, Michela, ma che c’entra papà col fascismo del nonno? Perché pensi che i conti col passato non li abbia fatti? Le sue decisioni politiche le ha prese, no? Ti ricordi quando ci rimproverava perché rispondevamo: “Chissenefrega”? Diceva sempre che erano i fascisti a dire “me ne frego”, e che don Milani aveva insegnato a rispondere: I care. Papà non ha mai esitato a criticare il qualunquismo e l’arrivismo e ogni anno, quando si avvicinava il 25 aprile, ci ripeteva che era una delle date più importanti della storia d’Italia, te lo ricordi? E poi scusa, hai dimenticato che è stato lui a insistere perché da bambini vedessimo Olocausto, e che quando si parlava della Palestina diceva che erano stati gli ebrei a trasformare quel deserto in un giardino? Cosa avresti voluto che facesse di più?».

Non sono riuscita a spiegare esattamente a mio fratello ciò di cui, in questi mesi, mi sono pian piano convinta, anche se sono certa che il silenzio di papà sul fascismo del nonno abbia rappresentato un problema serio, non solo per noi ma anche per lui: non è vero che qualcosa smette di esistere quando si smette di parlarne, anzi! Meno si parla di una cosa, più questa agisce all’interno di noi stessi e ci avvelena l’esistenza. Il fascismo, per papà, è sempre stato il male assoluto. Su questo non c’è ombra di dubbio. Ma ogni volta che si è parlato del fascismo, se ne è parlato come di qualcosa di esterno alla nostra famiglia, come di qualcosa che non ci riguardava affatto. «E poi le sue fissazioni sulla virilità, la normalità e le devianze, secondo te non vengono da lì, Arturo?» gli ho chiesto alla fine.

Non sono chiara, lo so.

Anche perché mio fratello aveva ragione quando ha ribattuto che di maschilismo e di omofobia ce n’è da vendere anche a sinistra: «Ti sei dimenticata che i primi a non voler far passare la legge sul doppio cognome, di cui tu sei stata relatrice alla Camera, erano quasi tutti ex PCI?».

Non l’ho affatto dimenticato. Proprio come non dimentico l’ostilità di una parte della sinistra per il matrimonio omosessuale e la gestazione per altri.

Forse non lo so più nemmeno io cosa rimproveri esattamente a papà.

Cioè.

Penso che non parlare di certe cose significa negarle. E che se si nega qualcosa è perché se ne ha vergogna. Penso che papà non ha mai voluto sentirla, questa vergogna. E che non averla voluta sentire abbia significato poi costruire un muro tra sé e gli altri: il male tutto da una parte, il bene dall’altra. E papà, sempre, dalla parte del bene. Mentre ammettere la propria storia significa ammettere anche le proprie fragilità e i propri dubbi, e smetterla di convincersi di essere sempre dalla parte del giusto.

Arturo ha detto che questa è la follia di papà. Ha detto che ciò che gli rimprovero è di non aver fatto una psicanalisi. Ha detto: «Che c’entra il suo essere malato con il fascismo del padre?».

Ma io penso che tutto lasci una traccia.

Penso che l’inconscio ci abiti e ci agiti. E che, sebbene non sia necessario fare una psicanalisi per saperlo, il fatto di non ripercorrere il passato crei solo rabbia e dolore cieco.

Penso che i panni sporchi non si debbano sempre e solo lavare in famiglia, e che l’oblio non pacifica, non distende, non permette di andare avanti. E che tra i fautori dell’amnesia ci sono stati pure tanti di sinistra, certo! E che il silenzio e la rimozione riguardano anche alcuni partigiani, e che pure i loro figli e i loro nipoti dovrebbero avere il coraggio di guardare in faccia la realtà. Otello Montanari, capo partigiano, figura storica della Resistenza ed ex deputato PCI, alcuni anni prima di morire lanciò un appello: «Chi sa, parli!». Per Montanari era evidente che si dovessero distinguere gli omicidi politici dalle esecuzioni sommarie, e che la verità sui fatti accaduti dopo l’armistizio nel “triangolo della morte”, tra Bologna e Reggio Emilia, dovesse necessariamente venire fuori. Solo Meris Corghi però, nell’aprile del 2018, pochi giorni prima della morte di Montanari, ebbe il coraggio di chiedere perdono, in nome del padre partigiano, per l’esecuzione di Rolando Rivi, un seminarista di appena quattordici anni. Nessun altro ha parlato. Nessun altro ha avuto il coraggio di fare i conti col passato.

Penso che dire: “Cosa fatta, capo ha” sia l’origine della violenza.

E che per questa violenza, oggi ancora così presente in Italia, non ho voglia di assolvere proprio nessuno.

Ma allora perché continuo a crocifiggere solo mio padre?