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Sono a Campi. Alla fine, Jacques e io ce l’abbiamo fatta.

Nulla è andato come previsto. Siamo in pieno agosto, e c’è quel caldo umido che ti arriva addosso come un macigno e ti stende. È forse il periodo peggiore da passare in Salento. Ma, quando l’aereo è atterrato a Brindisi, ho pianto di gioia. Avevo talmente paura che il volo fosse annullato e che di nuovo, come già successo più volte, mi arrivasse all’ultimo una mail: “Siamo spiacenti di annunciarle che il suo volo da Parigi Orly a Brindisi è stato annullato, la preghiamo di scusarci per ogni eventuale inconveniente”, che non sono riuscita a rasserenarmi nemmeno a bordo. E, quando poi sono scesa dall’aereo, mi è venuto spontaneo inginocchiarmi e toccare il suolo; sono rimasta con il palmo della mano appiccicato sulla pista di atterraggio per alcuni secondi, con Jacques che esclamava attonito: «Ma che stai facendo?» e l’omino dell’aeroporto che urlava: «Si rialzi, signora! È vietato sostare sulla pista, si diriga immediatamente verso l’uscita!».

Sono a Campi. In piedi di fronte al portone di casa.

Tocco commossa la maniglia di ottone, come faceva mia nonna quand’ero bambina; a fine agosto si partiva – mio fratello e io, insieme a mamma e papà, tornavamo a Roma, mentre i nonni si trasferivano a Taranto – e lei si attaccava alla maniglia mormorando: «Casa mia... casa mia bella...», e papà alzava la voce: «Adesso basta, mamma! Ci torni l’anno prossimo».

Infilo la chiave nella toppa, stacco l’allarme, fisso il cortile pieno di erbacce – approfittando della pioggia, tra una chianca e l’altra, ne sono venute fuori tantissime –, contemplo le volte a botte e a squadro piene di ragnatele e polvere, guardo la scalinata e i gelsomini nei vasi in terracotta, e mi si apre il cuore: sono in Italia, sono a Campi, sono a casa, sono felice.

Jacques si precipita in giardino – «Aspetta prima di prendere le sdraio! Bisogna spazzare l’ortale e l’atrio, altrimenti la polvere e i millepiedi ci invadono casa; facciamo le cose con ordine, ti prego!» mi sgolo, ma non serve; Jacques ha già aperto il ripostiglio e, senza nemmeno far finta di rispondere, afferra la prima sedia che gli capita sotto gli occhi. Allora io, lasciando perdere le pulizie, ne approfitto per fare un colpo di telefono alle cugine, dico che siamo arrivati, chiedo se posso passare per recuperare le chiavi dello scantinato: «Vengo con la mascherina, non vi preoccupate! Non mi avvicino, no, promesso! Ci vediamo poi dopo la quarantena, sì, certo, vi pare?».

Jacques ha voglia di ritrovare l’aria pulita, il sole, gli alberi di limone e il profumo delle erbe aromatiche. Io ho bisogno di andare nella cantina delle cugine e iniziare la cernita dei documenti di mio nonno, ormai sono settimane che non penso ad altro. Ci vorranno giorni prima di selezionare le carte e capirci qualcosa. Ma si deve pur cominciare, no?

A fine gennaio, nello scantinato, ci avevo passato un’ora scarsa. Erano comunque bastati quei pochi minuti per iniziare a starnutire e tossire a causa della polvere e della muffa. Con il caldo umido che c’è adesso, sarà un incubo, mi dico una volta entrata e sentendo già un pizzico alla gola, mentre il naso inizia a colarmi. È meglio che Jacques non venga, con l’asma che ha finisce che poi si ammala, penso scostando uno scatolone che mi si apre tra le gambe, è tutto bagnato, in questi mesi l’umidità ha continuato a mangiarsi tutto. Una quantità enorme di pacchetti e buste frana a terra. Mi affretto a raccogliere tutto prima che si impregni di umido, e appoggio via via le cose sui ripiani di una vecchia libreria nel locale attiguo.

In mezzo ai fascicoli, intravedo un pacco di lettere legate con un cordone. Lo porto fuori dal magazzino, sfilo la corda, su una busta bianca riconosco la grafia di mio padre. La apro e tiro fuori alcune pagine manoscritte. È una lettera spedita da papà a zio Enzo, il fratello di sua madre che viveva a Bologna. Inizio a leggerla per capire di cosa si tratti, ma a un certo punto non vedo più nulla. Arrivata a: “Papà non parla, non può parlare”, gli occhi mi si riempiono di lacrime.

Afferro il pacco di lettere e torno a casa. Bevo un bicchier d’acqua, mi accendo una sigaretta, mi siedo in poltrona e ricomincio a leggere con più calma. Papà scrive allo zio utilizzando la carta intestata della Camera dei deputati. Con un tratto di penna, cancella l’intestazione. E, in sei pagine fitte fitte, si abbandona allo sconforto.

Mio padre fragile e nel pallone. Papà che chiede aiuto, sovrastato dagli eventi.

Non capisco subito il senso esatto della lettera. Sono costretta a tornare più volte nel magazzino per cercare nuovi documenti e leggere altre carte. Sono soprattutto costretta a fare i conti nelle tasche di mio padre e della sua famiglia, confrontandomi con fatti che, forse, non avrei mai voluto scoprire. Ma cosa pensavo, quando ho iniziato questo lavoro? Non immaginavo che sarebbe arrivato il momento in cui mi sarei dovuta misurare con le cose brutte che accadono in una famiglia quando il destino si accanisce? Sapendo che il nonno aveva vissuto per diciotto anni su una sedia a rotelle, e che uno dei due fratelli della nonna dilapidava il patrimonio, potevo a priori escludere simili bassezze?

Mai una volta, parlando di suo zio Nino, papà ha accennato a quei giorni di disperazione in cui tutti, come scrive nella lettera, approfittarono del dramma del nonno – compreso lui, quello zio un po’ scapestrato, ma al quale papà, in fondo, ha sempre voluto bene. Quel figlio viziato e coccolato più degli altri da nonna Pippi, che ogni sera rientrava a casa a tarda notte dopo essere stato al circolo a giocare a carte, oppure da una delle numerose amanti. Angelo Campo, detto Nino, che, dopo aver contratto con mio nonno un debito di quattro milioni di lire, accetta di cedere a Rosetta, sua sorella, una quota-parte dell’eredità materna. E che poi però, quando il cognato si ammala, approfitta dell’ingenuità del nipote e prova a cambiare le carte in tavola.

Soldi, terre, proprietà. Tradimenti e meschinità. Quella fiducia nella vita che a un certo punto, per mio padre, viene meno. E allora è solo cattiveria e menzogna, e «tutti se ne approfittano, figlia mia!». Ora capisco, o almeno inizio a capire, quella diffidenza nei confronti di chiunque che papà si porta dentro. Anche perché – questo mio padre non lo sa, questo lo negherà senz’altro, questo sono io a dirlo – il mondo addosso alla famiglia Marzano era già crollato nel 1944, quando papà aveva otto anni, e il nonno fu epurato dalla magistratura. Mio padre non lo sa che ciò che accadde nel 1958 fu solo la ripetizione della tragedia precedente. E che forse è da allora che ha paura di essere felice, perché poi la felicità ti crolla addosso, e allora è meglio cancellarla sin dall’inizio, quella maledetta joie de vivre!

Papà lo ha rimosso. Oppure lo nega.

Ma l’origine di tutto non è tra queste macerie?

“Pierino teme che il neurologo di Genova, pur di averci con lui in clinica per due-tre mesi, non ci dia un parere disinteressato, e spinga affinché si faccia curare papà da lui.”

Cos’è questa storia di Genova? Pierino era allora il fidanzato di mia zia Rosaria, che sposerà nell’aprile del 1959 dopo tutta una trafila – questo papà se lo ricorda: a un certo punto era venuta fuori la questione della vista di Rosaria, che era molto miope, e la sorella di Pierino aveva sostenuto che, con la gravidanza, sarebbe potuta diventare cieca; allora papà aveva accompagnato la sorella a Roma per una visita specialistica, tornando con un certificato medico che attestava che la signorina avrebbe tranquillamente potuto avere figli senza perdere la vista.

Provo a chiedere a papà, senza far riferimento alla lettera che ho trovato, se avesse mai pensato di andare con nonno Arturo a Genova. Se Pierino, che era neurologo, gli avesse consigliato qualcosa in merito. Se c’era un problema di soldi, qualcosa che avesse influenzato le decisioni prese e le scelte fatte dopo l’incidente di suo padre. Ma papà non ricorda nulla. «Perché mi parli di Genova? Che c’entra Genova? Papà lo abbiamo portato a Milano, c’era un suo collega deputato monarchico che ci ha aiutato, anche se poi un giorno il primario di neurologia mi fece entrare nel suo studio: “Marzano, non c’è nulla da fare per tuo padre, mi dispiace veramente, ma è meglio riportarlo a casa, noi qui non possiamo più far niente per lui!”.»

Non insisto. Non voglio farlo ulteriormente soffrire.

«E quando leggerà il tuo libro?» mi chiede Jacques appena gli racconto della lettera e della conversazione. «Sei sicura che sia davvero utile riaprire vecchie ferite?»

La forza della verità che cura, diceva Freud.

Ma fin dove ci si può spingere, quando si cerca la verità? Che prezzo sono disposta a pagare – o voglio imporre – alla mia famiglia?