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Stanotte ho di nuovo fatto un incubo terribile.

Ero a Montecitorio. Ero in piedi di fronte a uno dei monitor e cercavo di capire a che ora fosse prevista la seduta in Commissione giustizia. Nonostante gli sforzi, non riuscivo però a mettere a fuoco l’immagine che appariva sullo schermo. A un certo punto ho visto un commesso e l’ho fermato: «A che ora è convocata la II commissione?». Lui mi ha fissato alcuni istanti. Poi: «Scusi, ma lei chi è? Chi l’ha fatta entrare? Cosa desidera?».

Gli ho detto di aver ricevuto una convocazione nella mia casella di posta elettronica della Camera. Gli ho detto: «Guardi anche lei, l’ho stampata! “II commissione: mercoledì 1° luglio = atti del governo.” Solo che non è specificata l’ora e io adesso non riesco a leggere cosa c’è scritto sul monitor». Il commesso non mi ascoltava, non ha neppure fatto finta di guardare il foglio che gli avevo messo davanti agli occhi. Continuava solo a ripetere: «Chi l’ha fatta entrare? Perché è qui?».

In quel momento si è avvicinata un’altra commessa, era una delle addette all’aula, era lei che mi consegnava sempre la carta elettronica per il voto: «Lei mi riconosce, vero?». Ma la commessa aveva fretta, e si è limitata a rispondere: «Se ha ricevuto una convocazione, l’ora è specificata, altrimenti che razza di convocazione è?».

Cos’è successo? Ero affranta. Sono cambiata così tanto in questi ultimi mesi? Oppure sono io che immagino di essere stata deputata, ma in realtà non è così? Non sapevo più che fare.

A quel punto ho deciso di andarmene via. Ho percorso spedita il corridoio che porta all’ingresso secondario su piazza del Parlamento – anche se non ero più certa di nulla, quel percorso avevo la sensazione di conoscerlo a memoria: c’era l’ufficio per le competenze parlamentari; c’era l’agenzia di viaggi; c’era la sala dove i deputati ricevono gli ospiti. Avevo solo voglia di uscire il più velocemente possibile. Mi sentivo fuori posto, inutile, invisibile.

Una volta fuori dalla Camera, mi sono avvicinata a un’edicola. Avevo bisogno di comprare un biglietto dell’autobus. Ma quando l’ho chiesto all’edicolante lui mi ha domandato se volevo davvero prendere un autobus: «Lo sa che ormai c’è un treno diretto Montecitorio-Balduina?». Ero stupita che l’uomo sapesse dove dovessi andare, ma ho annuito, se c’era un treno diretto sarei arrivata a casa dei miei genitori molto prima. «Undici euro» ha detto l’uomo porgendomi il biglietto.

«Undici euro? La ringrazio, ma è troppo caro, preferisco prendere un autobus.»

«No, signora» mi ha risposto lui. «Ormai il biglietto è stampato, lo deve pagare! Altrimenti chiamo la polizia.»

Mi sono svegliata in quell’istante, smarrita.

Qualche ora più tardi, sono seduta sul divano del salone, agito la gamba accavallata, mi accendo una sigaretta. Provo a scrivere, ma non ci riesco. Forse sono distratta dal rumore delle impalcature che gli operai stanno montando per rifare la facciata del palazzo di fronte. Ma forse il rumore non c’entra affatto. Non riesco a scrivere. Punto.

Penso a Monet a Londra che osserva il Tamigi e il Parlamento dalla terrazza dell’ospedale Saint-Thomas e cerca di dipingere la nebbia, pennellata dopo pennellata, non gli importa nulla dell’edificio, niente nemmeno del fiume o dei ponti, è l’aria che gli interessa, le sfumature del cielo inquinato, grigio cenere e platino, con punte di celeste e carta da zucchero, ore e ore seduto alla ricerca dei dettagli, gli occhi fissi e la tavolozza imbrattata di macchie di colore. Poi penso che la tavolozza di parole che ho davanti è vuota, non ho colori per raccontare il senso di smarrimento che provo quando mi sento trasparente. Come nell’incubo di stanotte. Come quando ero piccola e papà non mi vedeva.

Ciò che c’è di frustrante nella scrittura è che non si riesce mai a scrivere quello che si vorrebbe. Ci si sveglia di notte, e tutto sembra chiaro, lineare, giusto. Ci si alza e ci si appunta una frase. Un paio di parole. Un’idea. Si è certi che il dormiveglia non aiuti, ma l’indomani sarà facile ritrovare il bandolo della matassa. E, invece, l’indomani è solo nebbia. Si apre il computer, si inizia a scrivere, e ci si rende conto che le parole, nel frattempo, sono andate in frantumi. Non era esattamente così, ma com’è che era? C’era quella frase, quell’espressione, quel modo di dire, quell’immagine. Ma era tutto nella testa annebbiata dal sonno, una chiarezza inesistente, oppure esistente, ma in quale parte del cervello? Si inizia a scrivere e le parole si sbriciolano, la scena è sparita per sempre. Ma com’è che si dice? Forse l’avevo pensato in francese, ecco sì, l’avevo pensato in un’altra lingua, dev’essere così. Ma anche il francese si appanna. La lingua è intraducibile.

Chi sei, papà? Cos’è che non riesco a capire?

Sei quell’uomo che legge – sempre un libro in mano, una matita per sottolineare, curvo, a tratti impacciato –, indifferente al mio bisogno di attenzioni: guardami, papà, ascoltami, ti prego! Ma sei anche quella mano deformata dall’artrosi che adesso si avvicina incerta al mio volto per una carezza, l’ultima volta che ci siamo visti sono scoppiata a piangere, inconsolabile, e tu ti sei avvicinato, hai battuto più volte la mano sulla mia spalla, allora lo senti anche tu il mio dolore, papi?

Fisso alcune foto di mio padre alla ricerca di risposte; scruto i suoi occhi, la sua bocca, le sue mani – perché, quando ti chiedo qualcosa, non mi rispondi? Oppure dici: «Non è così»; dici: «Non ricordo»; dici: «Che ne sai tu di com’è stato dopo l’incidente del nonno?».

E infatti non lo so, papà, non l’ho mai saputo! Dimmelo tu com’è stato, raccontamelo una volta per tutte.

Ma papà non sa raccontare. Non ha mai fatto davvero la pace con le parole. Meglio i numeri e i grafici, vero? Quando cercavi di spiegarmi qualcosa, disegnavi sempre un piano cartesiano pieno di rette e curve che si incrociavano, dicevi che la risposta era nel punto di equilibrio tra l’offerta e la domanda, e che anche nell’economia dell’esistenza si contabilizzava tutto, ma non è così, papà, i conti nella vita non tornano mai, e le domande più importanti non corrispondono all’offerta che ci viene fatta. Si offre sempre ciò che non si ha a chi non lo vuole. E quello che si vorrebbe veramente non lo si ottiene mai.

Lo sai che anch’io, a tratti, la vita la maledico? Lo sai che me l’hai passata tutta, la tua angoscia? E la paura di fallire, e la rabbia di accettare, e il dolore di vivere. E la tua violenza, papà, pure quella ce l’ho dentro. Lo sai che persino Jacques ha paura di me quando mi arrabbio?