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Mio caro zio Enzo,

è questo per me, e per noi, un periodo tremendo; io non so che fare, tali e tanti sono i motivi di preoccupazione e gli imprevisti. Ogni giorno sopravviene una nuova questione e io non so come regolarmi e a chi rivolgermi.

Ora, anche zio Nino cerca di approfittare (purtroppo, è la parola adatta) della situazione. Anzitutto, nel novembre scorso, mi presentò una nota di conti vecchi, dicendo che era ormai tempo di saldare le pendenze; in breve, c’era una sua dichiarazione di debito a favore di papà di tre milioni di lire, più altre 300.000 lire prestategli dopo, più 700.000 lire per gli anni 1955 e 1956 (conto dell’uva, del grano, del fitto della masseria, ecc.): in tutto un debito di quattro milioni di lire. Poi mi disse che lui era nostro creditore di quattro milioni per rinuncia alla quota casa e del fondo don Francesco e che, quindi, il suo debito e il nostro credito si compensavano. Io non potetti replicare nulla, non sapendo come stavano le cose, e dissi che in seguito si sarebbe tutto sistemato. In queste vacanze ho messo un po’ di ordine nelle varie carte di papà; ho trovato tutto quello che mi può essere utile, o almeno credo di aver trovato tutto, dato il gran disordine. Ebbene, zio Nino ha tutta una sua particolare interpretazione dell’atto di divisione-donazione della nonna nei confronti suoi, tuoi e della mamma. Tra le altre cose, sostiene che per quanto riguarda la casa assegnata alla mamma, deve intendersi casa = mura, ossia il fabbricato privo di mobili e di ogni altra cosa. La mamma, naturalmente, si è dispiaciuta e risentita. E dire che, qualche giorno fa, mi aveva detto di fare a zio Nino un discorso di questo genere: siccome tutta la casa è della mamma, tu dovresti farci una dichiarazione che possa servire qualora tua figlia e il marito avanzassero pretese, chiedendo magari l’apposizione dei sigilli, e noi, in casa nostra, dovessimo trovarci in difficoltà.

Peraltro, il fatto stesso che zio Nino ha tutte le carte e si interessa di tutti gli affari tuoi e di gran parte di quelli della mamma potrebbe far sorgere discussioni e contrasti perché la figlia e il marito potrebbero dire: questa è stanza, questi sono cassetti, queste sono carte di mio padre, o altro, e voi non potete prendere niente, nonostante si tratti di proprietà e affari della mamma o tuoi.

Quindi, caro zio Enzo, la situazione è molto complicata, delicata.

Papà è nello stato che sai; la mamma non capisce niente di queste cose, magari dice delle cose che non dovrebbe dire, si innervosisce e ciò le fa male; la Lala è tutta presa dal matrimonio; e io non so a chi rivolgermi e cosa fare; tu sei l’unico che mi può venire incontro, anche perché sei il solo a sapere come si siano svolte le cose e quali accordi si siano raggiunti.

Dicevo bene a principio: tutti vogliono approfittare del fatto tremendo che papà non parla, non può parlare (dico tutti perché anche estranei hanno sollevato vecchie questioni e accampato pretese).

[...]

Quanto alla cosa più importante, cioè riguardo alla nostra andata a Genova, abbiamo ricevuto una comunicazione telegrafica, in data 7 gennaio, che ci avvisava che una camera era pronta per il 9 gennaio e l’altra lo sarebbe stata una decina di giorni dopo; a questo punto Pierino, temendo che a Genova, essendo sconosciuti, dovessero sfruttarci troppo (e un sintomo sarebbe l’immediata risposta telegrafica), ha voluto che scrivessi a De Francesco, rettore dell’università di Milano e amico di papà perché ex parlamentare monarchico, affinché ci facesse sapere a che punto stessero le cose, se avesse parlato con Gastaldi, il neurologo di Milano, affinché dietro sua raccomandazione visitasse papà, e ci dicesse sinceramente se valesse o meno la pena di portarlo a Genova. Pierino teme che il neurologo di Genova, pur di averci con lui in clinica per due-tre mesi, non ci dia un parere disinteressato, e spinga affinché si faccia curare papà da lui. Io, in verità, non sono troppo d’accordo, vorrei comunque andare a Genova, ma non ho voluto frapporre ostacoli. Tu che ne pensi, zio?

Campi, 13-1-1959